Luigi Pintor: discontinuità della memoria generazionale
Dal primo giorno in cui ci siamo proposti di ricordare i cento anni dalla
nascita di Luigi Pintor, io e altri compagni di lunghissima data, di quelli che
la loro vita professionale e politica (e umana, aggiungerei) l’hanno trascorsa
al fianco di Luigi, mi assedia una domanda: ne vale la pena? Ovviamente sì, mi
sono risposto dopo il convegno di Cagliari, in settembre, e dopo il corso di
formazione per giornalisti, in novembre a Roma. La partecipazione, l’interesse,
i ragionamenti e sì, i ricordi, sono stati tali, e così calorosi da convincermi
che di una “piazza Pintor”, come abbiamo battezzato l’incontro sardo e si
chiamerà il prossimo, il 5 dicembre, alla Nuvola dell’Eur, a Roma, c’è proprio
bisogno, almeno tra la gente della nostra età, o poco meno.
Però un dubbio mi è rimasto e riguarda la faglia generazionale, tra noi
sessantottini e i più giovani. In fondo, dalla morte di Luigi sono passati più
di vent’anni, giusto una generazione. E poi, si sa, una faglia, o frattura, c’è
sempre, e necessariamente, tra i vecchi e i giovani, come diceva Pirandello. Per
esemplificare: quando andai in un liceo a raccontare un mio romanzo ambientato
nel ’68 e chiesi: questo numero vi dice qualcosa?, un ragazzo alzò la mano e
rispose: sì, nel 1968 è nata mia madre. E fui molto colpito quando, in viaggio a
Berlino, andammo alla commemorazione di Rosa Luxemburg, migliaia di persone
intorno alla sua tomba inventata perché il corpo di Rosa, assassinata dai gruppi
di ex-militari nazionalisti che poi sarebbero diventati nazisti, non fu mai
ritrovato. E c’erano moltissime ragazze e moltissimi ragazzi, quel giorno,
nonostante il fallimento del regime comunista, anche in Germania.
> Che cosa spingeva quelle ragazze e quei ragazzi a portare fiori e a mettere
> bandiere rosse a un monumento abusivo, in tutti i sensi?
E cosa aveva spinto noi, sessantottini, a coltivare, studiare, pezzi del
comunismo, da Marx a Lenin, da Gramsci a Rosa Luxemburg, appunto, e moltissimo
eccetera? Eppure eravamo noi, allora, i “nuovi”, molto eccentrici e deragliati
dal marxismo-leninismo, libertari in tutto, al punto che uno di noi, studente
ribelle, si diede fuoco in piazza San Venceslao, a Praga, per protestare contro
i carri armati sovietici alla maniera dei bonzi vietnamiti che si opponevano
all’invasione statunitense?
Mi è capitato di vedere occhi smarriti o inespressivi di ragazze e ragazzi che
sentivano nominare Pintor. Chi sarà mai? Non c’è niente di male, certo, ma in
questo periodo non si può dire che siano indifferenti, le ragazze e i ragazzi.
Le gigantesche manifestazioni femministe e quelle per la Palestina, la tenace
opposizione alla distruzione della natura, tra le altre cose, mostrano che al di
là della faglia generazionale c’è vita, e vivace. E su quale scia storica e
culturale, esattamente o confusamente o in quale miscela, si addensano le
intenzioni, lo spirito, il rifiuto della resa al mondo così com’è, spinge a
manifestare, cercare nuovi simboli universali, come la bandiera palestinese,
riunirsi, inventare nuovi linguaggi, creare occupazioni di scuole e la miriade
di azioni che costituiscono la nebulosa della ribellione?
Allora, a che serve la memoria di Pintor? Se riuscissimo, noi veterani, a far
leggere loro qualcuno degli editoriali di Luigi, a cominciare dall’ultimo, che
apre un orizzonte oltre il comunismo novecentesco, penso che avremmo compiuto il
nostro dovere.
Quando cominciammo a muoverci, alla fine dei Sessanta, nutrivamo quasi un culto
della Resistenza e il 25 aprile divenne davvero, venticinque anni dopo la fine
della guerra, un rito civile, un modo di dirsi che se l’hanno fatto loro lo
possiamo fare anche noi. Una mattina mi son svegliato.
La copertina è di Livio Senigalliesi/Archivio il manifesto. L’immagine è
disponibile all’interno dello speciale “essenzialmente Pintor” distribuito da il
manifesto
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