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Kim Bohyun / Voce di una rabbia soffocata
Noh Jinseon, ispettrice di polizia coreana, si ritrova a seguire una pista lastricata di uomini uccisi in condizioni analoghe, una serie di delitti fotocopia fatta di cadaveri ustionati ricomposti in una posizione peculiare con la bocca piena di spugna per fiori. C’è qualcosa di familiare, in questi crimini, che parrebbero condurre sulle tracce di un serial killer. Ma la realtà è un’altra, meno ordinaria e molto più dolorosa, è la storia di una madre che si vede uccidere la figlia sotto gli occhi dall’ex fidanzato, un femminicidio fra i tanti che, a differenza di tutti gli altri, accende una scintilla che trasforma la madre in un essere soprannaturale, una creatura letale che si fa carico di una missione di vendetta non solo per la figlia, ma per tutte le donne sopraffatte e sterminate da uomini violenti. Sangue Madre, di Kim Bohyun, è un romanzo a metà fra il thriller e l’horror, una storia di vampiri con un risvolto etico e politico che tratta un tema attuale e complesso che la società, evidentemente non solo quella occidentale, sembra aver difficoltà a riconoscere come problema prima ancora che a rielaborare. E lo fa senza vittimismo, raccontando la rabbia legittima di chi vede la propria situazione minimizzata perché storicamente il mondo è sempre andato in una determinata direzione che variare sembra richiedere una volontà che non è presente in quantità sufficiente. Bohyun porta avanti la sua denuncia in maniera secca, mai retorica o compiaciuta, mettendo in scena una vicenda complessa che, in definitiva, si muove sui binari di azione e reazione sperimentando nella fiction ciò che quasi mai è possibile nella realtà: dare alle vittime una possibilità di riscatto che costringa i loro carnefici a pagare il prezzo pieno delle loro azioni, senza sconti dati dal non voler accettare colpe e responsabilità. Non esiste la clemenza per una creatura in grado di venirti a prendere e somministrarti una punizione che non ti saresti aspettato. Quella di Sangue Madre è una prosa asciutta e minimale, che percorre la distanza che la porta dritta al punto senza perdersi in abbellimenti e virtuosismi, così come regolare è il ritmo della narrazione che procede senza brusche accelerazioni o dilatazioni ad arte. Il senso è quello di veicolare un messaggio in maniera cruda e diretta pur senza indugiare nel gore o nell’ultraviolenza mostrata nei minimi dettagli. La scrittura di Bohyun è spartana perché il suo obiettivo è lasciare il lettore davanti a quel che vuol dire senza ornamenti che ne distorcano, amplificandola od ovattandola, la percezione. Il dolore è tale perché è nudo e crudo e la ferocia arriva senza mediazioni, quel che può fare il lettore è solo prenderla in pieno petto per com’è, senza appigli o barriere che lo separino dall’impatto. Un altro aspetto profondamente antiretorico di Sangue Madre è la mancanza di chiusura di un cerchio morale. La carneficina porta certamente a galla un aspetto di noi che non vogliamo guardare in faccia ma non lo risolve, non lo debella. Le donne continueranno a essere uccise dagli uomini violenti. La creatura vendicatrice è un faro di speranza, la possibilità di una comunità delle vite spezzate ma non mette un punto. Vendica e continuerà a vendicare, porta un’euforia forse oscena e scandalosa a chi la violenza l’ha in qualche modo sofferta ma dove c’è un vendicatore c’è un crimine da vendicare. Ma questa gioia, questa euforia, questa comunità che nascono al posto della pacificazione desiderata da chi forse ha la coda di paglia e preferisce una comoda forma di riconciliazione in cui alla fine a perderci sono le vittime, questo sentimento di rivalsa è ciò che rende Sangue Madre un libro sovversivo, perché se la tranquillità è serve a far dormire comodi gli oppressori allora gli oppressi che non fanno silenzio sono il segno che quel sonno al riparo dalle proprie responsabilità non è sempre possibile e non è mai giusto. L'articolo Kim Bohyun / Voce di una rabbia soffocata proviene da Pulp Magazine.
April 25, 2026
Pulp Magazine
Alla ricerca della mortalità
Pare sia stato durante le riprese di John Wick 2, e prima di girare Matrix Resurrections, che Keanu Reeves abbia cominciato a riflettere sull’idea di mortalità e, di conseguenza, sul personaggio del Berserker, un guerriero vissuto per 80.000 anni, passato attraverso innumerevoli cicli di morte e rinascita. In BRZRKR, il graphic novel illustrato da Ron Garney, scritto da  Matt Kindt e dello stesso Keanu Reeves, il protagonista Unute, detto “B.“, è forte come Hulk ma con le sembianze dell’attore hollywoodiano.  Un fattore rigenerante alla Wolverine rende il suo corpo gloriosamente indifferente alle armi convenzionali. Assorbito dalla trance azzurrognola che sopravviene nel cuore dell’azione – qui indicata con il termine riastrid  preso in prestito dalla mitologia irlandese – può capitare però faccia a pezzi tanto i nemici quanto gli amici abbastanza imprudenti da entrare nel suo campo d’azione, con conseguenze poco gradevoli per lo spirito del reparto.  Nella nostra epoca BRZRKR collabora infatti con un’agenzia governativa USA, in cambio del lavoro sporco che svolge al seguito della  solita unità speciale super segreta conta di ricavare informazioni sulle proprie origini. Fin qui il fumetto, che, per inciso, giunto al dodicesimo volume si è rivelato un successo commerciale sfacciato ma si conferma adesso anche la piattaforma di una strategia transmediale più articolata. Presto dovrebbero infatti vedere la luce un live prodotto da Netflix (nessuna release date è al momento disponibile), presumibilmente interpretato da Reeves stesso,  e una serie animata. In tutto questo gli è riuscito anche il “colpaccio” di coinvolgere nel progetto China Miéville, l’autore che ai nostri giorni ha praticamente ridefinito il canone weird della fiction speculativa, per scrivere un romanzo ispirato all’universo di  BRZRKR. Esito ancora meno scontato, dato che il Maestro da almeno 10 anni non pubblica un nuovo romanzo per dedicarsi a tempo pieno ai saggi su Marx e la rivoluzione russa. Perché vedesse la luce Il libro dell’altrove (Minimum Fax, pp. 421, €20) – questo il titolo in uscita il 28 novembre anche in Italia – Reeves ha dovuto prestare i suoi “giocattoli” allo scrittore inglese quasi senza condizione,  lasciandogli praticamente carta bianca su tutto il resto. Il risultato è un tie-in anomalo e autorale,  con pochi o nessun precedente, che un anno fà,  tra le altre cose,  ha diviso anche il mondo letterario anglosassone, tra l’entusiasmo dell’ala nerd e lo shock della componente più ammodo. Nelle mani di Miéville,  B. si trasforma infatti un iperoggetto vivente, non semplicemente un efferato semidio sanguinario ma un prodigioso “Osservatore della parabola umana” che,  avendo fatto slalom tra le stagioni del neolitico, in singolare sintonia con un antropologo anarchico come David Graeber, compatisce la nostra auto narrazione come civiltà occidentale: “Vi ho già detto che la storia come l’ha raccontate voi è una stronzata. L’ignoranza del paleolitico e poi – schioccò le dita – la rivoluzione del neolitico! Poi fate passare qualche migliaio di anni e puff arriva la scrittura e finalmente comincia la festa.” Scosse la testa. “ve l’ho detto, la storia ha fatto su e giù moltissime volte.” Nella sua interminabile esistenza, Unute – che a tempo perso ha collezionato 17 lauree,  imparando più lingue morte che  parlate – ha incontrato personalmente Marx, interpretato L’ultimo nastro di Krapp sotto gli occhi di Samuel Beckett, frequentato il poeta polacco Boleslaw Lesmian. Ma, soprattutto, può vantare l’amichevole frequentazione di Sigmund Freud e del suo lettino psicanalitico. Secondo la ricercatrice Hannah Zeavin, anzi, il romanzo stesso consisterebbe in una vera e propria “fan fiction freudiana”, dacché nel libro proprio a Herr Doktor spetta la prima e l’ultima parola. Unute, come ribadisce a più riprese nel corso della storia, non desidera affatto morire ma diventare mortale, uscire dal ciclo ”Uccido, muoio, ritorno” in cui è rinchiuso dalla nascita. Freud, il Freud del romanzo, che scambia  inizialmente la storia di B.  per il resoconto dei suoi incubi, confessa di essersi domandato “perché mai l’inconscio tornasse a quella carneficina”. Ed ecco la risposta. Malgrado B. si rifiuti infatti di diventare una metafora (“come se quello che siamo avesse importanza solo a patto che significhi qualcos’altro”)  il suo caso di studio aiuta il Freud immaginario a estrapolare quella che diventerà in seguito la teoria della pulsione di morte (death drive), infliggendo alla coscienza dello scienziato “il primo dei miei due shock sulla via di Damasco, il primo dei due colpi che mandarono in frantumi  tutti i miei paradigmi“. Miéville,  che ha costruito il romanzo su diversi piani temporali, offre numerosi flashback e una ricca galleria di personaggi – l’amico intersessuale, la sposa infelice e risentita, ecc –  destinati a invecchiare e morire in un arco temporale che nella vita del Berserker equivale più o meno a un giorno. Queste rievocazioni contribuiscono ovviamente a “umanizzare” una figura  che i culti dell’antichità (e non solo) hanno adorato o maledetto,  invece,  identificandola con la Morte stessa. D’altro canto, come ha chiarito lo scrittore inglese nelle interviste, “se desideri violenza e inseguimenti in elicottero, li otterrai, perché sarebbe un imbroglio non darteli in un romanzo di BRZRKR“. Il libro dell’altrove, insomma,  non può essere il libro degli imbrogli e non può venir meno alle attese dei fan. Logico che lo scheletro del racconto sia un thriller, con qualche elemento fantasy che, a prescindere dal genere letterario, per quello che so nei romanzi di Mieville non manca praticamente mai.  Un thriller soprannaturale visionario e indubbiamente ambizioso che annoda con un linguaggio sontuoso codici, forme letterarie e – perchè no? –  aspettative e pubblici normalmente discrepanti.  Un romanzo su commissione attorno un killer immortale che, in compagnia di un cinghiale (quasi) altrettanto imperituro, può testimoniare della nostra storia profonda,  fino a rivelarsene un involontario e invisibile protagonista (o, nel gergo dell’agenzia, un “vettore per l’innovazione”). Una storia appassionante, non perfetta,  specie nel raccordo finale, dove, tra un’esplosione e l’altra,  sette millenarie flirtano con scuole psicoanalitiche mentre la CIA, o chi per essa,  affida le sue sorti a un dipartimento delle «Migrazioni di tecnologie e sistemi di credenze nell’antichità».  Una storia, infine, che non disdegna i tropi più noti della narrativa di genere, a cominciare  da un Franken-B assemblato con gli scarti del protagonista, la sua versione collage che diventa la sua nemesi oscena e “mostruosa”.  Ma lo stesso Unute, che desidera sopra ogni cosa diventare un mortale,  e quindi un umano, qualsiasi cosa ciò significhi, non è forse, come ha osservato Miéville, l’ennesima versione di un pinocchio che vuole trasformarsi in un “bambino come tutti gli altri “?  L'articolo Alla ricerca della mortalità proviene da Pulp Magazine.
November 20, 2025
Pulp Magazine