Ornella Vanoni, la grazia della libertà
La scomparsa di una delle voci più autentiche della musica italiana
Ci sono vite che dimostrano che la libertà non è un miraggio. Ornella Vanoni è
stata una di queste. In un mondo che continua a invocare modelli rigidi e a
temere tutto ciò che esce dai margini, la sua presenza mostrava un’altra
possibilità: quella di una libertà reale, vissuta, praticata. Non perfetta, non
facile, ma autentica. Una forma di vita che può diventare un modello per
chiunque senta il bisogno di essere se stesso senza maschere. Forse è per questo
che la sua figura è stata così amata: perché ha mostrato che la libertà non è un
sogno remoto, ma una strada che si può percorrere.
La morte di Ornella Vanoni non è solo la scomparsa di una voce che ha
attraversato settant’anni di musica italiana. È la fine di una presenza rara,
capace di unire fragilità e determinazione, ironia e profondità, leggerezza e
senso del limite. Una donna che ha vissuto senza chiedere il permesso,
mantenendo fino all’ultimo il diritto di essere se stessa.
Chi l’ha seguita nel tempo sa che la sua libertà non è stata un gesto clamoroso,
ma un filo discreto che ha accompagnato tutta la sua vita. Si riconosce nelle
scelte artistiche, nella voce sincera, negli amori raccontati senza dramma e
nella sua capacità di smontare con naturalezza i ruoli imposti. Non ha mai finto
di aderire a modelli che non sentiva suoi.
La sua produzione musicale è così vasta da rendere impossibile racchiuderla in
pochi titoli. I brani che qui ricordiamo, da “Rabbia, libertà, fantasia” a
“L’appuntamento”, fino all’intensa maturità di “Imparare ad amarsi”, sono
soltanto gocce nell’oceano di una carriera lunga e complessa. Ogni stagione
della sua vita artistica contiene una sfumatura diversa del suo modo di stare al
mondo, una verità consegnata con naturalezza.
C’era poi la sua voce, riconoscibile al primo istante. Non era solo una dote
naturale, ma la traccia di un modo di sentire le cose. Una voce piena e calda,
capace di profondità senza forzature, nata dall’emotività e dall’esperienza.
Quando cantava, la sua interiorità trovava una forma. Era come se quello fosse
il suo linguaggio più vero.
In “Imparare ad amarsi”, uno dei suoi ultimi doni, si trova una dichiarazione
limpida del suo modo di intendere i sentimenti. «Bisogna imparare ad amarsi,
bisogna imparare a lasciarsi quando è finita». Non è solo un verso ben scritto,
ma una sintesi etica. L’amore come spazio di libertà, non di possesso. Un invito
a custodirsi e a non trasformare l’affetto in gabbia.
Nelle interviste emergeva lo stesso tono di sincerità. Parlava del valore degli
affetti semplici, della leggerezza di un compagno capace di farla ridere, della
serenità delle relazioni non complicate. Diceva che ridere di sé è una forma di
libertà e che una donna troppo innamorata rischia di smarrirsi. Non erano frasi
costruite: erano il risultato di un percorso vissuto.
In un’intervista su Rai3 raccontò che, per anni, una piccola canna prima di
dormire l’aveva aiutata a riposare. Lo disse senza provocazione e senza
difendersi, con quella naturalezza che le apparteneva. Le reazioni furono molte,
e lei spiegò in seguito di aver smesso. Ma il punto era un altro: Ornella non
nascondeva ciò che era. Non trasformava le fragilità in colpa. Parlava di sé
semplicemente.
C’è poi un aspetto che la sua storia ci consegna e che merita una riflessione.
Ornella Vanoni non corrispondeva all’immagine di donna che la società propone e
pretende. Non era rassicurante, non era accomodante, non aderiva a nessuna
perfezione prescritta. Eppure è stata amatissima. La sua diversità non ha
allontanato, ha avvicinato. Molti, guardandola, riconoscevano un desiderio
spesso taciuto: vivere senza essere compressi, senza dover rispondere a ruoli
imposti. È così che ha mostrato che la libertà può essere un modello possibile,
non un’illusione lontana.
In un’altra intervista, con il suo sorriso sospeso tra ironia e verità, raccontò
che avrebbe scelto un vestito Dior per il suo ultimo saluto e che le sarebbe
piaciuto essere affidata al mare, magari a Venezia. Non c’era nulla di cupo in
quelle parole: era il suo modo di attraversare anche la fine senza dramma, con
la leggerezza che l’ha accompagnata sempre.
Oggi ci resta un’eredità preziosa. Non solo le canzoni, non solo la poesia della
sua voce, ma un esempio di libertà vissuta. La dimostrazione che essere se
stessi non è un lusso, ma una possibilità reale. Lei lo ha fatto. E a noi resta
la sua voce, pronta a ricordarcelo ogni volta che ne avremo bisogno.
Lucia Montanaro