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Aiuto umanitario: quando l’emergenza diventa sistema
Cosa succede quando un’emergenza dura più a lungo di un progetto, di una guerra e, a volte, dell’intera infanzia di un bambino? In Yemen, oltre dieci anni di conflitto hanno compromesso servizi essenziali. In Siria, dopo oltre un decennio di guerra, bisogna ricostruire scuole, servizi e capacità pubbliche. Sono contesti profondamente diversi, ma raccontano una stessa contraddizione: continuiamo a chiamare “emergenze” crisi che durano anni. Il sistema internazionale degli aiuti è stato costruito distinguendo tra emergenza e sviluppo. L’assistenza umanitaria interviene quando una guerra, una carestia o una catastrofe mette in pericolo la vita delle persone, e deve poterlo fare rapidamente, anche quando le istituzioni non riescono più a garantire servizi essenziali.  La cooperazione allo sviluppo, invece, dovrebbe lavorare sul lungo periodo, rafforzando istituzioni, infrastrutture e servizi pubblici, ma questa distinzione diventa molto meno netta quando una crisi non finisce. Nel 2026 si stima che 239 milioni di persone avranno bisogno di assistenza umanitaria, mentre alla fine del 2025 almeno 117,8 milioni vivevano in condizioni di sfollamento forzato: circa una persona ogni 70 nel mondo. Dietro questi numeri c’è un problema strutturale: infatti, in molte crisi protratte, ciò che nasce come risposta temporanea finisce per garantire per anni sanità, acqua, protezione e istruzione. Organizzazioni internazionali e attori umanitari non intervengono più soltanto durante l’eccezione: diventano parte del funzionamento ordinario dei servizi.  Nel breve periodo questa sostituzione è indispensabile. Il problema emerge quando non esiste una traiettoria che permetta di superarla. Se una scuola, un ospedale o un servizio idrico dipendono anno dopo anno da finanziamenti esterni, le istituzioni pubbliche rischiano di non sviluppare – o di perdere – capacità, risorse e responsabilità necessarie a garantirli autonomamente. E quando un finanziamento termina, cambia priorità o viene tagliato, ciò che scompare non è semplicemente un progetto, ma un servizio essenziale. L’istruzione rende questa contraddizione particolarmente evidente. Durante una guerra, aprire una scuola significa preservare apprendimento e stabilità e impedire che una crisi interrompa definitivamente il percorso educativo di una generazione, ma tenere aperta una scuola e costruire un sistema educativo non sono la stessa cosa.  Un finanziamento di sei o dodici mesi può pagare insegnanti, acquistare materiali e riportare centinaia di bambini in classe. Un sistema educativo, invece, richiede anni: insegnanti formati e retribuiti con continuità, edifici sicuri, curriculum, trasporti, valutazione, risorse pubbliche e istituzioni capaci di assumersi la responsabilità di garantire quel diritto nel tempo. Per questo misurare soltanto quanti bambini siamo riusciti a raggiungere oggi rischia di raccontare solo una parte della storia. La domanda deve diventare anche: quale sistema stiamo contribuendo a costruire e cosa resterà quando il progetto finirà?  È qui che entra in gioco un concetto centrale nel dibattito umanitario degli ultimi anni: la resilienza. Una comunità non dovrebbe essere considerata “resiliente” perché riesce a sopravvivere indefinitamente con meno servizi, meno risorse e finanziamenti sempre più incerti. La resilienza dovrebbe indicare la capacità di costruire, anche dentro una crisi, le condizioni che rendano progressivamente meno necessario l’intervento emergenziale. Nell’istruzione significa non limitarsi a creare spazi temporanei di apprendimento, ma investire in qualità, formazione, continuità e accessibilità. È questa, in fondo, la differenza tra fornire un servizio e contribuire a garantire un diritto. Il primo può dipendere dall’esistenza di un progetto; il secondo richiede strutture capaci di sopravvivere alla sua fine. Uscire dall’emergenza permanente, quindi, non significa semplicemente sostituire l’aiuto umanitario con quello allo sviluppo. Significa superare una logica in cui la risposta immediata rischia di trasformarsi in una sostituzione indefinita, perché un bambino può iniziare la scuola durante un’emergenza e diventare adulto mentre quella stessa crisi è ancora definita “temporanea”. Il suo diritto all’istruzione, però, non può dipendere anno dopo anno dalla domanda più fragile di tutte: ci saranno finanziamenti per il prossimo anno? The post Aiuto umanitario: quando l’emergenza diventa sistema appeared first on L'Indipendente.
October 19, 2026
L'INDIPENDENTE
Un anno dal cessate il fuoco: la situazione umanitaria si aggrava
A un anno dall’annuncio del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, centinaia di migliaia di persone vivono ancora in tende o rifugi di fortuna, con accesso limitato ad acqua potabile, cure mediche e beni essenziali. Gli attacchi continuano a causare vittime e feriti, mentre l’ingresso degli aiuti umanitari resta insufficiente. EMERGENCY è presente nella Striscia di Gaza con due cliniche di assistenza primaria ad al-Qarara e al-Mawasi, nell’area di Khan Younis, dove ogni giorno vengono visitati complessivamente tra i 400 e i 600 pazienti. La maggior parte sono donne in gravidanza e bambini. Le patologie più frequenti sono infezioni respiratorie e gastrointestinali, malattie della pelle e patologie croniche come diabete e ipertensione. “Qualche giorno fa siamo dovuti rimanere tre quarti d’ora in più all’interno della clinica prima di rientrare a casa perché nel tragitto c’era appena stata un’esplosione con morti e feriti – racconta Giulia Folci, ostetrica di EMERGENCY a Gaza –. Sono diminuite le esplosioni, ma lo stato di ansia e di emergenza è ancora presente.” Secondo le stime più recenti, dall’annuncio del cessate il fuoco sarebbero oltre 1.400 le vittime e più di 4.700 i feriti.[1] Gli aiuti umanitari, tra cui farmaci e dispositivi medici, continuano a incontrare forti difficoltà all’ingresso, anche a causa delle limitazioni nell’entrata di materiali e beni dal valico di Kerem Shalom. Tutto ciò si ripercuote sulla salute dei gazawi, specialmente di donne e bambini. “Lottiamo ogni giorno per fornire ai nostri pazienti le medicine necessarie – prosegue Folci –. Tagliamo le garze per far fronte alle ferite che arrivano. Alle donne in gravidanza che visito non posso dare il ferro, una delle terapie essenziali per ridurre il rischio di anemia, di parto prematuro, di basso peso alla nascita e di complicanze che possono mettere in pericolo la vita della madre e del bambino. A donne con il diabete gestazionale o malnutrizione è impossibile dare consigli alimentari realistici. Il dato ufficiale dei morti per bombardamenti in questi tre anni è di oltre 73.000, ma esclude coloro che non sono riusciti a sopravvivere per la mancanza di terapie di cui avrebbero avuto bisogno e questo è drammatico.” I prezzi di cibo e beni essenziali sono aumentati in media del 207% rispetto a prima della guerra, mentre molte famiglie hanno visto ridursi drasticamente il proprio potere d’acquisto. L’ingresso di beni commerciali continua, infatti, a essere privilegiato rispetto agli aiuti umanitari. Secondo gli ultimi dati riportati dalle Nazioni Unite il numero di camion di aiuti umanitari effettivamente scaricati nella Striscia è sceso dal 77% al 70%. Parallelamente, una parte significativa delle merci commerciali in ingresso continua a essere composta da beni non essenziali.[2] La tipologia di alimenti disponibili, in particolare, è inadeguata per garantire alle persone l’apporto nutrizionale di cui hanno bisogno. Secondo l’IPC (Integrated Food Security Phase Classification) entro dicembre 2026 saranno 1.4 milioni le persone in condizione di grave insicurezza alimentare.[3] Alla scarsità di cibo si aggiunge la difficoltà di accesso all’acqua pulita, con conseguenze dirette sulla salute della popolazione. “Una cosa che come ostetrica mi tocca particolarmente è ad esempio la preparazione del latte in polvere – aggiunge Folci –. Purtroppo, in alcuni casi è necessario che il bambino lo prenda, e questo è molto difficile da preparare con dell’acqua sporca ed espone i bambini ad altissimi rischi.” Tra le categorie più esposte alle conseguenze della crisi umanitaria, infatti, ci sono i bambini, che rappresentano quasi la metà della popolazione della Striscia e che pagano il prezzo più alto della carenza di acqua pulita, cibo adeguato, assistenza sanitaria e condizioni di vita precarie. Centinaia di migliaia di gazawi vivono infatti ancora in tende o rifugi di fortuna, e l’arrivo della stagione più fredda e piovosa contribuirà a rendere le condizioni di vita della popolazione ancora più difficili. “Le persone non sanno più dove rifugiarsi. Ci sono state le prime piogge della stagione che hanno colto la maggior parte della popolazione in tende ormai fatiscenti – prosegue Jacopo Intini, coordinatore programma EMERGENCY a Gaza –. Periodicamente si verificano incendi perché le persone bruciano l’immondizia per cucinare. Ci avviciniamo all’autunno e all’inverno, piogge e basse temperature porteranno a una situazione di ulteriore sovraffollamento e di precarietà. È ormai urgente che entrino i materiali necessari a riparare le tende o costruire ripari più sicuri.” A un anno dall’annuncio del cessate il fuoco, la popolazione civile di Gaza continua a vivere senza adeguate condizioni di sicurezza, assistenza sanitaria e accesso ai beni essenziali. EMERGENCY rinnova il proprio appello per un cessate il fuoco permanente, la riapertura stabile di tutti i valichi affinché possano entrare senza ostacoli aiuti umanitari, farmaci, materiale medico e beni indispensabili per la sopravvivenza della popolazione e nel rispetto del diritto internazionale umanitario. “Il volto nascosto della guerra – conclude Silvia Professione, medico di EMERGENCY a Gaza –  è una ragazza che piange perché non trova in nessuna farmacia l’insulina necessaria a curare il suo diabete; è una bambina di 9 mesi con una malformazione al cuore che aspetta il permesso di andare all’estero per essere curata; è un bambino che pesa molti chili in meno rispetto alla norma per la sua età; è un uomo con le coronarie malate e la consapevolezza che non ci sono più le attrezzature necessarie a salvargli la vita. Senza un accesso regolare agli aiuti e una reale protezione dei civili l’emergenza umanitaria nella Striscia è destinata ad aggravarsi tragicamente nei prossimi mesi.” -------------------------------------------------------------------------------- [1] OCHA, Humanitarian Situation Report, 18 September 2026, https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-situation-report-18-september-2026 [2] Secondo gli stessi dati OCHA il 33% dei carichi commerciali entrati trasportava articoli non essenziali. [3]IPC Global Initiative – Special Snapshot, https://www.ipcinfo.org/ fileadmin/user_upload/ipcinfo/docs/IPC_Gaza_Strip_Acute_ Food_Insecurity_Malnutrition_Apr_Dec2026_Special_Snapshot.pdf Emergency
October 14, 2026
Pressenza
La Germania destina 700 miliardi alle spese militari e 40 milioni al Programma alimentare mondiale!
> Milioni di persone in tutto il mondo sono afflitte dalla guerra e dalla fame, > mentre il governo federale tedesco prevede tagli drastici ai fondi destinati > agli aiuti. Ciò avrà delle conseguenze. In un periodo segnato da gravi > catastrofi umanitarie, il governo federale tedesco pianifica massicci tagli ai > finanziamenti destinati alla cooperazione allo sviluppo e all’assistenza > umanitaria. A prova della necessità di potenziare e aumentare i finanziamenti > destinati ai soccorsi ci sono le immagini provenienti da Gaza, dal Congo > orientale, dall’Etiopia o dal Sudan. Solo in Sudan, le Nazioni Unite stimano > oltre 12 milioni di profughi e decine di migliaia di morti. Quasi un bambino > su due con meno di cinque anni è denutrito. Il contributo tedesco al Programma alimentare mondiale nel 2023 ammontava ancora a 78 milioni di euro, per scendere nel 2025 a 50 milioni e attestarsi a 40 milioni di euro nel bilancio statale dell 2026. 1 Allo stesso tempo, la voce di spesa per la difesa dovrebbe arrivare al 5% del PIL entro il 2035, circa 225 miliardi di euro. Tra l’altro è previsto l’acquisto di oltre 1.000 carri armati Leopard, per un prezzo di circa 25-30 milioni di euro l’uno. Ne deriva che i fondi stanziati dal governo federale per il Programma alimentare mondiale equivalgono al valore di poco meno di due carri armati Leopard. IL GOVERNO FEDERALE STA PERCORRENDO UNA STRADA DECISAMENTE SBAGLIATA! Il 18 marzo 2025 il Bundestag (la camera del parlamento tedesco con potere legislativo n.d.t) uscente ha approvato, con due terzi della maggioranza, l’abolizione del freno all’indebitamento. 513 deputati contro 207 hanno votato a favore di un allentamento del freno al debito previsto dalla Costituzione. È stato deciso un notevole aumento delle spese per la difesa e la creazione di un fondo speciale di 100 miliardi di euro, destinato tra l’altro a interventi infrastrutturali. Grazie alla decisione del marzo 2025, in futuro sarà facile per il Bundestag aggirare il freno alla spesa pubblica con una delibera a maggioranza, ad esempio per ulteriori investimenti militari. In altre parole, in Germania non esiste più alcun tetto di spesa per i programmi di riarmo. La decisione è stata presa in fretta e furia al Bundestag senza la necessaria discussione pubblica a livello nazionale. Il cancelliere Friedrich Merz vuole che la Germania abbia l’esercito convenzionale più forte d’Europa. Mentre si arriva a tanto, il governo federale sostiene l’obiettivo di riarmo pari al 5% del prodotto interno lordo stabilito dalla NATO e la Germania si colloca attualmente al quarto posto nel mondo per risorse destinate agli armamenti. 2 LA GERMANIA IN ASSETTO DA GUERRA Al ritorno dal vertice NATO di Ankara (il 7 e 8 luglio 2026 n.d.T.), il Cancelliere tedesco ha inoltre comunicato di aver concordato con Donald Trump che la Germania acquisterà dagli Stati Uniti missili da crociera Tomahawk americani da stazionare sul suo territorio. «In questo modo colmiamo un’importante lacuna strategica nella nostra difesa», ha spiegato Merz nella sua dichiarazione di governo. I missili da crociera possono trasportare testate del peso di 450 chilogrammi e colpire obiettivi altamente fortificati come sistemi di difesa aerea, centri di comando e basi aeree militari. Volando a un’altitudine inferiore ai 200 metri, non si lasciano individuare facilmente dai radar nemici e sarebbero in grado raggiungere in pochi minuti obiettivi in Russia, distruggendo missili nucleari russi così come altre infrastrutture nucleari.3 Il progetto di riarmo è stato concordato senza aver fatto alla Russia alcuna offerta di negoziato – come invece era avvenuto con la “doppia decisione” della NATO sotto Helmut Schmidt. E oltre tutto, anche questa misura di riarmo – proprio come lo schieramento dei missili statunitensi, ormai fallito, previsto per la fine del 2026 – è stata attuata in Germania senza un dibattito pubblico. Il Paese deve diventare pronto per la guerra, entrare nell’ottica della guerra. La società deve prepararsi, in tutti gli ambiti della vita, a una possibile guerra di difesa. Questo vale, tra l’altro, per la sanità, l’economia e l’industria, nonché per i settori della comunicazione e della logistica. Sono in programma ampi interventi edilizi per la realizzazione di bunker e il potenziamento delle linee ferroviarie e dei ponti. La difesa aerea militare dovrà essere rafforzata per garantire la protezione della società civile e delle importanti reti di approvvigionamento energetico e idrico. Le ragioni di tutto ciò sono da trovarsi nell’aggressione russa in Ucraina e nel pericolo che la Russia possa attaccare uno Stato della NATO nel prossimo futuro. Ma quest’ultimo è improbabile, se si pensa che dopo oltre quattro anni la Russia non è ancora riuscita ad occupare l’Ucraina. Un attacco ad uno Stato membro della NATO farebbe scattare il patto di alleanza e la Russia si troverebbe ad affrontare una netta superiorità militare. Anche rispetto alla sola componente europea della NATO – cioè senza gli Stati Uniti – la Russia sarebbe nettamente inferiore in termini di armi convenzionali e numero di truppe. 4 IL RISCHIO DI UNA GUERRA NUCLEARE È ALTO In tutto il mondo ci sono oltre 12.000 testate nucleari. Anziché venire smantellati, gli arsenali continuano ad essere modernizzati. Gli esperti avvertono: il rischio di una guerra nucleare non è mai stato così alto. L’Istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI) documenta nel suo rapporto del 2026 che le potenze nucleari – Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Corea del Nord e Israele – stanno modernizzando i propri arsenali. Delle testate, attualmente oltre 9.000 sono operative. Di queste, ben 2.100 sono mantenute in stato di allerta. «I pericoli legati alle armi nucleari stanno aumentando a causa dei progressi nella tecnologia bellica, del crollo del controllo degli armamenti nucleari e dell’acuirsi delle tensioni geopolitiche, oltre ad una serie di altri fattori. Allo stesso tempo gli eventi mondiali – non da ultimo lo scoppio del conflitto tra India e Pakistan, entrambi dotati di armi nucleari – mettono in discussione la logica della deterrenza nucleare», ha affermato Karim Haggag, direttore del SIPRI. 5 La strategia della deterrenza nucleare è instabile sia dal punto di vista politico che tecnico. Essa comporta continui aumenti degli armamenti per poterne mantenere l’efficacia e la credibilità. Le conseguenze di questa strategia sono vulnerabilità alle crisi, conflitto e spreco di risorse. La deterrenza nucleare presuppone che una controparte sia disposta a utilizzare armi nucleari e ad uccidere milioni di persone innocenti. L’uso di armi nucleari è un crimine di guerra. Viola il diritto internazionale umanitario. L’impegno per il controllo degli armamenti e il disarmo sarebbe più urgente che mai. Allo scopo si dovrebbero utilizzare tutti i canali possibili di dialogo a livello diplomatico così come tra i comandi militari di gestione delle emergenze, al fine di aprire una porta ai negoziati. Se si guarda all’attuale situazione mondiale di crisi sembrerebbe una cosa difficile, ma non è impossibile. Le offerte di dialogo dovrebbero mirare ad ottenere una riduzione del rischio attraverso l’abbassamento del livello massimo di allerta. IL TRATTATO SULLA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI: UN PRIMO PASSO VERSO UN MONDO LIBERO DALLE ARMI NUCLEARI? Il Trattato è entrato in vigore il 22 gennaio 2021. Ad oggi, è stato firmato da 100 Stati in tutto il mondo. Esso vieta a tutti gli Stati firmatari di sviluppare, produrre, stoccare e testare armi nucleari. È vietata anche la diffusione della tecnologia nucleare (per scopi bellici n.d.t.). Nei prossimi anni, il trattato di proibizione acquisirà sempre più importanza e spingerà altri Stati in tutto il mondo a firmarlo. Neanche l’influenza delle potenze nucleari riuscirà a fermare un tale sviluppo. Anzi, crescerà la pressione su questi Stati affinché finalmente si facciano onere degli impegni assunti nel Trattato di non proliferazione nucleare. Il pericolo, che alla fine degli anni Ottanta era stato scongiurato con un insieme di fortuna e determinazione, oggi si ripresenta. Chi lo terrà a bada questa volta? CONCLUSIONI Da questa analisi complessiva emergono le seguenti misure, che potrebbero contribuire alla distensione e alla prevenzione della guerra: * firmare e ratificare il Trattato delle Nazioni Unite sul divieto delle armi nucleari; * porre fine alla partecipazione nucleare della Germania e avviare il ritiro delle armi nucleari statunitensi da Büchel; * proporre alla Russia negoziati su un ritiro reciproco dei sistemi d’arma nucleari, in particolare da Kaliningrad; * limitare in modo permanente la spesa per la difesa a un massimo del 2 % del prodotto interno lordo; * impegnarsi nella NATO a favore di una rinuncia reciproca al ricorrere per primi all’uso delle armi nucleari. Inoltre, il governo tedesco dovrebbe rispettare senza riserve gli impegni derivanti dal Trattato «Due più Quattro» (del 1990, in cui la Germania ribadiva la sua rinuncia alla fabbricazione, alla detenzione e ai controlli sulle armi nucleari, biologiche e chimiche  n.d.T.) e dal Trattato di non proliferazione nucleare e rifiutare categoricamente qualsiasi forma di armamento nucleare tedesco. La politica di pace richiede diplomazia, prevenzione delle crisi, controllo degli armamenti e disarmo, al posto di continue nuove escalation militari. -------------------------------------------------------------------------------- Sull’autore: Rolf Bader, laureato in Scienze dell’educazione, ex ufficiale della Bundeswehr, ricercatore e membro del consiglio direttivo dell’ex Istituto di Psicologia e Ricerca sulla Pace e.V. (IPF) di Monaco di Baviera, membro della Sezione tedesca dell’IPPNW (International Physicians for the Prevention of Nuclear War n.d.T.). -------------------------------------------------------------------------------- Fonti: 1. www.bundestag.de/presse/hib/kurzmeldungen-1127150 2. www.deutschlandfunk.de/wieder-rekord-beiweltweiten-ruestungsausgaben-deutschland-auf-platz-100.html 3. https://zeitpunkt.ch/sich-mit-aller-kraft-fuer-den-frieden-einsetzen-das-friedensgebot-des-deutschen-grundgesetzes/ 4. www.youtube.com/watch/v=WtxXT4_jXYk 5. SIPRI Report 2026 on Nuclear Weapons https://www.sipri.org/media/press-release/2026/increasing-focus-nuclear-weapons-amid-heightened-escalation-risks-new-sipri-yearbook-out-now TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE Pressenza Berlin
August 21, 2026
Pressenza
Nuove sanzioni e aiuti umanitari diretti a Cuba bloccati da Washington
Washington continua nel suo assedio contro Cuba, e nella punizione collettiva che assume ormai chiaramente i contorni di un ennesimo genocidio, cioè dell’intento di distruggere il popolo cubano in quanto tale. Infatti, tre navi commerciali cariche di aiuti e beni di prima necessità sono sostanzialmente bloccate e non possono portare […] L'articolo Nuove sanzioni e aiuti umanitari diretti a Cuba bloccati da Washington su Contropiano.
July 25, 2026
Contropiano
CUBA: TRE NAVI E TRE CARICHI UMANITARI BLOCCATI DALLE SANZIONI DI TRUMP
In pochi giorni, tre navi, tre porti e tre carichi umanitari destinati a Cuba sono rimasti bloccati, trasportavano latte in polvere per neonati, ventilatori polmonari, letti ospedalieri, medicinali e milioni di dispositivi sanitari destinati agli ospedali dell’isola. Let Cuba Breathe – la campagna che da mesi denuncia le condizioni in cui sono costretti a sopravvivere 11 milioni di cubani – spiega come non si tratti di episodi isolati: questa è l’ennesima manifestazione questa è l’ennesima manifestazione dell’asfissia di Trump, un meccanismo che si fonda su l’inasprimento delle sanzioni secondarie statunitensi e che sta progressivamente paralizzando ogni canale di approvvigionamento verso Cuba. Una prima nave è rimasta in rada davanti al porto di Mariel – principale porto de L’Avana – dallo scorso 13 luglio con un carico raccolto in Europa dalla campagna Let Cuba Breathe. A bordo 200 confezioni di latte in polvere, centinaia di confezioni di alimenti, letti ospedalieri, ventilatori polmonari, apparecchi per anestesia e un monitor-defibrillatore destinati a strutture sanitarie e famiglie cubane. Lo sbarco non è mai avvenuto date le possibili ritorsioni che possono colpire la compagnia di trasporti per la scelta di attraccare sull’isola. La compagnia di navigazione ha comunicato unilateralmente che il carico della nave e quello di un’imbarcazione gemella sarebbero stati dirottati verso il porto di Veracruz, in Messico, nel tentativo di trovare una successiva soluzione logistica. Al momento, tuttavia, non esiste alcuna garanzia che le merci possano raggiungere Cuba. A Let Cuba Breathe, campagna promotrice della spedizione, sono stati inoltre comunicati costi aggiuntivi per il cambio di rotta, il carburante e le operazioni straordinarie. Nello stesso periodo un secondo container non è mai stato ritirato: secondo quanto si apprende il porto cubano risulta di fatto inutilizzabile per le operazioni di importazione, indipendentemente dalla nave o dalla rotta utilizzata. Questi episodi mostrano il funzionamento delle cosiddette sanzioni secondarie: non viene vietata direttamente la spedizione di medicinali o alimenti, ma vengono colpite le compagnie di navigazione, gli assicuratori e gli operatori finanziari che rendono possibile il trasporto verso Cuba. Il risultato è che, pur in assenza di un divieto formale sui beni umanitari, sempre più aziende rinunciano a operare con l’isola per evitare il rischio di pesanti conseguenze economiche. «Qui non stiamo parlando di un embargo commerciale in astratto. Stiamo parlando di merci che servono alla sussistenza della popolazione, ormai allo stremo. Latte per neonati, letti ospedalieri e apparecchiature mediche raccolti da cittadini europei che restano fermi in mare perché nessun vettore osa più attraccare a Cuba. Le forze internazionali non possono continuare a essere uno spettatore: serve una presa di posizione chiara, si sta chiudendo l’ultimo canale umanitario ancora esistente.» ha dichiarato Giorgia Vernetti, portavoce della campagna Let Cuba Breathe. Con l’entrata in vigore, dal 12 agosto 2026, delle nuove misure statunitensi che riguardano il principale terminal portuale cubano, la campagna teme un ulteriore irrigidimento della situazione e la sostanziale chiusura dell’ultimo corridoio logistico ancora disponibile per gli aiuti umanitari. Giorgia Vernetti, portavoce della campagna Let Cuba Breathe Ascolta o scarica 
July 23, 2026
Radio Onda d`Urto
“Cuba Resiste”: a Rimini un incontro sulla solidarietà con le missioni umanitarie a Cuba
Venerdì 10 luglio, dalle ore 18:30, la Casa del Popolo Macondo (Via Pascoli 65, Rimini) ospita “Aperitivo Politico #2 – Cuba Resiste”, serata dedicata alla solidarietà con Cuba e alle testimonianze dirette dei convogli umanitari italiani. Dibattito pubblico dalle 19:30. Interverranno Ruggero Manzotti (Segretario Generale FP CGIL Parma), che ha partecipato al convoglio umanitario europeo Nuestra América portando a Cuba medicinali e pannelli solari, e Rodolfo Dal Pane, responsabile per l’Emilia-Romagna dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba. Modera Giuseppe Romano di Rimini Ecosocialista. Al centro dell’incontro gli effetti delle sanzioni internazionali sul sistema sanitario cubano — che limitano l’accesso a ricambi medici e aggravano la crisi energetica delle strutture ospedaliere — e due progetti concreti di solidarietà: il Convoglio Europeo, per l’invio di materiale medico e alimentare, ed “Energia per la Vita”, per l’installazione di impianti fotovoltaici di emergenza negli ospedali dell’isola. L’iniziativa è organizzata da Rimini Ecosocialista, Casa del Popolo Macondo APS, CGIL Rimini e Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba. Grazie per l’attenzione Rimini EcoSocialista – Ufficio Stampa Redazione Romagna
July 10, 2026
Pressenza
Cuba non è sola: Rimini Ecosocialista lancia una raccolta di farmaci per il popolo cubano
Rimini Ecosocialista promuove una raccolta di farmaci e materiale sanitario destinata al popolo cubano, un gesto concreto di solidarietà internazionalista verso un Paese che da oltre sessant’anni resiste all’aggressione economica, politica e diplomatica dell’imperialismo. L’iniziativa si svolgerà ogni mercoledì dei mesi di giugno e luglio, dalle ore 16:00 alle 19:00, presso la Casa del Popolo Macondo, in via Pascoli 65 a Rimini, oltre che durante tutti gli eventi ospitati dalla struttura. In un mondo attraversato da guerre, sfruttamento e crescente disuguaglianza, Cuba continua a rappresentare un’esperienza politica di straordinario valore storico. Nonostante un blocco economico che dura da decenni e limita l’accesso a medicinali, tecnologie e beni essenziali, l’isola ha costruito un sistema sanitario pubblico e universale, ha investito nella ricerca scientifica e ha fatto della cooperazione internazionale uno dei pilastri della propria politica, inviando migliaia di medici nei Paesi più poveri e nelle aree colpite da emergenze umanitarie. Per Rimini Ecosocialista, sostenere Cuba significa difendere il diritto dei popoli all’autodeterminazione e schierarsi contro ogni forma di dominio imperialista. Significa riconoscere che l’esperienza della Rivoluzione cubana continua a rappresentare, pur con i suoi limiti e le sue contraddizioni, uno dei più importanti tentativi storici di costruzione di una società fondata sulla proprietà sociale, sulla pianificazione economica e sulla centralità dei bisogni collettivi anziché del profitto. In un panorama internazionale dominato dall’egemonia del capitalismo, Cuba rappresenta una delle poche esperienze statali che si definiscono socialiste ancora esistenti. Per questo la sua sopravvivenza assume un significato che va oltre i confini dell’isola: difendere Cuba significa difendere la possibilità stessa di immaginare un’alternativa al sistema fondato sullo sfruttamento del lavoro e sulla mercificazione della vita. La raccolta è aperta a tutta la cittadinanza. Saranno raccolti farmaci da banco senza obbligo di prescrizione, antinfiammatori e antidolorifici, sciroppi per la tosse, integratori, garze, cerotti e disinfettanti. I medicinali dovranno avere una validità residua di almeno sei mesi e confezioni integre. Rimini Ecosocialista invita tutte e tutti a partecipare, contribuendo secondo le proprie possibilità e diffondendo l’iniziativa. La solidarietà internazionalista non è beneficenza: è un atto politico. È la consapevolezza che la lotta contro lo sfruttamento, l’imperialismo e le disuguaglianze appartiene a tutti i popoli. Cuba non è sola. La solidarietà è la nostra forza. Grazie per l’attenzione Rimini EcoSocialista-Ufficio stampa Redazione Romagna
June 29, 2026
Pressenza