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Saharawi: la vera Odissea è la normalizzazione, il silenzio e l’economia del neocolonialismo
Il recente film Odyssey di Christopher Nolan, pur presentandosi come un’opera cinematografica di indiscutibile fascino artistico grazie a una magnetica destrutturazione temporale e a maestose riprese panoramiche in 70mm capaci di tradurre il viaggio mitologico in una profonda riflessione filosofica sulla memoria e sull’ossessione del ritorno, porta con sé una pesante implicazione geopolitica. Questa produzione, infatti, rischia di inserirsi in una sistematica strategia di normalizzazione culturale volta a rendere invisibile la drammatica condizione del popolo Saharawi e la sua legittima lotta per l’autodeterminazione nei territori occupati del Sahara Occidentale. Attualmente, il Regno del Marocco controlla militarmente circa l’80% del territorio, mentre la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) il restante 20%, un’area interna, desertica e priva di sbocchi costieri o significative risorse economiche. Il quadro giuridico internazionale, tuttavia, è inequivocabile. Già nel 1975, il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito l’assenza di qualsiasi vincolo di sovranità territoriale tra il Marocco e il Sahara Occidentale, definendo di fatto Rabat come una potenza occupante de facto. Nel 2002, il parere legale del Sottosegretario per gli Affari Legali delle Nazioni Unite, Hans Corell, ha ribadito che lo sfruttamento delle risorse naturali nei Territori Non Autonomi è lecito esclusivamente a due condizioni tassative: deve andare a diretto beneficio della popolazione autoctona e deve avvenire previo consenso e in conformità con i desideri della stessa. A confermare questo orientamento si sono aggiunte le storiche sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE), che hanno annullato a più riprese gli accordi commerciali e di pesca tra UE e Marocco nella misura in cui includevano illegalmente le terre e le acque territoriali del Sahara Occidentale. Le origini del conflitto risalgono al novembre del 1975, quando il re Hassan II diede inizio alla “Marcia Verde“, un’operazione strategica che vide la penetrazione di 350.000 civili marocchini scortati da ingenti forze militari. Questa massiccia occupazione costrinse gran parte della popolazione indigena a una drammatica fuga verso l’inospitale deserto algerino, dove oggi circa 200.000 profughi sopravvivono nei campi di accoglienza situati nella regione di Tindouf. Coloro che sono rimasti nelle zone occupate vivono in uno stato di costante privazione dei diritti fondamentali, all’interno di uno scenario documentato di “impunità strutturale”. Come rilevato da molteplici organismi internazionali – tra cui il Robert F. Kennedy Human Rights, il Gruppo di Lavoro sulla Detenzione Arbitraria (WGAD), il Comitato contro la Tortura (CAT) delle Nazioni Unite, l’Alto Commissariato per i Diritti Umani (OHCHR), Amnesty International, Human Rights Watch e il centro NOVACT – il governo marocchino ricorre sistematicamente alla detenzione amministrativa e giudiziaria come strumento di persecuzione politica per reprimere il dissenso, blindando al contempo l’area per impedire l’accesso a osservatori e media indipendenti esterni. Nonostante gli accordi per il cessate il fuoco siglati nel 1991 sotto l’egida dell’ONU, che prevedevano l’istituzione della missione MINURSO e la promessa di un referendum per l’autodeterminazione, la consultazione non è mai stata celebrata a causa dei continui veti e ostruzionismi opposti da Rabat. Questa situazione di stallo si è consolidata nel tempo anche grazie all’avallo esplicito di importanti attori geopolitici occidentali e internazionali, come gli Stati Uniti, Israele, la Francia e la Spagna, nonché al silenzio complice di numerose altre nazioni. Al contrario, l’Unione Africana e molti Stati storicamente vicini al movimento dei non allineati mantengono una ferma posizione di supporto alla causa saharawi. Questo prolungato stallo politico consente al Marocco di sfruttare indisturbato le immense ricchezze del territorio: il controllo strategico delle coste oceaniche (tra le rotte più pescose al mondo), i ricchi giacimenti di fosfati, lo sviluppo di impianti di energia rinnovabile, le esplorazioni per idrocarburi e, non da ultimo, la promozione del turismo internazionale. Una penetrazione economica ed estrattivista che non sarebbe realizzabile senza il supporto di investimenti esteri e una diffusa complicità internazionale. In questo scenario, la cultura e l’industria del cinema si trasformano in potenti vettori di legittimazione e normalizzazione geopolitica. Il piano strategico di investimenti del governo marocchino offre infatti un tax rebate (rimborso fiscale) del 30% per le produzioni internazionali che spendono almeno un milione di dollari e garantiscono un minimo di 18 giorni di riprese nel Paese. Questa agevolazione economica viene deliberatamente estesa anche ai territori occupati del Sahara Occidentale. Il Centro Cinematografico Marocchino (l’ente statale incaricato di erogare i fondi) assimila formalmente l’area al resto del Regno, definendola una «provincia del sud» al fine di promuoverla a livello internazionale come territorio pienamente nazionale. È così che le suggestive sequenze di Odyssey hanno trasformato la Duna Bianca – una straordinaria oasi naturalistica incontaminata nei pressi della città occupata di Dakhla – nel set ideale per rappresentare Ogigia, l’isola mitologica in cui la ninfa Calipso trattiene Ulisse. La scelta di questa location dimostra come Rabat utilizzi la settima arte come un sofisticato strumento di soft power, capace di occultare una complessa realtà di occupazione militare dietro la bellezza delle immagini e l’efficienza di un’infrastruttura industriale competitiva su scala globale. Di fronte a questa operazione di mistificazione, suscita profonda perplessità l’atteggiamento di testate giornalistiche tradizionalmente vicine alle lotte post-coloniali e all’autodeterminazione dei popoli. È il caso del quotidiano Il Manifesto, che in un lungo articolo intitolato «Odissea, la ricerca del mito nel nostro tempo», ha dedicato ampi spazi celebrativi alla pellicola di Nolan limitandosi a una recensione puramente artistico-critica, omettendo qualsiasi accenno alla gravità del contesto geopolitico in cui le riprese si sono svolte. Una voce critica si leva invece dalle pagine della testata MOW (Men On Wheels), in cui si sottolinea come «Odyssey sia un film sensazionale che ha incantato la critica» ma si ricorda al contempo che «alcune scene sono state girate nella città di Dakhla. Siamo nel Sahara Occidentale, in un territorio conteso occupato dal Marocco, dove le popolazioni indigene non possono raccontare le proprie storie senza timore di essere imprigionate». L’articolo conclude denunciando come la scelta produttiva abbia «contribuito a legittimare il controllo marocchino sul territorio conteso», delineando «un’Odissea geopolitica molto più complessa di quella epica». Parallelamente, il Western Sahara International Film Festival (FiSahara) ha espresso una dura condanna, evidenziando come la produzione «contribuisca alla repressione del popolo saharawi da parte del Marocco» e agevoli «gli sforzi del regime marocchino per normalizzare l’occupazione». Un monito ribadito con forza dall’attivista saharawi Mamine Hachimi, il quale ha dichiarato che filmare in quei territori senza il consenso della popolazione locale rende la produzione stessa complice e parte integrante del sistema repressivo. Le parole più toccanti e incisive giungono dall’artista, regista e scrittore saharawi Mohamed Sleiman Labat: «Utilizzare i territori del Sahara Occidentale per girare un film senza il consenso del popolo sahrawi non è meno problematico ed estrattivista che sfruttare i nostri fosfati, le nostre risorse ittiche, il vento, il sole o qualsiasi altra risorsa: è un furto a tutti gli effetti e un’appropriazione indebita del territorio e della cultura. Christopher Nolan, non c’è bisogno di tornare indietro nel tempo di 3000 anni per “scavare” una storia umana di ritorno a casa, sfollamento, guerra, sofferenza umana e tradimento. Proprio il luogo in cui il tuo film è stato in parte girato racconta oggi esattamente quei temi. Tu e la tua troupe vi trovavate su una terra i cui legittimi proprietari sono stati sfollati con la forza e che da 50 anni cercano di tornare a casa. L’odissea odierna e il lungo viaggio di ritorno a casa, costellato di ostacoli, sono una realtà vissuta dai sahrawi e da molte altre comunità sfollate. È incredibile rendersi conto che, per raccontare la storia del viaggio decennale di Ulisse verso casa, hai dovuto utilizzare la terra di un popolo che da 50 anni cerca di tornare a casa». Paolo Mazzinghi
July 20, 2026
Pressenza
Sahara occidentale: “il silenzio sugli innocenti”
“PROMESSE INFRANTE, DRONI E ACCORDI COMMERCIALI SULLA PELLE DEL POPOLO SAHARAWI.” Nel disordine geopolitico globale, segnato da istituzioni indebolite e da un diritto internazionale sempre più sotto attacco, ignorato e calpestato, c’è un conflitto silenzioso che rischia di esplodere definitivamente. È la vicenda del popolo Saharawi. Un dossier congelato da decenni che oggi, a causa di impegni mai mantenuti e nuovi cinici interessi economici, sta scivolando verso una pericolosa escalation armata in cui a pagare il prezzo più alto sono, come sempre, i civili. Accendere i riflettori su questa terra significa capire esattamente dove sta fallendo il nostro concetto di giustizia globale. IL DRAMMA DIMENTICATO DEL SAHARA OCCIDENTALE: DALL’ESILIO ALL’ESCALATION DEI DRONI I Saharawi sono il popolo indigeno di origine arabo-berbera del Sahara Occidentale. Dal 1975, in seguito alla fine della dominazione spagnola e alla conseguente occupazione del loro territorio da parte del Marocco, vivono in gran parte esiliati nei campi profughi in Algeria o nei territori controllati dal Fronte Polisario. Da decenni portano avanti una lotta pacifica e diplomatica per l’autodeterminazione e il riconoscimento della loro terra, la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD). La storia del popolo Saharawi è una ferita aperta nel cuore del deserto nordafricano, una vicenda di decolonizzazione tradita, promesse internazionali infrante e complici silenzi geopolitici. Da oltre cinquant’anni, questa popolazione lotta per il riconoscimento di un principio fondamentale sancito dalle leggi internazionali e dalle Nazioni Unite, ma sistematicamente negato sul campo: il diritto all’autodeterminazione 1.      L’ORIGINE DEL CONFLITTO: 1975 E L’ESODO NEL DESERTO Le radici del dramma contemporaneo risalgono al 1975, anno in cui la Spagna, ex potenza coloniale che amministrava il Sahara Occidentale dal 1934, abbandonò il territorio. Con gli Accordi di Madrid (un patto mai riconosciuto dal diritto internazionale), la Spagna cedette illegalmente l’amministrazione della regione al Marocco e alla Mauritania, ignorando le risoluzioni dell’ONU che già dal 1965 invitavano ad avviare la decolonizzazione del Sahara Occidentale e a indire un referendum per l’autodeterminazione del popolo Saharawi. La risposta di Rabat fu immediata: la “Marcia Verde” portò all’occupazione militare del territorio da parte delle forze armate marocchine e al trasferimento di circa 150.000 coloni. L’invasione provocò l’uccisione di numerosi civili e scatenò una fuga di massa. Migliaia di donne, uomini e bambini furono costretti ad attraversare il deserto sotto i bombardamenti per trovare rifugio in Algeria, in una delle regioni più inospitali del deserto del Sahara non distante da Tindouf. Nel 1976, il movimento di liberazione nazionale Saharawi, il Fronte Polisario, proclamò la Repubblica Araba Democratica dei Sahrawi (RASD). Il Fronte Polisario (guidato inizialmente da El Ouali Mustapha Sayed) nacque nel 1973 dopo il fallimento della protesta pacifica di Bassiri. Fondatore del Movimento di Liberazione Nazionale organizzò una grande manifestazione pacifica a El Aaiún contro il controllo spagnolo. La protesta fu repressa violentemente dall’esercito spagnolo. Durante gli scontri, Bassiri fu arrestato dalle autorità coloniali e scomparve nel nulla. È considerato il primo desaparecido e martire della causa saharawi. 2.  DALL’ESILIO ALL’ORGANIZZAZIONE DEI CAMPI PROFUGHI L’accoglienza in Algeria ha permesso ai Saharawi di sopravvivere, ma in condizioni climatiche estreme. L’organizzazione dei campi profughi ha seguito un’evoluzione dolorosa ma straordinaria: 1. Nei primi anni dell’esodo, l’intera popolazione viveva nelle khaima, le tipiche tende di tessuto dei nomadi stese sulla sabbia, che fungevano da unico scudo contro le tempeste e le escursioni 2. Con il prolungarsi dell’esilio, l’organizzazione sociale è mutata. Le tende sono state progressivamente affiancate o sostituite da piccole abitazioni costruite con mattoni di sabbia compressa e tetti di Solo ultimamente compaiono case costruite con mattoni e cemento armato ed è presente in gran parte dei campi l’energia elettrica. Oggi, interi nuclei urbani autogestiti portano i nomi delle città d’origine occupate (come El Aaiún o Smara), a testimonianza di una memoria storica identitaria che si tramanda alle nuove generazioni nate in esilio. Esiste un governo democratico con grande rilevanza dato al ruolo delle donne e alla istruzione dei bambini. 3.  LA TREGUA DEL 1991, LO SFRUTTAMENTO ECONOMICO E LA VOCE DELLA SOCIETÀ CIVILE Nel 1991, dopo sedici anni di guerra di logoramento, con il recupero di una porzione di territorio da parte del popolo saharawi (i Territori Liberati) il Fronte Polisario e il Marocco firmarono un cessate il fuoco sotto l’egida dell’ONU, che istituì la missione MINURSO. Il perno dell’accordo era chiaro: lo svolgimento di un referendum per l’autodeterminazione, in cui il popolo Saharawi avrebbe finalmente potuto scegliere tra l’indipendenza e l’integrazione con il Marocco. Quella promessa è rimasta lettera morta. Durante questa infinita attesa, l’Occidente ha voltato le spalle alle risoluzioni internazionali. Molti paesi europei hanno avviato accordi commerciali con il Marocco, legittimando di fatto lo sfruttamento economico illegale di fosfati, risorse ittiche e prodotti agricoli del Sahara Occidentale occupato, senza il consenso del popolo locale e in contrasto con il diritto internazionale. A denunciare con forza questa complicità internazionale è intervenuta spesso anche la società civile italiana. Nell’ottobre 2025, davanti alla 4ª Commissione speciale dell’ONU sulla decolonizzazione, Simone Bolognesi (Presidente di Città Visibili, a nome della Rete Saharawi) ha ribadito che il Sahara Occidentale è un territorio distinto dal Marocco e che lo sfruttamento delle risorse naturali del territorio può avvenire esclusivamente con il consenso del popolo saharawi, come confermato dalle storiche sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Bolognesi ha esortato le Nazioni Unite a rompere il silenzio, chiedendo l’adozione di misure vincolanti e sanzioni contro lo sfruttamento illegittimo delle risorse saharawi e l’introduzione di un registro internazionale per la tracciabilità dei prodotti, per fermare i flussi economici che alimentano l’occupazione. 4.  2020: LA FINE DELLA TREGUA A EL GUERGUERAT Il fragile equilibrio si è spezzato tra novembre 2020 e gennaio 2021 a El Guerguerat, una località nell’estremo sud-ovest della regione, al confine con la Mauritania. Un gruppo di civili e attivisti Saharawi aveva organizzato una manifestazione pacifica per protestare contro lo stallo politico e l’apertura da parte di Rabat di una “breccia” commerciale illegale attraverso il muro militare di sabbia. Tale valico stradale era considerato dal Polisario un corridoio abusivo utilizzato per esportare le risorse saccheggiate. Il 13 novembre 2020, l’esercito marocchino ha violato l’Accordo Militare n. 1, penetrando nella zona cuscinetto demilitarizzata per disperdere i manifestanti. Considerata l’azione come un’aggressione diretta ai civili, il Fronte Polisario ha risposto al fuoco, dichiarando ufficialmente la fine del cessate il fuoco e la ripresa dello stato di guerra. 5.  IL NUOVO SCENARIO GEOPOLITICO: LA SVOLTA DEI DRONI E L’ISOLAMENTO DIPLOMATICO Da allora, il conflitto ha assunto una veste tecnologica asimmetrica e devastante. Come confermato dal recente attacco di giugno 2026, che ha portato all’uccisione di Lahbib Mohamed Abdelaziz (capo militare del Polisario e figlio dello storico leader e Presidente della RASD Mohamed Abdelaziz), il Marocco presidia il muro di difesa impiegando massicciamente droni militari di ultima generazione (forniti da Israele) per colpire indistintamente e con armi impari i soldati e la popolazione saharawi, oltre che per decimare i vertici del Polisario. Il contesto internazionale è, nel tempo e soprattutto negli ultimi anni, mutato a favore di Rabat: 1. Il blocco pro-Marocco: nel dicembre 2020, nel corso della prima presidenza Trump, gli Stati Uniti hanno riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale in cambio della normalizzazione delle relazioni tra Marocco e Israele (paese che fornisce armamenti e tecnologie al Marocco). Successivamente, paesi europei come la Francia, il Regno Unito e la Spagna (ex potenze coloniali) hanno espresso un forte appoggio al “Piano di Autonomia” marocchino del 2007, che cancella l’ipotesi di piena indipendenza saharawi e del diritto alla autodeterminazione. 2. Il ruolo dell’Italia: L’Italia, rispetto a Francia e Spagna, mantiene una posizione di forte cautela ed equidistanza. Se da un lato Roma riconosce il Marocco come partner cruciale per la sicurezza e la gestione migratoria nel Mediterraneo, dall’altro non ha mai appoggiato il Piano di Autonomia di Rabat. La diplomazia italiana resta ancorata alla linea ONU per una soluzione negoziata, anche per preservare l’alleanza strategica ed energetica con l’Algeria, principale sponsor della causa saharawi. L’agenzia del Ministero degli Esteri emana regolarmente bandi e programmi di risposta umanitaria integrata rivolti specificamente alla provincia di I fondi governativi finanziano ONG italiane (come CISP, Africa 70, Nexus e altre) per interventi critici: gestione dell’acqua, sicurezza alimentare, cliniche mediche e scuole nei cinque campi profughi (wilaya). Roma destina quote annuali fisse ad agenzie come il WFP (World Food Programme) e l’UNICEF per finanziare la distribuzione di razioni alimentari e assistenza ai rifugiati saharawi vulnerabili, lavorando in stretta collaborazione con la Mezzaluna Rossa Saharawi. A livello di diplomazia culturale e regionale, un tassello fondamentale è rappresentato dal programma dei Piccoli Ambasciatori di Pace. Ogni estate, le reti di solidarietà e numerosi enti locali italiani accolgono i bambini saharawi. Oltre a offrire loro un soggiorno terapeutico lontano dalle temperature estreme del deserto, l’iniziativa permette ai minori di farsi portavoce del dramma del proprio popolo, sensibilizzando le comunità ospitanti sulla causa dell’autodeterminazione saharawi. 3. La resistenza e i rischi globali: La RASD continua a godere del forte supporto dell’Unione Africana (di cui è membro fondatore), di nazioni storiche come l’Algeria, il Sudafrica, Cuba e il Venezuela, oltre che di una fitta e vitale rete legata alla cooperazione internazionale e all’associazionismo, radicata soprattutto in Spagna e in Italia. CONCLUSIONI: UN FOCOLAIO D’INSTABILITÀ NEL MAGHREB Oggi il popolo Saharawi si trova drammaticamente spaccato in tre: una parte resiste nei campi profughi in territorio algerino, in condizioni umanitarie, ambientali e climatiche molto critiche; un’altra vive sotto il regime di occupazione marocchina nei territori del Sahara occidentale occupato, subendo forti limitazioni dei diritti civili e politiche di assimilazione forzata la terza vive nella diaspora, dispersa soprattutto in Spagna e, in misura minore, in Italia, Francia e altri paesi europei. L’uso dei droni, la retorica mediatica di Rabat volta a delegittimare il Polisario identificandolo come movimento terroristico e l’allineamento delle potenze occidentali non hanno risolto la crisi, ma l’hanno incanalata in un pericoloso vicolo cieco. Ad esempio, il rischio di vedere uno sviluppo dell’estremismo religioso e la perdita di consenso di una linea politica fedele al diritto internazionale, così come la ripresa delle ostilità armate minaccia di incendiare l’intera regione del Maghreb, esasperando le tensioni storiche tra Marocco e Algeria e attirando l’interesse strategico di altri attori globali come la Russia e la Cina. Ignorare il diritto all’autodeterminazione dei Saharawi non è solo un’ingiustizia storica, ma una scelta geopolitica miope che alimenta una costante minaccia alla pace internazionale. Paolo Mazzinghi
July 8, 2026
Pressenza
Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale
Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale  Nel nuovo scenario internazionale, segnato dal ritorno della guerra, dall’indebolimento del multilateralismo e dalla crisi del diritto internazionale, la questione saharawi continua a rappresentare uno dei casi più emblematici di diritto negato. A ribadirlo è stato il convegno “Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale”, svoltosi il 16 gennaio nella Sala Pilade Biondi del Palazzo comunale di Sesto Fiorentino, città che da oltre quarant’anni mantiene un legame politico, istituzionale e umano con il popolo saharawi. Ad aprire l’incontro sono stati i saluti istituzionali della vicesindaca facente funzione Claudia Pecchioli, che ha ricordato come Sesto Fiorentino abbia scelto di avviare proprio da qui il progetto “Coltivare Salute”, finanziato dal Ministero della Cooperazione e rivolto ai campi profughi saharawi. Una scelta non casuale, ma radicata in una storia di solidarietà che affonda le sue radici nel gemellaggio con la wilaya di Mahbes, attivo dal 1984. Pecchioli ha sottolineato il ruolo che le amministrazioni locali possono ancora svolgere nel mantenere viva l’attenzione su una causa spesso marginalizzata, riaffermando la necessità di difendere il principio di autodeterminazione dei popoli in un contesto globale in cui il diritto internazionale viene sempre più spesso sacrificato alle logiche di potere e di convenienza geopolitica. Su questa linea si è inserito l’intervento di Irene Falchini, consigliera delegata alla cooperazione internazionale, che ha inquadrato il tema della serata come una vera e propria affermazione politica: parlare oggi di Sahara Occidentale significa confrontarsi con un mutamento profondo degli equilibri internazionali. A partire dal 2020, con gli accordi di Abramo, la causa saharawi è stata progressivamente compressa dentro dinamiche di scambio diplomatico che hanno ulteriormente indebolito il percorso verso il referendum di autodeterminazione previsto dalle Nazioni Unite. Falchini ha ricordato come, nonostante il passare di quasi cinquant’anni dalla proclamazione della Repubblica Araba Saharawi Democratica, quel diritto resti ancora inattuato, mentre la “legge del più forte” sembra dettare le regole delle relazioni internazionali. Richiamando le parole pronunciate nel 1984 dall’allora sindaco Ennio Marini, Falchini ha ribadito il valore di una cooperazione intesa come scambio, costruzione di cultura di pace e responsabilità condivisa tra comunità. Il tema della cooperazione come pratica politica e non solo tecnica è stato approfondito da Stefano Fusi, responsabile dei progetti di cooperazione sanitaria dell’ASL Toscana Centro. Fusi ha messo in guardia da una visione riduttiva della cooperazione, intesa come semplice realizzazione di progetti, sottolineando invece la necessità di relazioni paritarie, reciprocità e comprensione delle cause strutturali delle disuguaglianze. In questo quadro si inseriscono le esperienze di cooperazione sanitaria nei campi profughi, dai progetti sulla sicurezza alimentare e sul benessere animale fino alle più recenti iniziative di contrasto al diabete, una patologia particolarmente diffusa in un contesto segnato dalla dipendenza dagli aiuti alimentari internazionali. I risultati ottenuti, soprattutto nel miglioramento delle condizioni di salute di centinaia di persone, dimostrano l’efficacia di interventi che valorizzano il personale sanitario locale e rafforzano le istituzioni saharawi. Ma Fusi ha anche sottolineato come questi progetti non possano prescindere da una presa di posizione politica chiara da parte delle istituzioni europee, chiamate a non essere complici di una situazione di occupazione e negazione dei diritti. Lo sguardo storico è stato offerto da Valeria Galimi, docente di Storia contemporanea all’Università di Firenze, che ha definito il Sahara Occidentale come uno dei casi più evidenti di decolonizzazione incompiuta nello spazio mediterraneo. La fine del dominio coloniale spagnolo non ha prodotto l’autodeterminazione del popolo saharawi, ma ha congelato la questione dentro nuovi rapporti di forza, svuotando progressivamente di efficacia il diritto internazionale. Galimi ha evidenziato la contraddizione dell’Unione Europea, che continua a richiamarsi formalmente ai principi del diritto internazionale mentre, nella pratica, integra il Sahara Occidentale in accordi economici e strategici con il Marocco, senza affrontarne lo status giuridico. Particolare rilievo è stato dato alla svolta rappresentata dagli accordi di Abramo e al ruolo della Francia, che con il recente sostegno del presidente Macron al piano marocchino di autonomia ha contribuito ad allontanarsi ulteriormente dal lessico dell’autodeterminazione. In questo contesto, la mobilitazione dal basso e l’impegno delle amministrazioni locali emergono come uno dei pochi argini alla marginalizzazione della causa saharawi. Su questo terreno si è collocato l’intervento di Matilde Miniati, dottoranda all’Università di Bologna, che ha illustrato una ricerca dedicata alla storia dei movimenti di solidarietà internazionale con il Sahara Occidentale, in particolare in Italia e Spagna tra gli anni Ottanta e Novanta. Miniati ha evidenziato come, a fronte di una risposta politica spesso insufficiente, siano stati proprio i movimenti dal basso, le associazioni e i gemellaggi tra enti locali a costruire una rete di solidarietà efficace e duratura. Un’esperienza nata in modo frammentario, ma capace nel tempo di strutturarsi e di incidere concretamente sulla vita dei campi profughi, colmando anche un vuoto nella produzione accademica, ancora oggi sorprendentemente scarsa su questi temi.   Il cuore politico ed emotivo dell’incontro è stato l’intervento di Fatima Mafbud, rappresentante della RASD in Italia, che ha restituito il punto di vista saharawi su un diritto internazionale percepito come applicato in modo selettivo. Fatima Mafbud ha denunciato la frattura tra le sentenze delle corti internazionali, che riconoscono il diritto del popolo saharawi alla propria terra, e una politica internazionale che tende a rendere invisibile quel diritto, svuotandolo di speranza. In un mondo in cui le guerre si combattono anche cancellando la visibilità dei popoli, i saharawi continuano a rivendicare il ruolo del diritto internazionale e a partecipare ai negoziati, pur nella consapevolezza delle profonde asimmetrie di potere. Fondamentale, in questo quadro, resta il sostegno delle reti di solidarietà e delle istituzioni locali, capaci di mantenere vivo un legame umano e politico che contrasta l’isolamento. A chiudere i lavori è stato Sandro Volpe, presidente dell’Associazione Ban Slout Larbi, che ha restituito il senso profondo di un impegno costruito nel tempo attraverso scuole, associazioni, parrocchie e luoghi di socialità. Un impegno che non si limita alla solidarietà verso il popolo saharawi, ma interroga il significato stesso di umanità e responsabilità collettiva. Investire nella formazione, nella memoria e nella trasmissione di questi valori alle nuove generazioni è apparso come un modo per continuare a “muovere quel masso pesantissimo” rappresentato da cinquant’anni di ingiustizia. Il convegno di Sesto Fiorentino ha così ribadito che la questione saharawi non è una vicenda lontana o marginale, ma un banco di prova per la credibilità del diritto internazionale e per la coerenza delle democrazie europee. Un diritto negato non per mancanza di norme, ma per mancanza di volontà politica. Locandina Convegno Saharawi il diritto negato La sindaca Claudia Pecchioli e la consigliera Irene Falchini Intervento di Claudia Pecchioli Intervento di Claudia Pecchioli Intervento di Irene Falchini Intervento di Stefano Fusi Intervento di Valeria Galimi Intervento di Matilde Miniati Intervento di Fatima Mafbud Intervento di Fatima Mafbud Intervento di Sandro Volpe Intervento della sindaca Claudia Pecchioli e Intervento di Irene Falchini intervento di Matilde Miniati Intervento di Stefano Fusi Foto di Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
January 17, 2026
Pressenza
Condizioni disumane di un attivista saharawi nella prigione di Kenitra
L’attivista saharawi Abdullah Lekhfaouni, membro del “gruppo di Gdeim Izik”, si trova in gravi condizioni umanitarie e sanitarie nella prigione centrale di Kenitra. Le denunce formali presentate da sua madre, Aliya Al-Radâa, indicano che Lekhfaouni è stato sistematicamente privato dei suoi diritti umani fondamentali. In lettere indirizzate al Procuratore del Re presso la Corte d’Appello di Rabat e al Delegato Generale dell’Amministrazione Penitenziaria, Al-Radâa ha descritto le condizioni atroci a cui è sottoposto suo figlio: è stato in sciopero della fame per 48 ore; poi è stato portato all’ospedale della prigione dove è stato lasciato per terra per 24 ore senza nemmeno una coperta, vicino a detenuti affetti da tubercolosi e con problemi mentali, esponendolo a gravi rischi. Non ha ricevuto assistenza medica ed è stato riportato in cella, in isolamento. Le denunce hanno inoltre sottolineato che in quella cella – infestata dai topi – il personale penitenziario ha ammanettato Lekhfaouni e gli ha bendato gli occhi; lo ha sottoposto a privazione prolungata del sonno, negandogli le telefonate per diversi giorni e confiscandogli la biancheria  e gli articoli di prima necessità. La denuncia, alla quale Equipe Media ha avuto accesso, afferma: “Il personale della prigione centrale di Kenitra ha proceduto a isolare Abdullah Lekhfaouni in una stanza piena di topi, con le mani legate e gli occhi bendati, privato di tutti i suoi legittimi diritti”. Equipe Media
November 27, 2025
Pressenza