Tag - Transfemminismo

L’8 marzo corteo transfemminista a Pesaro
In occasione della Giornata internazionale della donna, il collettivo Casamatta e il collettivo studentesco Pesaro Antifascista, insieme allo Spazio Popolare Anna Campbell e a realtà transfemministe del territorio promuovono un corteo cittadino, con ritrovo alle 16.00 in Piazzale della Libertà, davanti alla Palla di Pomodoro. L’iniziativa nasce dalla volontà di restituire all’8 marzo il suo significato originario di giornata di lotta, memoria e presa di parola collettiva. Il corteo vuole riportare nello spazio pubblico le esperienze concrete di sfruttamento, discriminazione e violenza che attraversano le vite di donne, persone trans e soggettività marginalizzate, sottolineando come queste condizioni non siano accidentali ma radicate nell’attuale sistema economico-sociale. In Italia, secondo i dati più recenti, ogni anno oltre un centinaio di donne viene uccisa in ambito familiare o affettivo, mentre migliaia di denunce (il più delle volte inascoltate dalle autorità competenti) riguardano maltrattamenti e violenze domestiche. Parallelamente, il lavoro femminile resta segnato da forti disuguaglianze strutturali. Secondo le ricerche condotte dall’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) in Italia il tasso di occupazione femminile resta significativamente più basso di quello maschile (circa 53% contro oltre il 70%), mentre le donne sono più frequentemente impiegate in lavori precari o part-time. Anche quando lavorano a tempo pieno, persistono differenze salariali: il divario retributivo medio si aggira intorno al 5–8%, ma cresce sensibilmente tra i laureati e nelle posizioni dirigenziali, dove può superare il 30%. Se si considerano le retribuzioni complessive, che riflettono anche la minore continuità lavorativa e la segregazione nei settori meno remunerati, gli stipendi femminili risultano mediamente molto inferiori a quelli maschili. A ciò si aggiunge il persistente squilibrio nel lavoro di cura (accudimento dei figli, presa in carico di genitori anziani e tutto il “lavoro invisibile” e non retribuito di supporto emotivo, igiene, alimentazione e gestione quotidiana), che continua a gravare in modo sproporzionato sulle donne, limitandone autonomia economica, possibilità di carriera e libertà di scelta. Nelle Marche, inoltre, la situazione dei servizi territoriali di prevenzione e contrasto alla violenza di genere appare fragile e disomogenea. Negli ultimi anni si è registrato un aumento degli accessi ai centri antiviolenza regionali, segnale di una domanda crescente di supporto e protezione, mentre allo stesso tempo persistono criticità legate alla distribuzione dei servizi, alle risorse disponibili e alla loro accessibilità concreta nei territori. I consultori pubblici, che dovrebbero rappresentare presidi fondamentali di salute, autodeterminazione e prevenzione della violenza, continuano a soffrire carenze di personale, strutture insufficienti e difficoltà di accesso. Il loro indebolimento non significa soltanto la riduzione di un servizio sanitario, ma incide direttamente sulla possibilità delle donne e delle soggettività marginalizzate di esercitare una scelta libera sul proprio corpo, sulla salute e sulle condizioni della propria vita. Il corteo dell’8 marzo rifiuta una visione provinciale della condizione femminile e, con una prospettiva internazionalista, rivolge la propria solidarietà alle donne che nel mondo subiscono discriminazione, violenza, guerra e sfruttamento. Colleghiamo le nostre condizioni locali a un quadro più ampio di crisi geopolitica, in cui l’aumento delle disuguaglianze e i conflitti internazionali, spesso alimentati da interessi coloniali ed economici, incidono direttamente sulle possibilità di autodeterminazione delle persone. Dalla Palestina al Kurdistan, dall’Iran ai paesi del Sudamerica, le donne sono tra le prime a subire gli effetti di guerra, militarizzazione e impoverimento, ma anche tra le protagoniste delle resistenze sociali e delle lotte per l’emancipazione. Per questo riteniamo necessario leggere la violenza patriarcale non come fenomeno esclusivamente culturale, ma come intrecciata a strutture economiche e politiche che producono sfruttamento e marginalizzazione. Per questo rivendichiamo anche a Pesaro un 8 marzo che sia giornata internazionale di mobilitazione femminista, capace di tenere insieme i problemi locali e la solidarietà globale. La manifestazione è aperta a tutta la cittadinanza, alle associazioni, ai sindacati e alle realtà sociali del territorio. Per informazioni e contatti stampa: collettivo.casamatta@gmail.com pesaroantifascista@gmail.com spaziopopolareannacampbell@autistici.org Social: @collettivocasamatta @pesaro_antifa @spazio_popolare_anna_campbell Redazione Marche
March 2, 2026
Pressenza
Il caso Lollobrigida, donna madre campionessa
È arrivata fino a Sanremo la polemica messa, in piedi da alcune femministe, sulla insistenza da parte dei media nel sottolineare il ruolo di madre della campionessa olimpica Francesca Lollobrigida, in quanto sminuirebbe i suoi meriti sportivi, riportandola alla condizione obbligata e subordinata del suo essere donna. Si tratta di una polemica che ritengo sterile e senza fondamento. Preciso subito, onde evitare di essere linciato per lesa maestà, che la definizione di “femminista”, se non specificata da ulteriori precisazioni, significa poco, visto che esistono molteplici “femminismi”, attestati su posizioni molto diverse e spesso tra loro in aperta ed aspra polemica.  Personalmente il “femminismo” che trovo più vicino alla mia sensibilità è il cosiddetto femminismo della “etica della cura”, all’interno del quale anche “l’essere madre” della donna, come vedremo, può trovare un suo senso “rivoluzionario”. Si tratta di un indirizzo di pensiero sviluppatosi a partire dagli anni Settanta principalmente negli Usa e che può contare su grandi figure di studiose e di attiviste, tra le quali possiamo citare C. Gilligan, S. Ruddick, V. Held, N. Noddings, N. Fraser, E. Feder Kittay ecc. Tutte autrici alle quali mi sono ispirato nel volume che ho dedicato all’argomento dal titolo “Del femminile e delle rivoluzioni” (naturalmente snobbato da tante femministe, perché non sia mai che un uomo si occupi di certe cose… giusto a proposito di discriminazioni!). Cominciamo col precisare, a scanso di equivoci, che la condizione di madre è stata effettivamente sfruttata dal dominio maschile, fin dal suo nascere nell’Olocene più di diecimila anni fa, per segregare le donne nella dimensione invisibile del privato e della famiglia patriarcale. La donna era intesa come espressione della natura e della pura materialità, che Aristotele vedeva incarnata nel sangue mestruale, mentre l’uomo si poneva come trascendenza e spiritualità che, andando oltre i limiti della nostra specie, si materializzava infine come l’ordine sociale progressivo fondato sul diritto del più forte. Una visione di presunto realismo naturalista che ha anche influenzato gli stessi movimenti femministi moderni, fin dal pensiero di Simone de Beauvoir che considerava l’essere madre della donna come uno svantaggio di ordine naturale. Un’idea poi ripresa da altre pensatrici (vedi per esempio E. Badinter e B. Friedan). È dunque fuori discussione che il punto di partenza di ogni battaglia femminista non può che essere quello del completo affrancarsi della donna da qualsiasi obbligo naturale, andando verso l’affermazione della maternità solamente se voluta e consapevole (si pensi  a questo proposito alla difesa del diritto all’aborto, oggi sempre più spesso rimesso in discussione). Un diritto alla maternità (anzi più in generale alla genitorialità, anche adottiva, e a prescindere dal sesso e dal genere dei soggetti coinvolti) che sia anche necessariamente supportata dall’ampliarsi dei diritti economici e assistenziali garantiti dalla mano pubblica (ampliamento dei congedi parentali, attivazione di asili nido ecc.) Nell’etica della cura tuttavia c’è qualcosa che va oltre. C’è innanzitutto la constatazione che la differenza sessuale non può essere azzerata del tutto perché, oltre ogni parità ed eguaglianza, solo alla donna è concesso il privilegio di poter essere madre. Questa realtà, tuttavia, deve servire come punto di partenza, non per creare una separazione tra i sessi, ma per un radicale processo di trasformazione sociale che veda l’affermazione del “femminile” come parte essenziale del modello sociale di riferimento che descrive la condizione umana. Questo modello, secondo la femminista nordamericana Judith Butler, è oggi (e da sempre) rappresentato dal “maschio adulto autosufficiente”, ed è dunque fondato sul rapporto di forza e sulle gerarchie di potere che ne derivano. Si tratta in gran parte di un palese inganno poiché la condizione dell’essere umano, proprio in quanto “animale sociale” che per sua natura ha bisogno degli altri per la propria sopravvivenza, non può che essere caratterizzata dalla comune fragilità, che con maggior forza si manifesta nella vecchiaia, nella malattia, ed in modo emblematico nella prima infanzia. Si impone dunque un cambiamento che vede l’ordine simbolico della madre come necessario fondamento di una società della cura, basata sul riconoscimento dell’altro e dei suoi bisogni; sull’attenzione relazionale; sulla reciprocità e sulla affettività. Un nuovo ordine che deve essere condiviso come parte della dimensione universale dell’umano, in quanto relazione dialettica tra l’etica della cura  del femminile e il principio di realtà di origine maschile. Porre con forza la questione della “differenza del femminile” è a mio avviso essenziale per avere un’idea di reale trasformazione sociale in senso radicale e rivoluzionario dell’esistente. Se si toglie questo aspetto si restringono notevolmente le prospettive di lotta e di cambiamento. È quello che oggi fanno, a mio parere, il transfemminismo e anche i movimenti LGBTQIA+, che sono arrivati all’assurdo di definire la donna come “essere umano con utero” e che, ancora più colpevolmente, danno il loro appoggio alla gestazione per altri, anche detta “utero in affitto”, che rappresenta una delle forme più aberranti di sfruttamento delle donne del terzo mondo, costrette a mercificare il proprio corpo e a umiliare la propria natura di madri in ragione della loro povertà. Più in generale possiamo dire che la negazione della specificità del femminile finisce col ridurre le battaglie delle donne (ma anche quelle di tutti i sessualizzati e i razzializzati) ad una semplice questione di lotta di emancipazione e di riconoscimento dei diritti. Naturalmente è bene sottolineare con forza, anche per non essere fraintesi, che è del tutto ovvio che le rivendicazioni che riguardano le condizioni di parità e il riconoscimento dei diritti sono questioni essenziali e prioritarie, anche nel senso che devono necessariamente precedere, anche in senso logico, qualsiasi altro tipo di battaglia. In sostanza se non c’è emancipazione e riconoscimento dei diritti essenziali non può esserci nessun’altra forma di liberazione.  Se tuttavia la battaglia per i diritti si conclude in se stessa, allora essa si pone come lotta per il raggiungimento di uno status che esiste già nell’ordine sociale, e che in mancanza di parità si pone nel presente come condizione privilegiata. Ma questa condizione, nel nostro mondo capitalista occidentale, è esattamente quella che abbiamo già considerata del “maschio adulto autosufficiente”, come descritta dalla Butler (che tra l’altro è, per ironia della sorte, un punto di riferimento obbligato anche di chi sostiene il transfemminismo).  In sostanza: la donna perfettamente emancipata e assolutamente in grado di fruire e di gestire i diritti che le sono riconosciuti, in un mondo che non ha mutato i propri valori di riferimento, finirebbe col divenire, per ipotesi, un duplicato del maschio dominante. Una conferma, ed anzi un paradossale rafforzarsi, delle logiche dello homo oeconomicus. Il trionfo della competizione egoistica e di un esasperato individualismo possessivo che pone tutti contro tutti, compreso donne, sessualizzati e razzializzati, ipoteticamente ormai del tutto emancipati. Dal maschio dominante, insomma, al generico individuo dominante, senza alcun altro tipo di cambiamento sociale. Certo sto semplificando. So perfettamente che l’oppressione e l’esclusione sociale delle donne insieme a tutte le forme di schiavitù, sfruttamento ed emarginazione, sono stati strumenti fondamentali per determinare le gerarchie su cui si è costruito il dominio capitalista, in una logica in cui il dato strutturale interagisce e si completa attraverso le dinamiche culturali. Si dà tuttavia il caso che il modo di produzione capitalista è caratterizzato da una grande capacità camaleontica, in grado di sopravvivere alla emancipazione degli esclusi, purché si creino sempre nuove forme di discriminazione e di sfruttamento. Al momento, comunque, ciò che abbiamo definito come il femminile dell’etica della cura mi pare una alternativa forte e credibile. L’eventualità di andare da una possibile, anche se parziale, “mascolizzazione delle donne” ad una auspicabile (e relativa) “femminilizzazione degli uomini”. In ogni caso onore a Francesca Lollobrigida: donna, grande campionessa, e se mi permettete anche “madre deliziosa”. Daniela Musumeci
February 28, 2026
Pressenza
Cagliari: Transgender Day Of Remembrance, un atto politico non una mera commemorazione
Due manifestazioni si son svolte ieri, 20 novembre 2025, a Cagliari nel Transgender Day Of Remembrance (TDoR), “Giornata del Ricordo delle Vittime di Transfobia”. Dalle ore 16:00, a Buoncamino, piazza Anna Marongiu, raduno e corteo organizzato da Madera, Unigcom e Iskintzidda, evento di cui abbiamo pubblicato il comunicato nei giorni precedenti. Dalle ore 18:00, la manifestazione “Piazza di Memoria e di Lotta” presso il “Parco Lineare di Via Roma” di fronte al Palazzo del Consiglio Regionale, per l’occasione illuminato con i colori azzurro, rosa e bianco. Organizzata dalla Associazione Sarda Queer Aps, alla quale hanno aderito e contribuito altre realtà del territorio, tra cui “Certi diritti. Associazione Radicale”, UAR Cagliari, Settore Nuovi Diritti CGIL – Cagliari, Centro Servizi Sardegna. Presenti anche singole persone che hanno voluto solidarizzare con la comunità trans*. Una manifestazione sobria, silenziosa, senza applausi, ma vissuta con partecipazione emotiva che si percepiva. Il primo atto è stato l’accensione delle candele, nella piazza di via Roma davanti al Palazzo che per l’occasione è stato illuminato con luci. A causa della pioggia, il gruppo dei partecipanti si è poi spostato sotto l’edificio; e si è formato un cerchio a simboleggiare la comunità. Dopo i saluti iniziali, è stato posto in evidenza che non si trattava di una celebrazione funebre né di una semplice commemorazione, ma di un atto politico. Al posto della lettura dei nomi delle vittime si è optato per la lettura, a più voci, del “Manifesto Politico”, del quale riportiamo alcuni passaggi. Cagliari, Parco Lineare di via Roma (Foto di Pierpaolo Loi9 «Il TDoR nasce nel 1999 dal silenzio imposto all’assassinio di Rita Hester, misgenderata perfino nei necrologi. Da quella cancellazione è nata una risposta politica: trasformare il lutto in memoria attiva, la violenza in organizzazione. Non è una celebrazione né un rituale consolatorio: è una denuncia collettiva del sistema che produce violenze sproporzionate contro persone trans*, non binarie e gender variant, in particolare persone trans*, persone razzializzate e migranti. È il giorno in cui si afferma che le identità trans* non sono un’anomalia moderna, ma parte antica e resistente della storia umana […]. La violenza contro le persone trans* è un fenomeno storico prodotto da patriarcato, razzismo, colonialismo e capitalismo. Non è nuova la nostra esistenza: è nuovo il tentativo di negarla. Il TDoR serve a ricordarlo a voce alta”. Nel documento vengono riportati dati che dimostrano un arretramento, a livello europeo, nella difesa dei diritti delle persone trans* e l’Italia agli ultimi posti, superata persino da Polonia e Ucrainia. Nonostante dal 2019 l’OMS abbia rimosso l’incongruenza di genere dalle malattie mentali, si continua a trattare le persone trans* come “casi clinici”. “Eppure l’Italia insiste. – afferma il documento – I percorsi di affermazione di genere restano patologizzati, legati a valutazioni psicologiche obbligatorie che rallentano le cure, negano l’autodeterminazione e trasformano la salute pubblica in un apparato punitivo”. Dai dati rilevati, è evidente che il quadro generale peggiora: “Tra ottobre 2024 e settembre 2025 sono state uccise 281 persone trans e gender variant nel mondo; dal 1009 i casi documentati salgono a 5322. Il profilo delle vitime è drammaticamente costante: )0% transfemminicidi, 88% persone nere o razzializzate, 34% sex worker”. I paesi del mondo ai primi posti sono in America Latina e nei Caraibi, con il Brasile al primo posto; anche l’Asia cresce, mentre Europa e Stati Uniti mostrano numeri più bassi, tuttavia, per minore tracciabilità. “La violenza non diminuisce: diventa più difficile da vedere. E proprio questo la rende più pericolosa”. Per quanto riguarda la Sardegna viene messo in evidenza che “pochƏ professionistƏ seguono i percorsi di affermazione di genere nel pubblico” e “l’accesso alla salute diventa una questione di fortuna”, “I percorsi sono filtrati da protocolli vecchi, ancora patologizzanti […] I tempi d’attesa – 12, 18,fino a 24 mesi – si trasformano in sofferenza e rischio clinico: una forma di violenza istituzionale”. Le conseguenze sono drammatiche: persone costrette a emigrare, rivolgersi al privato, rinunciare ai percorsi o esporsi a maggiore vulnerabilità. “Le altre ferite – continua il manifesto politico -, quelle che non si vedono subito, attraversano la scuola, la politica, l’informazione e il lavoro. Nelle scuole medie e nelle superiori moltƏ docenti raccontano ormai apertamente di non poter più affrontare identità di genere, orientamento sessuale, storia dei movimenti. La scuola che dovrebbe essere il luogo dove si impara a diventare cittadinƏ, rimane murata nel silenzio”. Così pure sul piano della politica, prevale da una parte l’uso strumentale di simboli, all’altra la considerazione dell’ “essere una minaccia da agitare quando serve a distogliere l’attenzione dai tagli ai servizi, corruzione, fallimenti economici. In entrambi i casi la nostra vita non è riconosciuta come soggetto politico, ma come strumento narrativo nelle mani altrui”. Sul campo del lavoro, prevale la negazione di tale diritto riconosciuto dalla Costituzione: “Colloqui annullati, misgendering normalizzato precarietà che diventa una condanna: per molte persone trans* l’accesso a un impiego dignitoso non è una possibilità, è un percorso ad ostacoli senza tregua”. Il documento termina con una serie di richieste che non sono suppliche, ma rivendicazione di diritti: * Depatologizzazione reale; * Una legge nazionale contro la trans*fobia; * A scuola, Programmi inclusi, formazione dei docenti, spazi sicuri; * A lavoro, norme contro la discriminazione, percorsi di inserimento e tutele nei luoghi di lavoro; * Un diritto d’asilo che sia reale: protezione per chi fugge dalla violenza, non diffidenza e barriere; * Che venga riconosciuta la storia delle identità trans*, non binarie e di genere non conforme, da secoli presenti in culture e tradizioni che l’Occidente ha tentato di Cancellare. “Questa piazza – conclude il documento – non è un luogo fermo nel tempo: è una soglia, un impegno collettivo. Ricordiamo chi non c’è più, ma lo facciamo guardando avanti; accendiamo candele, non per piangere, ma per far luce; pronunciamo nomi non per chiudere una storia, ma per proteggere chi vive oggi” […] Perché ricordare è un atto politico. Vivere è un diritto. E la lotta è l’eredità che non abbandoneremo”. Dopo la lettura del Manifesto politico, è stata data la possibilità ai rappresentanti delle associazioni aderenti di prendere la parola. Gli interventi, tutti altamente qualificati, hanno contribuito a rendere questa manifestazione un momento altamente qualificato di conoscenza della realtà e d’impegno contro ogni forma di discriminazione e di affermazione dei diritti fondamentale di ogni persona.   .   Pierpaolo Loi
November 21, 2025
Pressenza