Il caso Lollobrigida, donna madre campionessa
È arrivata fino a Sanremo la polemica messa, in piedi da alcune femministe,
sulla insistenza da parte dei media nel sottolineare il ruolo di madre della
campionessa olimpica Francesca Lollobrigida, in quanto sminuirebbe i suoi meriti
sportivi, riportandola alla condizione obbligata e subordinata del suo essere
donna.
Si tratta di una polemica che ritengo sterile e senza fondamento. Preciso
subito, onde evitare di essere linciato per lesa maestà, che la definizione di
“femminista”, se non specificata da ulteriori precisazioni, significa poco,
visto che esistono molteplici “femminismi”, attestati su posizioni molto diverse
e spesso tra loro in aperta ed aspra polemica.
Personalmente il “femminismo” che trovo più vicino alla mia sensibilità è il
cosiddetto femminismo della “etica della cura”, all’interno del quale anche
“l’essere madre” della donna, come vedremo, può trovare un suo senso
“rivoluzionario”. Si tratta di un indirizzo di pensiero sviluppatosi a partire
dagli anni Settanta principalmente negli Usa e che può contare su grandi figure
di studiose e di attiviste, tra le quali possiamo citare C. Gilligan, S.
Ruddick, V. Held, N. Noddings, N. Fraser, E. Feder Kittay ecc. Tutte autrici
alle quali mi sono ispirato nel volume che ho dedicato all’argomento dal titolo
“Del femminile e delle rivoluzioni” (naturalmente snobbato da tante femministe,
perché non sia mai che un uomo si occupi di certe cose… giusto a proposito di
discriminazioni!).
Cominciamo col precisare, a scanso di equivoci, che la condizione di madre è
stata effettivamente sfruttata dal dominio maschile, fin dal suo nascere
nell’Olocene più di diecimila anni fa, per segregare le donne nella dimensione
invisibile del privato e della famiglia patriarcale. La donna era intesa come
espressione della natura e della pura materialità, che Aristotele vedeva
incarnata nel sangue mestruale, mentre l’uomo si poneva come trascendenza e
spiritualità che, andando oltre i limiti della nostra specie, si materializzava
infine come l’ordine sociale progressivo fondato sul diritto del più forte. Una
visione di presunto realismo naturalista che ha anche influenzato gli stessi
movimenti femministi moderni, fin dal pensiero di Simone de Beauvoir che
considerava l’essere madre della donna come uno svantaggio di ordine naturale.
Un’idea poi ripresa da altre pensatrici (vedi per esempio E. Badinter e B.
Friedan).
È dunque fuori discussione che il punto di partenza di ogni battaglia femminista
non può che essere quello del completo affrancarsi della donna da qualsiasi
obbligo naturale, andando verso l’affermazione della maternità solamente se
voluta e consapevole (si pensi a questo proposito alla difesa del diritto
all’aborto, oggi sempre più spesso rimesso in discussione). Un diritto alla
maternità (anzi più in generale alla genitorialità, anche adottiva, e a
prescindere dal sesso e dal genere dei soggetti coinvolti) che sia anche
necessariamente supportata dall’ampliarsi dei diritti economici e assistenziali
garantiti dalla mano pubblica (ampliamento dei congedi parentali, attivazione di
asili nido ecc.)
Nell’etica della cura tuttavia c’è qualcosa che va oltre. C’è innanzitutto la
constatazione che la differenza sessuale non può essere azzerata del tutto
perché, oltre ogni parità ed eguaglianza, solo alla donna è concesso il
privilegio di poter essere madre. Questa realtà, tuttavia, deve servire come
punto di partenza, non per creare una separazione tra i sessi, ma per un
radicale processo di trasformazione sociale che veda l’affermazione del
“femminile” come parte essenziale del modello sociale di riferimento che
descrive la condizione umana. Questo modello, secondo la femminista
nordamericana Judith Butler, è oggi (e da sempre) rappresentato dal “maschio
adulto autosufficiente”, ed è dunque fondato sul rapporto di forza e sulle
gerarchie di potere che ne derivano. Si tratta in gran parte di un palese
inganno poiché la condizione dell’essere umano, proprio in quanto “animale
sociale” che per sua natura ha bisogno degli altri per la propria sopravvivenza,
non può che essere caratterizzata dalla comune fragilità, che con maggior forza
si manifesta nella vecchiaia, nella malattia, ed in modo emblematico nella prima
infanzia. Si impone dunque un cambiamento che vede l’ordine simbolico della
madre come necessario fondamento di una società della cura, basata sul
riconoscimento dell’altro e dei suoi bisogni; sull’attenzione relazionale; sulla
reciprocità e sulla affettività. Un nuovo ordine che deve essere condiviso come
parte della dimensione universale dell’umano, in quanto relazione dialettica tra
l’etica della cura del femminile e il principio di realtà di origine maschile.
Porre con forza la questione della “differenza del femminile” è a mio avviso
essenziale per avere un’idea di reale trasformazione sociale in senso radicale e
rivoluzionario dell’esistente. Se si toglie questo aspetto si restringono
notevolmente le prospettive di lotta e di cambiamento. È quello che oggi fanno,
a mio parere, il transfemminismo e anche i movimenti LGBTQIA+, che sono arrivati
all’assurdo di definire la donna come “essere umano con utero” e che, ancora più
colpevolmente, danno il loro appoggio alla gestazione per altri, anche detta
“utero in affitto”, che rappresenta una delle forme più aberranti di
sfruttamento delle donne del terzo mondo, costrette a mercificare il proprio
corpo e a umiliare la propria natura di madri in ragione della loro povertà.
Più in generale possiamo dire che la negazione della specificità del femminile
finisce col ridurre le battaglie delle donne (ma anche quelle di tutti i
sessualizzati e i razzializzati) ad una semplice questione di lotta di
emancipazione e di riconoscimento dei diritti. Naturalmente è bene sottolineare
con forza, anche per non essere fraintesi, che è del tutto ovvio che le
rivendicazioni che riguardano le condizioni di parità e il riconoscimento dei
diritti sono questioni essenziali e prioritarie, anche nel senso che devono
necessariamente precedere, anche in senso logico, qualsiasi altro tipo di
battaglia. In sostanza se non c’è emancipazione e riconoscimento dei diritti
essenziali non può esserci nessun’altra forma di liberazione.
Se tuttavia la battaglia per i diritti si conclude in se stessa, allora essa si
pone come lotta per il raggiungimento di uno status che esiste già nell’ordine
sociale, e che in mancanza di parità si pone nel presente come condizione
privilegiata. Ma questa condizione, nel nostro mondo capitalista occidentale, è
esattamente quella che abbiamo già considerata del “maschio adulto
autosufficiente”, come descritta dalla Butler (che tra l’altro è, per ironia
della sorte, un punto di riferimento obbligato anche di chi sostiene il
transfemminismo).
In sostanza: la donna perfettamente emancipata e assolutamente in grado di
fruire e di gestire i diritti che le sono riconosciuti, in un mondo che non ha
mutato i propri valori di riferimento, finirebbe col divenire, per ipotesi, un
duplicato del maschio dominante. Una conferma, ed anzi un paradossale
rafforzarsi, delle logiche dello homo oeconomicus. Il trionfo della competizione
egoistica e di un esasperato individualismo possessivo che pone tutti contro
tutti, compreso donne, sessualizzati e razzializzati, ipoteticamente ormai del
tutto emancipati. Dal maschio dominante, insomma, al generico individuo
dominante, senza alcun altro tipo di cambiamento sociale.
Certo sto semplificando. So perfettamente che l’oppressione e l’esclusione
sociale delle donne insieme a tutte le forme di schiavitù, sfruttamento ed
emarginazione, sono stati strumenti fondamentali per determinare le gerarchie su
cui si è costruito il dominio capitalista, in una logica in cui il dato
strutturale interagisce e si completa attraverso le dinamiche culturali. Si dà
tuttavia il caso che il modo di produzione capitalista è caratterizzato da una
grande capacità camaleontica, in grado di sopravvivere alla emancipazione degli
esclusi, purché si creino sempre nuove forme di discriminazione e di
sfruttamento. Al momento, comunque, ciò che abbiamo definito come il femminile
dell’etica della cura mi pare una alternativa forte e credibile. L’eventualità
di andare da una possibile, anche se parziale, “mascolizzazione delle donne” ad
una auspicabile (e relativa) “femminilizzazione degli uomini”.
In ogni caso onore a Francesca Lollobrigida: donna, grande campionessa, e se mi
permettete anche “madre deliziosa”.
Daniela Musumeci