Marco Revelli / Discutere la democrazia
Marco Revelli apre il libro con una constatazione: le macerie della democrazia
sono sotto i nostri occhi. Il titolo, non ha punto interrogativo ed è una
formula che gli avversari della democrazia usano da tempo. Come ricorda la
quarta di copertina, Peter Thiel e altre personalità vicine al governo di Donald
Trump sostengono che libertà e democrazia siano incompatibili e che la
partecipazione diffusa riduca l’efficienza dei governi. La diffusione di
autocrazie nel mondo viene presentata come la prova che la democrazia è
superata. Il libro chiede se sia davvero così o se si tratti soltanto del
disegno di oligarchi e mega miliardari, e risponde distinguendo. A essere
superata non è l’idea democratica, ma la democrazia reale, che conserva il nome
senza assicurare più le funzioni che la definivano: rappresentanza,
partecipazione, trasparenza, informazione. La responsabilità, dunque, non è
dell’idea ma di chi ha svuotato quelle funzioni lasciando intatte le forme. Da
qui la tesi dichiarata del libro: solo una critica radicale della democrazia
esistente può salvarne il futuro. Difenderla senza criticarla significa lasciare
la critica agli avversari, che la fanno comunque e con altri scopi. Revelli,
professore emerito di Scienza della politica all’Università del Piemonte
Orientale, torna così su un tema che attraversa da anni i suoi libri, da Finale
di partito a Populismo 2.0, a La politica senza politica, e lo affronta con un
giudizio esplicito fin dal titolo.
Il metodo è la ricostruzione in negativo: Revelli non propone una definizione di
democrazia, ma elenca ciò che nelle democrazie attuali manca o funziona al
contrario. Il procedimento è utile per tre ragioni. La prima è che ogni voce
dell’elenco si verifica su fatti e dati, mentre una definizione ideale non si
può smentire. La seconda è che separa la forma dalla funzione: le elezioni si
svolgono regolarmente, ma non producono più ciò per cui erano state istituite.
La terza è che ogni mancanza accertata indica ciò che andrebbe ripristinato, per
cui diagnosi e rimedio nascono dallo stesso materiale e il «che fare» finale non
è un’aggiunta ma la conseguenza dell’analisi.
Le forme di degrado descritte sono sei. La democrazia “esecutoria” sostituisce
il Parlamento con l’efficienza del leader e fa della rapidità della decisione
l’unico criterio di valutazione. La democrazia “senza popolo” è quella in cui
l’astensionismo, più che apatia, diventa una “partecipazione negativa”: la
formula è precisa perché attribuisce a chi non vota una scelta, e quindi una
critica, e non una semplice assenza. La democrazia “dei pochi” è oligarchica, e
Revelli la documenta con dati, a cominciare dal fatto che il 10 per cento più
ricco della popolazione mondiale detenga l’85 per cento della ricchezza. La
democrazia “del denaro” è quella in cui il mercato regola ogni relazione e il
cittadino è appiattito al solo ruolo di consumatore. La democrazia “della
disinformazione” è prodotta da media e algoritmi: i canali sono anche troppo
numerosi, ma tutti danno sempre le stesse notizie, nello stesso ordine di
importanza, con commenti quasi identici. Infine la democrazia “delle armi e del
segreto”, il capitolo più attuale. Revelli parte da Kant: in Per la pace
perpetua (1795) la costituzione repubblicana, cioè rappresentativa, è la prima
condizione di una pace stabile, perché se la guerra richiede il consenso dei
cittadini è naturale che questi esitino a decidere un’impresa di cui
sopporterebbero tutti i costi. Dopo il 1945 la previsione kantiana sembrò
verificarsi, e alla fine del Novecento si credette illusoriamente di essere
entrati in un’epoca di pace (che in realtà coinvolgeva solo il mondo
occidentale). Oggi ogni ipocrisia è caduta: anche le democrazie si riarmano, e
l’Unione Europea, nata per bandire la guerra dopo le due che avevano devastato
il continente, ha varato il piano ReArm Europe. Il vincolo kantiano è crollato
con la rappresentanza: i cittadini non hanno che minima incidenza sulle
decisioni che li riguardano di più. La guerra, del resto, non serve davvero a
chi la combatte né agli Stati, nemmeno ai vincitori, ma solo ai gruppi economici
di potere che condizionano o governano gli Stati.
Le sei forme non sono elencate in parallelo, ma in relazione causale. La
concentrazione della ricchezza consente di controllare l’informazione;
un’informazione uniforme riduce la partecipazione; con meno partecipazione le
decisioni restano a minoranze; le minoranze chiedono efficienza esecutiva
riducendo il ruolo del Parlamento. Alla base di questa degenerazione Revelli
pone il neoliberismo degli ultimi trent’anni, che ha prodotto una “mutazione
genetica” delle società a democrazia matura: la decostruzione sistematica del
sociale e la diffusione di forme radicali di individualismo. Ne risulta anche il
senso del titolo: antiquato non è l’ideale democratico, ma l’insieme di rituali
vuoti che ne ha preso il posto e che le democrazie reali praticano senza più
assicurarne gli effetti, accontentandosi di presentarsi come la forma di governo
meno peggiore. Questo apparato può essere dichiarato superato, ma il suo
superamento non rende necessaria la sostituzione con il governo dell’uomo forte.
Rende necessario rifondare una democrazia autentica.
Va riconosciuta a Revelli una franchezza non comune. Lo studioso confessa di
avere esitato a lungo prima di pubblicare queste considerazioni, perché il
rischio di favorire i veri nemici della democrazia gli era ben presente. Gli
avversari dichiarati della democrazia partono dallo stesso giudizio sul
presente: la democrazia reale non funziona, è lenta, è inefficiente, è superata.
Un libro che documenta lo stesso fallimento offre loro dati e argomenti, e può
essere citato fuori contesto come conferma. Ciò che separa Revelli da loro non è
la diagnosi dei sintomi, ma la causa attribuita e la conclusione che ne segue.
Per i teorici dell’efficienza la democrazia fallisce perché la partecipazione è
eccessiva e va ridotta; per Revelli fallisce perché la partecipazione è stata
sottratta e va ricostruita. Pubblicare comunque è giustificato, scrive, perché
mantenere un’immagine illusoria di fronte a un mondo che va in direzione opposta
è non solo inutile, ma in qualche modo colpevole: tacere i fatti non li toglie
agli avversari, che li usano ugualmente, e toglie ai democratici la possibilità
di darne un’altra spiegazione.
Le pagine conclusive sono la parte migliore del libro, e le ragioni sono due. La
prima è che respingono la risposta più facile. Dopo i capitoli di analisi
severa, il lettore si aspetta un invito generico alla speranza. Revelli cita
invece Piero Gobetti, che nel saggio del 1924 intitolato Democrazia distingue un
costume democratico praticato in ogni aspetto dell’esistenza da una democrazia
che, per quieto vivere, accetta supinamente le proprie storture senza fare
niente di concreto per poterle correggere. Un ordinamento democratico non basta
a produrre una democrazia. Per rifarla, scrive Revelli, bisogna ripartire dalla
«pianta-uomo» prima che dall’involucro formale, dall’antropologia prima che dal
diritto pubblico, dalle pratiche di vita, dal costume e dai rapporti sociali di
produzione e riproduzione: dal demos, insomma, prima che dal kratos. La seconda
ragione è la coerenza di tutto il contesto. Se il degrado dipende dal denaro,
dall’informazione e dall’individualismo, cioè da rapporti sociali e non da
norme, la soluzione non può essere una riforma di norme. Il dibattito politico
italiano discute da decenni di assetti istituzionali e di leggi elettorali;
Revelli sostiene che il problema è precedente, ed è sociale e antropologico.
Sul “che fare” Revelli si rivolge in particolare alle giovani generazioni ed
esclude sia la violenza sia l’aspettativa di risultati immediati. Non si parte
da zero, scrive: esiste già un reticolo leggero ma diffuso di piccoli gruppi,
associazioni, volontari laici e confessionali, gruppi di quartiere e di
territorio, aggregati informali, centri sociali (la parola, scherza, è proibita,
ma la scrive comunque), strutture di mutuo aiuto, flottiglie. Ciascuno di questi
soggetti ha sviluppato un sapere «ricostruttivo», ma resta separato dagli altri.
Il compito è farli lavorare insieme e sperimentare forme e stili di vita non
mediati dalla «forma merce». Il collegamento con l’analisi è diretto: la
democrazia del denaro, descritta in negativo nei capitoli precedenti, diventa il
terreno su cui intervenire. Se il mercato regola tutte le relazioni, la
ricostruzione parte dalle relazioni che il mercato non regola. È una proposta
modesta, ed è la sua forza: Revelli non indica un soggetto politico da
costruire, ma riconosce quelli che già esistono. Resta da chiarire come queste
esperienze possano incidere sulle decisioni pubbliche, e a questa domanda un
libro di 168 pagine non può certo rispondere del tutto.
Revelli non promette una soluzione e non nasconde il limite della sua proposta.
Stabilisce però due punti che il dibattito corrente evita: la democrazia attuale
va giudicata sulle funzioni che svolge e non sulle forme che conserva, e la sua
ricostruzione non comincia dalle istituzioni ma dai rapporti sociali. Chi vuole
discutere oggi di democrazia deve partire da qui.
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