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Diritti, responsabilità e autodeterminazione del popolo palestinese
Il 18 gennaio 2026, presso il Circolo ARCI di Porta al Prato a Firenze, si è tenuto l’incontro pubblico “Quale spazio per la solidarietà a Gaza?”, promosso da Ribelli in Cor e sostenuto da EducAid, ha offerto un momento di riflessione profonda sulla situazione nella Striscia di Gaza, sul ruolo della comunità internazionale e sui limiti – ma anche sulle possibilità – della solidarietà occidentale. A moderare il dibattito Ilaria Masieri, cooperante internazionale, che ha posto fin dall’inizio una domanda centrale: se e quanto le forme di solidarietà espresse dall’Occidente riescano davvero a rappresentare il popolo palestinese nella sua rivendicazione di autodeterminazione e libertà dall’oppressione: sopravvivere a Gaza dopo il “cessate il fuoco”. Yousef Hamdouna, palestinese di Gaza e Middle East Program Manager di EducAid, ha restituito un quadro netto e drammatico della situazione nella Striscia, a oltre cento giorni dal cosiddetto cessate il fuoco. Secondo Hamdouna, nulla di sostanziale è cambiato: “si bombarda di meno e se ne parla di meno”, ma la vita quotidiana resta segnata da macerie, sfollamento forzato e una densità abitativa insostenibile, con decine di migliaia di persone concentrate in pochi chilometri quadrati. L’ingresso degli aiuti umanitari continua a essere fortemente limitato. Meno di un terzo di quanto previsto dagli accordi entra effettivamente a Gaza, mentre cibo e beni essenziali vengono fatti passare prevalentemente attraverso canali commerciali controllati da Israele, con costi proibitivi per la popolazione. In questo contesto, ha sottolineato Hamdouna, la risposta umanitaria strutturata di fatto non esiste. Nonostante gli ostacoli crescenti – permessi negati, espulsioni di ONG, blocco dei finanziamenti istituzionali, compresi quelli del governo italiano – le organizzazioni continuano a operare grazie al sostegno diretto della società civile. Centrale, in questo lavoro, è il ruolo del personale palestinese: le organizzazioni internazionali possono funzionare sulla base del lavoro degli operatori palestinesi”, capaci di trovare soluzioni anche nelle condizioni più estreme. Educazione, resilienza e autodeterminazione Uno dei nodi più forti emersi riguarda l’educazione. Dopo la distruzione sistematica di scuole e università – definita da molti come “scolasticidio” – la maggioranza dei bambini di Gaza non frequenta alcuna forma di istruzione da oltre due anni. Hamdouna ha spiegato che oggi prevalgono interventi cosiddetti soft: educazione non formale e supporto psicosociale, fondamentali in una popolazione composta in larga parte da minori. Questi spazi educativi non nascono da direttive esterne, ma da iniziative comunitarie spontanee: genitori e insegnanti sfollati che organizzano attività sotto tende o strutture di fortuna. Qui, ha spiegato Hamdouna, l’educazione va oltre l’apprendimento: offre ai bambini la possibilità di esercitare, nel quotidiano, una prima forma di autodeterminazione, scegliendo un gioco, un colore, un’attività. Un gesto minimo, ma radicale, in un contesto in cui ogni aspetto della vita è controllato dall’occupazione. Tuttavia, decine di migliaia di bambini restano esclusi anche da queste esperienze. La resilienza della società palestinese, ha chiarito Hamdouna, non va idealizzata: è una necessità imposta dalla sopravvivenza, non una virtù romantica. Il silenzio mediatico e la responsabilità internazionale Secondo Hamdouna, ciò di cui meno si parla è la responsabilità diretta della comunità internazionale. Non solo delle vittime, ma di chi, pur avendo strumenti giuridici e politici, non li ha utilizzati. Ha denunciato una diffusa empatia selettiva e una rimozione sistematica delle sofferenze quotidiane: bambini che muoiono di freddo, persone che continuano a morire sotto le macerie, tra notizie sempre più marginalizzate. La delusione verso la comunità internazionale è profonda. Molti palestinesi, formati proprio dall’Europa ai valori dei diritti umani, vedono oggi quegli stessi principi traditi. Eppure, ha concluso Hamdouna, la speranza di liberazione non scompare, e il ruolo delle donne – protagoniste nei campi, nell’educazione e nella trasmissione di una visione futura – resta centrale. Il diritto internazionale sotto attacco Il contributo di Micaela Frulli, professoressa di Diritto Internazionale all’Università di Firenze, ha inquadrato il conflitto nel contesto dei meccanismi di giustizia internazionale. Frulli ha respinto l’idea che “il diritto non funzioni”: il problema non è il diritto in sé, ma la mancanza di volontà politica e la pressione insufficiente dell’opinione pubblica. Da decenni, ha osservato, la questione palestinese viene sistematicamente sottratta al linguaggio del diritto internazionale e ricondotta a quello dell’emergenza, della sicurezza o del terrorismo. Rimettere il diritto al centro è invece essenziale per contrastare i doppi standard e l’arbitrio dei più forti. Frulli ha illustrato il ruolo della Corte Penale Internazionale, che indaga sulle responsabilità individuali e ha emesso mandati di arresto contro leader israeliani e di Hamas, scatenando una durissima campagna di delegittimazione e sanzioni. Proprio questa reazione, ha sottolineato, dimostra quanto il diritto faccia paura. Ancora più decisivo, però, è il ruolo della Corte Internazionale di Giustizia. Nel caso Sudafrica contro Israele, la Corte ha riconosciuto l’esistenza di un rischio plausibile di genocidio, attivando l’obbligo di prevenzione per tutti gli Stati, compresa l’Italia (vedi articolo a riguardo). Un obbligo che implica misure concrete – diplomatiche ed economiche – finora largamente disattese. Di particolare rilievo è anche il parere del luglio 2024, con cui la Corte ha dichiarato illegale l’occupazione dei territori palestinesi, configurandola come annessione di fatto e negazione del diritto all’autodeterminazione. La conclusione è netta: l’occupazione deve finire, senza condizioni preliminari. Gaza e il futuro dell’ordine internazionale Il confronto con il cosiddetto piano Trump evidenzia uno scarto radicale: da un lato il diritto internazionale, dall’altro un cambio di paradigma che subordina i diritti a logiche politiche e di potere. Per Frulli, la questione palestinese è oggi il banco di prova dell’intero ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Difendere il diritto, anche quando appare impotente, non è solo una questione di solidarietà con la Palestina, ma una scelta che riguarda il futuro di tutte e tutti.   Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna Yousef Hamdouna Ilaria Masieri Micaela Frulli Ilaria Masieri Yousef Hamdouna Micaela Frulli Micaela Frulli Ilaria Masieri Foto Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
Oggi comincia il processo per genocidio della popolazione rohingya
I Rohingya rappresentano più di un milione di persone, e sono un gruppo etnico musulmano originario soprattutto dello stato di Rakhine, sulla costa occidentale del Myanmar (nome cambiato nel 1989 prima si chiamava Birmania), che invece è prevalentemente buddista. Nel 1948, la Birmania ottenne l’indipendenza, ma, nel 1962, un colpo di stato rovesciò il governo birmano. Durante il governo della giunta militare, al potere per quasi mezzo secolo dal 1962, i Rohingya sono stati duramente discriminati, a causa del forte nazionalismo delle autorità, che li definivano individui alieni al Myanmar, “sgradevoli come orchi”. Inoltre la legge sulla cittadinanza del 1982, non incluse i Rohingya tra i più di 130 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti nel Paese, rendendoli di fatto immigrati illegali. In mancanza dello status di cittadini, i Rohingya sono vulnerabili e soggetti a discriminazioni.  “Essere un Rohingya in Birmania non è semplice. Bisogna ottenere un permesso speciale per sposarsi e viaggiare – anche per cercare lavoro o commerciare, recarsi dal medico o partecipare a un funerale – e in alcune zone le famiglie non possono avere più di due figli. Molti Rohingya sono costretti al lavoro forzato, affrontano arresti arbitrari, confische di beni, tassazione discriminante, violenza fisica e psicologica. Ai giovani Rohingya, inoltre, non è garantito il diritto all’istruzione”. Persino i monaci buddisti partecipano a questa segregazione, infatti alcuni reputano i Rohingya come una minaccia inquinante per la purezza religiosa buddista, quindi non permettono i matrimoni misti e boicottano i loro negozi, raggiungendo un preoccupante livello d’incitamento all’odio. Portavoce di questa campagna è il Movimento 969, il cui inno ufficiale contiene frasi come “vivono sulla nostra terra, bevono la nostra acqua e non portano rispetto”, guidato dal monaco buddista Ashin Wirathu, che ha già scontato 8 anni di carcere per incitamento all’odio ed è stato rilasciato grazie a un’amnistia. Parlando dei musulmani, Wirathu ha più volte affermato che “Si può essere pieni di gentilezza e amore, ma non si può dormire accanto a un cane rabbioso”. La situazione cominciò a degenerare già nel 2012, quando, dopo lo stupro e l’uccisione di una giovane donna buddista, ci furono scontri che portarono a morti e dispersi, oltre che al saccheggio e alla distruzione di interi villaggi. Nel 2017, in seguito di attacchi armati a check point dell’esercito birmano nel Rakhine da parte del Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), i militari hanno intrapreso una sistematica operazione repressiva contro i Rohingya. Nel corso di queste azioni furono incendiati interi villaggi, decine di migliaia di persone vennero uccise e decine di migliaia di donne furono stuprate. A partire dall’agosto 2017, oltre 730.000 civili sono stati costretti a scappare in Bangladesh, stabilendosi nei campi profughi alla frontiera, dove la quasi totalità vive ancora oggi in condizioni disastrose e senza cittadinanza riconosciuta da parte del Bangladesh. Nel 2018, le Nazioni Unite hanno definito quanto verificatosi contro i Rohingya un vero e proprio episodio di pulizia etnica, mentre secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani esiste un rischio concreto di genocidio, come appare dall’evidente intenzione delle forze di sicurezza birmane di distruggere, in tutto o in parte, questo gruppo etnico. In questa situazione, Aung San Suu kyi, Premio Nobel per la Pace nel 1991, dal 2016 Consigliera di Stato e alla guida del Ministero degli Esteri del Myanmar, ha sempre avuto una posizione ambigua, e, a tal proposito, la missione indipendente, istituita dalle Nazioni Unite nel marzo 2017, ha dichiarato come Aung San Suu kyi “non ha usato la sua posizione di capo di fatto del governo, né la sua autorità morale, per contrastare o impedire lo svolgersi degli eventi nello stato di Rakhine”. Chiaramente tutto ciò a minato la stima internazionale verso la Premio Nobel, tanto che, nel 2018, Amnesty International gli revocò il premio “Ambasciatore della coscienza” che gli aveva conferito nel 2009. Nel dicembre 2019, Aung San Suu kyi è stata convocata dalla Corte di Giustizia dell’Aja a rispondere delle accuse, rivolte al governo birmano, di genocidio contro i Rohingya. Tali accuse erano state portate all’attenzione della Corte dallo Stato del Gambia, che ha sostenuto in questo caso che esistesse una violazione della Convenzione sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio e che le storie dei Rohingya gli avevano ricordato quanto accaduto in Ruanda. Nel caso dei rohingya però Suu Kyi è accusata di aver permesso la loro persecuzione da parte dell’esercito. Davanti alla Corte, Suu Kyi difese quella campagna sostenendo che fosse una risposta lecita all’insorgenza dei gruppi armati, e definì le accuse di genocidio «un quadro incompleto e fuorviante della situazione nel Rakhine». Nel gennaio 2020, la Corte ordinò al Myanmar di proteggere i Rohingya da un genocidio, definendoli “gruppo protetto dalla Convenzione”, tuttavia il 1°febbraio in Myanmar ci fu un colpo di stato, che portò al potere una giunta militare che sta combattendo una sanguinosa guerra civile contro vari gruppi armati dissidenti. Quest’oggi, 12 gennaio 2026, presso la Corte internazionale di giustizia (ICI), il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, sono iniziate le udienze del processo che dovrà stabilire se il Myanmar ha compiuto un genocidio nei confronti della popolazione rohingya. L’accusa di genocidio dell’ICI fa seguito a una richiesta presentata dal Gambia nel 2019, con il sostegno dell’Organizzazione per la cooperazione islamica. Nella prima settimana di udienze, il Gambia, illustrerà le sue argomentazioni dal 12 al 15 gennaio. Undici Stati hanno depositato dichiarazioni di intervento: Canada, Paesi Bassi, Regno Unito, Maldive, Slovenia Danimarca, Francia, Germania, Repubblica Democratica del Congo, Belgio e Irlanda. Il Myanmar, che nega di aver compiuto un genocidio, potrà quindi presentare il suo caso davanti alla corte dal 16 al 20 gennaio. La Corte Internazionale di Giustizia ha anche assegnato tre giorni per l’audizione dei testimoni. Queste udienze però saranno chiuse al pubblico e ai media.  Si tratta di un processo storico, perché per la prima volta i giudici si pronunceranno nel merito di una controversia per genocidio intentata da uno stato non leso (il Gambia) contro un altro, in difesa dei diritti di una popolazione. Il capo della Commissione d’indagine dell’ONU sul Myanmar, Nicholas Koumjian, a Reuters ha detto che «è probabile che il caso stabilisca un importante precedente su come il genocidio viene definito e su come possa essere dimostrato». Si tratta di un processo che potrebbe durare anni. Molti esperti concordano inoltre sul fatto che potrebbe avere delle conseguenze che vanno oltre gli eventi che si propone di accertare, influenzando quindi anche l’esito di altri processi internazionali con caratteristiche simili. Fonti https://www.ilpost.it/2026/01/12/processo-genocidio-myanmar-icc/?utm_medium=social&utm_source=telegram&utm_campaign=lancio; https://it.gariwo.net/educazione/approfondimenti/genocidio-rohingya-22891.html; https://www.notiziegeopolitiche.net/myanmar-la-corte-di-giustizia-accusera-le-autorita-di-aver-commesso-genocidio-contro-la-comunita-rohingya/   Andrea Vitello
L’esercito israeliano ha attaccato la Flottiglia in acque internazionali a 120 miglia nautiche (220 km) da Gaza
La Freedom Flotilla Coalition (FFC) e Thousand Madleens to Gaza (TMTG) confermano che le imbarcazioni in viaggio verso Gaza sono state intercettate e illegalmente attaccate dall’esercito israeliano alle 04:34, a 120 miglia nautiche (220 km) da Gaza, in acque internazionali. Gli equipaggi disarmati, composti principalmente da medici, giornalisti e rappresentanti parlamentari, sono stati rapiti, sottoposti a sequestro di persona, insieme a 18 tonnellate di aiuti umanitari presenti sulla Conscience, tra cui medicinali, apparecchiature respiratorie e forniture alimentari destinate agli ospedali di Gaza, ormai allo stremo. “Israele non ha alcuna autorità legale per detenere volontari internazionali a bordo di queste navi”, ha dichiarato David Heap, membro della Canadian Boat to Gaza e del Comitato di Coordinamento della Freedom Flotilla Coalition. “Questo sequestro viola apertamente il diritto internazionale e sfida le ordinanze vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia, che impongono un accesso umanitario senza ostacoli a Gaza. I nostri volontari non sono soggetti alla giurisdizione israeliana e non possono essere criminalizzati per aver consegnato aiuti o contestato un blocco illegale. La loro detenzione è arbitraria, illegittima e deve terminare immediatamente.” Questo nuovo attacco segue il sequestro illegale e la detenzione arbitraria delle persone a bordo delle navi della Global Sumud Flotilla, e le precedenti Handala e Madleen, oltre all’attacco con droni israeliani contro la nave Conscience, avvenuto all’inizio dell’anno nelle acque europee, che aveva lasciato l’imbarcazione in fiamme e fuori uso. Questi attacchi ripetuti contro civili disarmati dimostrano la volontà deliberata di Israele di intensificare la violenza e la totale incapacità dei governi di far rispettare il diritto internazionale. Israele continua ad agire nell’impunità più assoluta, violando le ordinanze vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia che impongono il libero passaggio degli aiuti umanitari verso Gaza, ignorando le leggi internazionali che tutelano la navigazione civile e disprezzando le richieste di milioni di persone nel mondo che invocano la fine dell’assedio illegale e del genocidio in corso. La Freedom Flotilla Coalition e Thousand Madleens to Gaza chiedono: La fine immediata del blocco illegale e mortale imposto alla Striscia di Gaza; La fine del genocidio israeliano contro la popolazione di Gaza; Il rilascio immediato di tutti i volontari rapiti; La consegna diretta e immediata degli aiuti umanitari ai palestinesi; La piena responsabilità e condanna per gli attacchi militari contro le imbarcazioni della flottiglia. Redazione Italia
Guerra e diritto – di Gianni Giovannelli
Questo articolo di Gianni Giovannelli introduce una delle tematiche che Effimera svilupperà in un seminario che si terrà a Milano, al Centro Sociale Cantiere, il 15 novembre 2025 a partire dalle 10 sino alle 19. Il titolo che abbiamo dato all'incontro è ANNI DI GUERRA | Menzogne, verità, scintille, e si articolerà su tre [...]
Le azioni di Israele possono essere interpretate solo come l’attuazione dell’intenzione dichiarata di rendere la Striscia di Gaza inabitabile per la popolazione palestinese. Credo che l’obiettivo fosse – ed è ancora – costringere la popolazione ad abbandonare completamente la Striscia o, considerando che non ha un posto dove andare, di debilitare l’enclave attraverso bombardamenti e gravi privazioni di viveri, acqua potabile, servizi igienici e assistenza medica, in modo da rendere impossibile ai palestinesi di Gaza mantenere o ricostituire la loro esistenza come gruppo. Omer Bartov, The New York Times, Stati Uniti 25.7.2025 La mia conclusione inevitabile è che Israele sta commettendo un genocidio contro il popolo palestinese. Sono cresciuto in una famiglia sionista, ho vissuto la prima metà della mia vita in Israele, ho prestato servizio nell’esercito israeliano come soldato e ufficiale e ho trascorso gran parte della mia carriera studiando e scrivendo sui crimini di guerra e sull’Olocausto, quindi è stata per me una conclusione dolorosa da raggiungere, a cui ho resistito il più a lungo possibile. Ma ho tenuto corsi sul genocidio per un quarto di secolo. So riconoscere un genocidio quando lo vedo. Questa non è solo la mia conclusione. Un numero crescente di esperti in studi sul genocidio e diritto internazionale ritiene che le azioni di Israele a Gaza si possano definire solo come genocidio. Lo sostengono Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la Cisgiordania e Gaza, e Amnesty international. Il Sudafrica ha presentato una denuncia per genocidio contro Israele alla Corte internazionale di giustizia. Il continuo rifiuto di questa definizione da parte di stati, organizzazioni internazionali, giuristi e accademici causerà un danno incalcolabile non solo alla popolazione di Gaza e di Israele, ma anche al sistema di diritto internazionale costruito sulla scia degli orrori dell’Olocausto, concepito per impedire che queste atrocità si ripetano. È una minaccia alle fondamenta stesse dell’ordine morale su cui tutti facciamo affidamento. Il crimine di genocidio è stato definito nel 1948 dalle Nazioni Unite come “l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale”. Nel determinare cosa costituisce un genocidio, quindi, dobbiamo sia individuare l’intenzione sia mostrare che viene messa in atto. Nel caso di Israele, questa intenzione è stata espressa pubblicamente da numerosi leader e funzionari pubblici. Ma l’intenzione può anche essere dedotta dal metodo delle operazioni sul campo, e questo metodo è diventato chiaro nel maggio 2024 – e poi sempre dei più – con la distruzione sistematica della Striscia di Gaza per mano delle forze armate israeliane.   Peacelink Telematica per la Pace
Genocidio dei palestinesi: intervengono gli stati schierati con il Gruppo dell’Aja
LE DELEGAZIONI MINISTERIALI DI UNA 30INA DI NAZIONI RADUNATE A BOGOTÀ NELLE GIORNATE DEL 15 E DEL 16 LUGLIO PIANIFICANO LE AZIONI CON CUI ESIGERE IL RISPETTO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE. All’iniziativa, promossa dal Gruppo dell’Aja che aggrega Bolivia, Colombia, Cuba, Honduras, Malesya, Namibia, Senegal e Sud Africa, hanno aderito una 30ina di stati: Algeria, Botswana, Brasile, Cile, Iraq, Irlanda, Libano, Norvegia, Oman, Portogallo, Slovenia, Spagna,… tra cui il Qatar, che con l’Egitto è impegnato anche come mediatore delle trattative per la tregua a Gaza. Nella convocazione è precisato che la riunione è stata indetta “in risposta alle continue e crescenti violazioni del diritto internazionale da parte di Israele nei territori palestinesi occupati, tra cui il crimine di genocidio”, che la discussione focalizzerà sugli > obblighi giuridici degli Stati, come definiti dal parere consultivo della > Corte internazionale di giustizia (CIG) del luglio 2024, di impedire tutte le > azioni “che contribuiscono al mantenimento della situazione illegale creata da > Israele nei Territori palestinesi occupati” e di sostenere la piena > realizzazione del diritto inalienabile del popolo palestinese > all’autodeterminazione e che verranno deliberate “misure concrete per far rispettare il diritto internazionale” e una serie di azioni con la cui realizzazione ogni stato contribuirà, singolarmente e coalizzato con gli altri, a “porre fine al genocidio e garantire giustizia e responsabilità”. Al meeting partecipano * il Commissario generale dell’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East – Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi), Philippe Lazzarini, che l’11 luglio ha denunciato “800 persone affamate uccise, colpite da colpi d’arma da fuoco mentre cercavano di procurarsi il poco cibo a Gaza” e che “Le accuse secondo cui gli aiuti sarebbero stati dirottati verso Hamas non sono mai state sollevate durante gli incontri ufficiali, non sono mai state provate né comprovate. Un sistema funzionante [per portare soccorsi ai palestinesi assediati monitorato e realizzato dall’ONU – NdR] è stato sostituito da una truffa mortale per costringere le persone a sfollare e aggravare la punizione collettiva dei palestinesi di Gaza”; * la Relatrice Speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, che il 3 luglio scorso all’incontro sulla “Situazione dei diritti umani in Palestina e negli altri territori arabi occupati” svolto nel programma della 59ª Sessione del Consiglio per i Diritti Umani ha presentato il rapporto “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”. UNA COALIZIONE DI NAZIONI SCHIERATE CONTRO LE INGIUSTIZIE Il Gruppo dell’Aja è un blocco globale di stati impegnati in “misure legali e diplomatiche coordinate” per sostenere il diritto internazionale e la solidarietà con il popolo palestinese – https://thehaguegroup.org/home/ Lo schieramento aggrega le nazioni che il 31 gennaio 2025 nella città in cui hanno sede la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale si sono aggregate per, ciascuna singolarmente e insieme congiuntamente, 1. Rispettare la risoluzione A/RES/Es-10/24 delle Nazioni Unite e, nel caso degli Stati Parte, sostenere le richieste della Corte penale internazionale e ottemperare ai nostri obblighi ai sensi dello Statuto di Roma, compresi i mandati emessi il 21 novembre 2024; e attuare le misure provvisorie della Corte internazionale di giustizia, emesse il 26 gennaio, il 28 marzo e il 24 maggio 2024. 2. Impedire la fornitura o il trasferimento di armi, munizioni e materiale correlato a Israele, in tutti i casi in cui vi sia un chiaro rischio che tali armi e articoli correlati possano essere utilizzati per commettere o facilitare violazioni del diritto umanitario, del diritto internazionale dei diritti umani e del divieto di genocidio, in conformità con i nostri obblighi internazionali e con il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 19 luglio 2024 e con la risoluzione A/RES/Es-10/24 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. 3. In ogni porto sotto la nostra giurisdizione territoriale impedire l’attracco di imbarcazioni quando sia accertato e in tutti i casi in cui vi sia un chiaro rischio che siano utilizzate per trasportare in Israele carburante e armi militari che potrebbero essere utilizzate per commettere o facilitare violazioni del diritto umanitario, del diritto internazionale dei diritti umani e delle sanzioni contro il genocidio in Palestina, in conformità con l’obbligo giuridico inderogabile degli Stati di cooperare per prevenire il genocidio e altre violazioni di norme imperative con tutti i mezzi legali a loro disposizione. Inizialmente vi faceva parte anche il Belize, un paese dell’America centro-settentrionale indipendente dal 1981, una ex colonia dell’impero britannico e ora uno dei quindici reami del Commonwealth di cui è sovrano il re del Regno Unito. Per compiacere gli USA, il Belize si è distaccato dalla coalizione schierata in difesa del popolo palestinese e del diritto internazionale. Lo riferisce la redazione dell’emittente radiofonica francese RFI annotando che tra gli 8 stati attualmente membri del Gruppo dell’Aja spiccano alcuni che hanno già intrapreso azioni per contrastare le atrocità commesse da Israele a Gaza dall’ottobre 2023 in poi: > il Sudafrica ha deferito la questione alla Corte Internazionale di Giustizia > per presunta violazione della Convenzione sul Genocidio del 1948, a cui si > sono uniti altri Stati; navi cariche di armi dirette verso lo Stato ebraico > sono state bloccate da Namibia e Malesia. > > Nel maggio 2024, la Colombia ha interrotto le relazioni diplomatiche con Tel > Aviv. Una decisione presa “a causa del governo, del presidente genocida”, > dichiarò il presidente Gustavo Petro, che ha proclamato: «Non possiamo > accettare il ritorno di epoche di genocidio, dello sterminio di un intero > popolo sotto i nostri occhi, sotto la nostra passività. Se la Palestina muore, > muore l’umanità. Non lasceremo morire la Palestina, così come non lasceremo > morire l’umanità». «L’alternativa con cui ci dobbiamo confrontare è netta e > implacabile – ha affermato il presidente colombiano in un’intervista a The > Guardian – O difendiamo con fermezza i principi giuridici che mirano a > prevenire guerre e conflitti, o assistiamo impotenti al crollo del sistema > internazionale sotto il peso di una politica di potere incontrollata» > [Striscia di Gaza: oltre trenta Paesi riuniti a Bogotà per misure concrete > contro Israele / RFI – 13/07/2025]. Al Gruppo dell’Aja inoltre fanno parte Bolivia, Cuba, Honduras e Senegal e il Brasile, nel 2025 il ‘capo-fila’ dei paesi uniti nel BRICS che il 7 luglio scorso a Rio del Janeiro hanno condannato l’uso della fame come arma di guerra e la militarizzazione dell’assistenza umanitaria.   INTANTO, IN EUROPA E NEL MONDO… Contemporaneamente all’incontro svolto a Bogotà, a Bruxelles il Consiglio dei ministri degli esteri dell’Unione Europea riunito il 15 luglio discuteva “degli ultimi sviluppi in Medio Oriente, concentrandosi su Gaza, Israele e Iran”. Tra gli argomenti all’ordine del giorno c’era anche il “sostegno finanziario umanitario totale fornito come Team Europa al territorio palestinese occupato”, un contributo che nel periodo 2023-2024 è ammontato a oltre 1,56 miliardi di euro, di cui più di 1,35 miliardi dal 7 ottobre 2023. Forse i ministri europei hanno affrontato anche la questione dell’accordo di associazione con Israele e dei trasferimenti d’armi tra gli stati dell’unione e la nazione che all’interno dei propri confini assedia la popolazione di Gaza dall’ottobre 2023 e infierisce sui palestinesi in Cisgiordania e altri territori e, oltre che l’Iran nel giugno scorso, in questi giorni ha bersagliato anche il Libano e la Siria [Attacchi con droni e operazioni di terra, Libano senza pace / IL MANIFESTO – 10/7/2025 e Netanyahu, ordinato a Idf raid in Siria a difesa dei drusi / ANSA – 15/7/2025]. Successivamente, il 28 e 29 luglio prossimi, alla sede delle Nazioni Unite nel Palazzo di Vetro di New York si svolgerà la conferenza internazionale speciale indetta dall’ONU che, come spiega il presidente dell’Assemblea Generale, Philémon Yang, nel maggio scorso è stata indetta d’urgenza per deliberare in merito all’applicazione della soluzione detta ‘dei 2 stati’. Procrastinata a causa della guerra di Israele e USA contro l’Iran, questa conferenza affronterà la questione del conflitto arabo-palestinese riconoscendo il diritto del popolo palestinese alla propria indipendenza e potrebbe concludersi imponendo allo stato israeliano di ritirarsi dalla Striscia di Gaza e dai territori che i coloni israeliani hanno sottratto ai residenti palestinesi.   Maddalena Brunasti
Palestina, Hamas: “Dopo il rapporto Haaretz, subito inchiesta ONU sull’uccisione dei civili gazawi affamati”. Emergono complicità della Gaza Humanitarian Foundation
Il Movimento di Resistenza Islamica Hamas ha chiesto alle Nazioni Unite di formare una commissione internazionale per indagare sul crimine dell’attacco contro i civili palestinesi in attesa di aiuti nella Striscia di Gaza, in cui sono stati uccisi 570 gazawi, dopo che un rapporto del quotidiano israeliano Haaretz ha rivelato prove del fatto che sono stati deliberatamente presi di mira dalle forze di occupazione. Per quasi tre mesi, da marzo a giugno 2025, Israele ha bloccato completamente l’ingresso di aiuti e beni a Gaza, aggravando la già drammatica crisi alimentare che colpisce i due milioni di abitanti della Striscia. A fine maggio è iniziata la distribuzione limitata di pacchi alimentari -in quattro luoghi selezionati – dalla controversa Gaza Humanitarian Fund (GHF), un’organizzazione sostenuta da Israele e dagli Stati Uniti. Un’apertura non derivante da preoccupazioni riguardo alla situazione umanitaria, ma da ragionamenti di tipo strategico e reputazionale. Come ha esplicitamente sostenuto Benjamin Netanyahu: “Per completare la vittoria, non dobbiamo arrivare a una situazione di carestia, né dal punto di vista pratico, né da quello diplomatico. Nessuno ci sosterrebbe”.  Prima dell’ultima interruzione degli aiuti, arrivata giovedì 26 giugno, i centri restavano aperti solo un’ora al giorno, secondo quanto riferito da Haaretz. Nonostante ciò, ogni giorno i militari israeliani hanno sparato sulla folla. Secondo i dati riportati, sono stati uccisi almeno 550 palestinesi in attesa di ricevere aiuti. I feriti sarebbero più di 4 mila. Esperti delle Nazioni Unite hanno più volte accusato l’esercito israeliano di usare la fame come arma di guerra. L’Unicef ha segnalato un incremento allarmante dei casi di malnutrizione infantile: solo nel mese di maggio, 5.119 bambini tra i sei mesi e i cinque anni sono stati ricoverati per malnutrizione acuta.   Hamas ha affermato – in un comunicato diffuso venerdì 27 giugno – che il rapporto del quotidiano Haaretz, che include “testimonianze di ufficiali e soldati dell’esercito criminale sionista riguardo al ricevimento di ordini diretti dai vertici per aprire il fuoco sui palestinesi vicino ai centri di distribuzione degli aiuti a Gaza, rappresenta una nuova conferma del vero ruolo di questo meccanismo criminale come strumento di sterminio e uccisione di civili disarmati dopo averli affamati e torturati”. Il movimento ha sottolineato che “ciò che sta accadendo – l’uccisione sistematica di civili affamati nella Striscia di Gaza – è un crimine evidente e una nuova prova della brutalità dell’occupazione e dei suoi leader fascisti, guidati dal criminale di guerra Benjamin Netanyahu, ricercato dalla Corte penale internazionale”. Hamas ha chiesto alle Nazioni Unite di istituire una commissione internazionale per indagare su questo crimine “al fine di portare i responsabili davanti alla giustizia internazionale, poiché questo meccanismo ha portato all’uccisione di circa 570 martiri e a quasi 4.000 feriti, con il pretesto della distribuzione degli aiuti”. Il movimento ha inoltre invitato a riprendere la distribuzione degli aiuti tramite l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA) e tutte le organizzazioni umanitarie internazionali specializzate, “per porre fine all’oppressione e all’ingiustizia subiti dal nostro popolo palestinese nella Striscia di Gaza a causa dell’occupazione e della politica della fame perseguita”.   Stando a quanto sostenuto dal rapporto quotidiano Haaretz – venerdì 27 giugno –  ufficiali e soldati israeliani hanno confermato di aver ricevuto ordini, diretti da comandanti dell’esercito israeliano, di sparare sui palestinesi vicino ai centri di distribuzione degli aiuti per allontanare i palestinesi stessi da questi centri, nonostante non fossero armati né rappresentassero alcuna minaccia. Uno dei soldati ha dichiarato che l’esercito non utilizza metodi convenzionali per disperdere coloro che attendono gli aiuti a Gaza, ma impiega ogni tipo di arma pesante. Un altro ha descritto l’attacco ai civili vicino ai centri di distribuzione come “l’ideologia dei comandanti sul campo”. La Rete delle ONG palestinesi aveva messo in guardia, giovedì 26 giugno, dal fatto che Israele cerca di consolidare il caos e la violenza nella Striscia, attraverso il controllo sulla distribuzione di aiuti scarsi, nel contesto di un genocidio in corso. La Gaza Humanitarian Foundation è un progetto israelo-americano condannato dalle Nazioni Unite e da numerose organizzazioni internazionali per essere uno strumento di militarizzazione degli aiuti, sfollamento della popolazione e umiliazione dei civili. Ad oggi, 15 organizzazioni per i diritti umani e legali hanno scritto una lettera in cui si accusa la Gaza Humanitarian Foundation di potenziale complicità in gravi violazioni del diritto internazionale. La distribuzione privatizzata e militarizzata, si legge, è “disumanizzante, frequentemente letale e contribuisce allo sfollamento forzato delle stesse persone che dovrebbe aiutare”. La fame come strumento di guerra e la deumanizzazione costituiscono due dei principali elementi che hanno spinto la Corte Internazionale di Giustizia a chiedere già a gennaio del 2024 che Israele adottasse misure immediate per prevenire il genocidio dei palestinesi di Gaza. I “campi di morte” della Ghf sono una sintesi perfetta di queste due atrocità: civili affamati e attirati vicino ai centri per poi essere uccisi come topi in trappola.   Ulteriori informazioni: https://lespresso.it/c/mondo/2025/5/14/carestia-gaza-bambini-fame-oms/54290 https://lespresso.it/c/mondo/2025/6/27/esercito-israeliano-ammissione-sparare-uccidere-palestinesi-attesa-aiuti/55237 https://lespresso.it/c/mondo/2025/6/25/israele-stop-aiuti-gaza-netanyahu-corruzione-difesa-trump/55199 https://www.ilpost.it/2025/06/27/inchiesta-haaretz-stragi-ghf/ https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/27/soldati-israeliani-sparare-palestinesi-cibo-gaza-notizie/8041775/ https://contropiano.org/news/internazionale-news/2025/06/30/lordine-e-di-sparare-sugli-affamati-il-genocidio-confermato-dai-militari-israeliani-0184599 https://www.rsi.ch/info/mondo/Gaza-spari-ai-siti-degli-aiuti-aperta-un%E2%80%99indagine-per-sospetti-crimini-di-guerra–2936808.html https://trt.global/italiano/article/90a7c1670be0 > Haaretz: militari IDF hanno sparato deliberatamente su civili palestinesi che > si radunavano presso i centri di distribuzione alimentare a Gaza (Jalel > Lahbib) Lorenzo Poli
Rapporto 2024-2025 di Amnesty International: crisi globale dei diritti umani, “effetto Trump” accelera tendenze distruttive
Il Rapporto 2024-2025 (pubblicato in Italia da Infinito Edizioni) descrive la situazione dei diritti umani in 150 Stati e sottolinea l’insinuarsi di pratiche autoritarie e le feroci repressioni contro il dissenso. I primi 100 giorni del presidente Trump hanno intensificato la regressione globale e tendenze profondamente radicate nel tempo. Il mancato contrasto globale alle ineguaglianze, al collasso climatico e alla trasformazione tecnologica mette in pericolo le future generazioni. L’ascesa delle pratiche autoritarie e l’annichilimento del diritto internazionale non sono inevitabili: le persone resistono e resisteranno agli attacchi ai diritti umani. I governi possono favorire la giustizia internazionale e devono continuare a farlo. “Effetto Trump” La campagna contro i diritti umani dell’amministrazione Trump sta sovraccaricando tendenze dannose già esistenti, svuotando completamente le protezioni internazionali sui diritti umani e mettendo in pericolo miliardi di persone in tutto il pianeta. L’“effetto Trump” ha accresciuto i danni fatti da altri leader durante il 2024, erodendo decenni di duro lavoro svolto per costruire e far progredire i diritti umani universali per tutte e tutti e accelerando la discesa dell’umanità in una nuova era caratterizzata da una miscela di pratiche autoritarie e avidità delle imprese economiche. “Di anno in anno, avevamo dato l’allarme sul pericolo di un arretramento dei diritti umani. Ma quanto accaduto negli ultimi 12 mesi – segnatamente il genocidio israeliano della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, avvenuto in diretta e tuttavia trascurato – ha messo a nudo quanto il mondo possa risultare infernale per moltissime persone quando gli Stati più potenti scaricano in mare il diritto internazionale e mostrano disprezzo per le istituzioni multilaterali. In questa congiuntura storica, mentre le leggi e le pratiche autoritarie si stanno moltiplicando a vantaggio di assai poche persone, i governi e la società civile devono agire con urgenza per riportare l’umanità su un terreno più sicuro”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. Il Rapporto 2024-2025 di Amnesty International documenta violente e diffuse repressioni del dissenso, catastrofiche escalation dei conflitti armati, azioni inadeguate per fronteggiare il collasso climatico e passi indietro globali nella difesa delle persone migranti e rifugiate, delle donne e delle ragazze e delle persone lgbtqia+. Se non ci sarà un’inversione di rotta globale, in questo turbolento 2025 si verificherà un ulteriore deterioramento. “Cento giorni dopo l’inizio del suo secondo mandato, il presidente Trump ha mostrato solo profondo disprezzo per i diritti umani universali. Il suo governo ha frettolosamente e deliberatamente preso di mira istituzioni statali e internazionali fondamentali e iniziative sorte per rendere il mondo più sicuro e più equo. Il suo assalto a tutto campo all’essenza stessa dei concetti di multilateralismo, asilo, giustizia razziale e di genere, salute globale e azioni sul clima per salvare vite umane sta aggravando i danni già arrecati a quei principi e a quelle istituzioni e sta ulteriormente incoraggiando leader e movimenti contrari ai diritti umani a unirsi a quell’assalto”, ha aggiunto Callamard. Ma dobbiamo essere chiari: questo malessere è molto più profondo delle azioni di Trump. Assistiamo da anni a una strisciante diffusione di pratiche autoritarie, alimentate da leader candidatisi o eletti con l’intenzione di essere agenti di distruzione. Ci hanno trascinato in una nuova era di agitazioni e crudeltà, ma tutte le persone che credono nella libertà e nell’uguaglianza devono coalizzarsi per contrastare gli attacchi sempre più estremi al diritto internazionale e ai diritti umani universali”, ha proseguito Callamard. La proliferazione di leggi, politiche e pratiche autoritarie contro la libertà d’espressione, di associazione e di riunione pacifica documentata da Amnesty International nel 2024 è stata un elemento centrale nell’assalto globale ai diritti umani. I governi hanno cercato di evitare i controlli, rafforzato i loro poteri e istillato paura mettendo al bando organi d’informazione, smantellando o sospendendo Ong e partiti politici, imprigionando con accuse infondate di “terrorismo” o “estremismo” persone che li hanno criticati e criminalizzando chi ha difeso i diritti umani, chi si è attivato per la giustizia climatica, chi ha manifestato in solidarietà con la popolazione della Striscia di Gaza e chi ha espresso in altro modo il proprio dissenso. In numerosi Stati le forze di sicurezza hanno fatto ricorso ad arresti arbitrari, sparizioni forzate e forza eccessiva, in alcuni casi letale, per sopprimere la disubbidienza civile. Le autorità del Bangladesh hanno ordinato di sparare a vista contro le proteste studentesche, causando quasi 1.000 morti, mentre in Mozambico le forze di sicurezza hanno dato luogo alla peggiore repressione delle proteste da anni a questa parte dopo un contestato risultato elettorale, uccidendo almeno 227 persone. In Turchia sono stati imposti divieti generali di protesta e si è continuato a usare forza illegale e indiscriminata contro le proteste pacifiche. In Corea del Sud, invece, ha vinto il potere delle persone quando il presidente Yoon Suk Yeol ha sospeso alcuni diritti umani e dichiarato la legge marziale, per poi essere rimosso dall’incarico e veder annullati i suoi provvedimenti dopo proteste di massa. I conflitti armati evidenziano il ripetersi dei fallimenti Nel moltiplicarsi e intensificarsi dei conflitti, forze statali e gruppi armati hanno agito in modo sfrontato, commettendo crimini di guerra e altre gravi violazioni del diritto internazionale umanitario che hanno devastato la vita di milioni di persone. Amnesty International ha documentato il genocidio di Israele contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza e il sistema di apartheid e l’occupazione illegale in Cisgiordania si sono fatti più violenti. La Russia ha ucciso più civili ucraini nel 2024 che nell’anno precedente, continuando a colpire infrastrutture civili e sottoponendo le persone detenute a torture e sparizioni forzate. In Sudan, dove due anni di guerra civile hanno causato 11 milioni di sfollati interni – il più alto numero al mondo – le Forze di supporto rapido hanno commesso violenze sessuali ai danni di donne e bambine, che costituiscono crimini di guerra e possibili crimini contro l’umanità. Ciò nonostante, questo conflitto è andato avanti nella quasi totale indifferenza mondiale, per non parlare di chi ha cinicamente sfruttato l’occasione per violare l’embargo sulle armi dirette verso il Darfur. In Myanmar i rohingya hanno continuato a subire attacchi razzisti e molti di loro hanno dovuto lasciare le loro abitazioni nello stato di Rakhine. Il massiccio taglio degli aiuti internazionali deciso dall’amministrazione Trump ha aggravato la situazione, causando la chiusura di ospedali nei campi per persone rifugiate nella vicina Thailandia, facendo rischiare il rimpatrio a chi difende i diritti umani e mettendo in pericolo programmi che aiutavano le persone a sopravvivere al conflitto. L’iniziale sospensione degli aiuti statunitensi all’estero ha avuto conseguenze anche sui servizi sanitari e di sostegno in favore delle bambine e dei bambini separati dalle loro famiglie nei centri di detenzione in Siria. Quei tagli brutali hanno costretto alla chiusura programmi salva-vita nello Yemen, come quelli per combattere la malnutrizione infantile e delle donne in gravidanza e in fase di allattamento o per gestire i centri rifugio per le sopravvissute alla violenza di genere e per fornire cure mediche alle bambine e ai bambini colpiti dal colera o da altre malattie. “Amnesty International da tempo metteva in guardia sulla minaccia dei doppi standard nei confronti di un ordine basato sulle regole. L’impatto di questo arretramento è stato più acuto nel 2024, dalla Striscia di Gaza alla Repubblica democratica del Congo. Dopo aver aperto la strada verso il disordine, venendo meno al rispetto universale delle regole, la comunità internazionale ora deve assumersene la responsabilità”, ha commentato Callamard. “Il costo di questi fallimenti è gigantesco: la perdita di protezioni vitali sorte per salvaguardare l’umanità dopo gli orrori dell’Olocausto e della Seconda Guerra Mondiale. Nonostante le molte imperfezioni del multilateralismo, la sua fine non rappresenta alcuna risposta. Al contrario, dovrebbe essere rafforzato e reimmaginato. Ma, dopo aver subito già danni nel 2024, oggi l’amministrazione Trump pare intenzionata a usare la motosega contro ciò che resta della cooperazione multilaterale, per rimodellare il nostro mondo attraverso una dottrina commerciale basata sull’avidità, sull’insensibile egoismo e sul dominio di poche persone”, ha sottolineato Callamard. I governi stanno abbandonando le future generazioni Il Rapporto 2024-2025 di Amnesty International contiene evidenti prove che il mondo sta condannando le future generazioni a un futuro ancora più duro a causa dei fallimenti collettivi nel contrastare la crisi climatica, nell’invertire le sempre più profonde ineguaglianze e nel porre un freno al potere delle imprese. La Cop 29 è stata una catastrofe, con un numero record di lobbisti del fossile a impedire il progresso verso una transizione equa: gli Stati più ricchi hanno fatto i bulli nei confronti di quelli a basso reddito, costringendo questi ultimi ad accettare negoziati che hanno suonato come prese in giro. La sconsiderata decisione del presidente Trump di abbandonare l’Accordo di Parigi e il suo ripetere “Avanti con la trivella!” non ha fatto altro che rafforzare tali fallimenti e potrebbe incoraggiare altri a fare lo stesso. “Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato e il primo ad andare sopra un grado e mezzo rispetto ai livelli preindustriali. Le inondazioni che hanno devastato l’Asia meridionale e l’Europa, le siccità che hanno devastato l’Africa meridionale, gli incendi che hanno ridotto in cenere parti della foresta dell’Amazzonia e gli uragani che hanno fatto disastri negli Usa sono esempi dell’immenso costo umano del riscaldamento globale, persino ai suoi attuali livelli. Col prospettato aumento di tre gradi in questo secolo, gli Stati più ricchi sanno che non saranno immuni da disastri innaturali sempre più estremi, come i recenti incendi in California. Ma faranno qualcosa?”, si è chiesta Callamard. Nel 2024 povertà e ineguaglianze estreme, all’interno degli Stati e fra gli Stati, hanno proseguito a peggiorare a causa della massiccia inflazione, della scarsa regolamentazione delle imprese, di provvedimenti fiscali arbitrari e della crescita del debito nazionale. Eppure, molti governi e movimenti politici hanno fatto ricorso a una retorica razzista e xenofoba per addossare alle persone migranti e rifugiate la colpa della criminalità e della stagnazione economica. Nel frattempo, il numero e il benessere delle persone miliardarie sono cresciuti. Persino la Banca mondiale ha parlato di un “decennio perso” nella riduzione globale della povertà. Il futuro appare ancora più nero per molte donne, ragazze e persone lgbtqia+ a causa dell’aumento degli attacchi all’uguaglianza e all’identità di genere. In Afghanistan i talebani hanno introdotto limitazioni ancora più draconiane contro l’esistenza pubblica delle donne e in Iran le autorità hanno intensificato la loro brutale repressione contro le donne e le ragazze che sfidano l’obbligo d’indossare il velo. In Messico e in Colombia i collettivi di donne in cerca delle persone care scomparse hanno subito minacce e aggressioni. Malawi, Mali e Uganda hanno introdotto norme per criminalizzare o rafforzare divieti sulle relazioni omosessuali tra persone adulte e consenzienti. Georgia e Bulgaria hanno seguito la Russia nella repressione della cosiddetta “propaganda lgbtqia+”. L’amministrazione Trump sta contribuendo all’attacco globale alla giustizia di genere smantellando le iniziative per contrastare la discriminazione, attaccando senza sosta i diritti delle persone trans e interrompendo i finanziamenti ai programmi sanitari, educativi e di altro tipo a sostegno delle donne e delle ragazze di ogni parte del mondo. I governi stanno ulteriormente danneggiando la generazione attuale e quella futura non regolamentando adeguatamente le nuove tecnologie, usando in modo illegale gli strumenti di sorveglianza e rafforzando la discriminazione e le ineguaglianze mediante il crescente uso dell’intelligenza artificiale. Le imprese tecnologiche da tempo facilitano pratiche discriminatorie e autoritarie, ma il presidente Trump ha esacerbato questa tendenza incoraggiando le aziende proprietarie delle piattaforme social a limitare le protezioni – come, per esempio, l’addio di Meta ai programmi di fact-checking indipendente – e a rafforzare modelli di business che favoriscono la diffusione dell’odio e di contenuti violenti. L’allineamento tra l’amministrazione Trump e i miliardari della tecnologia rischia anche di aprire le porte a un’era di corruzione, disinformazione, impunità e conquista dei poteri dello Stato da parte delle imprese. “Dall’avere miliardari seduti in prima fila alla sua inaugurazione fino a garantire all’uomo più ricco del mondo un accesso senza precedenti all’interno dell’apparato di governo, il presidente Trump pare intenzionato a consentire a imprenditori egoisti suoi alleati di agire privi di controlli e senza il minimo rispetto per i diritti umani né per le regole”, ha sottolineato Callamard. Uno sforzo vitale per rafforzare la giustizia internazionale Nonostante la crescente opposizione da parte di Stati potenti, cui quest’anno si sono aggiunte le vergognose sanzioni dell’amministrazione Trump contro il procuratore della Corte Penale Internazionale, la giustizia internazionale e gli organi multilaterali hanno continuato a chiamare a rispondere i più alti livelli del potere e i governi del sud del mondo hanno assunto diverse, importanti iniziative. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati d’arresto contro alti funzionari di stato e leader di gruppi armati di Israele, della Striscia di Gaza, di Myanmar e della Russia. Le Nazioni Unite hanno avviato i negoziati per un trattato quanto mai necessario sui crimini contro l’umanità. Un mese fa le Filippine hanno arrestato l’ex presidente Rodrigo Duterte, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per il crimine contro l’umanità di uccisioni. La Corte internazionale di giustizia ha ordinato tre serie di misure cautelari nel caso Sudafrica contro Israele per violazione della Convenzione sul genocidio e ha emesso un parere in cui ha dichiarato che l’occupazione israeliana del Territorio palestinese, compresa Gerusalemme Est, è illegale. L’Assemblea generale ha approvato una risoluzione che chiede a Israele di porre fine all’occupazione e, nel gennaio di quest’anno, otto Stati del sud del mondo hanno costituito il “Gruppo degli otto dell’Aia” per impedire i trasferimenti di armi a Israele e chiamare a rispondere questo stato di violazioni del diritto internazionale. “Plaudiamo agli sforzi di Stati come il Sudafrica e degli organi della giustizia internazionale nel respingere la determinazione con cui gli Stati potenti stanno indebolendo il diritto internazionale. Contrastando in tal modo l’impunità, quegli Stati e quegli organi mostrano al mondo l’esempio da seguire. Il crescente attacco cui stiamo assistendo, negli ultimi mesi, alla Corte Penale Internazionale pare essere diventato uno dei grandi campi di battaglia del 2025. Tutti i governi devono fare quanto è in loro potere per sostenere la giustizia internazionale, chiamare gli autori di crimini di diritto internazionale a risponderne e proteggere la Corte Penale Internazionale e il suo personale dalle sanzioni”, ha commentato Callamard. “Nonostante possano essere demoralizzanti, queste sfide non rendono inevitabile la distruzione dei diritti umani. La storia abbonda di esempi di persone coraggiose che hanno vinto contro le pratiche autoritarie. Nel 2024 elettori ed elettrici di numerosi Stati hanno rifiutato col voto leader contrari ai diritti umani e milioni di persone nel mondo hanno alzato le loro voci contro l’ingiustizia. Dunque, è chiaro: non importa chi ci si metta contro, dobbiamo continuare e continueremo a resistere a questi avventati sistemi di potere e di profitto che cercano di privare le persone dei loro diritti umani. Il nostro vasto e incrollabile movimento resterà unito per sempre nella comune visione della dignità e dei diritti di ogni persona su questo pianeta”, ha concluso Callamard.   Amnesty International