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CPR: si continua a morire
Nel CPR di Bari-Palese muore un ragazzo di 25 anni mentre il governo approva nuove norme per rafforzare trattenimenti ed espulsioni. Nello stesso giorno, a Torino, arriva la condanna dell’ex direttrice del centro per la morte di Moussa Balde: riconosciuta la responsabilità del gestore, ma resta fuori quella dello Stato. Nello stesso momento in cui il Consiglio dei ministri approvava l’ennesimo disegno di legge in continuità con la linea repressiva degli ultimi anni (più detenzione amministrativa, più espulsioni, più procedure accelerate di frontiera, meno diritti), nel CPR di Bari un giovane di circa 25 anni, di origine marocchina, veniva trovato privo di vita. Le prime informazioni parlano di arresto cardiocircolatorio, di “cause naturali“. Sul posto, secondo quanto riportato dai quotidiani locali, sarebbe intervenuta la polizia che non avrebbe rilevato segni di violenza. Gli accertamenti sono in corso, ma c’è un elemento che precede ogni esito: un altro ragazzo è morto mentre era sotto “custodia” dello Stato. È l’ennesima morte in un luogo di trattenimento amministrativo, dove le persone vengono private della libertà fino a 18 mesi (!), in attesa di un improbabile rimpatrio. Se lo Stato decide di rinchiudere qualcuno, il minimo che deve garantire è la tutela della sua vita e della sua integrità. E invece, dentro i CPR, la lista dei morti continua ad allungarsi. Intanto il governo rivendica una nuova “riforma organica volta a potenziare gli strumenti di contrasto all’immigrazione illegale e a garantire una gestione più rigorosa dei flussi migratori”: detto in termini più comprensibili, il disegno di legge rafforza il trattenimento, amplia le ipotesi di espulsione, accelera le procedure di frontiera in perfetta continuità con un impianto securitario che considera la migrazione e la solidarietà un problema di ordine pubblico. Mentre a Palazzo Chigi si parla di “sicurezza e controllo”, dentro i CPR si muore. LE DENUNCE IGNORATE Sul CPR di Bari-Palese le criticità e le proteste delle persone trattenute non sono una novità. A settembre 2025, dopo un sopralluogo effettuato anche a seguito delle rivolte esplose nei mesi estivi, la Commissione CPR dell’Unione Camere Penali Italiane insieme alla Camera penale di Bari aveva lanciato un allarme sulle condizioni di vita all’interno della struttura. Notizie/CPR, Hotspot, CPA RIVOLTA AL CPR DI BARI: IL SILENZIO CHE BRUCIA Le proteste contro le condizioni disumane del centro mentre l’accesso ispettivo viene sempre più ostacolato Redazione 25 Luglio 2025 La parlamentare Rachele Scarpa e l’europarlamentare Cecilia Strada, esprimendo «un pensiero di vicinanza va alla famiglia e agli affetti del ragazzo deceduto», hanno chiesto subito che sia fatta piena luce sulla morte: «Chiediamo che venga accertata con rapidità e trasparenza la causa e la dinamica dei fatti e che sia fornita al più presto una ricostruzione completa di quanto accaduto». Da anni le parlamentari insieme ad associazioni, garanti e avvocati denunciano nei CPR un deterioramento grave del benessere psicofisico delle persone trattenute: autolesionismo, tentativi di suicidio, isolamento, uso massiccio di psicofarmaci – che tra gli effetti collaterali possono avere anche l’arresto cardiaco – difficoltà di accesso a cure adeguate e alla difesa legale. Troppo spesso le morti vengono archiviate come “naturali“. Ma cosa significa “naturale” quando avvengono in un contesto di restrizione forzata, violenza e assenza di tutele? Quando una persona muore in “custodia” dello Stato, lo Stato non può fare finta di nulla. A TORINO C’È UN GIUDICE, MA NON BASTA Nello stesso giorno della morte a Bari, a Torino si è concluso il processo per la morte di Moussa Balde, il giovane guineano che il 23 maggio 2021 si tolse la vita nel CPR di corso Brunelleschi. Balde era stato brutalmente pestato a Ventimiglia da tre uomini mossi dall’odio razziale. Invece di essere inserito in un percorso di cura e tutela, venne rinchiuso nel CPR con un decreto di espulsione. Dopo nove giorni di isolamento nell’“ospedaletto” del CPR, si impiccò. La sua vicenda è stata raccontata come l’emblema del sistema razziale e punitivo italiano nei confronti delle persone straniere.  Il tribunale ha condannato in primo grado per omicidio colposo Annalisa Spataro, l’allora direttrice del centro gestito dalla multinazionale Gepsa, a un anno di reclusione con pena sospesa, disponendo il risarcimento immediato di più di 300mila euro ai familiari della vittima, parte civile con l’avvocato Gianluca Vitale. Il medico responsabile è stato assolto. Per l’avvocato Gianluca Vitale, «la sentenza deve essere un monito per chiunque voglia gestire luoghi come il CPR, che non dovrebbero esistere. Deve sapere che poi potrebbe essere chiamato a rispondere, anche penalmente, di ciò che lì succede. Il tribunale ha riconosciuto la responsabilità dell’ente gestore del centro nella morte di Balde. Purtroppo, è rimasto al di fuori di questo processo la responsabilità dello Stato nella gestione del CPR e in tutto ciò che lì succedeva, perché non c’era nessun controllo reale da parte della prefettura». Interviste/CPR, Hotspot, CPA IL CASO MOUSSA BALDÉ E LA VIOLENZA STRUTTURALE DELLA DETENZIONE AMMINISTRATIVA Intervista a Gianluca Vitale, avvocato della famiglia Masha Hassan 20 Novembre 2025 È una condanna che almeno segna un importante precedente, anche se lascia intatto il nodo politico della responsabilità sistemica dei governi che hanno costruito e continuano a sostenere il sistema della detenzione amministrativa in Italia.  UN SISTEMA DA ABOLIRE CHE PRODUCE VIOLENZA ISTITUZIONALE Il filo che unisce Bari e Torino è la natura stessa dei CPR: luoghi di segregazione amministrativa dove lo Stato esercita un potere pieno e arbitrario su persone che sono prive di un titolo di soggiorno. Ogni morte non è solo una tragedia individuale che colpisce una comunità immigrata e una famiglia. È la riprova più evidente delle condizioni materiali dei CPR, dell’isolamento, dell’assenza di controllo pubblico sui gestori privati, della compressione delle possibilità di difesa legale e di comunicazione con l’esterno, di semplice richiesta di aiuto. Mentre il governo procede nella stretta, rafforzando trattenimenti ed espulsioni, la realtà restituisce un’immagine nitida: i CPR sono luoghi di morte che dovrebbero essere chiusi immediatamente!
Il caso Moussa Baldé e la violenza strutturale della detenzione amministrativa
La vicenda di Moussa Baldé ha messo ancora una volta in luce la violenza radicata nei CPR, rivelando come la deumanizzazione sia la regola all’interno di queste strutture e sottolineando l’urgenza di continuare a lottare contro ogni forma di razzismo sistemico e istituzionale. In questa intervista, l’Avvocato Gianluca Vitale, che assiste la famiglia di Moussa e segue il processo in corso, ricostruisce le responsabilità istituzionali, le omissioni e le violenze – anche invisibili – che hanno trasformato una vittima in un “irregolare” da espellere, fino all’isolamento e al suicidio. Una testimonianza indispensabile per comprendere non solo ciò che è accaduto a Moussa, ma ciò che accade ogni giorno nei CPR. PH: Stop CPR Roma QUALI SONO LE CIRCOSTANZE CHE HANNO PORTATO MOUSSA BALDÉ A ESSERE RINCHIUSO NEL CPR DI TORINO, SOPRATTUTTO DOPO AVER SUBITO UNA VIOLENTA AGGRESSIONE? Subito dopo l’aggressione, Moussa – pur essendo la vittima di un reato – è tornato a essere considerato semplicemente un “clandestino”, da trattare come tale: quindi da rinchiudere ed espellere. Era arrivato in Italia qualche anno prima e aveva chiesto la protezione internazionale, un passaggio quasi obbligato per chi entra nel Paese senza reali canali di ingresso regolare. Aveva iniziato un percorso molto positivo: parlava bene italiano e partecipava ad attività con gruppi antirazzisti. Col tempo, però, l’attesa infinita e l’incertezza sul suo futuro hanno incrinato questo equilibrio. Non sapendo se la sua domanda sarebbe mai stata accolta, aveva tentato di raggiungere la Francia, ma era stato respinto. Da lì era iniziata una vita ai margini, fino a perdere il permesso di soggiorno e diventare irregolare. Poi l’aggressione davanti a un supermercato di Ventimiglia. Dopo quel fatto, Moussa è stato fermato dalla polizia che, accertata la sua irregolarità, lo ha consegnato all’ufficio immigrazione. Da lì è iniziato il percorso verso il CPR. COSA SAPPIAMO DELL’AGGRESSIONE SUBITA DA MOUSSA A VENTIMIGLIA? CI SONO INDAGINI IN CORSO SU QUELL’EPISODIO DI VIOLENZA? Il video dell’aggressione, ripreso da una residente, è circolato rapidamente online. I tre aggressori italiani, temendo di essere riconosciuti, si sono presentati spontaneamente alla polizia e sono stati denunciati a piede libero. Moussa, invece, è finito al CPR. Gli aggressori hanno tentato di sostenere di essersi solo difesi, accusando Moussa di averli aggrediti, ma il processo ha poi smentito questa versione. Il giorno successivo, mentre il video suscitava interrogativi e molti parlavano già di un’aggressione a sfondo razzista, la polizia ha diffuso una dichiarazione in cui escludeva motivazioni razziali, avallando la tesi – priva di riscontri – della presunta “precedente aggressione”. Il processo, celebrato a Imperia, si è concluso con la condanna dei tre aggressori a due anni di reclusione con sospensione condizionale della pena. Anche in quella sede la Procura ha deciso di non contestare l’aggravante dell’odio etnico, nonostante un’aggressione del genere non possa che evocare, almeno, un evidente rapporto di superiorità degli aggressori sulla vittima. SECONDO LEI, MOUSSA AVREBBE DOVUTO ESSERE TRATTENUTO IN UN CENTRO DI DETENZIONE, CONSIDERANDO LE SUE CONDIZIONI PSICOLOGICHE E FISICHE DOPO L’AGGRESSIONE? Una volta classificato come straniero irregolare, Moussa ha perso ogni riconoscimento della sua condizione di vittima, e la sua vulnerabilità non è stata minimamente considerata. Avrebbe avuto diritto a essere ascoltato, a presentare denuncia, forse a chiedere un permesso per motivi di giustizia. Aveva bisogno di supporto. Ma nessuno gli ha spiegato nulla. In commissariato gli è stato semplicemente chiesto se volesse denunciare l’aggressione, senza chiarire cosa comportasse. Impaurito e confuso, ha detto di voler solo essere lasciato in pace. Da lì è stato trasferito all’ufficio immigrazione, sempre senza capire cosa gli stesse accadendo. È arrivato al CPR in uno stato di grande fragilità, senza comprendere le ragioni della sua detenzione. È stato quasi subito messo in isolamento, perché presentava delle lesioni cutanee e gli altri detenuti temevano potesse essere scabbia. La soluzione più comoda – anche per evitare tensioni interne – non è stata quella di verificare se fosse psicologicamente idoneo alla detenzione o, in caso contrario, rilasciarlo. Né di spiegare agli altri detenuti che non correvano alcun rischio. Si è preferito isolarlo in una cella, da solo, “eliminando” il problema. Di fatto, non gli è stata garantita alcuna assistenza né supporto psicologico. QUALI RESPONSABILITÀ AVEVANO LA DIREZIONE DEL CPR E IL PERSONALE MEDICO NEI CONFRONTI DI MOUSSA – E DOVE RITIENE CHE ABBIANO FALLITO? Una recente sentenza del Consiglio di Stato ha annullato il capitolato nazionale di gestione dei CPR proprio perché carente nell’assistenza sanitaria e psicologica e privo di protocolli dedicati al rischio suicidario. La stessa sentenza ribadisce che, al di là delle lacune dell’appalto, gli enti privati che gestiscono i CPR hanno comunque l’obbligo di garantire la salute psicofisica delle persone trattenute. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA CPR, IL CONSIGLIO DI STATO CONFERMA: VIOLATO IL DIRITTO ALLA SALUTE DEI TRATTENUTI Una sentenza che svela la patogenicità della detenzione amministrativa Avv. Arturo Raffaele Covella 11 Novembre 2025 Questo, per Moussa e per molti altri, non è stato fatto. La valutazione dell’idoneità al trattenimento, ad esempio, si limita a verificare l’assenza di malattie contagiose e la capacità della persona di vivere in una comunità – non in “quel tipo” di comunità, cioè un luogo di detenzione, ma in una comunità generica. In pratica, ci si concentra quasi esclusivamente sull’eventuale presenza di gravi malattie infettive, senza prestare alcuna attenzione alle condizioni psichiche della persona migrante. Oltre a non riconoscere né considerare quella vulnerabilità, né a fornire alcun tipo di supporto, Moussa è stato anche isolato, lasciato da solo in una condizione di ulteriore abbandono, che non poteva che accrescere il rischio di comportamenti autolesivi. CREDE CHE IL SUICIDIO DI MOUSSA POTESSE ESSERE EVITATO CON UN ADEGUATO SUPPORTO MEDICO E PSICOLOGICO? Un’adeguata presa in carico psicologica avrebbe certamente potuto aiutare Moussa a superare quel momento di estrema fragilità. Ma garantire davvero questo tipo di supporto, all’interno del centro, avrebbe richiesto attività di monitoraggio e osservazione costante: un impegno ulteriore che non è stato messo in campo. Al contrario, Moussa è stato collocato da solo nella cella di isolamento, senza alcun sostegno. Quella cella, situata nei cosiddetti “ospedaletti” e separata dalle altre aree del CPR, era totalmente inadatta a qualsiasi forma di osservazione sanitaria. Il Garante nazionale dei detenuti l’aveva descritta come “una gabbia dei vecchi zoo”, a testimonianza delle condizioni disumane dello spazio. Il suo corpo è stato trovato la mattina. La sera precedente, l’infermiera incaricata di somministrargli la terapia si era avvicinata alla cella e lo aveva chiamato. Non avendo ricevuto risposta, ha semplicemente lasciato il bicchierino con i farmaci su un muretto, senza verificare il suo stato. Non sappiamo nemmeno se, in quel momento, Moussa fosse ancora vivo e se un intervento tempestivo avrebbe potuto salvarlo. C’è poi un ulteriore elemento decisivo: non è stata mai presa in considerazione quella che avrebbe dovuto essere l’“opzione zero”. Di fronte alle sue condizioni, alla vulnerabilità evidente e all’aggressione appena subita, le autorità avrebbero dovuto decidere di non detenerlo affatto, avviando semmai un percorso di presa in carico. Evitare la detenzione sarebbe stato, senza dubbio, il modo più efficace per prevenire il rischio di un gesto suicidario. LA SUA FAMIGLIA HA DICHIARATO CHE “SI VEDEVA CHE STAVA MALE“, EPPURE NON SONO STATI INFORMATI DELLA SUA MORTE. PERCHÉ, SECONDO LEI, LE AUTORITÀ NON LI HANNO AVVISATI TEMPESTIVAMENTE? Moussa, come tutte le persone migranti trattenute, non era più visto come una persona, con i diritti e gli affetti che questo comporta. Era ridotto a un semplice soggetto – o addirittura oggetto – da detenere. Quando una persona viene trattenuta, nessuno si preoccupa di capire se abbia una famiglia, legami affettivi o qualcuno da avvisare. Anzi, chi ha appena perso la libertà perde spesso anche il diritto alle relazioni esterne: durante quel periodo, Moussa è stato privato del suo telefono, impossibilitato a comunicare con chi gli era vicino. Nessuno si preoccupa di dire ai parenti che è detenuto; perchè dovrebbero preoccuparsi di avvisarli che è morto? Così è stato anche per Moussa: i suoi familiari in Guinea hanno saputo dell’accaduto solo tramite altre persone, senza alcun contatto diretto dalle autorità italiane. Né lo Stato, né l’ente gestore del CPR hanno mai cercato di mettersi in contatto con la famiglia, neanche per esprimere un minimo segno di vicinanza. Qualche settimana dopo la sua morte, la Ministra dell’Interno, rispondendo a un’interrogazione parlamentare, ha limitato la propria dichiarazione ad affermare che “era stato fatto tutto regolarmente”, senza mostrare alcuna forma di dispiacere o un minimo sentimento di cordoglio e umanità per quella perdita. PH: Mai più lager – NO ai CPR C’È UN PROCEDIMENTO LEGALE IN CORSO, E CHI VIENE RITENUTO RESPONSABILE: IL DIRETTORE DEL CPR, IL PERSONALE MEDICO, LO STATO? Attualmente a Torino è in corso un processo nei confronti della direttrice del centro e del responsabile medico, accusati di omicidio colposo per non aver fornito a Moussa un’adeguata assistenza, per non aver predisposto un protocollo di prevenzione del rischio suicidiario e per averlo collocato in isolamento. Nessuno dei funzionari della Questura o, ancor più, della Prefettura è sotto processo. Inizialmente erano stati indagati anche alcuni funzionari per aver utilizzato e consentito l’uso di un luogo di isolamento non previsto da alcuna norma di legge. Tuttavia, il procedimento si è concluso con un’archiviazione, perché quegli spazi – i cosiddetti “ospedaletti” – erano utilizzati da anni e nessuno si era accorto che trattenere una persona lì, senza alcuna base normativa, costituisse un sequestro di persona. Lo Stato, dunque, si è assolto, e sotto processo ci sono solo i gestori privati di quella detenzione. RITIENE CHE IL CASO DI MOUSSA SIA UNA TRAGEDIA ISOLATA O FACCIA PARTE DI UN PROBLEMA SISTEMICO NEL MODO IN CUI L’ITALIA TRATTA I MIGRANTI NEI CENTRI DI DETENZIONE? Il caso di Moussa, purtroppo, è tutt’altro che una eccezione. È quel tipo di detenzione che porta con sé, come conseguenza quasi necessaria, che la persona sia dimenticata in una cella, abbandonata e sottoposta all’arbitrio di chi gestisce il centro (e di chi dovrebbe controllare quella gestione). Di Moussa si è saputo e se ne è parlato solo perché c’era il video della sua aggressione, e perché era evidente che era una vittima e avrebbe dovuto essere trattato come tale. Invece di ricevere aiuto, lo Stato gli ha inflitto l’ulteriore violenza della cella e dell’isolamento. Purtroppo, situazioni simili accadono ogni giorno. Ricordo, ad esempio, anni fa una donna straniera priva di permesso di soggiorno: dopo ore di violenza in una fabbrica abbandonata era riuscita a fuggire e a fermare una volante. Pur potendo denunciare il suo aguzzino, la sua condizione di “clandestina” ha subito avuto la meglio: le è stato notificato un decreto di espulsione. Un altro caso riguarda una badante senza permesso, investita insieme all’anziano che assisteva. Invece di scappare, si era fermata ad aspettare i soccorsi, arrivati insieme alla polizia. Nonostante fosse vittima, la sua posizione irregolare ha prevalso e le è stato notificato un decreto di espulsione. Anche in occasione di un altro decesso al CPR di Torino, quello di Fatih nel 2008, si sospettò che non fosse stato soccorso nonostante un malore. Nel tentativo di far interrogare gli altri detenuti e proteggerli dall’espulsione, un Pubblico Ministero mi rispose che non c’era motivo di agitarsi, perché si trattava “solo di un clandestino” e non c’erano responsabili. Un caso più recente, quello di Faisal nel 2019, conferma lo stesso schema: con evidenti problemi psichici, Faisal era stato collocato nell’“ospedaletto” per valutare la sua compatibilità psicologica con il trattenimento, e lì era rimasto isolato per oltre cinque mesi, fino alla morte. Anche in questo caso, il centro si era limitato a “dimenticare” una persona vulnerabile. Questa disattenzione alle persone è la normalità; non solo a Torino, ma in ogni luogo di detenzione amministrativa. QUALI RIFORME O CAMBIAMENTI STRUTTURALI SAREBBERO NECESSARI PER EVITARE CHE UNA TRAGEDIA DEL GENERE SI RIPETA? È l’intero sistema di gestione dell’immigrazione a dover essere rivoluzionato. La libertà di circolazione dovrebbe essere un diritto per tutte e tutti, mentre da anni si fanno sforzi continui per ostacolarla e limitarla, pur liberalizzando al contempo la circolazione dei capitali e dei flussi finanziari, favorendo nuove forme di colonialismo e affermando il “nostro” diritto di muoverci liberamente. Che senso ha subordinare la possibilità di cercare lavoro alla necessità di “avere già” un lavoro? Proprio questa politica crea l’imbuto in cui si ritrovano molte persone migranti: l’unica via d’accesso diventa la richiesta di protezione internazionale, con tempi di attesa lunghi e spesso frustranti, e infine il tritacarne della detenzione. Il sistema è costruito per non funzionare: trasforma le persone migranti in una massa di forza lavoro facilmente ricattabile, ridotta a semplice fattore produttivo, di cui ci si può facilmente disfare quando diventa “inutile” o quando inizia a rivendicare diritti. PH: Mai più lager – NO ai CPR HA AVUTO ACCESSO A DOCUMENTI, REGISTRAZIONI VIDEO O TESTIMONIANZE UTILI PER COSTRUIRE IL CASO? HA INCONTRATO OSTACOLI NEL REPERIRE QUESTE INFORMAZIONI? Per quanto riguarda l’aggressione subita a Ventimiglia, nel corso del processo sono stati acquisiti tutti i video delle telecamere di sorveglianza, compresa quella della polizia: l’aggressione, infatti, è avvenuta proprio sotto le finestre del più grande commissariato della città. Per quanto riguarda il CPR, è stato acquisito tutto ciò che era possibile ottenere. Il problema principale è che l’“ospedaletto” – formalmente una stanza di osservazione sanitaria – non dispone di alcun sistema di videosorveglianza interno (né esterno). Tutto ciò che accade all’interno rimane quindi invisibile a chiunque dall’esterno. COSA PENSA SIA PIÙ IMPORTANTE CHE L’OPINIONE PUBBLICA SAPPIA SU CHI ERA MOUSSA, AL DI LÀ DEI TITOLI DI GIORNALE? Come molti giovani migranti che arrivano in Italia e in Europa, Moussa era una persona piena di desiderio e gioia di vivere, che inseguiva sogni e speranze. Il folle sistema di gestione della migrazione lo ha prima inserito nel circuito dell’accoglienza, per poi non offrirgli alcuna via d’uscita, gettandolo nell’irregolarità. Moussa è stato vittima non solo della violenza di chi lo ha aggredito, ma anche del razzismo di una società che lo ha visto – come vede altri in difficoltà – come un corpo estraneo da espellere. È stato vittima del razzismo istituzionale di un Paese che rifiuta di comprendere che persone come lui rappresentano una risorsa preziosa. Non dimenticherò mai il suo sguardo spento e disperato, quando mi diceva che non sarebbe rimasto nel CPR, così come non dimenticherò il suo sguardo luminoso in un video di qualche anno prima, in cui raccontava quanto stesse apprezzando la vita in Italia, prima di essere tradito nelle sue speranze e gettato via. QUALE MESSAGGIO DESIDERA LANCIARE ALL’OPINIONE PUBBLICA E AI RESPONSABILI POLITICI ATTRAVERSO QUESTO PROCESSO? Il processo è il luogo deputato ad accertare se è stato commesso un reato, e ad accertare se a commetterlo sono state le persone che in quel processo compaiono come imputati. Insieme ai familiari, che si sono costituiti parte civile, alla Garante cittadina dei diritti delle persone private della libertà, all’ASGI, all’Associazione Franz Fanon, anche loro costituiti parte civile, vorremmo che questo processo servisse anche a far emergere l’inutilità e la disumanità dei CPR, aggiungendo un tassello al percorso verso la loro chiusura. Il processo accerterà se gli imputati siano colpevoli, ma ci auguriamo che dimostri anche a tutti come molti, a diversi livelli, siano responsabili di quella morte e di altre simili. COME STA AFFRONTANDO TUTTO QUESTO LA FAMIGLIA DI MOUSSA? È COINVOLTA NEL PERCORSO GIUDIZIARIO? Come dicevo i familiari, i genitori e le sorelle e i fratelli, si sono costituiti parte civile, e stanno seguendo il processo con enorme dolore ma anche con una straordinaria dignità. Ripetono sempre che questo deve essere un processo che porti verità e giustizia per la morte di Moussa, ma che allo stesso tempo costituisca un passo verso verità e giustizia per tutte le persone migranti che sono state e sono detenute in questi luoghi. Credo che tutti noi possiamo trarre un insegnamento da chi, pur avendo perso un figlio a causa dell’insensibilità di questo Paese, non cerca vendetta, ma giustizia per tutte le persone migranti.