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MSF a Gaza: Bloccati rifornimenti e ingresso nuovo personale internazionale
A Gaza i team di Medici Senza Frontiere (MSF) continuano a fornire assistenza medica in 6 ospedali, 2 ospedali da campo e diverse cliniche, nonostante all’organizzazione medico-umanitaria sia stata rifiutata da Israele la registrazione che consente di operare nei Territori occupati palestinesi. Di seguito la dichiarazione di Claire Nicolet, coordinatrice dell’emergenza Gaza per MSF. Qui una sua TESTIMONIANZA VIDEO (in inglese)  con immagini che mostrano cliniche piene di pazienti e team di MSF in azione. “Gestiamo il 20% dei posti letto attualmente disponibili a Gaza, siamo il secondo distributore di acqua pulita nella Striscia, ma siamo anche in attesa sull’esito della nostra registrazione. Al momento non possiamo più far entrare rifornimenti, cosa che era già molto difficile. Siamo sempre a corto di alcuni farmaci o di altri materiali, e non poter far entrare aiuti renderà ancora più difficile operare. In questi giorni ci è stato rifiutato l’ingresso di forniture e di personale. Ciò significa che non possiamo nemmeno ruotare il nostro personale internazionale. E questo potrebbe significare che entro 2 mesi al massimo dovremo interrompere le attività. Il personale internazionale ha un ruolo molto importante perché è altamente specializzato. Ad esempio, abbiamo un chirurgo con una specializzazione che oggi non è facile trovare a Gaza. Offriamo cure specialistiche in diversi ambiti, come le ustioni. Se si parla di ustioni a Gaza, si pensa immediatamente a MSF. Continuiamo a essere disponibili al dialogo con le autorità israeliane perché vogliamo trovare un terreno comune per poter proseguire le nostre attività, ottenendo una nuova registrazione. Sarà la popolazione a soffrire di una nostra partenza. Qui la situazione è ancora molto, molto grave”. MSF a Gaza MSF opera a Gaza dal 1989. Attualmente operiamo in 6 ospedali (Nasser, Al-Aqsa, Al Helou, Al Ahli, Al Shifa e Al Ranteesi), 2 ospedali da campo a Deir Al-Balah, 4 centri di assistenza sanitaria di base ad Al Mawasi, Al Attar, Khan Yunis e Gaza City, 1 centro di alimentazione per persone affette da malnutrizione e diversi centri di cura delle ferite e di assistenza sanitaria di base. Solo nel 2025, i nostri team hanno trattato oltre 100.000 casi di traumi, eseguito quasi 23.000 interventi chirurgici, assistito più di 10.000 parti, somministrato 45.000 vaccinazioni, effettuato quasi 800.000 visite ambulatoriali, fornito oltre 40.000 sessioni di salute mentale e garantito l’accesso all’acqua potabile a centinaia di migliaia di persone.   Medecins sans Frontieres
Venezuela e Stati Uniti, “Quando è troppo è troppo!”
In meno di dodici ore dal rapimento del capo di Stato venezuelano Nicolas Maduro da parte del governo americano guidato da Trump si sono mobilitate oltre cento città sparse per gli Stati Uniti;  nella giornata di domenica 4 gennaio, altre quaranta si sono unite alle proteste. Sono da poco tornata da un presidio molto partecipato di fronte al Metropolitan Detention Center a Brooklyn, dove hanno rinchiuso Maduro. L’appuntamento era per le 11. All’inizio si è tenuto un breve comizio, più di rito e per la folta stampa presente che per altro – non ci sono quasi parole per esprimere il disgusto verso la vergognosa aggressione al popolo venezuelano e l’ardire delle menzogne che si ostinano a propinarci. Poco dopo ha preso forma un picchetto in fila indiana che girava su se stesso; il cerchio si allungava di minuto in minuto accogliendo sempre più partecipanti. Sui cartelli c’era scritto: “Hand off Venezuela” “No Blood for Oil” “US out of the Caribbean” e tutti insieme ripetevamo gli slogan classici della protesta come “No boots, no bombs! Venezuela isn’t yours”, con qualche new entry come “USA out of everywhere” o “We Ask for Justice, You Say How. Free Maduro Right Now”. Molti erano giovani, ma non mancavano anziani ed esponenti della comunità venezuelana-caraibica con cartelli a sostegno del loro presidente imprigionato. La giornata di protesta degli americani è ancora lunga. Per domenica pomeriggio era stata annunciata una convocazione di massa, a cittadini/e e lavoratori, per partecipare a un webinar d’emergenza. L’incontro, a cui hanno aderito studiosi, sindacalisti e molti altri relatori, si è concluso annunciando l’intenzione di promuovere uno sciopero generale perché “quando è troppo è troppo!” Ci sono già date papabili. Attendiamo fiduciosi di saperne di più. Nessuno pare credere alla teoria ufficiale del presidente narcotrafficante. Il Venezuela è uno tra i Paesi più ricchi al mondo: possiede giacimenti di petrolio da far impallidire l’Arabia Saudita, miniere d’oro e pure terre rare. Perché dovrebbe darsi al narcotraffico? E questa potrebbe essere la punta dell’iceberg. A molti di noi, me inclusa, il Venezuela sembra essere saltato fuori dal cappello del mago l’altro ieri; in realtà da oltre vent’anni il Paese è in un processo di emancipazione e recupero di democrazia – la migliore, quella partecipativa – dopo quasi un secolo di dominazione coloniale fedele alla dottrina Monroe imposta dagli USA. Chi, senza andare a cercare su Google, si ricorda della protesta di “Caracazo”, sedata nel sangue nel 1989 (più di 3.000 persone uccise) dall’allora Presidente Carlos Andrés Pérez? Questo è il tipo di governo che piace agli States di Trump, il quale, nella sua sfacciataggine, da una parte pretende che noi popolino crediamo alla bugia della droga, dall’altra ha inviato un chiaro messaggio-minaccia ai Paesi nei dintorni: “Il dominio americano dell’emisfero occidentale non verrà mai più messo in discussione.” Chi sarà il prossimo? Come spiega un professore al webinar, l’avviso è diretto alla Colombia, al Messico e al Brasile… E non è finita. O perché sei uno studioso e capisci dove puntano le mosse del governo, o perché non arrivi più a fine mese (e qui non c’è la pensione dei genitori che ti aiuta), comunque sia, ti è sempre più chiaro che qualcosa di molto potente ti sta inesorabilmente schiacciando. Il signor Trump, che ha incentrato buona parte della sua campagna elettorale sulla parola “pace”, oggi probabilmente, tra una partita di golf e l’altra, se la ride di aver gabbato i suoi elettori. Fomenta conflitti in giro per il mondo (in un solo anno ha bombardato direttamente lo Yemen, l’Iraq, la Siria, la Nigeria, la Somalia, l’Iran, il Venezuela e indirettamente la Palestina e la Russia); al contempo in patria ha dato avvio a una spietata guerra contro i migranti, i lavoratori e l’intero popolo americano, che da qualche giorno, insieme al caro vita, deve affrontare la spesa triplicata dell’assicurazione sanitaria causata dal taglio di un trilione di dollari imposto dal governo all’ObamaCare. Questo, si sa già, costerà la vita a migliaia di persone che si vedranno costrette a rinunciare alle cure mediche. Negli ambulatori, lo dico per esperienza, ancora prima di salutarti la segretaria ti chiede se possiedi un’assicurazione, poi ne controlla la categoria e finalmente ti sorride. Per inciso Maduro l’hanno rinchiuso nello stesso carcere dove è detenuto Luigi Mangione. Vi dice qualcosa questo nome? È il giovane che ha ucciso l’Amministratore Delegato di una delle principali compagnie di assicurazioni mediche e ora rischia la condanna a morte. Più volte l’ho sentito definire un “eroe”. È il clima di rabbia e frustrazione, sempre più palpabile, che fa esprimere così malamente, dalla pancia; al contrario, per bloccare la deriva dello strapotere delle élite, bisogna rispondere con intelligenza e civiltà, soprattutto unendoci. Solidarietà al popolo venezuelano e a tutti i popoli sotto embargo.         Marina Serina
Povertà sanitaria e scarsa aderenza terapeutica: ricerche di Banco Farmaceutico e di Cittadinanzattiva
Il 12° “Rapporto sulla povertà sanitaria” elaborato dall’Osservatorio Povertà Sanitaria di Banco Farmaceutico e i risultati dalla “Indagine civica sull’aderenza terapeutica: un piano d’azione comune” di Cittadinanzattiva evidenziano molte problematiche e criticità. La povertà assoluta in Italia è in costante aumento: dal 6,2% delle famiglie nel 2014 all’8,4% nel 2024. E le famiglie povere spendono per la salute molto meno, in termini assoluti, delle altre famiglie (10,66 € mensili pro capite contro 67,97 €), ma anche in termini relativi: solo il 2,1% della loro spesa totale è destinata alla sanità, contro il 4,4% delle famiglie non povere. Le regioni in cui per diversi motivi (risorse disponibili, invecchiamento della popolazione, presenza di un grande contesto metropolitano) la spesa sanitaria mensile pro capite è più elevata (Valle d’Aosta, Liguria e Lazio) sono anche quelle in cui il gap di spesa tra poveri e non poveri è più alto (tra i 70 e gli 85 euro). Un gap leggermente più ridotto (60-70 euro) si ritrova in Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Umbria e Sicilia, dove la spesa sanitaria è lievemente più bassa rispetto alle regioni di testa. Esiste dunque una relazione stretta tra le due variabili, che ritroviamo anche nelle altre regioni. Unica eccezione, la Calabria, dove si registra un gap intermedio in presenza di una spesa sanitaria medio-bassa. È quanto si legge nel 12° Rapporto sulla povertà sanitaria a cura dell’Osservatorio Povertà Sanitaria di Banco Farmaceutico. Il SSN tutela la salute come diritto fondamentale. Per questo prevede l’esenzione dal ticket per alcune categorie (vedi Tabella 1), cui si aggiungono altre esenzioni per patologia o quelle introdotte da alcune regioni. “Si tratta di esenzioni parziali e, nel complesso – si sottolinea nel Rapporto – il SSN sembra mostrare un profilo regressivo: le famiglie più povere spendono meno sia in termini assoluti sia in proporzione. In particolare, tendono a limitarsi all’acquisto di farmaci, rinunciando ad altre prestazioni sanitarie (visite specialistiche, esami diagnostici ecc.), con potenziali effetti negativi sulla salute a lungo termine e il rischio di aumento della cronicizzazione delle patologie”. Le famiglie povere spendono, ogni mese, proporzionalmente di più in medicinali (58,6% vs il 39,6% delle famiglie non povere), ma molto meno in servizi dentistici (6,8% vs 22,6%) e in ausili sanitari (protesi, ausili per la mobilità, per la comunicazione ecc). Contrariamente a quanto atteso, la spesa per la prevenzione è leggermente superiore tra le famiglie povere rispetto a quelle non povere (15,6% vs 14,4%). Le famiglie povere limitano il numero di visite e accertamenti medici (24,3%) o si rivolgono a medici e centri diagnostici più economici (7%) in misura superiore rispetto alle famiglie non povere (rispettivamente 3,7% e 10,6%). Tale comportamento, evidentemente, non è ipotizzabile come frutto di libera scelta, ma come una strategia di adattamento a condizioni economiche sfavorevoli che spingono a sacrificare la salute per sostenere altre necessità. Particolarmente accentuata e drammatica è la distanza di spesa per servizi ambulatoriali dentistici. Chi ha limitato la spesa sanitaria mostra una distribuzione della spesa effettiva molto più concentrata sui medicinali (47,8% rispetto al 39,3% di chi non ha limitato la spesa – grafico 6). Per quanto riguarda le rimanenti spese, solo quelle odontoiatriche risultano lievemente superiori (21,7% vs 21,5%), mentre tutte le altre voci di spesa risultano compresse e, in particolare, i servizi per la prevenzione (11,5% vs 14,8%), dispositivi, ausili e articoli sanitari (10,9% vs 12,3%), riabilitazione (3,4% vs 5,2%) e servizi di long term care (1,7% vs 2,2%). Intanto, solo la metà dei cittadini, in cura per una o più patologie, segue le terapie in modo costante ed appropriato. L’altra metà si divide fra chi, in maniera preponderante, le salta raramente (35,6%) e chi occasionalmente (11,5%). Un residuo 1,5% non le segue con alcuna costanza. Il profilo dei pazienti “non aderenti” è rappresentato principalmente da persone fragili e anziane, con basso livello socio-culturale, spesso sole o comunque con scarso supporto familiare. A pesare sulla non aderenza contribuisce molto anche la comorbidità, ossia la presenza di due o più patologie. Sono questi alcuni dei risultati che emergono dalla Indagine civica sull’aderenza terapeutica: un piano d’azione comune di Cittadinanzattiva. La quota più ampia di pazienti intervistati (38%) interpreta l’aderenza come rispetto puntuale delle indicazioni mediche, il 18% come un fattore di consapevolezza e responsabilità personale, mentre il 15% come conseguenza diretta della relazione medico-paziente, basata su dialogo, fiducia, confronto e collaborazione. Fra le motivazioni che portano a non seguire la terapia prevalgono, a detta dei pazienti, aspetti psicologici e percettivi: il (28,3%) soffre la sensazione di dipendenza dal farmaco, mentre la pigrizia o mancanza di motivazione (20,8%) e la percezione di non essere in pericolo reale (20,2%) contribuiscono a una riduzione dell’aderenza. Interessante il profilo dei pazienti “non aderenti” fornito dai Presidenti delle associazioni: quasi il 73% di questi ultimi afferma che sono maggiormente a rischio le persone fragili e anziane, quelle con basso livello socio-culturale (58,3%), chi vive in condizione di solitudine e di scarso supporto familiare (54,2%), a conferma del ruolo cruciale della rete sociale nel sostenere la gestione quotidiana della terapia. Rilevante anche la quota (45,8%) di chi sostiene che i pazienti con comorbidità siano quelli più a rischio. Anche i professionisti intervistati confermano in gran parte le caratteristiche del paziente a maggior rischio di non aderenza: con percentuali superiori al 70%, lo individuano nelle persone sole o anziane, poco meno (con percentuali intorno al 65%) in soggetti con basso livello socio-culturale. La presenza di due o più patologie risulta essere un fattore importante ma meno rilevante degli altri rispetto al rischio di non seguire correttamente le terapie: ad indicarla è circa un terzo del campione dei medici di medicina generale e degli infermieri, oltre la metà dei farmacisti ospedalieri e degli specialisti. Cosa manca per una maggiore aderenza terapeutica? Fra le priorità indicate dai Presidenti delle Associazioni, emerge sicuramente il rafforzamento della comunicazione medico-paziente (22%), il coinvolgimento strutturato delle Associazioni nei percorsi assistenziali (18%), la necessità di educazione terapeutica e informazione capillare (16%), il bisogno di formazione e supporto ai caregiver e ai volontari (12%), riconosciuti come attori centrali nei percorsi di aderenza. Anche i cittadini, al fine di migliorare l’aderenza terapeutica, chiedono prima di tutto più dialogo con il medico curante (36,1%) e un maggiore supporto pratico, sia digitale sia analogico (35,6%). Un altro quarto dei rispondenti manifesta il bisogno di confronto con altri pazienti (26,1%) e di un maggiore coinvolgimento di altri professionisti sanitari — infermieri, farmacisti, operatori di prossimità (25,2%), vedere miglioramenti tangibili (24,9%). Il bisogno di un supporto motivazionale è indicato dal 19,9%. I pazienti chiedono dunque un supporto personalizzato, che combini: una relazione più stretta e continua con il medico; strumenti concreti per la gestione quotidiana; un accompagnamento motivazionale e relazionale non necessariamente clinico. «L’aderenza terapeutica è un fenomeno complesso e multifattoriale e, in quanto tale, necessita di interventi personalizzati e allo stesso tempo strutturali per garantire l’efficacia delle cure e quindi la qualità di vita dei pazienti. Interventi che consentirebbero di contenere le spese economiche derivanti dalla scarsa aderenza alle terapie, stimate in circa 2 miliardi di euro l’anno per il Servizio Sanitario Nazionale – sottolinea Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva – Quanto e come il cittadino segua con costanza le terapie, siano esse farmacologiche e non, è condizionato da numerosi fattori, di carattere anagrafico, sociale, economico, di stili di vita, e dunque – accanto ad interventi di sistema finalizzati a integrare un modello di rete coordinato, di prossimità, supportato da strumenti digitali e capacità organizzativa – occorre puntare molto sul tempo che i professionisti possono dedicare al paziente e ai suoi caregiver». FONTI INFORMATIVE * rapporto sulla Povertà Sanitaria * ricerca di Cittadinanzattiva Giovanni Caprio
Dalla stanza 36 dell’ospedale Meyer di Firenze una lettera di gratitudine di un ospite palestinese
Pubblichiamo la lettera di ringraziamento che Ammar ha indirizzato a tutto il personale sanitario dell’Ospedale Meyer di Firenze per le cure prestate al figlio Issa, ricoverato e operato per la quinta volta per la ricostruzione delle ossa del cranio danneggiate … Leggi tutto L'articolo Dalla stanza 36 dell’ospedale Meyer di Firenze una lettera di gratitudine di un ospite palestinese sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.