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Delcy Rodriguez ha consenso popolare, non Machado. Le distorsioni mediatiche dell’ANSA
In data 19 gennaio, l’ANSA ha pubblicato la notizia secondo cui Delcy Rodriguez starebbe perdendo consensi e che invece sarebbe proprio Maria Corina Machado a volare nei sondaggi. La notizia afferma: “Oltre il 90% dei venezuelani respinge l’ipotesi che Delcy Rodríguez, esponente del chavismo e presidente ad interim, possa guidare una fase di transizione dopo la caduta di Nicolás Maduro. È quanto emerge da un sondaggio dell’istituto demoscopico venezuelano Meganálisis, ripreso dai principali media indipendenti del Paese sudamericano, secondo cui il 93,5% degli intervistati esprime un giudizio negativo su Rodríguez. All’opposto, il 78,3% dichiara che voterebbe oggi per la leader dell’opposizione María Corina Machado, indicata come principale favorita nella corsa alla presidenza. L’indagine segnala inoltre un ampio consenso verso il sostegno degli Stati Uniti: oltre l’80% degli intervistati considera Washington il principale alleato per la ripresa politica ed economica del Paese. Il 92,2% afferma di sentirsi “grato” al presidente Donald Trump per il ruolo svolto nella crisi venezuelana, mentre cresce il rifiuto del socialismo chavista, sempre più associato a povertà e declino economico. Il sondaggio è stato condotto tra il 6 e l’11 gennaio in Venezuela su un campione di 1.006 persone, con un margine di errore del 3,09%.” Si tratta di una delle tante distorsioni mediatiche dell’ANSA che vengono veicolate in Italia sul Venezuela. La fonte a cui si è affidata l’ANSA è Meganalisis, una società di sondaggi e ricerche di opinione venezuelana che, “negli ultimi undici anni, ha accumulato il più alto tasso di successo nel prevedere i risultati elettorali in Venezuela”. Secondo a quanto si legge sul sito “la misurazione delle variabili” gli ha permesso “di ottenere fiducia e riconoscimento a livello nazionale e internazionale”. Il suo obiettivo è posizionarsi “come fornitore leader di servizi di consulenza statistica, sondaggi d’opinione e indagini, sia a livello nazionale che internazionale. Per raggiungere questo obiettivo, utilizziamo tecniche statistiche all’avanguardia, che ci hanno permesso di raggiungere un elevato tasso di successo nelle previsioni elettorali. Inoltre, misuriamo regolarmente e tempestivamente, utilizzando domande precise, la percezione che gli intervistati hanno del loro contesto politico, economico e sociale.” Si tratta – si legge sul suo sito – di un grande autoelogio che parrebbe dare un’immagine perfetta ed impeccabile dell’operato di questa società di sondaggi a tal punto di aver un grande “successo nelle previsioni elettorali”. Si dà il caso però che, durante le elezioni presidenziali in Venezuela del 28 giugno 2024, le sue previsione fossero del tutto opposte al risultato che poi è stato raggiunto: mentre il Grande Polo Patriottico chavista con Nicolas Maduro vinceva con il 52% dei voti, il loro Report di sondaggi del giugno 2024 affermava che le preferenze di voto dei venezuelani (slide 7) fossero rivolte per il 68,4% al candidato della coalizione di destra – ed ex-agente della CIA – Edmundo Gonzales Urrutia, mentre solo l’11,3% per Nicolas Maduro. Evidentemente qualcosa è andato storto, soprattutto quando è stato appurato che la presunta “frode elettorale” – con cui la destra voleva accusare il fronte chavista – era stata in realtà commessa proprio dalla stessa destra attraverso la divulgazione di falsi verbali elettorali tramite la piattaforma Convenezuela. Per chi non vuole credere al fatto che sia stata la destra a tentare di manomettere le elezioni presidenziali del 28 giugno 2024, può sempre credere a Trump che per ben due – di fronte alla volontà di Maria Corina Machado di imporsi come Presidente ad interim del Venezuela dopo l’aggressione USA del Venezuela il 3 gennaio 2026 – che non era in grado di governare perchè non aveva abbastanza consensi: un’ammissione del consenso territoriale e popolare del socialismo bolivariano in Venezuela e della poca credibilità sociale della Machado. Inoltre è interessante che proprio recentemente l’Istituto di sondaggi Hinterlaces ha rivelato, nel suo studio più recente chiamato Monitor País, che il 91% dei venezuelani ritiene che la presidente vicaria, Delcy Rodríguez, debba essere sostenuta. Stupisce questa poca attenzione nella scelta delle fonti da parte dell’ANSA, agenzia stampa nazionale e punto di riferimento per gran parte del giornalismo mainstream italiano, anche se non si può constatare come non sia la prima volta che la stessa faccia degli strafalcioni in tema di Sudamerica. È sorprendente notare come l’agenzia non abbia provveduto a rettificare una precedente fake news sulle elezioni in Venezuela e abbia invece deciso di lanciare una nuova campagna contro il paese sudamericano, cercando di dipingere Maduro come il provocatore in questa situazione. L’agenzia Ansa, da tempo, porta avanti una incredibile crociata a base di grossolane fake news contro il Venezuela. Si ricorda: * la mancata rettifica di una precedente fake news sulle elezioni presidenziali del 2024 in Venezuela, decidendo di continuare a lanciare una nuova campagna contro il Paese sudamericano, cercando di dipingere Maduro come il provocatore in questa situazione; * l’articolo pubblicato nel marzo 2024, che riguarda la sospensione del canale televisivo tedesco in lingua spagnola Deutsche Welle, quando in realtà il giovane moderatore del prodotto audiovisivo non è un comunicatore qualsiasi, ma nientemeno che il nipote dell’oppositore golpista Antonio Ledezma, latitante della giustizia venezuelana, che guida la campagna diffamatoria contro il Venezuela e per innumerevoli volte ha chiesto l’imposizione di sanzioni contro il suo stesso Paese; * Il 4 febbraio 2024 ANSA ha pubblicato un articolo in cui, riportando quanto scritto in maniera fuorviante da AP, citerebbe il discorso di Maduro per le celebrazioni del 32º anniversario della ribellione civico-militare del 4 febbraio 1992: “Noi siamo il popolo al potere. Vinceremo con le buone o con le cattive”. In realtà, nel discorso, Maduro ha affermato: “In Venezuela comanda il popolo, qui solo il popolo stabilisce o rimuove (i presidenti). I cognomi non governano qui, né mai lo faranno in questo Paese. I soliti nomi sono guidati solo dal denaro, dall’odio, dall’ambizione eccessiva e dallo spirito di vendetta”. Sebbene l’agenzia di stampa statunitense Associated Press (AP) abbia riconosciuto di aver mentito sulle dichiarazioni rilasciate da Maduro durante la Grande Carovana della Furia Nazionale del Popolo del 4 febbraio, l’ANSA ha taciuto in modo assordante; Smentita dell’AP nel febbraio 2024   * nel febbraio 2024 l’ANSA ha definito come “minaccia” nei confronti di ExxonMobil, la rivendicazione del Venezuela di annettere l’Essequibo territorio venezuelano che per retaggi coloniali è sempre stato sotto dominio della Guyana. Una notizia data senza contesto storico e senza conoscere la storia. È importante notare che il Venezuela ha una lunga storia di soprusi subiti da ExxonMobil, una multinazionale statunitense che ha giocato un ruolo significativo nella politica e nell’economia del paese sudamericano. Le tensioni tra il Venezuela e ExxonMobil sono radicate nella storia dell’industria petrolifera del paese, risalendo a molto prima del 1999, anno di fondazione ufficiale della ExxonMobil come entità separata. La compagnia è stata creata sulle fondamenta della Standard Oil Company, un’azienda che ha avuto un impatto duraturo sulla geopolitica mondiale. Gli articolo dell’ANSA suggeriscono sempre una narrativa unilaterale sul Venezuela, dipingendo il socialismo bolivariano come il principale responsabile delle tensioni, mentre trascura il ruolo e la storia di lunga data delle grandi corporazioni petrolifere internazionali nella regione, il ruolo degli USA e ignora che il Venezuela Bolivariano è riconosciuto nelle istituzioni internazionali per la sua propensione al dialogo.   Link su tentativo di frode elettorale della destra venezuelana contro elezioni presidenziali del 28 giugno 2024, mostra verbali elettorali falsi: > Venezuela: Le immagini che i media italiani non mostrano https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-venezuela_esperta_elezioni_maduro_ha_scelto_il_modo_pi_appropriato_per_presentare_le_prove/45289_56138/ https://www.cubainformacion.tv/especiales/20240730/110649/110649-venezuela-el-fraude-de-los-medios-golpistas-italiano-deutsch-francais-portugues-ellinika https://misionverdad.com/entrevistas/roman-cuesta-minar-el-sistema-electoral-es-atacar-la-raiz-de-la-democracia http://www.cubadebate.cu/especiales/2024/08/17/como-manipulo-las-actas-la-oposicion-en-venezuela-desvelamos-el-mecanismo-utilizado/ > ¡Exhiban las actas! > Lo que los medios de comunicación ocultan sobre las elecciones en Venezuela > Venezuela: Presentati pubblicamente i dati ufficiali delle elezioni https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-decine_di_paesi_riconoscono_la_legittimit_di_maduro_come_presidente/82_56151/#google_vignette   Ulteriori info: https://www.blog-lavoroesalute.org/wp-content/uploads/2024/09/SPECIALE-VENEZUELA.pdf Lorenzo Poli
Groenlandia tra Danimarca e USA: quale sarà il prezzo da pagare per l’isola più estesa al mondo?
> La Groenlandia, l’isola più estesa del mondo (che non è affatto verde, ma > ricoperta da ghiaccio bianco), negli ultimi mesi è diventata uno dei punti > cruciali nelle contese geopolitiche mondiali e nelle relazioni internazionali. L’isola, che da due secoli fa parte amministrativamente del Regno di Danimarca, ha attirato seriamente l’attenzione degli Stati Uniti, in particolare dell’amministrazione Trump, che sostiene con fermezza che l’isola debba essere sotto il controllo e l’amministrazione diretta degli Stati Uniti per motivi di sicurezza nazionale, altrimenti rischierebbe di essere “inghiottita” dalla Russia (i cui sottomarini già operano intorno all’isola) e dalla Cina. Le ultime dichiarazioni da parte dei leader della NATO sottolineano il timore “dell’occupazione russa della Groenlandia” per giustificare l’aumento dell’esigua presenza di soldati della NATO sull’isola, ma in sostanza tale posizione appoggia il trasferimento dell’isola sotto l’amministrazione Trump. La Groenlandia appartiene politicamente alla Danimarca, ovvero all’Unione Europea, e in senso militare-politico al patto NATO. Geograficamente, appartiene al continente nordamericano ed è più vicina al Canada che agli Stati Uniti, oltre che molto lontana dalla Danimarca. Tuttavia, in senso puramente militare, la Groenlandia è stata sotto l’“occupazione” degli Stati Uniti dall’estate del 1940 (dopo l’invasione della Danimarca da parte della Germania nazista) e, in tale contesto, l’isola è molto più legata all’amministrazione americana che a quella danese, ovvero europea. Se, e questo è più o meno un fatto compiuto, la Groenlandia appartiene effettivamente agli Stati Uniti in una forma o nell’altra, si tratterà solo di un riconoscimento formale della situazione reale dal periodo della seconda guerra mondiale fino ad oggi. MA COS’È LA GROENLANDIA? La Groenlandia è un’isola artica, la più grande al mondo, situata al largo della parte nord-orientale del continente nordamericano, vicino al Canada. Ha una superficie di 2.175.600 km², e una popolazione di poco più di 56.000 abitanti (la superficie dell’Europa è di circa 10.180.000 km²). La Groenlandia fa parte politicamente del territorio del Regno di Danimarca con un certo grado di autonomia locale. L’isola si trova per lo più nel Circolo Polare Artico, con il suo punto più settentrionale a 708 km dal Polo Nord. È lunga circa 2.650 km da nord a sud e larga circa 1.300 km da est a ovest. L’isola si erge generalmente ripida dai mari, dalle baie e dagli stretti circostanti fino a raggiungere un terreno montuoso con un’altitudine superiore ai 3.000 m. L’isola ha una costa molto frastagliata con un gran numero di fiordi. La costa orientale, nonostante la sua grande frastagliatura, è praticamente inaccessibile per la maggior parte a causa degli iceberg. L’interno della Groenlandia, insieme alla calotta glaciale, forma un altopiano tra i 2000 e i 3000 metri sul livello del mare. Si stima che circa 1.860.900 km² del territorio dell’isola siano permanentemente coperti da ghiaccio, con uno spessore compreso tra 500 e 1500 m, e solo il 13% circa della superficie della Groenlandia è privo di ghiaccio. La vetta più alta si trova sul Monte Gunnbjørn, a 3693 m. Il Mare della Groenlandia è il principale collegamento tra l’Artico e l’Atlantico occidentale. È di grande importanza per la pesca e la caccia alle balene nell’Artico. La sua parte settentrionale è prevalentemente coperta di ghiaccio, mentre quella meridionale è ricoperta da iceberg o banchi di ghiaccio. Probabilmente il più grande valore geopolitico dell’isola della Groenlandia è che chiunque la possieda controlla essenzialmente l’accesso al Nord Atlantico. Il clima della Groenlandia è di tipo artico. La parte meridionale della costa occidentale è la più favorevole alla vita perché raggiunta dalla corrente atlantica più calda, dove la temperatura media di gennaio è di circa -14 °C e quella di luglio di circa +8 °C. Nell’interno dell’isola la temperatura può raggiungere i -50 °C. È importante tenere presente, almeno dal punto di vista militare-economico, che i mari, le baie e gli stretti che circondano la Groenlandia sono ghiacciati, tranne nella parte sud-occidentale, ovvero queste acque sono ricoperte da iceberg e da montagne staccatesi dai ghiacciai, che scendono dall’interno del continente verso il mare. Lungo la costa settentrionale, il mare è costantemente ghiacciato. Non vi sono comunicazioni terrestri sull’isola. I porti nella parte meridionale dell’isola non hanno una capacità significativa, almeno in termini militari. In Groenlandia, le slitte trainate da cani sulla terraferma e le barche in mare sono gli unici mezzi di trasporto. Tuttavia, in termini di traffico aereo, la Groenlandia riveste un ruolo molto importante poiché le rotte aeree più brevi dal Nord America alle regioni settentrionali dell’Europa e alla Siberia occidentale la attraversano. L’ECONOMIA DELLA GROENLANDIA L’attuale economia dell’isola è molto povera, ovvero insignificante, poiché l’attività economica principale degli isolani è limitata alla pesca, che non è redditizia come nei casi dell’Islanda o della Norvegia. Si tratta principalmente della cattura di merluzzi, balene, foche, trichechi e, sulla terraferma, della caccia all’orso per la pelliccia. Sull’isola viene allevato un piccolo numero di pecore e capre, mentre nella fascia costiera meridionale vengono coltivati con parsimonia ortaggi e patate. Il territorio dell’isola è ricco di minerali naturali, in particolare di criolite, rame, piombo, grafite e uranio. La Groenlandia possiede le più grandi miniere di criolite al mondo, utilizzata nell’industria dell’alluminio. Il minerale di criolite viene estratto nella parte sud-occidentale dell’isola ed esportato. La grafite e il carbone vengono estratti in quantità minori, mentre i minerali di piombo e zinco vengono sfruttati dal 1956. Si ritiene che nelle profondità dell’isola siano presenti grandi quantità di petrolio e soprattutto di gas naturale. In questo contesto, la Groenlandia può essere considerata una parte dell’Artico che ha dato prova di possedere enormi riserve di gas naturale e probabilmente altre fonti energetiche, il che sarebbe la ragione principale della corsa internazionale per la più grande isola del mondo. POPOLAZIONE E COSTITUZIONE La popolazione indigena della Groenlandia è di origine eschimese e si è stabilita principalmente nella parte meridionale (più civilizzata) lungo la costa. Vi è un piccolo numero di danesi e di cittadini statunitensi dislocati nelle basi militari americane, in particolare nella grande base navale e aerea di Pituffik (in passato Thule Air Base), sulla costa nord-occidentale dell’isola. La capitale della Groenlandia è Gothop/Nuuk, che nel 1965 contava 4.000 abitanti, mentre oggi ne ha oltre 20.000. È anche la capitale più settentrionale del mondo. Secondo la Costituzione del Regno di Danimarca del 5 giugno 1953, dal 2009 la Groenlandia è una provincia integrante del Regno di Danimarca con autonomia speciale (come le Isole Faroe). La Groenlandia ha una propria bandiera e un’amministrazione locale. L’isola invia due rappresentanti al Parlamento del Regno di Danimarca. Il potere esecutivo sull’isola è esercitato dal Landsråt (Consiglio nazionale), composto da 13 membri eletti tra gli abitanti della Groenlandia. Il presidente del Landsråt è nominato dal primo ministro del Regno di Danimarca. BREVE STORIA DELL’ISOLA L’isola fu scoperta nel 982 dai Vichinghi e, in seguito, la costa sud-occidentale della Groenlandia fu colonizzata dai Normanni, ma i loro insediamenti scomparvero in seguito. Nuovi insediamenti dall’Europa iniziarono alla fine del XVIII secolo. Gli insediamenti nella Groenlandia meridionale passarono sotto il dominio del Regno di Danimarca nel 1814 e l’intera isola fu annessa nel 1921. Quando i tedeschi occuparono la Danimarca il 9 aprile 1940, per decisione del presidente degli Stati Uniti F. D. Roosevelt, unità militari dell’esercito statunitense sbarcarono in Groenlandia, dove rimasero per tutta la durata della seconda guerra mondiale e fino ad oggi. La Danimarca è uno dei 12 membri fondatori del patto NATO del 1949, così come gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno costruito la base aerea e navale di Pituffik (Thule) nella parte nord-occidentale dell’isola e la base aerea di Narssarssuaq nella parte meridionale. Con un accordo di mutua difesa con il Regno di Danimarca del 27 aprile 1951, agli Stati Uniti è stato concesso il diritto di utilizzare queste due basi militari, che fungono anche da traffico aereo. A est di Pituffik, gli Stati Uniti hanno costruito una centrale nucleare in accordo con la Danimarca, nonché un sistema radar di intelligence aerea a lungo raggio collegato alle regioni settentrionali del Canada. In altre parole, le principali infrastrutture militari ed economiche dell’isola sono state costruite dagli Stati Uniti, non dalla Danimarca. IL FUTURO DELLA QUESTIONE GROENLANDIA Da un punto di vista realistico, gli Stati Uniti acquisiranno sicuramente il controllo della Groenlandia dalla Danimarca; l’unica domanda è se ciò avverrà entro il 4 luglio o entro il 3 novembre 2026, data delle elezioni statunitensi. Esistono due scenari pratici per questa acquisizione: 1) utilizzando capacità di persuadere senza coercizione, ovvero corruzione, acquisti, ricatti politici e/o sanzioni economiche; 2) Oppure utilizzando la coercizione, ovvero un intervento militare diretto o l’occupazione e l’annessione dell’isola con la giustificazione della sicurezza o di qualsiasi altra motivazione geopolitica. La prima opzione prevede una propaganda filoamericana tra gli abitanti della Groenlandia, che sono tanti quanti gli abitanti di una delle principali strade di New York. Verrà loro promesso un futuro e una vita migliori negli Stati Uniti, e soprattutto un tenore di vita più elevato. Gli americani prometteranno ingenti investimenti nello sfruttamento delle risorse minerarie e naturali dell’isola, di cui gli abitanti della Groenlandia beneficeranno direttamente, cosa che non era affatto il caso quando la Groenlandia era sotto il dominio danese, poiché è risaputo che le autorità danesi non hanno investito molto nell’economia della Groenlandia. L’isola è, tra l’altro, una delle regioni più povere dell’Unione Europea in termini di infrastrutture, economia e tenore di vita. Pertanto, non sarà molto difficile per l’amministrazione Trump indottrinare la maggioranza degli abitanti dell’isola e corromperli con la propaganda economica, soprattutto sapendo che in Groenlandia esiste già un solido nucleo filoamericano. Dopo il suo lavoro di propaganda, la capacita di persuadere senza coercizione si concluderebbe con un voto generale sull’isola per la sua indipendenza, che sarebbe dichiarata con tutte le possibili manipolazioni elettorali sotto la supervisione della “comunità internazionale” (filoamericana). Pertanto, il passaggio della Groenlandia dall’amministrazione danese a quella statunitense avverrebbe secondo principi formalmente “democratici”. L’ammontare della somma che la Danimarca riceverebbe dagli Stati Uniti per questa transizione “democratica” dalla Danimarca agli Stati Uniti probabilmente non sarà mai reso noto. Non dimentichiamo che Trump ha già minacciato i paesi europei che si oppongono alla sua politica di annessione della Groenlandia con l’introduzione di dazi doganali inizialmente pari al 10% e, se i paesi in questione non collaboreranno, con dazi sempre più elevati sulle esportazioni dei loro prodotti verso il mercato statunitense. Questo momento è estremamente importante perché i governi dei paesi europei avranno un argomento forte da presentare ai propri cittadini per spiegare perché non stanno difendendo con maggiore determinazione l’integrità territoriale della Danimarca. Il secondo scenario prevede l’uso diretto della forza militare in Groenlandia, che sarebbe formalmente giustificato da ragioni di sicurezza. Per “occupare” l’isola, gli Stati Uniti avrebbero bisogno di un cacciatorpediniere e di un battaglione di marines, per ogni evenienza. In ogni caso, sull’isola sono già presenti due basi militari statunitensi. In caso di sbarco americano sull’isola, la “comunità internazionale” non intraprenderebbe alcuna azione concreta e le proteste si ridurrebbero a una noiosa ripetizione della storia sulla violazione del “diritto internazionale”. Ricordiamo che gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione di aggressioni militari contro altri Stati che violano questo diritto, per un totale di 33 dal 1945, compresi i colpi di Stato e i colpi di mano militari istigati direttamente. Un esempio classico è l’occupazione militare dello Stato insulare indipendente di Grenada nel Mar dei Caraibi, nell’ottobre 1983, sotto l’amministrazione del presidente Ronald Reagan, sotto la cui amministrazione il presidente di Panama, il generale Manuel Noriega, fu rapito nel 1989 (comunque un collaboratore di lunga data della CIA). La “comunità internazionale” non ha intrapreso alcuna azione concreta contro il genocidio israeliano a Gaza o il rapimento del presidente venezuelano Maduro, e non lo farà nemmeno nel caso dell’occupazione militare della Groenlandia. Solo la Danimarca protesterà per un po’, ma presto si calmerà. La Gran Bretagna, la Polonia e gli Stati baltici probabilmente daranno un sostegno diretto all’occupazione, mentre la burocrazia dell’UE e della NATO cercherà di insabbiare l’intera questione il più presto possibile, al fine di consolidare i propri membri contro il loro principale nemico: la Russia “aggressore”. L’attuale dispiegamento di bizzarre truppe militari dell’UE/NATO in Groenlandia è principalmente una dimostrazione improduttiva di “forza” contro l’“occupazione russa e cinese” dell’isola, non una “forza” per contenere la reale occupazione statunitense della Groenlandia. Le minacce di Washington e Parigi di lasciare la NATO sono di natura diplomatica, ovvero un modo per passare la palla da una parte all’altra. È chiaro a chiunque abbia anche solo una minima comprensione delle relazioni internazionali che si tratta principalmente di frasi vuote e retorica priva di significato volte a guadagnare punti politici da entrambe le parti, principalmente contro la Russia. IL PREZZO DEL TRASFERIMENTO E LE POSSIBILI CONSEGUENZE NELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI Secondo le stime di alcuni esperti occidentali, e come riportato dalla rete televisiva americana NBC TV Network, il valore della Groenlandia oggi ammonta a 700 miliardi di dollari. L’interesse degli Stati Uniti ad acquistare l’isola in contanti risale al 1946, quando il presidente americano Harry Truman offrì 100 milioni di dollari in oro. Tuttavia, questa informazione è stata resa nota solo nel 1991. A titolo di confronto, nel 1999 la CIA americana stimò il valore totale della provincia meridionale della Serbia, il Kosovo, in 500 miliardi di dollari. In sostanza, dal punto di vista militare e geopolitico, il trasferimento della Groenlandia agli Stati Uniti non cambierà nulla di fondamentale, poiché l’isola è di fatto già sotto il controllo degli Stati Uniti dal giugno 1940 e il completo trasferimento dell’isola dalle mani danesi a quelle statunitensi sarebbe un’operazione insignificante nel quadro del patto NATO. L’unica domanda è: chi sarà il prossimo ad essere occupato per motivi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti? I candidati sono molti: Colombia, Messico, Iran, ecc. Per ora, l’amministrazione Trump sta promuovendo l’attuazione della “Dottrina Monroe” del 1823 – “L’America agli americani”, ovvero che l’intero emisfero occidentale (americano) ricada sotto il dominio degli Stati Uniti. È chiaro che se questo progetto regionale dell’imperialismo americano verrà realizzato, sarà solo questione di giorni, nel contesto dell’attuazione del progetto globale MAGA, prima che l’imperialismo americano si sposti nell’emisfero orientale, dove dispone anche di un numero maggiore di solide roccaforti militari e politiche (soprattutto intorno all’Iran). Infine, in tutta questa politica di trasferimento della Groenlandia agli Stati Uniti, i veri vincitori saranno la Cina e la Russia, mentre l’unico perdente, insieme alla Danimarca, sarà l’Unione Europea. Le mosse diplomatiche di Pechino e Mosca su questo tema indicano chiaramente che stanno di fatto rimanendo in disparte, con la concessione alla Russia, da parte degli Stati Uniti, di una soluzione alla “questione ucraina” secondo la volontà russa, mentre la possibile remunerazione alla Cina rimane un segreto, come in molti altri casi simili finora. -------------------------------------------------------------------------------- Dichiarazione di non responsabilità L’autore scrive per questa pubblicazione a titolo personale, senza rappresentare alcuna persona o organizzazione se non le proprie opinioni personali. Nulla di quanto scritto dall’autore deve essere confuso con le opinioni editoriali o le posizioni ufficiali di qualsiasi altro mezzo di comunicazione o istituzione. L’autore del testo non ha alcuna responsabilità morale, politica, scientifica, materiale o legale per le opinioni espresse nell’articolo. -------------------------------------------------------------------------------- L’autore: Dr. Vladislav B. Sotirović, ex professore universitario, Vilnius, Lituania. Ricercatore presso il Centro Studi Geostrategici, Belgrado, Serbia. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI MARIA ROSARIA LEGGIERI. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza New York
Grande attesa per la quarta Assemblea del Forum Umanista Mondiale
In un momento critico della situazione mondiale, in cui riaffiorano violenze neocolonialiste e sembra scomparire ogni traccia di rispetto per i diritti umani e l’autodeterminazione di ogni popolo, assume grande rilevanza l’invito del Forum Umanista Mondiale a riflettere e agire collettivamente per costruire il mondo in cui vogliamo vivere. Come espresso dal titolo di questa Quarta Assemblea, l’appello di questo spazio di scambio e azione congiunta è quello di superare la crisi e l’incertezza globale attraverso una decisa mobilitazione umana a favore del bene comune. L’interesse suscitato dall’Assemblea, che si terrà il 24 e 25 gennaio dalle 13:00 alle 15:00 (ora UTC, Londra, in Italia calcolare un’ora in più), si è manifestato con intensità nell’iscrizione di organizzazioni e attivisti provenienti da 42 paesi di tutti i continenti. Artisti, collettivi di educatori, promotori della pace e della nonviolenza, sportivi, ricercatori, economisti, rappresentanti del mondo accademico, operatori sanitari e alimentari, difensori dei diritti umani e dell’habitat, tra le altre espressioni della base sociale, confluiranno in questa Assemblea con spirito umanista per condividere visioni ed esperienze che contribuiscano ad aprire il futuro in questa fase complessa che gli esseri umani stanno affrontando. Sebbene la connessione internazionale avverrà tramite videoconferenza, ci saranno diversi momenti in cui si svolgeranno anche scambi di persona. La prima giornata, dopo brevi relazioni su alcune attività di rilievo svolte nell’ambito del Forum Umanista Mondiale negli ultimi mesi, sarà dedicata allo scambio partecipativo per cercare di generare una visione globale della situazione attuale. Durante la seconda giornata si lavorerà su 17 tavoli tematici per rafforzare l’applicazione di proposte e azioni in aree specifiche. Il programma dettagliato è disponibile qui La partecipazione all’Assemblea del Forum Umanista Mondiale, la cui assemblea fondativa si è tenuta a Mosca nel 1993, è aperta a tutte le persone e organizzazioni, con l’unica condizione di non promuovere né sostenere atteggiamenti violenti o discriminatori. Per iscriversi e ricevere il link alla piattaforma virtuale, cliccare qui. Javier Tolcachier
Nazioni Unite: un report sulla “bancarotta idrica mondiale”
L’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute dell’Università delle Nazioni Unite (United Nations University institute for water, environment and health, Unu-Inweh) ha rilasciato il report “Global Water Bankruptcy: Living Beyond Our Hydrological Means in the Post-Crisis Era” che analizza a livello planetario lo stato delle riserve di acqua nel pianeta. Secondo quanto si legge nel rapporto circa 2,2 miliardi di persone non dispongono di acqua potabile gestita in modo sicuro, 3,5 miliardi non hanno servizi igienico-sanitari e 4 miliardi soffrono di grave scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno; Il 70% delle principali falde acquifere mondiali mostra un trend di declino, abbiamo perso circa 410 milioni di ettari di zone umide e in molte località più del 30% della massa glaciale dal 1970. Il report suggerisce la necessità di un intervento urgente, coordinato e che coinvolga tutti i paesi: “Il momento in cui viene pubblicato questo rapporto è fondamentale e rappresenta un’opportunità cruciale per  rafforzare la responsabilità e elevare l’acqua a priorità globale”. Pressenza IPA
Iran. 470 degli arrestati legati a “reti estere”
Negli interventi, le forze di intelligence hanno confiscato una varietà di armi da fuoco, munizioni e materiali esplosivi. Le forze di sicurezza e intelligence iraniane hanno catturato oltre 470 persone in tre province, identificate come figure chiave dietro la recente ondata di disordini violenti e attività terroristiche legate a reti […] L'articolo Iran. 470 degli arrestati legati a “reti estere” su Contropiano.
Minneapolia, the age of “incazzatura”
«Sono tutti incazzati». Mike ha 65 anni e il dono della sintesi. Arrivi in città e ti accorgi subito che non c’è da discutere. Non ci sono favorevoli e contrari, a Minneapolis. Sono tutti d’accordo, l’intervento delle squadre dell’Ice – Immigration and custom enforcement – gli assassini di Renee Nicole […] L'articolo Minneapolia, the age of “incazzatura” su Contropiano.
Le ultime elezioni negli Stati Uniti?
La minaccia di Donald Trump di annullare le elezioni di medio termine non è una finzione. Ha tentato di ribaltare i risultati delle elezioni del 2020 e ha affermato che non avrebbe accettato l’esito delle elezioni del 2024 in caso di sconfitta. Riflette sulla possibilità di sfidare la Costituzione per […] L'articolo Le ultime elezioni negli Stati Uniti? su Contropiano.
Centinaia di persone protestano a Davos prima della visita di Trump
Centinaia di persone hanno protestato a Davos prima della visita del presidente Trump al Forum Economico Mondiale, un incontro annuale delle élite economiche globali. La protesta arriva dopo che lunedì Oxfam ha pubblicato un rapporto in cui avverte che la ricchezza collettiva dei miliardari ha raggiunto la cifra record di 18,3 trilioni di dollari e che lo scorso anno il numero totale di miliardari ha superato per la prima volta nella storia i 3.000. Oxfam riferisce inoltre che i Paesi con un alto livello di disuguaglianza sono sette volte più esposti al rischio di erosione dello Stato di diritto e di brogli elettorali. “La vera storia riguarda anche il fatto che questi miliardari non si accontentano di essere super ricchi. Ora stanno comprando il potere politico, stanno comprando le elezioni, stanno comprando i media. E quello che alla fine si vede è l’ascesa dell’oligarchia. Questi pochi miliardari controllano la politica, le politiche e le narrazioni” ha dichiarato Amitabh Behar, direttore esecutivo di Oxfam.   Democracy Now!
MEDIO ORIENTE: INTERVISTA A ZAGROS HIWA, PORTAVOCE DELL’UNIONE DELLE COMUNITÀ DEL KURDISTAN (KCK)
Radio Onda d’Urto ha intervistato Zagros Hiwa, portavoce del KCK, l’Unione delle Comunità del Kurdistan, organizzazione ombrello del confederalismo democratico. Nell’intervista, Zagros Hiwa espone il punto di vista del movimento di liberazione del Kurdistan su quanto sta accadendo in Medio Oriente, in particolare in Siria del nord-est e Rojava, in Iran e all’interno dello stato turco con il processo di pace in corso. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Zagros Hiwa, portavoce dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK). Ascolta o scarica. Di seguito la trascrizione integrale dell’intervista: Zagros Hiwa, iniziamo dalla situazione critica di attacco all’esperienza dell’autogoverno in Siria del nord-est e in Rojava. Cosa sta succedendo in Siria? Quali sono i piani e gli obiettivi delle potenze egemoniche? Qual è l’analisi e quali sono gli obiettivi del KCK in questo caso? Risposta: Quello che sta succedendo ora in Siria è un genocidio contro quasi tutti i cittadini, tutti i gruppi presenti in Siria. Come sapete, i drusi e gli alawiti sono stati vittime di genocidio e massacri lo scorso anno per mano di Al Jolani. Ora, l’esercito jihadista di Damasco si è rivolto contro i curdi, i cristiani, gli armeni e gli altri gruppi della Siria settentrionale, che hanno guidato la lotta contro Daesh. Possiamo dire che Daesh ora domina la Siria, e quei combattenti, uomini e donne, che hanno sconfitto Daesh nel nord della Siria sono ora sotto attacco, sotto pesanti attacchi sferrati dalla stessa mentalità di Daesh, che ha ricevuto legittimità politica ed economica dalle potenze egemoniche. Il popolo curdo sta affrontando una minaccia molto pericolosa alla propria esistenza. Il sistema libero e democratico è sotto pesanti attacchi, coordinati e finanziati da potenze regionali e internazionali. I curdi e altre entità religiose ed etniche in Siria stanno ora conducendo una resistenza esistenziale contro l’esercito jihadista di Al Joulani. Cento anni fa, le potenze egemoniche hanno diviso il Medio Oriente in molti stati nazionali diversi: arabi, turchi, persiani. Ora vogliono dividere ulteriormente questi stati in piccole isole governate da jihadisti e le cosiddette “dittature benevole”. Come sapete, hanno consegnato l’Afghanistan ai talebani, hanno consegnato la Siria a Daesh e a Jolani, e ora sembra che abbiano tradito le rivolte del popolo iraniano e che stiano per lasciare l’Iran a una nuova versione degli ayatollah che hanno portato al potere 50 anni fa. Le potenze egemoniche, a quanto pare, si sono spartite la Siria tra loro. Il sud della Siria è stato lasciato a Israele e altre parti della Siria sono state lasciate in balia della Turchia e dei suoi alleati jihadisti del cosiddetto governo di transizione siriano. Qui, l’obiettivo è quello di sopprimere qualsiasi sistema democratico di autogoverno in Medio Oriente e di avviare una nuova forma di colonizzazione per altri cento anni. Nell’ambito di questo piano, ai curdi sono stati negati i loro diritti più fondamentali. Ciò che è stato pianificato contro i curdi è il proseguimento della campagna genocida contro di loro iniziata 100 anni fa. Insomma, per i curdi non è cambiato nulla. Quanto ho detto finora è la nostra analisi. Il KCK continuerà a lottare per l’esistenza e la libertà dei curdi. I risultati ottenuti finora sono stati raggiunti attraverso la lotta. E solo la lotta può proteggerli. Naturalmente, siamo determinati a portare avanti questa lotta attraverso la politica democratica nel quadro del nostro obiettivo più ampio di costruire una comunità democratica e una società democratica. Allo stesso tempo, daremo pieno sostegno alla resistenza dei nostri popoli contro gli attacchi genocidi di un gruppo jihadista e di regimi dittatoriali. Passiamo ora all’Iran: dal vostro punto di vista cosa sta succedendo? Qual è la posizione del KCK sulla rivolta popolare e le sue implicazioni regionali? Risposta: Beh, il regime iraniano è in rovina. I cinquant’anni di governo dell’Ayatollah, i cinquant’anni di governo dei mullah non hanno portato altro che esecuzioni, torture, pressioni, corruzione, povertà, disoccupazione all’interno del Paese e instabilità regionale all’esterno, a livello regionale. Sembra che il regime abbia perso la sua rilevanza ideologica e la sua legittimità politica. L’economia è crollata e la maggior parte delle persone non può permettersi nemmeno una vita povera. Non riescono ad arrivare a fine mese. Ecco perché la gente non vede alcun futuro per sé in questo sistema. Vuole un cambiamento. Un cambiamento reale, autentico, ma il regime è troppo corrotto per cambiare. Ecco perché la gente è scesa in piazza per rivendicare il proprio diritto più naturale. Purtroppo, il regime e le sue milizie hanno compiuto massacri nelle strade di Teheran, Mashhad, Isfahan e in tutte le città dell’Iran. Hanno ucciso migliaia e migliaia di persone. Questo è un massacro. Il mondo non dovrebbe rimanere in silenzio di fronte a tutto questo. Questa rivolta popolare è la continuazione della rivoluzione per la libertà delle donne, avvenuta nel 2022. Le rivolte in Iran tendono a seguire un andamento ascendente. Ogni rivolta supera la precedente in termini di portata, partecipazione e rivendicazioni. L’Iran tende a collegare queste rivolte all’intervento delle potenze straniere e le accusa di interferire negli affari iraniani. Queste affermazioni non sono di per sè prive di senso, ma negano il fatto che il popolo iraniano voglia libertà e democrazia. E non voglia essere governato da ideologie medievali. Naturalmente, le potenze internazionali vogliono investire in queste rivolte. Vorrebbero manipolare queste rivolte. Finché il regime iraniano continuerà a ignorare le legittime richieste dei popoli, queste rivolte saranno manipolate da potenze straniere che non hanno a cuore né il popolo iraniano né lo stesso regime. A loro interessano solo i propri interessi. E al momento sembra esserci una sorta di accordo tra l’Iran e gli Stati Uniti. Vorrei che il regime iraniano avesse fatto concessioni al popolo invece di capitolare alle imposizioni delle potenze internazionali. Infine, come sta procedendo il processo di pace in Turchia? Quali sono gli obiettivi e le prospettive del movimento di liberazione a riguardo? Risposta: Il processo di pace è giunto allo stadio attuale grazie a tutte le misure unilaterali adottate dal Movimento di Liberazione del Kurdistan. Il PKK si è sciolto, ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale, ha bruciato le sue armi e ha ritirato le sue forze dalla Turchia. Tuttavia, lo Stato turco non ha ancora adottato misure concrete in risposta a tutte queste iniziative unilaterali. Lo Stato turco sembra riconoscere l’esistenza dei curdi solo a parole, solo a livello retorico. Non è stata intrapresa alcuna azione legale e non è stata ancora dimostrata la necessaria volontà politica. La stessa commissione istituita in parlamento per la risoluzione della questione curda non ha nemmeno permesso alle Madri per la Pace di parlare in curdo. Oltre a tutto ciò, il leader Apo (Abdullah Öcalan, ndr) è tenuto in ostaggio nella prigione di Imrali da 27 anni consecutivi e questa situazione continua ancora oggi. È ancora lì, in isolamento. Il suo diritto alla speranza non è stato riconosciuto dal sistema di giustizia turco. Più correttamente, dal sistema di ingiustizia turco. Gli viene negato il diritto di lavorare e vivere in condizioni di libertà. Ora, con gli attacchi al Rojava, in Kurdistan, il processo corre rischi vitali. Lo Stato turco parla di pace all’interno della Turchia, ma fa sì che il jihadista Al Jolani attacchi i curdi ad Aleppo e in altre parti della Siria. Quindi, l’obiettivo principale, diciamo, resta la soluzione democratica della questione curda in Turchia e in tutte le altre parti del Kurdistan. La soluzione democratica della questione curda richiede la democratizzazione di tutti gli Stati interessati. Intendo dire Iraq, Turchia, Iran e Siria. A tal fine, attribuiamo importanza prioritaria alla costruzione di una società democratica attraverso la politica democratica. In tal modo, attribuiamo un ruolo di primo piano alla lotta delle donne e alla lotta dei giovani, nonché alla protezione dell’ambiente naturale.
Testimonianza di un combattente cubano a difesa di Maduro
Yohandris Varona Torres, un militare cubano che è sopravvissuto all’attacco degli Stati Uniti al Venezuela lo scorso 3 gennaio per catturare Nicolás Maduro, ha raccontato quanto accaduto in quella madrugada. Secondo quanto riferito venerdì alla stampa della sua natale Camagüey, durante l’omaggio resogli in quella provincia ai 32 cubani morti […] L'articolo Testimonianza di un combattente cubano a difesa di Maduro su Contropiano.