Non “vendetta” contro le vittime della Shoah ma dar la voce alle vittime di oggi
Presidio Cagliari, 27 gennaio 2026 (Foto di Pierpaolo Loi)
Stupisce la dichiarazione della senatrice a vita Liliana Segre durante la
celebrazione al Quirinale del Giorno della Memoria il 27 gennaio scorso. Ha
affermato, infatti, che si deve parlare di Gaza, “Ma non si può usare il dramma
di Gaza contro il Giorno della Memoria, non può diventare occasione di vendetta
contro le vittime di allora”. Personalmente credo che l’offesa maggiore alle
vittime della Shoah e alla loro memoria sia il comportamento del governo dello
Stato d’Israele, e dei governi delle nazioni complici che lo hanno sostenuto,
nel compiere il genocidio a Gaza (genocidio interrotto solo di facciata, da tre
mesi a questa parte).
Giustamente, Il Giorno della Memoria, istituito in Italia con la legge 211 del
20 luglio 2000 unisce la memoria delle vittime della Shoah a tutte le vittime
delle persecuzioni nazifasciste: «… in ricordo dello sterminio e delle
persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei
campi nazisti». L’Assemblea Generale dell’ONU, con la risoluzione 60/7 del 1°
novembre 2025 istituì a sua volta l’”Holocaust remembrance”.
Tra le vittime, molte furono le persone che si opposero anche a costo della
propria vita all’ideologia fascista e poi nazista, che sfociarono nella
“soluzione finale” che portò alla deportazione di milioni di ebrei, rom e sinti,
e altre categorie di persone (omosessuali e lesbiche, disabili, oppositori
politici) nei campi di sterminio. Il testo della risoluzione richiama
«l’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti umani e l’articolo 18
del Patto internazionale sui diritti civili e politici»; e ricorda che il
principio fondante della Carta delle Nazioni Unite è «salvare le generazioni
future dal flagello della guerra». La risoluzione ricorda anche «la Convenzione
per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio, adottata al fine di
evitare il ripetersi di genocidi come quelli commessi dal regime nazista».
Chiede, infine, di «di adottare misure volte a mobilitare la società civile per
la memoria e l’educazione sull’Olocausto, al fine di contribuire a prevenire
futuri atti di genocidio».
Rileggendo la Lettre à un religieux di Simone Weil, mi sono imbattuto ancora una
volta in una frase riguardante il popolo ebraico che mi fa molto riflettere: «La
vera idolatria è la cupidigia (πλεονεξίαν ἥτις ἐστὶν εἰδωλολατρεία, Col. 3:5), e
la nazione ebraica, nella sua sete di beni terreni, ne era colpevole nello
stesso momento in cui adorava il suo Dio. Gli ebrei avevano come idolo non il
metallo o il legno, ma una razza, una nazione, qualcosa di altrettanto terreno.
La loro religione è nella sua essenza inseparabile da questa idolatria, a causa
del concetto di “popolo eletto”»[1].
Simone Weil era un’ebrea francese, studiosa di storia e filosofa greca, filosofa
lei stessa. Antifascista fece parte delle brigate internazionali che
combatterono (1936-1939) a fianco della Repubblica spagnola contro il fascismo
di Franco e militò attivamente nella resistenza francese contro il regime
d’occupazione nazista. La “Lettre” del 1941 fu indirizzata al padre domenicano
Couturier, al quale espone delle domande e dei dubbi che accompagnano la ricerca
spirituale di Simone Weil, il suo desiderio di convertirsi al cristianesimo.
La frase che ho riportato è dentro un paragrafo in cui la Weil afferma la
presenza nelle civiltà antiche (India, Egitto, Grecia, Cina) di una certa
visione di Dio: «Perché la verità essenziale riguardo a Dio è che Egli è buono.
Credere che Dio possa comandare agli uomini di commettere atti atroci di
ingiustizia e crudeltà è il più grande errore che si possa commettere nei Suoi
confronti».
Nella sua disamina dimostra che i greci (IIiade) e gli egizi (Il libro dei
morti) non contemplavano un Dio che ordina delle atrocità, ma un Zeus supplice
(che invocava la pietà verso lo sventurato) e lo spirito di dolcezza, di
compassione, di carità su cui Osiris giudicava coloro che si presentavano al suo
cospetto. Gli ebrei, invece, come appare dall’Antico Testamento, veneravano “Il
Dio degli eserciti” e non solo quelli celesti, ma dei guerrieri d’Israele. Solo,
afferma Simone Weil, dopo l’esilio la concezione di un Dio onnipotente si
trasforma: “Ciò suggerirebbe che Israele abbia appreso la verità più essenziale
su Dio (vale a dire che Dio è buono prima di essere potente) da tradizioni
straniere, caldea, persiana o greca, e in seguito all’esilio”.
Vista l’approvazione del testo base per il disegno di legge sull’antisemitismo
da parte della La Commissione Affari costituzionali del Senato in occasione del
giorno della memoria, che tende ad assimilare antisionismo con antisemitismo, la
diffusione di questo scritto di Simone Weil sarebbe considerato un atto
antiebraico e antisemita. In realtà, l’ideologia sionista si fonda sul
presupposto che la terra di Canaan, la Palestina storica, sia la terra data da
Dio al popolo ebraico, e a causa di questa elezione divina, gli appartenga in
eterno.
Questa ideologia, primariamente religiosa, è diventata un progetto politico
coloniale di insediamento, la creazione di Israele, uno Stato ebraico, che con
la complicità internazionale ha causato la tragedia del popolo palestinese (la
Nakba) da ormai più di ottant’anni, il cui ultimo atto criminale è il genocidio
della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza.
L’antisemitismo di cui è stato vittima il popolo ebraico per secoli, è sfociato
nella Shoah durante il nazifascismo in Europa: lo sterminio degli ebrei in
Germania e nei paesi europei suoi alleati, un orrendo genocidio. Ma non possiamo
dimenticare allo stesso tempo lo sterminio di rom e sinti, disabili e
omosessuali, oppositori politici.
I presidi che quotidianamente nel nostro Paese rompono il silenzio su quanto
accade a Gaza e nei Territori occupati in Palestina non sono una “vendetta”
contro le vittime della Shoah, non si nutrono di odio, ma danno voce alle
vittime di oggi.
Per concludere queste riflessioni, faccio mie le parole di Hetty Hillesum: «Ma
la ribellione che nasce solo quando la miseria comincia a toccarci personalmente
non è vera ribellione, e non potrà mai dare buoni frutti. E assenza d’odio non
significa di per sé assenza di un elementare sdegno morale. So che chi odia ha
fondati motivi per farlo. Ma perché dovremmo scegliere sempre la strada più
corta e a buon mercato? Laggiù (campo di concentramento Westerbork) ho potuto
toccare con mano come ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo renda
ancora più inospitale. E credo anche, forse ingenuamente ma ostinatamente, che
questa terra potrebbe ridiventare un po’ più abitabile solo grazie a quell’amore
di cui l’ebreo Paolo scrisse agli abitanti di Corinto nel tredicesimo capitolo
della sua prima lettera»[2].
[1] Il testo in francese: «La véritable idolâtrie est la convoitise (πλεονεξίαν
ἥτις ἐστὶν εἰδωλολατρεία, Col. iii, 5), et la nation juive, dans sa soif de bien
charnel, en était coupable dans les moments mêmes où elle adorait son Dieu. Les
Hébreux ont eu pour idole, non du métal ou du bois, mais une race, une nation,
chose tout aussi terrestre. Leur religion est dans son essence inséparable de
cette idolâtrie, à cause de la notion de “peuple élu”».
[2] Etty Hillesum, Lettere 1942 – 1943, Adelphi, Milano 2009, p. 51.
Pierpaolo Loi