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Francia: debito pubblico e scelta democratica
di FANT PRECARIO. Le condizioni alle quali la Francia ottiene finanziamenti da investitori/mercato possono incidere sulle alternative offerte agli elettori. Per comprendere occorre partire dai conti pubblici, distinguere rischio tasso e rischio credito e chiarire il ruolo dei Credit Default Swap al fine di analizzare il potere delle condizioni di finanziamento sui programmi politici (c’è, non c’è, chissà…). 1. Che cos’è l’avanzo primario? L’avanzo primario è la differenza positiva fra le entrate pubbliche e le spese pubbliche escluse quelle per interessi sul debito. Si calcola dopo aver contabilizzato pensioni, sanità, stipendi, forniture, investimenti e tutte le altre spese diverse dagli interessi. Se la differenza è negativa, si parla di disavanzo primario (puro Carlo). Se uno Stato incassa 100 e spende 98 prima degli interessi, ha un avanzo primario di 2. Se deve inoltre pagare interessi per un importo di 5, il saldo complessivo diventa negativo per 3. Quel 5 è una spesa/numero, non un tasso percentuale: il tasso si applica al capitale sul quale maturano gli interessi, altra storia…. Se invece le entrate sono 100 e le spese prima degli interessi sono 103, il disavanzo primario è già 3. Gli interessi aggravano uno squilibrio esistente. Quindi osserviamo che la distinzione fra spese primarie e interessi è contabile e non descrive l’ordine materiale dei pagamenti. 2 Il rapporto tra avanzo/disavanzo e emissione di obbligazioni Quando le entrate non coprono le spese complessive, lo Stato deve finanziare la differenza. Lo fa principalmente emettendo obbligazioni: riceve denaro dagli investitori e assume l’obbligo di pagare gli interessi e rimborsare il capitale a scadenza secondo le condizioni del titolo. Di solito, contemporaneamente, lo Stato deve anche rimborsare le obbligazioni precedentemente emesse che arrivano a scadenza, spesso sostituendole con nuove emissioni. Il rimborso del capitale non è classificato come “una nuova spesa” nel calcolo del deficit, ma richiede liquidità. Quindi il fabbisogno di finanziamento può essere molto superiore al disavanzo annuale. L’emissione di obbligazioni non è una destinazione dell’avanzo primario, è un’operazione di finanziamento. Anche uno Stato con avanzo primario può dover emettere nuovi titoli, perché gli interessi superano quell’avanzo oppure perché deve rifinanziare debito in scadenza. 2 bis La domanda diventa: a quali rendimenti e per quali scadenze gli investitori sono disposti a prestare? 3 Il rischio tasso e il rischio credito Il rischio tasso riguarda la variazione del valore di un’obbligazione quando cambiano i rendimenti di mercato. Se salgono i rendimenti di titoli comparabili tra loro, il prezzo di un’obbligazione a tasso fisso generalmente scende. Chi la vende può subire una perdita anche se il debitore paga regolarmente. Il rischio credito riguarda invece la possibilità che il debitore non rispetti integralmente e puntualmente i propri obblighi (oppure, sorpresa!, che ristrutturi il debito a condizioni sfavorevoli ai creditori?). Quindi un premio maggiore può essere richiesto per compensare questo specifico rischio. Per lo Stato, rendimenti più elevati aumentano il costo delle nuove emissioni e del rifinanziamento, e non modificano immediatamente le cedole dei titoli a tasso fisso già emessi (Carlo di nuovo): infatti il costo medio del debito cambia gradualmente, in funzione delle scadenze e della composizione del debito (serie di emissioni e relativi tassi). Il passaggio dal rischio tasso al rischio credito indica un cambiamento nella preoccupazione dominante: il peso si sposta dalla perdita di valore del titolo al dubbio sul rimborso. I due rischi possono rafforzarsi, perché interessi più elevati possono peggiorare i conti (ma un deficit non fa primavera) e non equivale automaticamente a insolvenza. 4 Che cosa sono i Credit Default Swap (for dummies… eh!) I Credit Default Swap, o CDS, sono contratti derivati che trasferiscono il rischio credito: chi acquista protezione paga un premio e chi la vende si impegna a compensarlo se si verifica un “evento di credito” previsto dal contratto, come un mancato pagamento. Non occorre necessariamente un default per guadagnare (vincere?): se cresce il valore della protezione acquistata, la posizione può essere chiusa prima, al netto dei premi pagati e dei costi. Il premio del CDS è una questione regolata sul mercato, non dal Tesoro dello Stato di riferimento, qui nasce appunto la speculazione… (divieti?). 5 Il caso francese La Francia presenta un disavanzo già prima degli interessi, dunque le entrate francesi non coprono la spesa pubblica ancora prima di aggiungere gli interessi. La Francia, quindi, deve finanziare lo squilibrio annuale e rifinanziare i titoli in scadenza. Se aumenta la sfiducia, gli investitori hanno più strade: possono chiedere rendimenti maggiori o ridurre l’esposizione o virare su CDS e proteggere le esposizioni. Il loro rincaro (il premio di cui sopra) può amplificare la tensione sulle obbligazioni e quindi sul soggetto che le ha emesse. 6 Le condizioni di finanziamento e la scelta democratica Se prevale il rischio tasso, la discussione riguarda soprattutto come affrontare un costo del denaro elevato, e questo è un problema condiviso con altri paesi: ne consegue una maggiore “indifferenza” da parte degli investitori nei confronti dei programmi elettorali. Se però aumenta il peso del rischio credito, gli investitori valutano più direttamente la compatibilità dei programmi con il rimborso del debito e la capacità politica di attuarli, e il gioco diventa meno indifferente. Lineare (non so, dica lei) questa distinzione; però: se i tassi (non il rischio tasso) diminuiscono oppure diminuisce il rischio credito? O, per complicare, diminuisce uno solo dei due? Una riduzione del rischio credito può diminuire il premio richiesto e ampliare i margini politici anche se i tassi generali restano elevati. Una discesa dei tassi europei può invece dare un beneficio limitato se persiste la sfiducia specifica verso il paese emittente (qui c’è una certa indifferenza) Arriviamo al conflitto: chi deve sopportare gli aggiustamenti per raddrizzare la situazione? Lavoratori, pensionati, imprese, grandi patrimoni o creditori/investitori. Arriviamo alla democrazia, al voto e ci chiediamo: quanto la combinazione di entrate, spese e rapporti con i creditori resti effettivamente determinabile dagli elettori? 7 Un precedente: Léon Blum e il “muro del denaro” Quanto detto finora pesa in modo particolare se a Parigi arrivasse un governo guidato da La France Insoumise. Ritorno della pensione a sessant’anni, aumento del salario minimo, disponibilità dichiarata a disattendere le regole fiscali europee: è esattamente il tipo di programma che gli investitori valutano con la lente del rischio credito, non del rischio tasso. La tensione sui titoli non verrebbe letta come un costo del denaro più alto, condiviso con altri paesi, ma come un dubbio sulla volontà di rimborsare. Da quel momento la crisi, reale o soltanto potenziale, diventa un argomento politico. La Francia ha già visto questo film. Giugno 1936: Léon Blum forma il governo del Fronte Popolare dopo una vittoria elettorale netta. Gli accordi di Matignon portano aumenti salariali dal 7 al 15 per cento; seguono la settimana di quaranta ore e le ferie pagate. Blum riforma anche lo statuto della Banque de France, togliendone il controllo ai grandi azionisti (le famose “duecento famiglie”). I CDS non esistevano, ma esisteva il loro equivalente funzionale: la fuga dei capitali e la conversione dei franchi in oro. La Banque de France perde riserve settimana dopo settimana. Blum aveva escluso la svalutazione e deve accettarla a fine settembre 1936. Aveva escluso anche il controllo dei cambi, per non spaventare i mercati e gli alleati anglosassoni: rinuncia così all’unica difesa disponibile, senza ottenere in cambio la fiducia. Febbraio 1937: Blum annuncia la “pausa” delle riforme. Giugno 1937: dopo una nuova ondata di vendite sul franco chiede i pieni poteri in materia finanziaria. La Camera, dove ha la maggioranza, li concede. Il Senato, con Joseph Caillaux alla guida della commissione Finanze, li nega. Blum si dimette. Nell’aprile 1938 il suo secondo governo, durato meno di un mese, cade al Senato nello stesso modo. Il seguito è la parte più istruttiva. Nel novembre 1938 Paul Reynaud, ministro delle Finanze del governo Daladier, vara per decreto il risanamento: tra le misure c’è lo smantellamento di fatto delle quaranta ore, la conquista simbolo del 1936. Lo sciopero generale del 30 novembre fallisce ed è seguito da licenziamenti e sanzioni. Ciò che il voto aveva dato, l’emergenza finanziaria lo riprende, e lo riprende con un consenso che una richiesta esplicita non avrebbe mai ottenuto. Non serve una congiura per spiegarlo, e una congiura di palazzo è raramente il segno di una ricostruzione corretta. Basta un meccanismo, che si ripete con regolarità: la crisi, o anche solo la sua minaccia, viene brandita in nome del rigore per ottenere dai ceti popolari e dal ceto medio sacrifici che, chiesti apertamente, verrebbero rifiutati. Il rigore diventa così il linguaggio con cui una scelta su chi debba pagare (la domanda del punto 6) viene presentata come una necessità. L’Italia lo conosce bene. Novembre 2011: spread oltre i 500 punti, governo Monti, riforma Fornero approvata in poche settimane. In condizioni normali avrebbe richiesto anni di negoziato, se mai fosse passata. Il “vincolo esterno”, per usare l’espressione di Guido Carli, ha funzionato esattamente così; la Grecia del 2015 ne è stata la versione estrema. In Francia l’oggetto del contendere è da trent’anni lo stesso: le pensioni. Nel 1995 il piano Juppé viene ritirato dopo settimane di scioperi; nel 2010 l’età legale sale da 60 a 62 anni; la riforma a punti del 2019-2020 viene accantonata; nel 2023 l’età passa a 64 anni con il ricorso al 49.3, cioè senza un voto finale dell’Assemblea, contro una piazza mobilitata per mesi. Nel settembre 2025 Bayrou ha chiesto la fiducia proprio sull’emergenza del debito, e l’ha persa; il successore Lecornu, per sopravvivere alle mozioni di censura, ha dovuto proporre la sospensione della riforma del 2023. La resistenza popolare, insomma, regge finché il debito resta un problema di tassi. Una crisi letta come crisi del credito offrirebbe ciò che trent’anni di tentativi non hanno ottenuto: l’argomento per dire che non c’è alternativa. Oggi i protagonisti sono cambiati, i ruoli no. Al posto della fuga dell’oro ci sono le vendite di OAT, l’allargamento dello spread sul Bund e il rincaro dei CDS sulla Francia, che (punto 4) può anticipare e amplificare la tensione sui titoli senza che nessuno debba attendere un default. Al posto delle riserve della Banque de France c’è la disponibilità della BCE a intervenire. Lo strumento pensato per questi casi, il Transmission Protection Instrument, contrasta le tensioni «ingiustificate» sui titoli pubblici, ma solo per i paesi che rispettano il quadro fiscale europeo, hanno un debito giudicato sostenibile e non presentano squilibri gravi. La Francia è già sottoposta a procedura per disavanzo eccessivo. Le condizioni per ottenere protezione coincidono quasi alla lettera con l’agenda che gli elettori francesi hanno finora respinto. Per un governo La France Insoumise lo scenario sarebbe quasi obbligato. Lo spread si allarga; la tensione viene definita «giustificata dai fondamentali»; la protezione viene subordinata a «riforme strutturali», e in cima alla lista ci sarebbero le pensioni. Intanto il circolo si autoalimenta: rendimenti più alti aumentano il fabbisogno (punto 2), il fabbisogno conferma i timori, i timori alzano i rendimenti. Il governo che ha vinto promettendo la pensione a sessant’anni si troverebbe a scegliere tra smentirsi e cadere. In entrambi i casi la riforma arriva: la fa lui, come Blum fece la “pausa”, o la fa chi viene dopo, come Reynaud nel 1938. Per onestà va aggiunto che i mercati non inventano la crisi. Gli errori di Blum e dell’intero schieramento di sinistra sono innegabili, e si riconoscono tanto guardando gli eventi da destra quanto da sinistra: parte della storiografia (Alfred Sauvy in testa) indica la svalutazione tardiva e le quaranta ore introdotte proprio quando l’economia avrebbe dovuto produrre di più. E i conti francesi di oggi sono quelli del punto 5: disavanzo già prima degli interessi. Il caso di Liz Truss nel 2022 ricorda poi che i mercati sanno punire anche governi di segno opposto. La tesi, quindi, non è che la crisi sia inventata né che qualcuno la orchestri. È che una crisi reale ammette molte risposte diverse (patrimoni, rendite finanziarie, composizione della spesa, perfino i creditori) e la narrazione dell’emergenza serve a farne apparire possibile una sola. Torniamo così alla domanda con cui si chiudeva il punto 6. Se la combinazione di entrate, spese e rapporti con i creditori la scelgono gli elettori, ma la possibilità di attuarla la decide chi stabilisce se una tensione sia “giustificata”, quanto resta della scelta democratica? Blum rinunciò al controllo dei cambi per conquistare una fiducia che non arrivò mai, e due anni dopo le quaranta ore se ne andarono per decreto. La domanda per La France Insoumise è quale sia, oggi, la sua alternativa a quella rinuncia (e se la risposta fosse: nessuna, anche questo sarebbe un dato politico). L'articolo Francia: debito pubblico e scelta democratica proviene da EuroNomade.
October 16, 2026
EuroNomade
Migranti: alleanza fra destra italiana e socialdemocrazia danese
A seguito dell’attacco all’Iran e al Libano sta crescendo il flusso migratorio. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha promosso, insieme alla premier danese socialdemocratica Mette Frederiksen, un incontro per il contenimento dell’ondata di rifugiati. di redazione Peacelink (*)   A margine del vertice europeo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha promosso, insieme alla premier danese socialdemocratica Mette Frederiksen, un incontro
Il viaggio di Greta Thunberg nella Svezia che implode
In Svezia è cominciata la campagna elettorale; il voto è previsto, come sempre, per la seconda domenica di settembre. Il paese è governato dal 2022 da una coalizione di centrodestra (Moderati, Liberali e Cristianodemocratici), con l’appoggio esterno – decisivo – dei suprematisti Democratici di Svezia. L’accordo fra questi partiti (detto di Tidö dal nome del luogo dove è stato siglato) ha partorito le seguenti aberrazioni: > le zone di ispezione, che meglio sarebbe chiamare zone franche per la polizia, > autorizzata – in nome della “sicurezza”– a perquisire, in uno spazio e tempo > delimitati (in base a criteri inevitabilmente discrezionali), persone e > veicoli senza che vi sia un concreto indizio di reato; un inasprimento delle > pene come unica risposta alla criminalità, identificata in toto con le gang di > giovani immigrati, che sarebbe ulteriormente aggravato dall’abbassamento a 13 > anni della soglia per la punibilità; restrizioni sull’accoglienza tanto per > chi chiede asilo quanto per chi cerca lavoro in Svezia. In queste settimane ha suscitato scandalo l’espulsione di adolescenti i cui genitori hanno un regolare permesso di soggiorno, a causa dell’applicazione di una norma in base a cui le persone, una volta diventate maggiorenni, non sono più considerate parte della famiglia e devono dimostrare di possedere individualmente i requisiti per risiedere nel paese. La norma in questione però è del 2016, dunque è stata approvata dai Socialdemocratici (così si chiamano, dopo aver abbandonato anche nel nome il riferimento al lavoro)… Ormai indistinguibile dal centrodestra, il partito guidato da Magdalena Andersson, che si trova all’opposizione, fa di tutto per dimostrare di essere più realista del re; in parlamento vota insieme alla maggioranza su materie come la politica penale e quella migratoria (che sono ormai sovrapposte, nella narrazione dominante) così come sulla politica estera, a partire dal sostegno incondizionato all’adesione alla NATO (promossa proprio dai Socialdemocratici: il centrodestra non vi era mai riuscito) e al riarmo dell’Ucraina fino a una non precisata vittoria. Quanto alla Palestina, la leadership del partito ha tardato e faticato a usare la parola “genocidio”, prodigandosi piuttosto nella condanna dell’attacco di Hamas. Il Partito della Sinistra svedese non offre un’alternativa credibile alla svolta reazionaria del partito di Andersson. Con la leadership di Nooshi Dadgostar si è registrata infatti una regressione sconcertante, con il sostegno al regime di guerra (alla domanda “è giusto dare la vita per il proprio paese?” Dadgostar ha risposto senza esitazioni affermativamente) e l’espulsione di esponenti schierat3 a fianco della resistenza palestinese (non quella di Hamas, peraltro, bensì quella del Fronte popolare per la liberazione della Palestina). IL VIAGGIO DI GRETA Non è un bello spettacolo, quello che si presenta alle nuove (e non solo) generazioni in vista del voto settembrino. Da qui l’idea di Greta Thunberg di viaggiare per il paese, in compagnia della giornalista Alexandra Urisman Otto, per cercare di capire, intervistando persone comuni, come si può costruire un movimento dal basso per una società e un mondo più giusti. Il resoconto del viaggio sarà raccontato, tappa dopo tappa, sul giornale “Arbetaren” (Il lavoratore), fondato nel 1922 e organo della SAC (Organizzazione centrale dei lavoratori e delle lavoratrici), di ispirazione socialista libertaria. Thunberg spiega come è nato il progetto: «L’escalation della crisi climatica, il genocidio e l’erosione dei principi fondamentali del diritto internazionale – problemi che toccano tutt3 e da cui tutt3 siamo preoccupat3 – spiccano per la loro assenza nel dibattito pre-elettorale. Non sono certo l’unica elettrice a sentirsi impotente, disperata e terribilmente frustrata per il fatto che il discorso pubblico sia totalmente scollegato dalla realtà e non vi sia alcun partito che prenda davvero sul serio queste enormi sfide. […] Voglio capire su che cosa la gente pensa che io e altr3 attivist3 dovremmo concentrarci e soprattutto di che cosa ci sarebbe bisogno e come dovrebbe cambiare il movimento affinché proprio tu esca dalla tua comfort zone e diventi attivista. Ma sono anche un’elettrice che come molt3 altr3 si sente disperata – e tuttavia rifiuta di cedere all’apatia». Far parlare le persone che subiscono le decisioni: questa campagna elettorale vista dal basso è anche una risposta a chi, negli ultimi anni, ha cercato di zittire Thunberg, schernendola o addirittura criminalizzandola. Fino a che si è occupata di “giardinaggio” (con appelli forti, ma generici, a contrastare il cambiamento climatico) è stata celebrata come icona del nuovo attivismo giovanile globale, reputato inoffensivo. > Nel momento in cui ha affinato la sua critica, illuminando l’estrattivismo e > la guerra come meccanismi consustanziali al sistema capitalista, il > paternalismo condiscendente con cui era trattata ha lasciato il posto a un > astio non solo verbale. La sua partecipazione, in diversi paesi europei, ad atti di disobbedienza civile contro l’industria fossile e, soprattutto, a manifestazioni di solidarietà con la Palestina le è costata, oltre a diversi arresti, l’accusa di essere “incline alla violenza” e, va da sé, “antisemita”. La colpa? Mettere in rapporto il colonialismo, non solo quello israeliano (che nondimeno ha definito “un caso da manuale”) con la minaccia esistenziale rappresentata dalla crisi climatica. Per chi vuole screditarne le prese di posizione (e sono in molt3 anche nella Svezia che un tempo si pavoneggiava della ragazzina diventata una sorta di brand nazionale), la partecipazione di Thunberg alla Global Sumud Flotilla ha rappresentato un’ulteriore occasione per cercare di screditarla. L’attivista svedese tuttavia ha dato voce allo sdegno di milioni di persone quando, dopo l’espulsione da Israele (dove è stata trattata con particolare durezza), ha rinnovato la denuncia della complicità occidentale nel genocidio, ribadendo al contempo il suo impegno per un mondo libero da ogni forma di oppressione. Il suo viaggio in una Svezia che ha perduto sé stessa costituisce una nuova tappa nel percorso di un attivismo giovanile che deve attrezzarsi, in Europa come nelle Americhe, per fronteggiare le conseguenze del definitivo divorzio fra capitalismo e democrazia. La copertina è di Norges Naturvernforbund (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il viaggio di Greta Thunberg nella Svezia che implode proviene da DINAMOpress.
March 11, 2026
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La zohranomics a New York
Immaginate la mappa della metropolitana: linee che si incrociano, nodi di scambio, percorsi chiari verso destinazioni molto concrete. Il programma economico di Zohran Mamdani somiglia a una nuova linea – la linea dell’affordability (sostenibilità economica, accessibilità, convenienza economica o capacità di permettersi qualcosa, ndr) – che vuole collegare tre stazioni rimaste troppo spesso su […] L'articolo La zohranomics a New York su Contropiano.
November 12, 2025
Contropiano