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Interpellato sulle sue attività in Israele… il ‘gigante buono’ non risponde
Dal 6 dicembre scorso ad oggi, 21 gennaio 2026, i dirigenti della Ferrero S.p.A. non hanno ancora risposto alla lettera inviata da numerose associazioni e aggregazioni del territorio dove è sorto il primo stabilimento del rinomato brand dei dolciumi. ‘LA’ FERRERO, E I SUOI TESTIMONIAL Fondata da Pietro Ferrero con il fratello Giovanni e la moglie Piera nel 1946 ad Alba, dove ha tuttora la sede principale, l’azienda multinazionale è il terzo gruppo a livello mondiale nel mercato della pasticceria al cioccolato. Le sue produzioni vengono realizzate negli impianti dislocati in 55 stati. Chi da piccolo prima di andare a nanna vedeva Carosello… ricorda lo spot della Ferrero con i suoi personaggi, Jo Condor e il Gigante buono, e ‘tormentoni’, E che c’ho scritto Jo Condor? e Gigante, pensaci tuuuuuuuu… : > due modi di dire che noi che non siamo nati ieri continuiamo ad usare, a volte > dimenticando che non tutti comprendono … Il Paese Felice non era mai felice > abbastanza. Ma quando il Gigante sistemava tutto, noi bambini capivamo il > messaggio, arriva il dolce! …  Ferrero sapeva come ipnotizzare i bambini, che > di certo non si preoccupavano di implicazioni nutrizionali, impatto sul volume > addominale e sulla circonferenza di fianchi e glutei, ma andavano pazzi per i > Kinder, la Fiesta, i Mon Cheri e, ovviamente, la Nutella” – Jo Condor e il > Gigante: un carosello, due meme immortali / BOOMERISSIMO, 08.11.2025 PROPOSTA DI DIALOGO CON FERRERO S.P.A.: UNA RICHIESTA DI CHIAREZZA E RESPONSABILITÀ SULLE ATTIVITÀ ECONOMICHE IN ISRAELE Siamo un gruppo di cittadinə appartenenti ad associazioni e collettivi impegnatə nella tutela dei diritti umani universali e nel sostegno al popolo palestinese. Rendiamo pubblico un dialogo avviato il 6 dicembre 2025 con Ferrero S.p.A., che ad oggi non ha ricevuto risposta. La lettera – che alleghiamo integralmente e che chiediamo cortesemente che venga pubblicata senza estratti o sintesi arbitrarie – nasce da una richiesta di chiarimento sulle attività economiche di Ferrero in Israele e sulla posizione dell’azienda rispetto alle violazioni dei diritti umani, non da un’accusa. Abbiamo scelto consapevolmente la via del dialogo, convinti che sia più utile costruire ponti piuttosto che alzare muri, e che il confronto con realtà complesse e influenti possa aprire spazi concreti di azione positiva. Allo stesso tempo, non possiamo ignorare una dinamica che si ripete tristemente in molti contesti: non si può dare priorità all’economia trasformando la natura e le persone in mera risorsa, senza rispetto per la Vita Integrale; non si può continuare nella logica di guadagni enormi per poche persone, mentre il prezzo umano, sociale e ambientale viene pagato dall’intera collettività. Rete Cuneese per la Palestina a nome di TUTTE le realtà firmatarie ACLI Asti –  ANPI Carrù – ANPI di Villanova d’Asti – ANPI Grugliasco – ANPI Nizza Lingotto – ANPI-CGIL Cuneo – Asti per la Palestina – BDS Pinerolo – Camminare Lentamente – Casa del popolo Asti – CGIL Cuneo – Collettivo Statale 590 – Comitato Bruino democratica – Comitato Palestina Ivrea – Comuneroero ODV – Coordinamento Novara per la Palestina – CUB Cuneo e provincia – Cuneo per Gaza (coordinamento di circa 50 soggetti tra associazioni, organizzazioni sindacali e partiti) – Docenti ed educatori di Cuneo e provincia per i diritti umani in Palestina – Donne in cammino per la pace Mondovì – Donne in nero contro la guerra Alba – Federazione di Sinistra italiana della provincia di Cuneo – Italia Nostra Sezione del Braidese – Global Movement To Gaza Italia – La Casa Rotta Cherasco – Legambiente Langhe e Roero Aps – Mamme in piazza per la libertà del dissenso Torino – Mononoke Alba – Osservatorio per la tutela del paesaggio di Langhe e Roero  – Partito Comunista dei Lavoratori Torino – Partito della Rifondazione Comunista / Federazione di Cuneo – Possibile Cuneo – Presidio Permanente di Castelnuovo Scrivia – Pro-Tetto Migranti ODV Cavallermaggiore – Ramassin Fossano – Rete Welcoming Asti – Scuola per la Pace Torino e Piemonte – Sinistra Racconigese – Torino x Gaza (coordinamento di decine di associazioni, organizzazioni sindacali e partiti) – Uniti si può Asti – USB Federazione del Piemonte > Alla cortese attenzione dell’Ufficio Stampa Ferrero S.p.A. > Piazzale Pietro Ferrero 1 > 12051 Alba (CN) – Italia > > Gentili Responsabili, > > siamo un gruppo di cittadinə appartenenti ad associazioni e collettivi > impegnatə nella tutela dei diritti umani universali, pertanto nel sostegno al > popolo palestinese. Ci rivolgiamo alla Vostra azienda in quanto realtà di > rilievo internazionale e simbolo dell’eccellenza italiana nel mondo, nonché > per la reputazione che Ferrero ha costruito come impresa attenta alle persone, > ai diritti e alla sostenibilità. > > Ferrero, infatti, si presenta nei propri documenti ufficiali e nei rapporti di > sostenibilità come un’azienda che “mette le persone al centro di ogni > decisione”, operando secondo principi di etica, trasparenza e responsabilità > sociale. In più occasioni avete sottolineato il Vostro impegno a garantire che > le vostre attività globali rispettino i principi fondamentali delle Nazioni > Unite e dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, promuovendo un modello > industriale orientato al rispetto della dignità umana. > > Proprio in virtù di questi valori dichiarati, e alla luce delle informazioni > da Voi pubblicate riguardo alla vostra presenza in Israele, riteniamo > importante chiedere chiarezza riguardo alle relazioni economiche e commerciali > che Ferrero intrattiene con lo Stato di Israele. Tale richiesta viene rivolta > alla Vostra così come a tutte le imprese del territorio che hanno sede > commerciale in Israele e che non hanno ancora chiarito pubblicamente la natura > e i limiti di queste collaborazioni. > > Secondo quanto riportato sul vostro sito ufficiale: > > – Sul portale «Ferrero in Israel», Ferrero dichiara di operare in Israele > attraverso la società Ferrero Premium Confectionery & Trading Ltd, con sede > presso l’Azrieli Center di Holon. Lo stesso sito indica che la presenza > commerciale del gruppo in Israele risale al 1975 e che dal 2016 Ferrero opera > nel Paese tramite la propria organizzazione locale. > > – Nella sezione “Una presenza globale” del sito “ferrero.it”, Israele compare > fra i paesi in cui il gruppo è attivo, con la menzione del suddetto ufficio a > Holon. > > – Inoltre, la piattaforma «Ferrero Careers» pubblica regolarmente offerte di > lavoro per posizioni in Israele, a conferma di una presenza strutturata e > continuativa sul territorio. > > Alla luce delle gravi e documentate violazioni dei diritti umani in corso nei > Territori Palestinesi occupati, desideriamo chiedere alcuni chiarimenti. Da > fonti internazionali risulta che la International Criminal Court (ICC) ha > emesso mandati di arresto in data 21 novembre 2024 nei confronti del Primo > Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex Ministro della Difesa Yoav > Gallant, per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi > nel contesto del conflitto nella Striscia di Gaza *. > > Successivamente la Commissione d’Inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha > ufficialmente definito le azioni israeliane a Gaza come genocidio in un > rapporto pubblicato il 16 settembre 2025. Secondo la Commissione, infatti, le > autorità israeliane stanno portando avanti un’aggressione militare che ha come > obiettivo “uccidere più palestinesi possibile” con l’intento di distruggere in > tutto o in parte il gruppo palestinese e rendere Gaza un luogo invivibile per > ə sopravvissutə. Le azioni militari israeliane sono state riconosciute come > azioni compiute per “[…] deliberatamente infliggere al gruppo condizioni di > vita calcolate per provocarne la distruzione fisica […]” e “[…] imponendo > misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo […]” **. > > Secondo i dati aggiornati del Ministero della Salute di Gaza ***, tra il 7 > ottobre 2023 e il 10 novembre 2025 sono > almeno 68.832 ə mortə palestinesi (di cui l’83% civili) e almeno 170.6G0 ə > feritə. I dati relativi all’infanzia sono impressionanti: almeno 20.632 > bambinə sono statə uccisə (il 30% del totale deə mortə, il 65% dei quali sotto > i 13 anni di età) e 10G8 bambinə hanno subito l’amputazione di almeno un arto. > Tra ə bambinə sopravvissutə 55.861 sono orfanə di almeno un genitore; inoltre, > la carestia dovuta anche al blocco dell’ingresso degli aiuti umanitari ha > fatto registrare nel 2025 nella striscia di Gaza 62.G42 casi di malnutrizione > in bambinə sotto i 5 anni di età. > > In questo contesto, chiediamo a Ferrero (in quanto azienda che dichiara di > essere attenta alle persone, > alla giustizia sociale e ai diritti umani) di chiarire: > > * Se Ferrero intrattiene ulteriori rapporti economici o di partnership con > aziende israeliane oltre alla distribuzione locale; > * Se l’azienda ha in atto accordi di fornitura, ricerca o sviluppo > tecnologico con entità israeliane, e se tali rapporti vengono valutati > secondo criteri di due diligence etica e rispetto dei diritti > umani; > * Se Ferrero possiede stabilimenti produttivi, magazzini o attività in aree > considerate territori occupati secondo il diritto internazionale; > * Se l’azienda intende rendere pubblica una propria policy di responsabilità > sociale che chiarisca come vengono gestiti i rapporti commerciali in > contesti di conflitto o violazione dei diritti umani. > > Riteniamo che una risposta trasparente e documentata a tali domande sia > coerente con la storia, i principi e la reputazione di Ferrero come impresa > socialmente responsabile. Una presa di posizione chiara su questo tema > rappresenterebbe non solo un atto di coerenza con i valori che l’azienda > promuove, ma anche un contributo concreto al rispetto del diritto > internazionale e alla tutela della dignità umana. > > Concludiamo offrendo la nostra disponibilità ad un confronto costruttivo e > alla valutazione di progetti condivisi a sostegno del popolo palestinese. > > Ringraziamo anticipatamente per la vostra attenzione e restiamo in attesa di > un riscontro ufficiale. > > – – – > > * International Criminal Court (ICC), Situation in the State of Palestine: ICC > Pre-Trial Chamber I rejects the State of Israel’s challenges to jurisdiction > and issues warrants of arrest for Benjamin Netanyahu and Yoav Gallant, 21 > November 2024, > https://www.icc-cpi.int/news/situation-state-palestineicc-pre-trial-chamber-i-rejects-state-israels-challenges > > ** Human Rights Council, Independent International Commission of Inquiry – > Legal analysis of the conduct of Israel in Gaza pursuant to the Convention on > the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide (A/HRC/60/CRP.3), 16 > September 2025, > https://www.ohchr.org/sites/default/files/documents/hrbodies/hrcouncil/sessions-regular/session60/advance-version/a-hrc-60-crp-3.pdf > > *** Palestinian Ministry of Health, Statistics of the Israeli aggression on > Gaza Strip 2023-2025, Sehatty, https://sehatty.ps/public/   Maddalena Brunasti
Il senso della giustizia è innato?
> «La giustizia e l´ingiustizia sono stati inventati per impedire alle persone > di riprendersi ciò che è stato loro rubato.»  (John Dutton, del ranch > Yellowstone). Con questa frase l’attore Kevin Costner (che interpreta Dutton nella serie TV Yellowstone, N.d.r.) vuole intendere che non esiste un diritto naturale a qualcosa. Se il diritto in quanto tale non esiste, perché dovremmo difenderlo? Perché il senso della giustizia è naturale e innato? In questo articolo non intendo lamentarmi dell’ingiustizia. Si tratta piuttosto di capire se esiste un “diritto”, da dove proviene e se ha qualcosa a che fare con la “giustizia”. Dall’invasione della Russia nel 2022, nei dibattiti politici è stato ripetutamente invocato il “diritto internazionale”. Lo stesso vale per i bombardamenti attuati da Israele nei paesi vicini. Evidentemente si presume che esista un “diritto” internazionale. Il ‘diritto’ senza una forma di “giustizia” implode, è privo di senso. Il simbolo della giustizia, però, è la bilancia. La giustizia è innanzitutto uno strumento per pacificare i gruppi. Impedisce conflitti aperti e prolungati per beni, potere e posizioni. Senza di essa, ci sarebbe il rischio di una lotta permanente di tutti contro tutti, distruttiva e improduttiva. In realtà, però, tutte le civiltà conosciute si basano su disuguaglianze strutturali. Già le prime città-stato della Mesopotamia – Ur e Uruk – erano organizzate in modo rigorosamente gerarchico, cioè ingiusto. Ed è proprio lì che troviamo la prima raccolta completa di leggi dell’umanità. L’ingiustizia di fatto è stata tradotta in forma di legge: intoccabile, apparentemente neutrale, per grazia di Dio. La legge garantiva a ciascuno il proprio posto, ma non la propria libertà. La più grande appropriazione di terre della storia antica ebbe luogo probabilmente sotto Alessandro Magno. Tuttavia, il suo impero durò solo circa 15 anni nella sua massima espansione. L’Impero Romano, invece, che si espanse lentamente, durò più o meno 500 anni. A differenza di Alessandro, i Romani portarono la legge, il diritto romano. Tutti gli abitanti dei territori conquistati divennero romani. Si potrebbe dire che i Romani conquistarono con l’esercito e assicurarono il loro dominio con la legge. Gli inglesi impararono dai Romani e applicarono lo stesso principio nelle loro colonie. L’appropriazione delle terre negli Stati Uniti è stata accompagnata da un genocidio senza precedenti, legittimato giuridicamente proprio come la schiavitù. Gli Stati Uniti disponevano di soldati, giudici e leggi, mentre le vittime avevano solo lo status di “bande”. In Canada non andó molto diversamente. Negli anni tra il 1960 e il 1970, il genocidio aperto e sanguinario era ormai bandito, ma la sterilizzazione forzata delle donne indigene veniva fortemente promossa dalla legge. Si stima che fino al 50% delle indigene ne sia stato colpito, mentre il mondo celebrava i Beatles e i Rolling Stones. Ciò che per gli Stati Uniti e il Canada è storia, in Palestina è il presente. La politica di Israele si differenzia da quella degli Stati Uniti soprattutto per il fatto che gli Stati Uniti hanno concluso la loro fase di espansione, dopo l’appropriazione delle terre del Texas e della California. Analogamente ai coloni invasori in Nord America, i coloni ebrei arrivarono in Palestina all’inizio del XX secolo, istituirono un parlamento, le leggi, un sistema giudiziario e un esercito, dichiarando cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato. Fino ad oggi questo Stato continua a sottrarre terreni a privati cittadini. I soldati di uno Stato di diritto costringono le persone ad andarsene e impongono la “loro” giustizia. Le organizzazioni di apolidi vengono rapidamente dichiarate illegali e quindi prive di diritti. L´esecrabile attacco del 7 ottobre sarebbe stato valutato diversamente a livello internazionale se la Palestina fosse stata riconosciuta come Stato. Senza essere meno orribile, sarebbe stato considerato giuridicamente come un tentativo da parte di uno Stato di riconquistare il territorio occupato. La storia dimostra che raramente la disuguaglianza e la miseria portano da sole alla ribellione: * Irlanda 1845-1852: un milione di morti per fame, nonostante l’esportazione di cereali. * India 1943: da due a tre milioni di morti. * Ucraina 1932-1933: da tre a quattro milioni di morti per fame. * Cina 1959-1961: da 15 a 45 milioni di morti. * Etiopia 1983-1985: un milione di morti per fame. Senza che si sfociasse in rivolte! E tuttavia, le persone si oppongono alle “ingiustizie”. Alla fine degli anni ’80, la chiusura di alcuni stabilimenti minacciava l’industria siderurgica tedesca. I lavoratori sapevano cosa sarebbe accaduto. Ma ciò che determinò la loro resistenza non fu la prospettiva di perdere il lavoro, bensì la scoperta del doppio gioco politico. Quando si venne a sapere che il partito SPD prometteva pubblicamente solidarietà, ma internamente agiva in modo contrario, scoppiò una sommossa. Ció che seguì fu molto più di uno sciopero. Vi fu una rivolta intorno all’acciaieria Krupp di Rheinhausen, come non se ne erano mai viste prima. Dall’autunno del 1987 alla primavera del 1988 Rheinhausen rimase bloccata. La popolazione sostenne la resistenza. I media tacquero. Non è stata la necessità, bensì la perdita di legittimità a portare al conflitto. Lo stesso schema si è ripetuto nelle rivolte della fame nei paesi arabi: Egitto 1977, Tunisia 1983-1984, Marocco 1981 e 1984, Sudan 1985-1986, Algeria 1988, Giordania 1989. Non è stato solo il prezzo del pane a essere determinante, ma la sensazione di essere vittime di un ordine ingiusto e determinato da altri. Il candidato alla presidenza Trump era detestato e temuto dai vertici europei, non per la sua aggressività, ma per la sua schiettezza. Senza peli sulla lingua rendeva noto quello che lui e i suoi predecessori – Biden e Obama – facevano, ma che questi ultimi non avevano mai dichiarato apertamente. Questa sua franchezza ha ostacolato l’élite di potere europea nello sforzo di mantenere l’illusione di una politica giusta agli occhi della gente. L’invasione militare in Venezuela, durante la quale sono state uccise oltre 100 persone e il presidente è stato rapito insieme alla moglie, è stata definita dai principali media tedeschi come un “arresto”. “Arresto” è un termine del diritto di polizia. Implica già che l’azione sia legalmente legittima e giustificata. Il cancelliere federale Merz si è affrettato a giustificare diligentemente l’evidente violazione della legge. Cosa possiamo imparare da questo? Primo: l’élite al potere fa quello che vuole. Secondo: ha bisogno del “diritto” per giustificare il proprio agire. Il potere moderno non può basarsi solo sulla forza bruta. Ha bisogno di certezza giuridica e accettazione. È proprio qui che sta la sua vulnerabilità. Le leggi promettono giustizia – ed è proprio in base a questa promessa che dobbiamo giudicare i loro creatori, senza cadere nell’illusione che queste leggi siano espressione di vera giustizia. Non dobbiamo credere alle leggi tanto quanto non dobbiamo credere a coloro che le creano. Ma è proprio sulla base delle leggi che promettono diritto e giustizia che si può smascherare l’ingiustizia. L’élite dominante deve essere giudicata in base ai criteri con cui essa stessa crea legittimità. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Jürgen Adriaans
“Per un Iran Libero” , presidio a Firenze : le foto
Con la partecipazione di Amnesty Intenational Toscana, Ampi Firenze, CGIL Firenze, Movimento Vita donna libertà Fi, Donna Vita Libertà ass CulturaleFi , ed altre assocazioni fiorentine, si è tenuto ieri in tardo  pomeriggio  in piazza Sant’Ambrogio nel cuore storico di Firenze un presidio di solidarietà con il popolo iraniano. Le varie associazioni  hanno testimoniato  la tragedia di quel  popolo  che vive da decenni sotto l’oppressione del regime teocratico islamico attuale, come di  quello precedente dittatoriale dello Shah  e che in cicli periodi di rivolte come questultima tenta  faticosamente di trovare  nonostrante la frantumazione e la repressione feroce di ogni forma di resistenza ed  opposizione una propria via verso la libertà. A metà presidio sono comparsi un gruppo di sostenitori del figlio dello Shah, sventolando bandiere monarchiche , creando un certo imbarazzo.  Il giovane Reza Pahlavi, principe in esilio, è proposto dagli gli Stati Uniti  come possibile figura sostitutiva in un cambio di regime da loro sostenuto. In una intervista Reza Pahlavi ha sostenuto “Necessari attacchi di Usa o Israele per il collasso del sitema iraniano”. Una prospettiva che le associazioni iraniane presenti  al presidio rifiutano con forza affermando che sta al popolo Iraniano in una necessaria unione delle forze di opposizione raggiungere la propria libertà ed mancipazione senza l’ingerenze  esterne. Si è chiesto inoltre un  incisivo intervento di tutte  le istanze istituzionali internazionali per condannare e mettere al bando gli atti criminali che il regime degli Attollhah stanno compiendo. foto di Cesare Dagliana Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi iran fi 2001026Donna Vita Libertà Fi   Redazione Toscana
Contro la fascistizzazione della riproduzione sociale
Prendersi del tempo per scrivere è una tregua in mezzo a giornate turbolente dovute all’intensificarsi delle politiche fasciste negli Stati Uniti e ci consente di creare spazi per la circolazione di un altro tipo di prospettiva, di continuare un dialogo tra di noi con il desiderio di costruire altri luoghi da cui parlare, ricordare e costruire possibilità.  La militarizzazione si intensifica e negli Usa continuano le sparizioni e l’impunità. Potere esecutivo e stato di polizia L’intensificazione delle politiche autoritarie attuate dal potere esecutivo del presidente Donald Trump mira a smantellare la possibilità stessa di vita per tutto ciò che eccede la logica della supremazia bianca eteropatriarcale colonialista e imperiale. La nostra prospettiva è fondamentale per comprendere il contesto storico che sostiene la natura reazionaria dell’espansione fascista che stiamo vivendo oggi. Sebbene le varie ondate di movimenti negli Stati Uniti negli ultimi quindici anni non si siano concretizzate in forme di organizzazione coerenti e durature, in grado di costruire un panorama politico alternativo, è importante comprendere che hanno toccato una serie di nervi scoperti che ci aiutano a comprendere l’attuale intensificazione di politiche razziste ed eterosessiste-patriarcali volte a ristabilire un’identità nazionale colonialista e imperialista. Nei primi giorni del suo secondo mandato, gli obiettivi sono diventati chiari: Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti erano stati “invasi” dal Messico, ha anche emanato un ordine esecutivo per il riconoscimento di due soli sessi (maschio e femmina) con il pretesto di “difendere e proteggere” le donne dall’“estremismo dell’ideologia di genere” e ha attaccato direttamente ciò che la lunga storia delle mobilitazioni LGBTQIA2S+ aveva ottenuto, nonostante i tentativi di cattura istituzionale dei movimenti. I decreti presidenziali hanno comportato una reintegrazione suprematista contro ciò che le lotte antirazziste avevano stabilito nelle strade ma anche nell’ordine istituzionale: la piazza Black Lives Matter a Washington DC è stata smantellata e tutto ciò che era legato all’attuazione di una maggiore equità razziale e di genere è stato privato di fondi e perseguitato. Trump ha anche dichiarato lo stato di emergenza al confine con il Messico. La sua amministrazione ha sospeso l’app utilizzata per poter inoltrare le richieste di asilo al confine, e gli inseguimenti e le retate dei migranti sono diventati più drammatici e intensi, compresi gli arresti effettuati al momento dell’arrivo per gli appuntamenti concordati. Gli arrestati vengono trasferiti in centri di detenzione in altri stati, e persino in altri paesi, in attesa di espulsione senza nemmeno l’apparenza di un giusto processo. Le conseguenze delle rivolte Negli ultimi quindici anni negli Stati Uniti si sono avuti diversi momenti di lotta che hanno generato mobilitazioni sotto forma di esplosioni che hanno poi avuto un impatto importante a livello sia istituzionale che organizzativo, in grado di amplificare un altro tipo di orizzonte politico. Il potere patriarcale e razzista che oggi vuole riorganizzare “casa sua” e cerca di mettere tutti al posto che ritiene giusto è anche, in parte, una reazione a questa serie di mobilitazioni. C’è stato Occupy Wall Street (2011), come forma diretta di scontro con la finanziarizzazione della vita; movimenti contro il razzismo sistemico a partire da Black Lives Matter (2014); la marcia di massa delle donne, in diverse parti del Paese, come risposta al primo insediamento di Trump (2017). Queste e altre proliferazioni di proteste contro la natura quotidiana degli abusi hanno portato alla luce tensioni e complessità della violenza del sistema che stavano diventando palpabili. Nonostante le varie forme di “sussunzione” istituzionale e le divisioni interne seguite al primo Sciopero Internazionale delle Donne del 2017, i metodi di lotta contro il legame tra capitalismo ed eteropatriarcato sono stati riattivati e portati avanti attraverso il femminismo antirazzista e anti-carcerario. Da allora in poi, sono emerse diverse linee di lotta, che riflettono la necessità di ampliare la nostra comprensione dell’oppressione: il movimento #MeToo nelle carceri, organizzato da persone trans e non binarie detenute nelle prigioni; la lotta contro la sterilizzazione delle donne nei centri di detenzione per migranti; le reti di difesa collettiva e di mutuo soccorso come protezione dei quartieri contro l’intensificazione di retate, arresti e deportazioni dei migranti. Parte di questo ha portato alla creazione di quella che è stata poi dichiarata una rete di stati e città santuario [che si oppongono alla applicazione delle leggi sull’immigrazione e proteggono dalle incursioni dell’ICE, ndt]. La sequenza, che è culminata nello slogan “Defund the police” [meno finanziamenti alla polizia e più finanziamenti per i servizi sociali, ndt] per le strade, a partire dalla pandemia e poi in seguito agli omicidi di George Floyd e Breonna Taylor per mano della polizia [e oggi dovremmo aggiungere Renee Good, ndt], ha inserito la parola abolizione (delle carceri e della polizia) nel linguaggio quotidiano di milioni di persone. La guerra in casa   Negli Stati Uniti, dove vivo, non abbiamo mai usato così tanto la parola “guerra” per riferirci alle dinamiche che governano tutte le dimensioni della vita. Quando abbiamo iniziato a usare l’espressione “guerra” per nominare tutti i fronti dell’espropriazione della vita, uno dei pericoli è stato che questa parola porta sempre con sé un senso di impotenza, a causa della sua eccessiva e incommensurabile portata. Veronica Gago suggerisce che c’è un passo avanti rispetto a ciò che eravamo soliti chiamare guerra e crisi della riproduzione sociale, guardando a ciò che oggi sta emergendo come fascistizzazione della riproduzione sociale. Penso che questa sia una chiave importante che dobbiamo approfondire e che possiamo collegare a ciò che il Palestinian Feminist Collective ha chiamato “genocidio riproduttivo” per comprendere la portata delle politiche di morte e cancellazione di possibilità future che sono state messe in atto nel lungo attacco alla possibilità di vita palestinese. Il genocidio riproduttivo, elemento chiave del potere coloniale, implica la difficoltà di sostenere la vita in mezzo a meccanismi di assedio, criminalizzazione, prigionia e sparizione che erodono la capacità di intere comunità di rimanere in vita. Dimostra come il futuro, sia come possibilità per i popoli sia come strategia colonialista di mutilazione dell’infanzia e di creazione di traumi intergenerazionali, venga anch’esso ucciso. L’attacco alle migrazioni è direttamente collegato alla fascistizzazione della riproduzione, perché il bersaglio sono le persone che svolgono il lavoro riproduttivo che sostiene la vita: cura, cibo, assistenza infermieristica e istruzione, tra gli altri. Oggi, la possibilità di vivere al di fuori del ciclo di sparizione-detenzione-espulsione implica una logica di impossibilità: andare a lavorare potrebbe significare essere arrestati dagli agenti della sicurezza nazionale (ICE), ma rimanere chiusi a casa significa non avere mezzi per sopravvivere. Andare in tribunale significa rischiare l’arresto, e non andarci significa rischiare l’espulsione per mancata comparizione. L’importanza dei femminismi Dal femminismo impariamo a diffidare del senso di impotenza che nasce dall’idea di confrontarci con un contesto di guerra, perché siamo ferme in un mondo, e spesso intrappolate in un linguaggio, progettato per denigrarci e svalutarci. C’è qualcosa di radicalmente incommensurabile nello scontro tra la capacità di sostenere la vita collettiva e l’espansione delle guerre su tutte le scale. Di fronte all’avanzare della logica della guerra e della crudeltà, tutto sembra insufficiente . Tuttavia, è necessario attivare la conoscenza generata dai transfemminismi e dai movimenti antirazzisti in lotta, dove un meticoloso controllo quotidiano, la segregazione e i tentativi di addomesticamento sono stati storicamente parte di una storia che ora si sta dispiegando e intensificando. Come afferma la pensatrice e attivista Alessandra Chiricosta: “Nella logica della guerra opera la logica del mito della forza virile. Questo momento è il grande spettacolo del mito”.  Il suo dispiegamento ci fa supporre che sia molto radicato perché su quella scacchiera siamo sempre lasciati dalla parte dei “deboli” e degli insignificanti: si tratta di un mito indiscusso e di un mega “dispositivo di controllo” dell’eteropatriarcato che vediamo ingigantirsi nel presente e di fronte al quale sembra che tutto ciò che facciamo sia quasi niente . La nostra forza nasce da altrove: dal perfezionamento e dalla moltiplicazione della nostra capacità organizzativa. Dobbiamo coltivare altre forme di azione, differente e dissidente, su una scala diversa ma non meno importante. La chiave sta nella nostra capacità di agire in modo unito e organizzato, come quando vediamo piccoli gruppi di vicini organizzati che riescono a cacciare gli agenti dell’ICE dal loro isolato e cioè ci troviamo di fronte all’immagine di una sproporzione sorprendente perché si tratta della difesa della vita portata avanti proprio dai nostri vicini contro agenti dello Stato, vestiti e preparati come per la guerra. Cerco le soluzioni in questi gesti perché credo che ci permettano di vedere che anche in quell’immenso eccesso, abbiamo bisogno di rendere visibile un’altra logica che, in realtà, non è affatto insignificante. Susana Draper (traduzione di Cristina Morini) QUESTO ESTRATTO, TRATTO DAL PERIODICO DIGITALE OJALA, CHE RINGRAZIAMO, APPARTIENE A UN DIALOGO COLLETTIVO CURATO DA LA LABORATORIA. SPAZIO DI INCHIESTA FEMMINISTA, COLLETTIVA FEMMINISTA INTERNAZIONALISTA. IL CONFRONTO MUOVE DALLA DOMANDA SU QUALI STRUMENTI DEL FEMMINISMO SIANO STATI INVENTATI E APPLICATI CON SUCCESSO NELL’ULTIMO DECENNIO. L’INTERA RACCOLTA DI TESTI È DISPONIBILE NEL NUMERO DI DICEMBRE 2025. LA LABORATORIA È UNA RETE TRANSTERRITORIALE E INTERNAZIONALISTA COMPOSTA DA COMPAGNE DI MADRID/CADICE, BUENOS AIRES, QUITO,   SAN PAOLO, PORTO ALEGRE, CITTÀ DEL MESSICO E NEW YORK CHE, IN MEZZO A MOLTEPLICI URAGANI GEOLOCALIZZATI, CERCA DI COSTRUIRE PRATICHE E PENSIERO POLITICO ; COMPRENDENDO LE PARTICOLARITÀ TERRITORIALI ALL’INTERNO DELLO STESSO QUADRO DI ESISTENZE TRANSFEMMINISTE E ANCHE PENSANDO, SOPRATTUTTO QUEST’ULTIMO ANNO, ALL’ATTUALE CONTRORIVOLUZIONE E RESTAURAZIONE PATRIARCALE, COME PARTE DI UNA REAZIONE AI PROGRESSI DELL’ULTIMO DECENNIO DI MOBILITAZIONI SOCIALI, IN PARTICOLARE QUELLE FEMMINISTE, ANTIRAZZISTE E ANTICOLONIALI.   Redazione Italia
Patagonia Argentina: la cerimonia del Satun, un atto di resistenza della comunità Mapuche
La comunità Mapuche nativa di Pillan Mahuiza nella Patagonia Argentina, a cui siamo legati da anni, si appresta in febbraio a vivere il Satun: una cerimonia sacra in cui lo spirito del Lonko (guida politica e spirituale) viene presentato ufficialmente al popolo. Il Satun è il “ponte” tra la saggezza degli antenati e il futuro delle nuove generazioni. È l’atto con cui la guida spirituale assume il compito di proteggere l’equilibrio della terra e della gente. Oggi, questa cerimonia non è solo un rito, ma un atto di resistenza. Mentre la comunità si prepara, la Patagonia brucia. Incendi devastanti, alimentati da interessi estrattivi e speculativi, stanno distruggendo il territorio. Il governo non interviene per fermare le fiamme, ma sceglie di accusare ingiustamente i Mapuche, usando il disastro come pretesto per criminalizzare il popolo e incarcerare i leader. Proteggere questa cerimonia significa non permettere che la loro voce venga spenta. Mantenere viva una cultura millenaria ha costi logistici immensi, soprattutto per un popolo che vive sotto pressione costante. Per questo stiamo organizzando una raccolta fondi. I contributi aiuteranno a coprire: – Viaggi e Spostamenti: Permettere alla Machi (donna di medicina) e agli anziani di viaggiare da territori lontani per presiedere al rito. – Accoglienza e Logistica: Ospitare e onorare i partecipanti che arrivano da ogni parte della regione. – Il Rehue e il Rito: Cura dello spazio sacro, condivisione del pasto comunitario, elemento essenziale della benedizione. Ogni contributo, piccolo o grande, è un “passo importante” per la dignità di un popolo che resiste nel custodire una cosmovisione e nel custodire i boschi e le acque del territorio. Condividi: Aiutaci a rompere il silenzio mediatico sulle ingiustizie in Patagonia. Far conoscere la verità è già un atto di sostegno. Il tuo gesto permetterà alla spiritualità nativa Mapuche di continuare a brillare nonostante l’oscurità del momento presente. Mapuche, significa popolo della Terra anche tradotto come i Figli della Terra, ed è il nome del popolo originario nativo di parte dell’Argentina e del Cile in Sud America. I Mapuche sono custodi di una profonda Cultura, Saggezza e Cosmovisione fondata sugli equilibri tra l’essere umano e la Natura, la Terra, il Cosmo. Per partecipare alla raccolta fondi scrivi a camminodellalibellula@gmail.com oppure su WhatsApp o telegram a +393471421081 Jenny Roncaglia Claudio Colli (il Cammino della Libellula)   Redazione Italia
A proposito di referendum
Un pacchetto sicurezza (con dentro un decreto e un disegno di legge) che spinge ancora avanti la costruzione di un diritto penale della destra (amministrativo-penale, e dal taglio nettamente preventivo). Conferirgli il valore di un “progetto” organico, coerente e complessivo è probabilmente impossibile: ma non è questo il punto fondamentale. Anzi, la frammentarietà caotica – anche della repressione – fa parte della vocazione di queste nuove destre a muoversi sul terreno della fine delle mediazioni conosciute, di una politica criminale “interna” che rispecchia l’aggressività, altrettanto lontana dalla prevedibilità tradizionale, con cui entrano nella congiuntura di guerra tradizionale. Fatto sta che questo securitarismo “accelerato” che va per accumulo, di provvedimento in provvedimento, ha sempre più bisogno di uno spostamento di tutto l’equilibrio costituzionale sull’esecutivo. Oggi in una tremenda prima pagina del Tempo, Capezzone torna su un esempio che era già stato portato in conferenza stampa della presidente del consiglio: il governo voleva portare – così oggi il Tempo – la “feccia” in Albania. Se non è stato possibile è perché una parte della magistratura non è disposta a servire la “legge”, e vi frappone l’ideologia. Di qua, la necessità della riforma costituzionale per riequilibrare il rapporto tra legge e magistratura. Dalla sponda degli esperti e opinionisti vicini all’industria d’armi, sponda decisamente importante in regime di guerra, in modo più elegante ma nella stessa identica direzione, ha preso parola nei giorni scorsi Marco Minniti, una vita sul fronte della “disciplina” delle migrazioni. Il ragionamento qui è esplicito: sbaglia chi vede nella riforma costituzionale un pericolo per la democrazia, perché – dice il presidente Med-Or – è la democrazia che va vista nel suo nesso ora diventato particolarmente stringente con la sicurezza, e l'”efficienza” assicurata dalla riforma sottoposta al referendum. Insomma, è evidente il passaggio. Abbiamo un neoautoritarismo che funziona per continua gestione e cronicizzazione della crisi. In questo quadro, l’asse sull’esecutivo va tenuto ben fermo, e legislativo e giudiziario devono essere funzionalizzati ad assicurare la velocità dell’azione di governo come asse del regime di guerra “interno”. Non ci sarebbe bisogno di ripeterlo, ma c’è chi inquina i pozzi, anche a “sinistra”: questo quadro non ha nulla a che fare con il panorama Settanta-Novanta, con la magistratura “esorbitante” nella crisi del sistema. Qui non c’è una magistratura “emergenziale” da riallineare. La magistratura erede dell’emergenza è già allineata da tempo alle politiche securitarie, e non si dà come magistratura “politicizzata”, ma anzi (lo ha notato di recente Pepino), come una delle magistrature a più alto tasso di depoliticizzazione (e di “formalismo”, del tutto ideologico) che abbiamo mai avuto. La magistratura da colpire qui è quella – probabilmente neanche maggioritaria, ma molto consapevole – che continua a guardare al contesto costituzionale, europeo e globale come a una sponda per trovare strumenti di difesa dei diritti fondamentali contro la stretta democrazia-sicurezza-ordine pubblico, su cui convergono allegramente i Capezzone e i Minniti. Se questo è il quadro, sarebbe un errore gravissimo, per chi esercita conflitto sociale e tiene aperti spazi e percorsi di emancipazione, liquidare il referendum come un’occasione tra giudici, un confronto interno tra apparati autoritari, e disinteressarsene, perché “io non difendo certo i magistrati”. In una certa misura ovviamente è anche uno scontro interno, ma la tendenza segnata da questa riforma costituzionale segna una consacrazione anche nella lettera del testo costituzionale di passaggi autoritari che riguardano direttamente i movimenti sociali. Dipendenza degli organi di autogoverno della magistratura dalla maggioranza parlamentare a sua volta ormai espressione inerte dell’esecutivo; gerarchizzazione interna delle carriere e ancora maggiore allontanamento delle procure dalla giurisdizione, con spinta verso il pm securitario e ancorato sostanzialmente alla polizia giudiziaria; sullo sfondo generale, l’esecutivizzazione integrale del governo nel segno del regime di guerra e delle nuove esigenze di “efficacia”, sicurezza e ordine, che sono necessarie al capitalismo politico per attraversare l’epoca del “multilateralismo” centrifugo e caotico.   Redazione Sicilia
Amnesty International: negli USA e nel mondo oggi la ‘campana suona’ per i diritti umani
A un anno dal ritorno alla presidenza di Donald Trump, Amnesty International ha lanciato l’allarme sulle crescenti pratiche autoritarie e sulla devastante erosione dei diritti umani negli Usa. Nel rapporto RINGING THE ALARM BELLS diffuso oggi [20 gennaio 2026], l’organizzazione per i diritti umani ha documentato l’aumento delle pratiche autoritarie sotto la presidenza Trump, come la chiusura dello spazio civico e l’indebolimento dello stato di diritto, che stanno erodendo i diritti umani negli Usa, e non solo. “Sotto la presidenza Trump, stiamo assistendo a una pericolosa traiettoria che ha già prodotto un’emergenza dei diritti umani – ha commentato Paul O’Brien, direttore generale di Amnesty International Usa – Infrangendo le regole e concentrando il potere, l’amministrazione Trump sta cercando di rendere impossibile a chiunque di chiamarla a rispondere del suo operato. Non c’è dubbio che queste pratiche autoritarie stiano erodendo i diritti umani e aumentando i rischi per i giornalisti e per le persone che esprimono dissenso: manifestanti, avvocati, studenti e difensori dei diritti umani”. RINGING THE ALARM BELLS – RISING AUTHORITARIAN PRACTICES AND EROSION OF HUMAN RIGHTS IN THE UNITED STATES Il rapporto di Amnesty International illustra 12 aree, interconnesse tra loro, in cui l’amministrazione Trump sta facendo a pezzi i pilastri di una società libera: gli attacchi alla stampa e all’accesso all’informazione, alla libertà di espressione e di protesta pacifica, alle organizzazioni della società civile e alle università, agli oppositori politici e alle voci critiche, ai giudici e agli avvocati, al sistema legale e al giusto processo. Il rapporto denuncia anche gli attacchi ai diritti delle persone migranti e rifugiate, l’uso di persone come capri espiatori di determinate comunità, i passi indietro nella protezione dalla discriminazione, l’impiego delle forze armate per finalità interne, lo smantellamento delle misure anti-corruzione e di quelle per chiamare a rispondere le imprese del proprio operato, l’espansione della sorveglianza senza controlli significativi e i tentativi di indebolire i meccanismi internazionali istituiti per proteggere i diritti umani. Queste tattiche autoritarie si stanno rafforzando a vicenda: studenti vengono arrestati e portati in carcere per aver protestato nei campus, intere comunità vengono invase e terrorizzate da uomini dell’Ice (l’Agenzia federale che si occupa d’immigrazione) col volto coperto, la militarizzazione delle città sta diventando la norma. Allo stesso tempo, le intimidazioni alla stampa rendono più difficile denunciare le violazioni dei diritti umani; le rappresaglie contro chi protesta dissuadono le persone dal prendere la parola; l’aumento della sorveglianza e della militarizzazione aumenta il prezzo che chi dissente è chiamato a pagare; gli attacchi ai tribunali, agli avvocati e agli organismi di controllo rendono più difficile chiamare in causa chi compie violazioni dei diritti umani. Inolte, queste tattiche stanno chiaramente erodendo i diritti umani: le libertà d’espressione, di protesta pacifica, di stampa, di accesso all’informazione; all’uguaglianza e alla non discriminazione, al giusto processo, alla libertà accademica, alla libertà dagli arresti arbitrari; e ancora il diritto di chiedere asilo, di ricevere un processo equo e persino quello alla vita. Amnesty International denuncia da tempo pratiche simili in stati di ogni parte del mondo. I contesti sono differenti, ma i governi consolidano il potere, controllano l’informazione, screditano chi li critica, puniscono il dissenso, restringono lo spazio civile e indeboliscono i meccanismi istituiti per accertare le responsabilità. “L’attacco allo spazio civico e allo stato di diritto e l’erosione dei diritti umani negli Usa rispecchiano una tendenza globale vista da Amnesty International per decenni e contro la quale avevamo messo in guardia – ha sottolineato O’Brien – Va sottolineato che, secondo la nostra esperienza, le pratiche autoritarie sono pienamente intrecciate e che le istituzioni nate per limitare gli abusi di potere sono già gravemente compromesse”. Nel rapporto RINGING THE ALARM BELLS, Amnesty International elenca una serie di raccomandazioni al potere esecutivo, al Congresso, alle amministrazioni statali e locali, alle agenzie incaricate dell’applicazione della legge, ad attori internazionali, a governi terzi, a imprese come quelle tecnologiche e all’opinione pubblica affinché si respingano le pratiche autoritarie e s’impedisca la normalizzazione della crescente repressione e dell’aumento delle violazioni dei diritti umani. Inoltre chiede azioni urgenti per proteggere lo spazio civico, ripristinare le garanzie dello stato di diritto, rafforzare i meccanismi per accertare le responsabilità e assicurare che le violazioni dei diritti umani non siano mai accettate né considerate inevitabili. “Possiamo e dobbiamo intraprendere un cammino differente. Le pratiche autoritarie prendono piede solo quando è permesso loro di venire normalizzate. Non possiamo permettere che questo accada negli Usa. Insieme abbiamo l’opportunità e la responsabilità di alzare la voce in questi tempi così sfidanti della nostra storia e di proteggere i diritti umani”, ha concluso O’Brien. RINGING THE ALARM BELLS – RISING AUTHORITARIAN PRACTICES AND EROSION OF HUMAN RIGHTS IN THE UNITED STATES Amnesty International
Omicidio di Berta Cáceres: capitale finanziario e istituzioni sul banco degli imputati
Il 12 gennaio, a poco più di un mese dal decimo anniversario dell’omicidio della dirigente indigena e attivista popolare Berta Cáceres, il Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (GIEI) ha presentato un rapporto con i risultati di una lunga e complessa indagine, che aveva l’obiettivo di far luce sui responsabili della pianificazione, finanziamento ed esecuzione del crimine. Nel novembre 2024, la Sala Penale della Corte suprema di giustizia dell’Honduras ha deciso di confermare le sentenze emesse contro i sette esecutori materiali [1], con pene comprese tra i 30 e i 50 anni di reclusione. Per David Castillo, coautore dell’omicidio, ex presidente della società Desarrollos Energéticos SA (Desa) ed ex membro dei servizi segreti delle forze armate honduregne, la Sala ha deciso di modificare le circostanze aggravanti e di ridurre la pena di 22 anni e 6 mesi inflitta in primo grado. Inoltre, a Castillo sono stati aggiunti altri 5 anni per frode relativa al progetto idroelettrico Agua Zarca. Nonostante questo primo importante passo avanti, il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh), la famiglia dell’attivista popolare e il team di parte civile continuano a chiedere cattura e punizione per i mandanti dell’omicidio. Finora, è stato emesso un solo mandato di arresto nei confronti di Daniel Atala Midence, ex direttore finanziario di Desa e ancora latitante. Si crea il GIEI Il GIEI si è insediato in Honduras il 14 febbraio 2025, a seguito di un accordo tra la Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh), lo Stato dell’Honduras, il Copinh e il Centro per la giustizia e il diritto internazionale (Cejil). Tra le prime rivelazioni del rapporto del gruppo di esperti figura la “non occasionalità” dell’omicidio della Cáceres. “L’irruzione armata che ha posto fine alla vita di Berta Cáceres non è stato un fatto fortuito, né un atto di violenza comune. È stato il culmine di un lungo processo di persecuzione, sorveglianza, criminalizzazione e violenza esercitato contro la leader indigena, che per anni ha guidato la difesa del territorio Lenca contro l’imposizione del progetto idroelettrico Agua Zarca, in un contesto caratterizzato dalla concentrazione del potere economico e da istituzioni cooptate da interessi privati”, sottolinea il GIEI. I tre esperti internazionali [2] hanno poi continuato chiarendo che l’omicidio di Berta Cáceres era prevedibile e prevenibile: “Le autorità non hanno attivato meccanismi di prevenzione, non hanno ampliato le intercettazioni, né hanno effettuato arresti tempestivi. Questa inazione, di fronte a una ‘scoperta inevitabile’, costituisce una grave violazione del dovere di diligenza”. Inoltre, determinano che il crimine contro l’attivista è stato preceduto da molteplici operazioni illegali di intelligence, sorveglianza sistematica e pianificazione logistica, nonché da ostacoli deliberati alle indagini penali e omissioni strutturali sin dalle prime ore successive all’omicidio, che di fatto hanno impedito un’indagine completa. Un omicidio d’impresa Il crimine è stato finanziato con risorse provenienti dal progetto idroelettrico, erogate dalle banche internazionali BCIE e FMO [3] e deviate dal loro scopo originario. Su un totale di 18,5 milioni di dollari, il 67% (quasi 12,5 milioni) è stato dirottato o gestito in modo irregolare. “È stato identificato un modello sistematico di distrazione di fondi, caratterizzato da trasferimenti internazionali ingiustificati, conversione di fondi bancari in contanti, uso ricorrente di dipendenti di basso livello come incassatori di assegni e frammentazione degli importi per eludere i controlli antiriciclaggio delle istituzioni finanziarie”. Questo circuito finanziario, spiega il GIEI, avrebbe permesso di pagare i sicari e di finanziare la logistica prima e dopo l’omicidio di Berta Cáceres. Per questo motivo, i tre esperti concludono che “si è trattato di un crimine aziendale, finanziario e politico, perpetrato attraverso una complessa architettura criminale che ha articolato interessi economici, finanziamenti internazionali, strutture di sicurezza, corruzione istituzionale e gravi omissioni statali, configurando un modus operandi sostenuto nel tempo”. Principali responsabili del crimine sono, quindi, gli azionisti di maggioranza del progetto Agua Zarca, che ricoprono anche ruoli rilevanti nella costituzione e nel funzionamento del dispositivo societario e finanziario che, in ultima analisi, ha reso possibile l’omicidio di Berta Cáceres. Il GIEI punta il dito contro José Eduardo, Pedro e Jacobo Atala Zablah e Daniel Atala Midence, che ricoprivano cariche dirigenziali sia in aziende legate al progetto Agua Zarca, sia in istituti bancari, e contro BCIE e FMO per avere firmato accordi di credito a favore di Desa “conoscendo la situazione di violenza già generata dal progetto” e l’inesistenza di un processo valido di consultazione libera, preventiva e informata. La ricostruzione effettuata dal GIEI ha permesso di dimostrare che l’omicidio è stato “il risultato di un’operazione criminale pianificata, eseguita da una struttura articolata tra sicari, attori con formazione militare, dirigenti della Desa e reti di sostegno statale”, la cui responsabilità è stata solo parzialmente indagata dalle autorità honduregne, senza approfondire la possibile responsabilità penale dei rappresentanti del capitale azionario maggioritario (Inversiones Las Jacarandas/ Jacobo Atala). In questa struttura, Desa ha svolto il compito di pagare informatori, strutture paramilitari e logistica repressiva, funzionari pubblici ed ex funzionari. Ha anche cooptato autorità ambientali, municipali e di sicurezza, ha manipolato la narrativa pubblica attraverso pagamenti a giornalisti e media, ha utilizzato audit e consulenze per legittimare un progetto irrealizzabile e illegale, assicurando la continuità dei finanziamenti internazionali. Riparazione e giustizia integrale La parte conclusiva del rapporto del GIEI è dedicata al Piano di riparazione e giustizia integrale per le vittime (famiglia, Copinh e comunità Lenca di Río Blanco), che include la chiusura definitiva  del progetto idroelettrico Agua Zarca, la titolazione definitiva del territorio ancestrale della comunità Lenca di Río Blanco, la cancellazione del registro commerciale e lo scioglimento di Desa, nonché la depurazione e l’apertura degli archivi dei servizi segreti relativi a Berta Cáceres, al Copinh e ad altri difensori dei diritti umani.Sono anche state consigliate allo Stato dell’Honduras misure concrete di riabilitazione, compensazione, soddisfazione e garanzie di non ripetizione (pag. 373 del rapporto), dove si persegue “un processo integrale, collettivo e trasformativo, indispensabile per ripristinare la dignità delle vittime, ricostruire il tessuto sociale del popolo indigeno Lenca di Río Blanco e garantire che crimini come l’omicidio di Berta Cáceres non si ripetano”. Note [1] Douglas Bustillo, Mariano Díaz, Henry Hernández, Elvin Rápalo, Óscar Torres, Edison Duarte (autori materiali), Sergio Rodríguez (autore per induzione) e David Castillo (coautore) [2] Roxanna Altholz, Pedro Biscay, Ricardo Guzmán [3] Banca centroamericana di integrazione economica e Banca di sviluppo dei Paesi Bassi   Giorgio Trucchi
Le ‘audizioni’ di Maoz Inon, Aziz Abu Sarah e Fadwa Barghouti in diretta
Il Comitato permanente sui diritti umani nel mondo istituito presso la Commissione Esteri della Camera, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sull’impegno dell’Italia nella Comunità internazionale per la promozione e tutela dei diritti umani e contro le discriminazioni, svolge * mercoledì 21 gennaio, alle ore 15:30, l’audizione di Maoz Inon e Aziz Abu Sarah; * giovedì 22 gennaio, alle 8:30, l’audizione di Fadwa Barghouti. Gli appuntamenti vengono trasmessi in direttawebtv.   COMITATO PERMANENTE SUI DIRITTI UMANI NEL MONDO Redazione Italia
Diritti, responsabilità e autodeterminazione del popolo palestinese
Il 18 gennaio 2026, presso il Circolo ARCI di Porta al Prato a Firenze, si è tenuto l’incontro pubblico “Quale spazio per la solidarietà a Gaza?”, promosso da Ribelli in Cor e sostenuto da EducAid, ha offerto un momento di riflessione profonda sulla situazione nella Striscia di Gaza, sul ruolo della comunità internazionale e sui limiti – ma anche sulle possibilità – della solidarietà occidentale. A moderare il dibattito Ilaria Masieri, cooperante internazionale, che ha posto fin dall’inizio una domanda centrale: se e quanto le forme di solidarietà espresse dall’Occidente riescano davvero a rappresentare il popolo palestinese nella sua rivendicazione di autodeterminazione e libertà dall’oppressione: sopravvivere a Gaza dopo il “cessate il fuoco”. Yousef Hamdouna, palestinese di Gaza e Middle East Program Manager di EducAid, ha restituito un quadro netto e drammatico della situazione nella Striscia, a oltre cento giorni dal cosiddetto cessate il fuoco. Secondo Hamdouna, nulla di sostanziale è cambiato: “si bombarda di meno e se ne parla di meno”, ma la vita quotidiana resta segnata da macerie, sfollamento forzato e una densità abitativa insostenibile, con decine di migliaia di persone concentrate in pochi chilometri quadrati. L’ingresso degli aiuti umanitari continua a essere fortemente limitato. Meno di un terzo di quanto previsto dagli accordi entra effettivamente a Gaza, mentre cibo e beni essenziali vengono fatti passare prevalentemente attraverso canali commerciali controllati da Israele, con costi proibitivi per la popolazione. In questo contesto, ha sottolineato Hamdouna, la risposta umanitaria strutturata di fatto non esiste. Nonostante gli ostacoli crescenti – permessi negati, espulsioni di ONG, blocco dei finanziamenti istituzionali, compresi quelli del governo italiano – le organizzazioni continuano a operare grazie al sostegno diretto della società civile. Centrale, in questo lavoro, è il ruolo del personale palestinese: le organizzazioni internazionali possono funzionare sulla base del lavoro degli operatori palestinesi”, capaci di trovare soluzioni anche nelle condizioni più estreme. Educazione, resilienza e autodeterminazione Uno dei nodi più forti emersi riguarda l’educazione. Dopo la distruzione sistematica di scuole e università – definita da molti come “scolasticidio” – la maggioranza dei bambini di Gaza non frequenta alcuna forma di istruzione da oltre due anni. Hamdouna ha spiegato che oggi prevalgono interventi cosiddetti soft: educazione non formale e supporto psicosociale, fondamentali in una popolazione composta in larga parte da minori. Questi spazi educativi non nascono da direttive esterne, ma da iniziative comunitarie spontanee: genitori e insegnanti sfollati che organizzano attività sotto tende o strutture di fortuna. Qui, ha spiegato Hamdouna, l’educazione va oltre l’apprendimento: offre ai bambini la possibilità di esercitare, nel quotidiano, una prima forma di autodeterminazione, scegliendo un gioco, un colore, un’attività. Un gesto minimo, ma radicale, in un contesto in cui ogni aspetto della vita è controllato dall’occupazione. Tuttavia, decine di migliaia di bambini restano esclusi anche da queste esperienze. La resilienza della società palestinese, ha chiarito Hamdouna, non va idealizzata: è una necessità imposta dalla sopravvivenza, non una virtù romantica. Il silenzio mediatico e la responsabilità internazionale Secondo Hamdouna, ciò di cui meno si parla è la responsabilità diretta della comunità internazionale. Non solo delle vittime, ma di chi, pur avendo strumenti giuridici e politici, non li ha utilizzati. Ha denunciato una diffusa empatia selettiva e una rimozione sistematica delle sofferenze quotidiane: bambini che muoiono di freddo, persone che continuano a morire sotto le macerie, tra notizie sempre più marginalizzate. La delusione verso la comunità internazionale è profonda. Molti palestinesi, formati proprio dall’Europa ai valori dei diritti umani, vedono oggi quegli stessi principi traditi. Eppure, ha concluso Hamdouna, la speranza di liberazione non scompare, e il ruolo delle donne – protagoniste nei campi, nell’educazione e nella trasmissione di una visione futura – resta centrale. Il diritto internazionale sotto attacco Il contributo di Micaela Frulli, professoressa di Diritto Internazionale all’Università di Firenze, ha inquadrato il conflitto nel contesto dei meccanismi di giustizia internazionale. Frulli ha respinto l’idea che “il diritto non funzioni”: il problema non è il diritto in sé, ma la mancanza di volontà politica e la pressione insufficiente dell’opinione pubblica. Da decenni, ha osservato, la questione palestinese viene sistematicamente sottratta al linguaggio del diritto internazionale e ricondotta a quello dell’emergenza, della sicurezza o del terrorismo. Rimettere il diritto al centro è invece essenziale per contrastare i doppi standard e l’arbitrio dei più forti. Frulli ha illustrato il ruolo della Corte Penale Internazionale, che indaga sulle responsabilità individuali e ha emesso mandati di arresto contro leader israeliani e di Hamas, scatenando una durissima campagna di delegittimazione e sanzioni. Proprio questa reazione, ha sottolineato, dimostra quanto il diritto faccia paura. Ancora più decisivo, però, è il ruolo della Corte Internazionale di Giustizia. Nel caso Sudafrica contro Israele, la Corte ha riconosciuto l’esistenza di un rischio plausibile di genocidio, attivando l’obbligo di prevenzione per tutti gli Stati, compresa l’Italia (vedi articolo a riguardo). Un obbligo che implica misure concrete – diplomatiche ed economiche – finora largamente disattese. Di particolare rilievo è anche il parere del luglio 2024, con cui la Corte ha dichiarato illegale l’occupazione dei territori palestinesi, configurandola come annessione di fatto e negazione del diritto all’autodeterminazione. La conclusione è netta: l’occupazione deve finire, senza condizioni preliminari. Gaza e il futuro dell’ordine internazionale Il confronto con il cosiddetto piano Trump evidenzia uno scarto radicale: da un lato il diritto internazionale, dall’altro un cambio di paradigma che subordina i diritti a logiche politiche e di potere. Per Frulli, la questione palestinese è oggi il banco di prova dell’intero ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Difendere il diritto, anche quando appare impotente, non è solo una questione di solidarietà con la Palestina, ma una scelta che riguarda il futuro di tutte e tutti.   Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna Yousef Hamdouna Ilaria Masieri Micaela Frulli Ilaria Masieri Yousef Hamdouna Micaela Frulli Micaela Frulli Ilaria Masieri Foto Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi