Lalobby fossile fa il record di presenze alla COP30 in Brasile
Come membro della coalizione internazionale Kick Big Polluters Out (KBPO), che
chiede di escludere i lobbisti fossili dalle Conferenze per il clima, ReCommon
ha avuto accesso a documenti confidenziali della COP30. Dall’analisi delle
carte, emerge che in totale i lobbisti fossili presenti al vertice di Belém sono
1.602, di gran lunga il numero più alto dei rappresentanti di quasi tutte le
delegazioni nazionali presenti, superati solo dal Brasile (3805), Paese
ospitante. Uno ogni 25 delegati presenti, in termini percentuali un aumento del
12% rispetto ai negoziati sul clima dello scorso anno a Baku, in Azerbaigian e
la più grande concentrazione di lobbisti dei combustibili fossili alla COP da
quando KBPO ha iniziato ad analizzare i partecipanti alla conferenza. Tra i dati
che spiccano maggiormente, va segnalato che i lobbisti fossili hanno ricevuto il
66% in più di pass per la COP30 rispetto a tutti i delegati dei 10 paesi più
vulnerabili al cambiamento climatico messi insieme (1061). Una sproporzione che
dimostra, ancora una volta, come chi è responsabile dell’aggravarsi della crisi
climatica continui a godere di un accesso privilegiato ai tavoli multilaterali
dove si decide il futuro del pianeta.
I lobbisti italiani sono complessivamente 17, con 3 esponenti della Fondazione
Enrico Mattei, collegata al campione nazionale del fossile ENI, 2 di
Confindustria, 4 di ACEA, società che sta puntando con decisione su progetti per
lo sfruttamento del gas, 6 di Enel, che conferma di essere particolarmente
attiva in America Latina, uno di Edison, tra le società più attive nell’import
di GNL nel nostro paese, e uno della Venice Sustainability Foundation,
fondazione con governance a guida fossile presente alla COP con il direttore
generale Alessandro Costa, dipendente del leader europeo e italiano delle
infrastrutture gasiere Snam.
Massiccio il contingente di esponenti di organizzazioni di lobbying che
promuovono una considerevole fetta del greenwashing del settore fossile, ovvero
i bio-carburanti e la cattura e lo stoccaggio della CO2 (CCS) anche collegata
alla produzione di idrogeno e ammoniaca da fonti fossili. Queste organizzazioni
annoverano tra i loro membri anche ENI e Snam, che a Ravenna, sono impegnate nel
primo progetto di CCS italiano. Una tecnologia, quest’ultima, che ReCommon
denuncia come estremamente costosa, poco sicura e non efficace, che necessita di
ingenti sussidi pubblici. Il progetto di Eni e Snam, al momento in fase
sperimentale, ha potuto beneficiare di una legislazione a maglie larghe che le
stesse corporation hanno contribuito a definire, in pieno conflitto di
interessi, come spiegato in un recente report dell’associazione. .
La presenza record di lobbisti fossili alla COP30 rafforza l’urgenza di
introdurre un quadro vincolante di trasparenza e prevenzione dei conflitti di
interesse all’interno dell’ambito ONU. Senza tali garanzie, i negoziati
continueranno ad essere vulnerabili all’influenza delle stesse corporation che
stanno alimentando la crisi climatica.
«A 10 anni dall’Accordo di Parigi, la presenza dei lobbisti fossili nelle COP,
dove non dovrebbero trovarsi, continua a crescere» ha dichiarato Elena Gerebizza
di ReCommon. «Stanno promuovendo “soluzioni” che vanno bene per i loro affari,
ma non per le persone e il clima come il CCS, l’idrogeno e il biogas, che
dovrebbero essere etichettati come greenwashing per l’espansione dell’estrazione
di petrolio e gas che continua ad avvenire. Le compagnie fossili, invece,
dovrebbero pagare per l’impatto globale delle loro attività» ha concluso
Gerebizza.
«L’ennesima “invasione” di una COP da parte di manager fossili è intollerabile.
L’obiettivo di questi “personaggi” è di garantirsi altri decenni di petrolio,
gas e mega infrastrutture LNG spacciate come transizione. Per questo o si caccia
l’industria fossile dalle COP o la crisi climatica continuerà a essere scritta
da chi ne trae profitto» ha dichiarato Daniela Finamore di ReCommon.
Re: Common