Cosa (non) cambia nel fisco italiano
Le aliquote che si possono applicare a reddito e patrimonio si definiscono
costanti se non crescono all’aumentare della base imponibile (imposta
proporzionale), progressive se aumentano all’aumentare della base imponibile,
regressive se, all’aumentare della base imponibile, esse diminuiscono.
L’articolo 53 della Costituzione stabilisce che il nostro sistema fiscale è
ispirato al principio che tutti devono contribuire alle spese pubbliche in base
alla propria capacità economica. Questo significa che il sistema tributario deve
applicare un’aliquota fiscale che aumenta all’aumentare del reddito o della base
imponibile. L’aumento non è proporzionale ma progressivo!
L’esempio più comune è l’IRPEF, che suddivide il reddito in scaglioni,
applicando a ciascuno un’aliquota crescente.
Ma il reddito e il patrimonio da tassare sono solo dei mezzi per un fine di
rango superiore: garantire una maggiore equità sociale, facendo contribuire di
più chi ha maggiori possibilità economiche per finanziare i servizi pubblici
(sanità, istruzione, ecc.).
La mia tesi è che quell’articolo sia ormai carta straccia e che la cornice entro
cui si colloca quella formula (“Il sistema tributario è informato a criteri di
progressività”) si sia svuotata di contenuto fino a diventare sostanzialmente
regressiva.
In questa cornice una patrimoniale (anche camomilla, come quella ruggita da
Landini e fischiettata da Schlein) quando anche la si volesse o potesse fare
(credo che nessuna delle due condizioni sia reale) non servirebbe a nulla.
Detto così può sembrare un giudizio tranchant o un pregiudizio, ma lo spiego
meglio.
In Italia abbiamo una tassa sul patrimonio più bassa di Francia o Gran Bretagna
– il 2,4% sul PIL da noi, intorno al 4% per loro – ma noi abbiamo accise sui
carburanti, canone tv e bollo auto, che insieme fanno l’8% dell’intero prelievo
fiscale italiano. E abbiamo una tassazione sul lavoro che è molto alta: al 31,6%
con una media OCSE del 27,6%.
Le cose si complicano se consideriamo che un elemento non generalizzato (come si
ripete fino alla nausea) ma diffuso è che nel patrimonio rientra la casa di
proprietà, che spesso incide sul reddito riducendolo e non potenziandolo. La
cornice è ancora più regressiva se si passano in rassegna detrazioni e fiscalità
di scopo e di vantaggio. Personalmente, ad esempio, godo di incentivi ventennali
per un piccolo impianto fotovoltaico, ma la mia è una goccia in un mare fatto di
facciate, scaldabagni, infissi, assicurazioni e centinaia di voci che premiano
chi può spendere di più e con questa spesa risparmiare sulle tasse.
In questo contesto, quella delle aliquote IRPEF è una lotteria difficile da
valutare o paragonare a Germania (che ha il 42% da 67mila € e poi un’aliquota
più alta dai 278 mila) o Francia (che ha il 42% da 82 mila € con un incremento
marginale che parte da 177 mila €).
Da noi il 43% scatta subito dopo i 50 mila, ma abbiamo un regime forfettario
fino a 80.000€, cinque generazioni di cartelle rottamate e un tasso di evasione
fiscale da guinness dei primati.
L’evasione fiscale italiana, secondo i dati più recenti, è stata di circa 90
miliardi di euro per il 2022, mentre le stime del 2021 indicavano circa 96
miliardi di euro tra evasione fiscale e contributiva (84,4 miliardi solo
fiscale).
È importante notare che questi dati rappresentano il “tax gap”, cioè la
differenza tra le imposte dovute e quelle effettivamente riscosse. A questo
bisogna poi aggiungere le difficoltà oggettive a intercettare rendite
finanziarie e patrimoni non riconducibili a persone fisiche e non soggette a
sostituto d’imposta. A essere sinceri bisogna riconoscere che proprio chi ha più
reddito e/o patrimonio ha maggiori possibilità di eludere e schivare la morsa
fiscale, così che alla fine risultano realistici o tollerabili condoni e flat
tax.
Detto ciò, trovo comunque ragionevole che ci sia un maggior contributo da parte
di quella platea che viaggia su redditi superiori a 5 zeri. Ma il punto è che
per restare fedeli a quell’articolo 53, a sinistra (a destra vanno a gonfie
vele) si dovrebbe prendere come obiettivo il cambiamento del sistema fiscale da
regressivo a progressivo.
E aggiungo una nota sul sindacato: come può essere credibile una proposta
politica che si appoggia ad un partito (il PD) che la subordina ad una
maggioranza addirittura in commissione europea? Non hai una maggioranza per
farla in Italia (dove i sindacati hanno osteggiato persino una legge su un
salario minimo miserabile) e la farai in Europa dove servirebbe il parere
favorevole di 27 paesi? E torno al principio di tassazione progressiva: ma dove
lo trovo nelle centinaia di contratti che sono stati siglati anche dalla CGIL e
che hanno ormai integrato e assimilato un principio regressivo (più stai in alto
nella gerarchia e nel salario e più recuperi) qualcosa che vada d’accordo con
l’articolo 53 della costituzione repubblicana?
Michele Ambrogio