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L’universo non è un righello
Dalla scienza delle reti al significato culturale del Purushottam Maas, un invito a ripensare tempo, relazioni e produttività. Siamo cresciuti con l’idea rassicurante che la realtà sia qualcosa di stabile, lineare e misurabile. A scuola impariamo che la distanza più breve tra due punti è una linea retta e che il mondo può essere descritto attraverso coordinate, metri, mappe e confini. Questa visione, ereditata dalla geometria euclidea, ha influenzato non solo il modo in cui rappresentiamo lo spazio fisico, ma anche il nostro rapporto con il tempo, l’economia e le relazioni umane. Negli ultimi decenni, però, molte discipline scientifiche hanno iniziato a mostrare i limiti di questa prospettiva. La fisica dei sistemi complessi, la biologia, le neuroscienze e la scienza delle reti suggeriscono che la realtà non possa essere compresa soltanto osservando oggetti separati nello spazio, ma debba essere letta attraverso le connessioni che li attraversano. Uno degli esempi più interessanti arriva dagli studi sulla diffusione globale delle epidemie. Alcuni ricercatori hanno sviluppato il concetto di “distanza efficace”: in un mondo interconnesso dai trasporti aerei, la vicinanza geografica non coincide più necessariamente con la vicinanza reale. Due grandi hub internazionali come Londra e New York, pur separate da migliaia di chilometri, risultano “vicinissime” dal punto di vista dei flussi di persone e merci. Al contrario, località fisicamente vicine ma isolate dalle reti di comunicazione possono essere, nei fatti, molto più lontane. La stessa trasformazione è avvenuta nelle neuroscienze. Per lungo tempo il cervello è stato studiato come un insieme di aree separate, ciascuna associata a una funzione precisa. Oggi, invece, il lavoro sul connettoma umano mette al centro le reti neurali, la sincronizzazione e la qualità delle connessioni tra regioni cerebrali. Non conta soltanto “dove” si trovano i neuroni, ma come comunicano tra loro. Anche la fisica contemporanea ha progressivamente abbandonato l’idea di uno spazio assoluto e immutabile. La relatività di Einstein ha mostrato che spazio e tempo non sono contenitori rigidi indipendenti dagli eventi, ma dimensioni dinamiche legate alla materia, all’energia e al movimento. In modi diversi, molte aree della ricerca moderna sembrano convergere verso la stessa intuizione: le relazioni contano almeno quanto gli oggetti. Come un mese in più nel calendario Questo passaggio da una visione statica a una relazionale del mondo trova, a mio avviso, un curioso parallelo simbolico in alcune antiche tradizioni del tempo ciclico. Nel calendario lunisolare induista, infatti, esiste un mese supplementare che viene aggiunto periodicamente per riallineare il ciclo della Luna con quello del Sole. È noto come Adhik Maas, il “mese aggiuntivo”. Dal punto di vista astronomico, si tratta di una correzione necessaria. Ma dal punto di vista culturale e spirituale questo tempo “fuori dal tempo” ha assunto nei secoli un significato molto più profondo. Viene raccontato che questo mese, inizialmente considerato infausto e privo di identità propria, trovò protezione presso Vishnu, diventando Purushottam Maas: il più sacro di tutti, un periodo dedicato alla riflessione interiore, alla semplificazione della vita e alla ricerca di equilibrio. Ciò che colpisce è il simbolismo di questa anomalia temporale. Un elemento nato per correggere uno scarto matematico diventa occasione di riallineamento umano e spirituale. In un certo senso, ricorda ciò che accade anche nella scienza contemporanea: quando emergono fenomeni che non rientrano nei vecchi modelli, non sempre si tratta di errori da eliminare. A volte sono segnali che invitano a cambiare paradigma. Secondo il calendario tradizionale seguito da molte comunità induiste, il mese di Purushottam Maas si apre oggi e durerà dal 17 maggio al 15 giugno 2026. Per milioni di persone rappresenta un periodo particolarmente favorevole alla meditazione, alla carità, allo studio e alla riduzione delle attività materiali considerate superflue, come traslochi, investimenti economici o matrimoni. Tradizionalmente, durante questo mese si incoraggiano pratiche di condivisione e servizio verso gli altri, momenti di silenzio, lettura di testi sapienziali e una vita quotidiana più sobria. Al contrario, molte famiglie evitano grandi celebrazioni mondane o decisioni economiche importanti, considerandolo un tempo di rallentamento e introspezione. Al di là dell’aspetto religioso, il significato culturale di questa pausa appare sorprendentemente attuale. Viviamo infatti in società che misura quasi tutto attraverso produttività, velocità e accumulo. Il tempo viene frammentato in scadenze, obiettivi, prestazioni e risultati immediati. Competere e produrre: correre e arrivare a fine mese sentendosi identificati con il proprio lavoro e con la propria produttività. Ma un sistema fondato soltanto sull’accelerazione rischia di perdere il senso delle connessioni profonde che rendono possibile la vita collettiva. Fermarsi a pensare “chi sono” oltre le etichette, oltre il ruolo sociale e oltre le aspettative esterne può diventare, oggi, un gesto profondamente rivoluzionario. La scienza delle reti ci ricorda che nessun nodo esiste isolatamente. Le crisi climatiche, economiche e sociali degli ultimi anni mostrano con evidenza quanto siano intrecciati i destini umani. Un conflitto locale modifica gli equilibri energetici globali, una pandemia attraversa continenti in poche settimane, una scelta finanziaria presa in un centro economico remoto può influenzare milioni di vite. Forse è proprio questo uno degli insegnamenti più interessanti che emerge sia dalla ricerca scientifica contemporanea sia dalle tradizioni ancestrali del tempo ciclico: la realtà non è fatta di elementi separati, ma di relazioni in continuo movimento. Per questo il mese di Purushottam Maas può essere letto, anche da una prospettiva laica, come un invito simbolico a interrompere per un momento la logica lineare della corsa permanente. Non per fuggire dal mondo, ma per osservare con maggiore attenzione la qualità delle connessioni che costruiamo ogni giorno. Non siamo punti in uno spazio piano bidimensionale da misurare con un righello. Non siamo nemmeno soltanto corpi collocati in uno spazio quantificabile. Siamo reti umane, ecologiche, culturali e interiori molto più vaste di quanto la scienza contemporanea riesca oggi a descrivere completamente. E forse il vero problema del nostro tempo non è la mancanza di informazioni o di tecnologia, ma la difficoltà di percepire fino in fondo questa rete di nodi, intrecci e interdipendenze invisibili che lega le nostre vite. In un’epoca che trasforma tutto in numeri, velocità e prestazioni, l’idea di un “mese fuori dal tempo” continua a porre una domanda semplice e radicale: che cosa accade quando smettiamo di misurare la vita soltanto con il righello dell’efficienza? Chi siamo, quando smettiamo per un momento di identificarci con ciò che produciamo e compriamo? E quali sono i fili invisibili che continuano a unirci agli altri, anche quando crediamo di essere soli, convinti che le nostre piccole scelte quotidiane non contino nulla? Valentina Fabbri Valenzuela
May 17, 2026
Pressenza
Le storie che non si possono tradurre
La mediazione culturale non traduce soltanto parole. Traduce mondi, silenzi, memorie e modi diversi di sopravvivere. Negli ultimi anni ho compreso che la mediazione linguistica non può essere considerata soltanto una pratica tecnica legata alla traduzione delle lingue. È, prima di tutto, una pratica culturale, relazionale e profondamente umana. Traduce memorie, sistemi simbolici, vissuti corporei, emozioni, traumi e silenzi. E forse è proprio questo che le società occidentali contemporanee fanno ancora fatica a riconoscere: il fatto che la comunicazione umana non passi esclusivamente attraverso le parole. Le neuroscienze cognitive, la psicologia transculturale e gli studi antropologici mostrano oggi con sempre maggiore chiarezza che mente, corpo e cultura non possono essere separati. Ogni individuo costruisce il proprio modo di percepire il dolore, il tempo, la paura e l’identità all’interno di un contesto culturale specifico. La sofferenza non viene espressa nello stesso modo in tutte le società; persino il trauma assume forme narrative, corporee e simboliche differenti a seconda della cultura di appartenenza. Viviamo, soprattutto in Occidente, dentro società dominate dalla velocità e dalla produttività cognitiva. Il sociologo Hartmut Rosa definisce questa condizione “accelerazione sociale”: una forma di organizzazione della vita in cui l’individuo è costantemente chiamato a produrre, rispondere, pianificare, performare. Nelle economie avanzate il lavoro si è progressivamente spostato dalla dimensione fisica a quella cognitiva. Crescono le professioni amministrative, digitali e gestionali, mentre diminuiscono molte attività manuali tradizionali. Questo cambiamento ha modificato anche il modo in cui il corpo viene vissuto. In gran parte delle professioni contemporanee occidentali il corpo rimane immobile per ore, mentre la mente continua a lavorare senza interruzione. L’attenzione costante, il multitasking, l’iperconnessione e la pressione prestazionale producono un sovraccarico cognitivo permanente. Numerosi studi in ambito neuropsicologico collegano questa iperattivazione all’aumento di stress cronico, burnout, disturbi d’ansia e alterazioni dei sistemi attentivi ed emotivi. Forse è anche per questo che nelle società occidentali cresce sempre di più il bisogno di pratiche meditative basate sul silenzio, sulla respirazione e sull’immobilità: si cerca di fermare una mente che non riesce più a interrompere il proprio flusso continuo di attività. L’altro giorno parlavo con il mio psicoterapeuta, che è anche Professore ordinario e docente nella mia scuola di psicoterapia transculturale, della meditazione dinamica e del ruolo che il movimento assume in molte culture del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia. In questi contesti la danza, il ritmo e il movimento collettivo non rappresentano soltanto forme artistiche o rituali: diventano dispositivi di regolazione emotiva, relazionale e spirituale. Attraverso il movimento del corpo, la mente rallenta. Le neuroscienze contemporanee stanno progressivamente confermando ciò che molte culture tradizionali conoscevano empiricamente da secoli. Il movimento ritmico e coordinato stimola processi neurobiologici complessi: favorisce la regolazione del sistema nervoso autonomo, riduce i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, e facilita il rilascio di neurotrasmettitori associati al benessere psicofisico, come dopamina, serotonina ed endorfine. Inoltre, le attività corporee collettive aumentano i processi di sincronizzazione sociale ed emotiva, rafforzando il senso di appartenenza e sicurezza. Il trauma, infatti, non è soltanto un ricordo mentale. È anche un’esperienza corporea. Gli studi sul trauma complesso mostrano come eventi estremamente stressanti possano alterare non soltanto la memoria narrativa, ma anche la percezione corporea, la regolazione emotiva e i meccanismi neurofisiologici legati alla sicurezza e alla paura. Per questo, in molte pratiche terapeutiche contemporanee, il corpo sta tornando centrale: non come elemento separato dalla mente, ma come parte integrante dell’esperienza psichica. Ed è proprio qui che la mediazione linguistica e culturale assume un valore fondamentale. Quando ci si trova in contesti delicati; come tribunali, consultori, percorsi psicoterapeutici o audizioni per la richiesta d’asilo, la presenza del mediatore culturale non serve semplicemente a tradurre parole. Serve a tradurre sistemi culturali, codici simbolici e modalità differenti di raccontare il dolore. Non tutte le culture costruiscono il racconto della sofferenza nello stesso modo. In alcune società il trauma viene espresso in maniera lineare e cronologica; in altre emerge attraverso immagini simboliche, riferimenti spirituali o manifestazioni corporee. Alcune persone riescono a raccontare dettagli precisi ma non ricordano la successione temporale degli eventi traumatici. Altre evitano il contatto visivo con le autorità per rispetto culturale, mentre nei sistemi occidentali questo comportamento può essere interpretato come segnale di insincerità. Senza una mediazione culturale competente, il rischio di fraintendimento diventa enorme. Ho lavorato per molti anni nelle commissioni territoriali italiane per il riconoscimento della protezione internazionale. Ho quasi quarantadue anni e per circa vent’anni ho attraversato luoghi legati all’asilo, alla migrazione e all’accoglienza. E ho visto quante volte le parole sfuggono. Quante volte sfuggono i significati profondi, le sfumature culturali, le implicazioni emotive. I funzionari che ascoltano i richiedenti asilo svolgono un lavoro estremamente complesso e psicologicamente gravoso. In poche ore devono ascoltare, comprendere, verbalizzare e valutare racconti spesso segnati da guerra, tortura, persecuzione politica, violenza sessuale o perdita familiare. Contemporaneamente devono mantenere criteri giuridici di coerenza narrativa e attendibilità. Ma la memoria traumatica non funziona sempre secondo criteri lineari. Le ricerche in psicotraumatologia mostrano che il trauma può frammentare il ricordo, alterare la percezione temporale e rendere difficile la verbalizzazione coerente degli eventi. Una contraddizione narrativa non è necessariamente una menzogna. A volte è il risultato stesso del trauma. Ed è qui che il ruolo del mediatore culturale diventa essenziale: non soltanto come traduttore linguistico, ma come figura capace di contestualizzare culturalmente il racconto umano. Perché la cultura non è un dettaglio secondario dell’identità. È il modo attraverso cui l’essere umano attribuisce significato all’esperienza. È fondamentale riuscire a raccontare la propria storia, anche all’interno delle famiglie, tra generazioni differenti, tra persone che hanno attraversato paesi, guerre, migrazioni e trasformazioni culturali. La cultura va tradotta, spiegata, trasmessa. E ogni traduzione comporta inevitabilmente una perdita, ma anche la possibilità di costruire comprensione reciproca. Per questo la domanda finale rimane aperta, etica e profondamente politica: quanto è giusto decidere della vita di un richiedente asilo dopo un’unica audizione di due o tre ore, sapendo che il trauma, la cultura e la memoria non sempre riescono a diventare immediatamente linguaggio? Nurgül ÇOKGEZİCİ Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)
May 9, 2026
Pressenza
Neuroginecologia: la nuova scienza nata all’IRCCS di Negrar
Lo studio del cervello per curare il corpo femminile è l’affascinante frontiera scientifica che ridefinisce l’approccio alla salute della donna aprendo orizzonti rivoluzionari nella comprensione e nel trattamento di patologie complesse: dal dolore cronico pelvico all’endometriosi severa fino alla neurorigenerazione. Nonostante sia una novità, la neuroginecologia – cioè la fusione di ginecologia e neuroscienze – affonda le sue radici nell’antichità, ricollegandosi all’eredità di Leonardo Da Vinci, che fu il primo a disegnare con precisione il sistema nervoso periferico: «Si propone come la ‘scienza che connette i nervi’ – spiega il pioniere di questa nuova scienza, Marcello Ceccaroni – portando la medicina femminile dai precisi studi anatomici di Da Vinci fino alle frontiere della neuroscienza e della biotecnologia». La neonata società scientifica che aggrega gli specialisti in neuroginecologia, International Society of Neuro-Gynecology & Nerve Sparing Surgery (ISNG), è stata presentata oggi al 54° Congresso, in corso a Vancouver, dell’American Association of Gynecologic Laparoscopists, la più importante società scientifica di chirurgia ginecologica mini-invasiva. Vi fanno parte scienziati di fama internazionale, tra cui Shailesh Puntambekar, direttore del Galaxy Care Hospital di Pune in India, che ha eseguito il primo trapianto di utero in laparoscopia grazie a una tecnica chirurgica sviluppata assieme all’italiano Marcello Ceccaroni, direttore del Dipartimento per la tutela della salute e della qualità di vita della donna dell’IRCCS / Ospedale Sacro Cuore – Don Calabria di Negrar di Valpolicella (Verona), il primo centro italiano e tra i primi al mondo nella diagnosi e cura dell’endometriosi che colpisce 3 milioni di italiane e su scala globale 150 milioni di donne. Un massimo esperto mondiale di chirurgia laparoscopica che, per aver ideato la tecnica chirurgica laparoscopica “nerve-sparing” per l’eradicazione dell’endometriosi severa, denominato Negrar Method, nel 2023 è stato insignito del premio internazionale Gold Laparoscope Award, e già presidente della International School of Surgical Anatomy (ISSA), Marcello Ceccaroni è anche il fondatore e presidente della neonata ISNG. «La neuroginecologia – precisa Marcello Ceccaroni – rappresenta un ponte che unisce anatomia, neuroscienze e innovazione chirurgica. È una branca scientifica volta a interpretare e analizzare tutti i delicati fenomeni che sono alla base del dolore, specialmente il dolore cronico, passando per lo studio dei fenomeni biologici, genetici e immunologici collegati alla neuroinfiammazione e all’infertilità. Tutti questi settori di studio saranno associati alla ricerca anatomica e neuroanatomica, volta allo sviluppo e alla evoluzione di nuove tecniche chirurgiche, finalizzate alla preservazione delle fibre nervose e delle funzioni pelviche dopo chirurgie molto invasive per tumori ginecologici e per malattie infiltrative come l’endometriosi pelvica severa (le cosiddette tecniche ‘nerve-sparing’). Un altro importantissimo campo di indagine e di ricerca dalla ISNG riguarderà lo studio e lo sviluppo di nuovi fattori e matrici di neurorigenerazione e nuove strutture biosintetiche per il supporto e la rigenerazione di fibre nervose danneggiate dalle patologie infiltrative o in seguito a interventi chirurgici radicali». Redazione Italia
November 11, 2025
Pressenza