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Pressenza: Ancora sulla parata militare del 2 giugno
DI LAURA TUSSI SU PRESSENZA DEL 30 MAGGIO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Laura Tussi, pubblicato su Pressenza  il 30 maggio 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in riferimento alla parata del 2 giugno. «Siamo alla vigilia del giorno in cui l’Italia celebra la nascita della Repubblica con la tradizionale parata militare del 2 giugno, e torna inevitabilmente ad affacciarsi una domanda profonda sul significato stesso della democrazia costituzionale nata dalla Resistenza. Perché sussiste un evidente dissonanza tra l’inchinarsi alle Frecce Tricolori, ai mezzi militari e all’esibizione della forza dello Stato, e la Costituzione italiana che custodisce un principio radicale ma spesso rimosso dal dibattito pubblico: l’articolo 11, quello in cui “l’Italia ripudia la guerra”, come anche dichiara l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università…continua a leggere su www.pressenza.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La banalizzazione del sionismo
Erri De Luca è a Gerusalemme. Lo ospita l’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, sostenuto dalla Jerusalem Foundation. Ha appena dichiarato al quotidiano Israel Hayom — il giornale fondato da Sheldon Adelson come strumento di supporto diretto a Netanyahu — di essere sionista, e di ritenere che definire «genocidio» ciò che accade a Gaza costituisca una «distorsione storica e verbale». Ha aggiunto che non condividerà mai un palco con chi usa quella parola. Il Nobel sudafricano J.M. Coetzee, invitato allo stesso festival, ha declinato aderendo al boicottaggio culturale. De Luca ha scelto la direzione opposta. Questo testo non si occupa della biografia di De Luca, né della sua letteratura. Si occupa delle sue tesi. Perché le tesi hanno conseguenze, e le conseguenze meritano confutazione. I. IL SIONISMO «MINIMO» COME OPERAZIONE RETORICA La prima mossa argomentativa di De Luca è una ridefinizione. Il sionismo, afferma, sarebbe «il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria». Su questa base, chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere sarebbe già sionista, spesso senza saperlo. È una mossa raffinata quanto fuorviante. Svuota il termine di ogni contenuto storico per renderlo accettabile a chiunque, trasformandolo da categoria politica concreta in astrazione filosofica sull’autodeterminazione. Ma il sionismo non è nato come idea astratta. È nato come progetto politico di colonizzazione di una terra abitata, teorizzato da Herzl, realizzato attraverso la Nakba del 1948, la pulizia etnica di oltre 700.000 palestinesi dalle loro case — documentata non da propagandisti palestinesi, ma da storici israeliani come Benny Morris e Ilan Pappé. Hannah Arendt lo denunciò. Albert Einstein firmò una lettera pubblica definendo il partito di Begin — antenato diretto del Likud — fascista nei metodi e nell’ideologia. Ridefinire il sionismo come «coesistenza» nel maggio 2026 — mentre la Legge Fondamentale dello Stato-Nazione del 2018 sancisce costituzionalmente il carattere esclusivamente ebraico dello Stato, mentre i coloni occupano la Cisgiordania sotto protezione militare, mentre Gaza viene demolita sistematicamente quartiere per quartiere — non è filosofia. È propaganda con un volto letterario. E De Luca, che conosce l’ebraico antico e traduce la Bibbia, sa leggere anche questo. II. LA «RABBIA GRAMMATICALE» COME CATEGORIA POLITICA Il secondo nucleo argomentativo riguarda la parola «genocidio». De Luca afferma che l’uso di quel termine suscita in lui una «profonda rabbia grammaticale» e che applicarlo a Gaza costituisce una distorsione. La sua prova: se l’obiettivo dell’IDF fosse lo sterminio, avrebbe potuto colpire una popolazione immobile. Invece Israele ha ripetutamente spostato i civili da nord a sud e da sud a nord. Dunque non è genocidio. Questo ragionamento ha un nome tecnico: è una fallacia del fine dichiarato. Presuppone che un’operazione possa essere definita genocidaria solo se chi la compie lo dichiara esplicitamente come tale. Ma la Convenzione del 1948 non richiede l’ammissione degli intenti: richiede la prova dell’effetto sistematico e dell’intenzione di distruggere le condizioni di vita di un gruppo. Gli spostamenti forzati — presentati da De Luca come prova della buona fede di Israele — sono essi stessi classificati dalla Corte Penale Internazionale come crimini contro l’umanità. La Corte Internazionale di Giustizia — il massimo organo giudiziario dell’ONU, non un collettivo di attivisti — ha ritenuto plausibile la violazione della Convenzione sul Genocidio e ha emesso misure cautelari che Israele ha ignorato. Il rapporto A Cartography of Genocide di Forensic Architecture ha documentato la distruzione sistematica di obiettivi civili, culturali e sanitari. In un anno, l’aspettativa di vita a Gaza è crollata di 35 anni: il crollo più rapido mai registrato, superiore persino a quello del Rwanda nel 1994. Nei soli primi quattro mesi del conflitto, il numero di bambini uccisi ha superato quello di tutti i conflitti mondiali combinati degli ultimi quattro anni. De Luca decide di stare con la narrativa di Israel Hayom. È una scelta. Non è una verità. III. L’EMPATIA SELETTIVA COME STRUTTURA DEL DISCORSO Per comprendere come sia possibile che un intellettuale costruito sull’idea di stare dalla parte degli ultimi arrivi a negare l’evidenza più documentata del nostro tempo, occorre un quadro analitico che vada oltre la singola vicenda biografica. Roberto De Vogli, nel suo Empatia selettiva (Aliberti, 2025), offre una risposta sistemica. Per empatia selettiva intende la tendenza a provare compassione principalmente o esclusivamente per i membri del proprio «gruppo di appartenenza» — in base all’etnia, alla nazionalità, alla religione o allo status sociale — mostrando invece poca o nessuna empatia per i membri del «gruppo esterno». Non si tratta di una mancanza di empatia tout court: si tratta di una forma di risposta emotiva tribale che riserva compassione a determinate vittime e la nega ad altre. È un tratto che trascende i confini culturali, che ha radici biologiche, ma che è altrettanto plasmato dall’ideologia, dalla propaganda, dalla costruzione narrativa dei media e degli intellettuali di riferimento. De Vogli osserva che l’indifferenza dell’Occidente di fronte a Gaza non può essere spiegata con la mancanza di conoscenza. Le immagini sono disponibili, i dati sono pubblici, le sentenze internazionali sono leggibili. Ciò che manca è la compassione selettivamente negata. E questa negazione non avviene nel vuoto: viene costruita, giustificata, legittimata da figure che godono di autorevolezza culturale e che offrono razionalizzazioni intellettualmente presentabili per ciò che altrimenti sarebbe semplicemente insostenibile. De Luca svolge esattamente questa funzione. Non è il volto più brutale del sionismo: è la sua maschera progressista. Viene dalla sinistra radicale, da Lotta Continua, dall’operaismo militante. Ha difeso i No Tav in tribunale. Ha scritto pamphlet contro il potere. Ogni volta che una voce con quel profilo si dichiara sionista e nega il genocidio, la macchina della hasbara — la propaganda istituzionale israeliana — può concludere: «Vedete? Non è questione di destra e sinistra. È questione di onestà intellettuale». De Luca è prezioso per questa funzione normalizzante. La bellezza di una prosa non garantisce la lucidità di un giudizio politico. IV. IL CORAGGIO COME INVERSIONE De Luca presenta la sua posizione come atto di libertà intellettuale contro i «venti dominanti». Sostiene di essere volontariamente isolato dal mondo culturale italiano da un quarto di secolo. Afferma di non aver bisogno di critici letterari che tengano la corda quando è «appoggiato a una parete di roccia». Ma c’è un’asimmetria che questa retorica nasconde deliberatamente. Quando De Luca difendeva i No Tav si schierava contro lo Stato italiano, contro grandi interessi economici, contro la magistratura. Rischiava in proprio. Oggi, dichiarandosi sionista su un giornale israeliano di destra e partecipando a un festival finanziato dalla Jerusalem Foundation, si schiera con il governo più potente della regione, con l’apparato militare più avanzato del Medio Oriente, con i governi occidentali che finanziano e armano Israele nonostante le ordinanze internazionali. Non è coraggio. È conformismo travestito da eresia. I «venti dominanti» che De Luca dichiara di sfidare non sono quelli di Gaza: sono quelli dell’establishment culturale italiano che lo critica. Ma l’establishment culturale italiano non ha bombardato ospedali, non ha imposto blocchi alimentari, non ha ucciso giornalisti. I venti che spirano davvero, e che De Luca asseconda, vengono da un’altra direzione. V. LA SEMANTICA COME COMPLICITÀ Vi è un ulteriore aspetto che merita attenzione: il ruolo che la disputa semantica svolge nella struttura del discorso negazionista. De Luca non nega i morti. Non nega la distruzione. Contesta la parola. E in questo contesto, contestare la parola equivale a contestare la qualificazione giuridica, morale e politica di ciò che quella parola descrive. William Schabas, professore di Diritto internazionale alla Middlesex University, ha spiegato perché questo non è un dettaglio formale: la parola conta per le vittime, perché indica il riconoscimento della loro sofferenza come crimine dei crimini; conta giuridicamente, perché apre le porte alla Corte Internazionale di Giustizia attraverso la Convenzione sul Genocidio; conta politicamente, perché sancisce la responsabilità degli Stati che ne sono stati complici. Invocare la «rabbia grammaticale» davanti a oltre 70.000 morti — di cui circa il 60% donne, bambini e anziani, secondo le stime pubblicate su The Lancet — non è rigore lessicale. È la sublimazione letteraria di una scelta di campo. E ogni scelta, a questo livello di consapevolezza, porta con sé una responsabilità che nessuna metafora poetica può assolvere. VI. IL PARADIGMA PALESTINESE C’è infine una domanda più radicale che attraversa questa vicenda, e che riguarda non soltanto De Luca ma la struttura di un intero modo di stare nel mondo. Gaza è diventata lo spartiacque della coscienza del nostro tempo. Non perché si possa — o si debba — ignorare le altre guerre, le altre sofferenze, le altre occupazioni. Ma perché Gaza rappresenta il luogo in cui si misura più precisamente se l’empatia è universale o tribale, se i princìpi che si dichiara di difendere reggono quando diventano scomodi, se il coraggio intellettuale è una postura o una pratica. De Vogli documenta come Gaza sia diventato il luogo con il più alto numero di amputazioni infantili pro capite al mondo; come il bilancio dei bambini uccisi non abbia precedenti nella guerra contemporanea; come in un solo anno l’aspettativa di vita sia collassata di un terzo di secolo. Queste non sono astrazioni: sono misure. E quando di fronte a queste misure si risponde con una «rabbia grammaticale», si rivela qualcosa di preciso sulla propria posizione morale, che non può essere celato da decenni di militanza precedente. L’empatia selettiva — e qui sta il punto fondamentale del contributo di De Vogli — non è una condizione inevitabile. Non è soltanto biologia: è anche ideologia. E se è plasmata dall’ideologia, può essere messa in discussione, può essere cambiata. Ma solo se si è disposti a riconoscerla per quello che è. Erri De Luca non lo è. E nel non esserlo, dimostra esattamente ciò che nega. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E DOCUMENTALI De Vogli, R. (2025). Empatia selettiva. Perché l’Occidente è rimasto a lungo indifferente al genocidio di Gaza. Compagnia editoriale Aliberti. De Luca, E. (25 maggio 2026). «Sono un sionista e a Gaza non c’è nessun genocidio» (intervista a Israel Hayom, trad. G. Meotti). Il Foglio, 25 maggio 2026. Disponibile su: https://www.ilfoglio.it Morvillo, V., Laor, I., Fernández, M., Circolo GAP Roma (27 maggio 2026). «Erri De Luca si schianta sul genocidio». Contropiano. Disponibile su: https://contropiano.org Taddei, R. (25 maggio 2026). «Erri De Luca a Gerusalemme». Comune-info. Disponibile su: https://comune-info.net Forensic Architecture (2024). A Cartography of Genocide. Disponibile su: https://forensic-architecture.org Guillot, M. et al. (2025). «Life expectancy in Gaza». The Lancet. Citato in: De Vogli (2025). Jamaluddine, Z. et al. (2025). «Demographic composition of fatalities in the Gaza Strip». The Lancet. Citato in: De Vogli (2025). Bhutta, Z.A. et al. (2024). «When is enough, enough?». British Medical Journal. Citato in: De Vogli (2025). Corte Internazionale di Giustizia (gennaio 2024). South Africa v. Israel. Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide. Misure cautelari. Schabas, W. (2024). Intervista a Der Spiegel. Citato in: De Vogli (2025). Morris, B. (2004). The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited. Cambridge University Press. Pappé, I. (2006). The Ethnic Cleansing of Palestine. Oneworld Publications. Amnesty International (2022). Israel’s Apartheid against Palestinians: Cruel System of Domination and Crime against Humanity. Laor, I. (19 maggio 2006). Risposta a Erri De Luca. Il manifesto. Citato in: Morvillo et al. (2026). Francesco Russo
May 28, 2026
Pressenza
Erri De Luca: “La soluzione è due Stati, uno palestinese e uno israeliano”
Dopo le polemiche seguite alle sue parole a Gerusalemme, lo scrittore risponde sul significato del termine sionismo, sulla soluzione a due Stati e sulle critiche ricevute. Le parole, in tempo di guerra, non sono mai soltanto parole. Possono diventare ponti oppure ferite, chiarimenti oppure detonatori. Le recenti dichiarazioni di Erri De Luca, rilasciate dopo la sua partecipazione al Jerusalem International Writers Festival, in cui lo scrittore si è definito sionista, hanno acceso una polemica intensa, con reazioni molto dure. La tragedia che si consuma in Palestina, la conta quotidiana delle vittime civili e la crescente polarizzazione del dibattito pubblico fanno sì che ogni termine assuma un peso enorme. Alcune parole vengono ascoltate nella loro intenzione originaria, altre filtrate attraverso il trauma, la rabbia, la paura, la storia personale e collettiva di ciascuno. Da lettrice che segue da molti anni il lavoro di Erri De Luca, e da giornalista che collabora con Pressenza, ho sentito il bisogno di non fermarmi alle interpretazioni e alle polemiche, ma di cercare un confronto diretto. Queste le domande che gli ho rivolto: Quando dici “sono sionista”, che cosa intendi esattamente? E, al di là delle parole, dei loro significati più stretti o più ampi e delle possibili strumentalizzazioni, qual è la tua visione su come si possa arrivare a una soluzione di pace davanti a questo dramma? Come stai vivendo, sul piano umano e personale, le reazioni così dure che stanno accompagnando queste tue dichiarazioni? Buongiorno Lucia. Sulla parola sionismo ti rimando a una pagina che ho scritto ieri e messa sui canali della rete. Te la riassumo. Ritorno su una parola infelice. Oggi sionismo coincide con il governo della peggiore destra israeliana. Ho voluto recuperare il senso originale: sionista è chi riconosce lo Stato d’Israele. Chi crede che la soluzione del conflitto consista in due Stati, uno palestinese e uno israeliano, è sionista. Non lo è chi sostiene l’eliminazione di Israele dalla carta geografica. Questa posizione coincide con quella di Hamas. Non con quella dell’OLP che rappresenta una parte del popolo palestinese. Gli accordi di Oslo del 1993 tra Arafat e Rabin hanno prodotto il riconoscimento dello Stato di Israele da parte dell’OLP. Questa constatazione , è sionista chi sostiene la soluzione a due Stati, è stata ricevuta come una provocazione grave. Non è mio intento offendere la sensibilità di chi sostiene la causa palestinese, che condivido. Dalla distanza raggiunta con l’età vedo possibile e obbligatoria la soluzione a due Stati. Uno palestinese senza la dittatura di Hamas a Gaza, dove il popolo sia libero di indire elezioni e scegliere i propri rappresentanti. E un governo israeliano libero dagli estremisti e dal loro programma di esproprio e annessione di terre palestinesi. Il dolore e l’oppressione del popolo palestinese sarà medicato solo dal risarcimento di uno Stato libero e affrancato dalla guerra. Visto il surriscaldamento dei commenti non credo di raffreddarli, ma devo questa aggiunta a chi ha stima di me e mi vuol bene. Sulla seconda parte , più personale, mi sono già trovato a ricevere vibrate disapprovazioni. Il mio carattere me le fa accettare, perché chi riceve elogi deve anche accogliere il loro contrario. Non gli insulti, che mi sono indifferenti perché non sono argomenti. Le mie poche domande non hanno naturalmente la pretesa di esaurire una questione così complessa, né di offrire risposte definitive. Nascono piuttosto dal bisogno di aprire uno spiraglio di confronto, di chiarire il senso di alcune parole e di offrire ulteriori spunti di riflessione. Ringrazio Erri De Luca per aver accolto questo breve dialogo e per aver condiviso il suo pensiero in un passaggio così delicato. Lucia Montanaro
May 27, 2026
Pressenza
Pressenza: Verso il 2 giugno e la parata. Militarizzazione dei territori e conflitto sociale
DI LAURA TUSSI SU PRESSENZA DEL 24 MAGGIO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Laura Tussi, pubblicato su Pressenza  il 24 maggio 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in riferimento alla parata del 2 giugno. «Negli ultimi anni il tema della militarizzazione dei territori ha assunto una rilevanza crescente nel dibattito politico e sociale italiano, intrecciandosi con questioni ambientali, economiche e democratiche, anche con l’istituzione dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università […]. La mobilitazione del 2 giugno si inserisce dunque all’interno di una più ampia critica al modello politico ed economico contemporaneo, considerato sempre più orientato verso la guerra e la sicurezza militare. Le iniziative previste – presìdi, manifestazioni e azioni pubbliche diffuse – mirano a rendere visibili le connessioni tra conflitti internazionali, trasformazioni territoriali e impoverimento sociale. Attraverso la costruzione di una rete nazionale di lotte territoriali, i promotori dell’appello intendono affermare una concezione alternativa della sicurezza, fondata sulla tutela dei diritti sociali, della salute collettiva, dell’ambiente e della partecipazione democratica…continua a leggere su www.pressenza.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Josi Della Ragione: perché la spiaggia di Bacoli non può essere un privilegio per pochi
 Dall’esperienza di Free Bacoli alla battaglia sui lidi militari di Miseno, il sindaco racconta la sua idea di legalità, beni comuni e diritto al mare. Chi è davvero Josi Gerardo Della Ragione? A Bacoli lo conoscono tutti. Ma fuori dai Campi Flegrei non tutti sanno davvero da dove comincia la sua storia pubblica. Prima di essere il sindaco che oggi guida una delle battaglie più discusse del territorio, Josi Gerardo Della Ragione viene da un percorso di attivismo civico nato nel 2008 con Free Bacoli: liberare Bacoli dall’apatia e dalla rassegnazione. Da lì prende forma una linea precisa, tradotta negli anni in un’idea riconoscibile di impegno pubblico: legalità, beni comuni, trasparenza, tutela dell’ambiente e valorizzazione culturale del territorio. Una visione che a Bacoli tiene insieme mare, paesaggio, archeologia, memoria e diritto dei cittadini a vivere pienamente i luoghi della propria comunità. Dentro questo percorso si inserisce oggi anche la battaglia sui lidi militari di Miseno. In un tratto di costa tra i più simbolici e frequentati dell’area flegrea, il Comune contesta da tempo il fatto che una porzione enorme di arenile resti sottratta alla cittadinanza, tra stabilimenti militari, basi logistiche e concessioni che, secondo l’amministrazione, non corrispondono più alla realtà effettiva dell’uso di quegli spazi. A rendere ancora più forte lo scontro è stato, in questi giorni, il cartello comparso sulla spiaggia di Miseno con la scritta “Divieto di accesso” e il riferimento alla “sorveglianza armata”. Un’immagine che ha colpito profondamente l’opinione pubblica e che, più di ogni altra cosa, ha reso visibile la frattura tra due idee opposte di mare: da una parte uno spazio pubblico, aperto e condiviso; dall’altra un’area percepita come sottratta alla collettività. Per capire meglio il senso di questa battaglia, abbiamo rivolto a Josi Gerardo Della Ragione alcune domande semplici ma precise, cercando di far emergere non solo la polemica del momento, ma anche la visione di città che si muove dietro questa vicenda. Josi Della Ragione risponde Quando hai capito che legalità, beni comuni e trasparenza sarebbero diventati il centro del tuo impegno per Bacoli? Nasce tutto dal mio impegno di attivista, che parte nel 2008. Ho iniziato a fare attivismo sul territorio con le associazioni e, in particolar modo, abbiamo fondato un’associazione che si chiama Free Bacoli, cioè liberare Bacoli dall’apatia e dalla rassegnazione. Indubbiamente le matrici che hanno mosso il mio impegno sono la legalità e i beni comuni, la trasparenza, ma anche e soprattutto la tutela dell’ambiente e la valorizzazione culturale del nostro territorio. Sono le leve che permettono a questa città di potersi affrancare, di poter essere protagonista, non solo per Bacoli ma per l’intero tessuto campano e meridionale, e di caratterizzarsi attraverso la valorizzazione delle risorse paesaggistiche, naturalistiche e archeologiche, dentro un percorso di legalità che non dia adito a dubbi, cioè stare dalla parte della giustizia sociale e del rispetto delle regole. Se devo immaginare un momento in cui inizia tutto questo, sicuramente è il 2008, quando abbiamo fondato l’associazione. Ma in realtà l’impegno civico c’era già anche prima, quando ho avuto il piacere e l’onore di svolgere il ruolo di rappresentante degli studenti al liceo di Bacoli. Quindi già da giovane c’era questo approccio risolutivo e di impegno civico verso le questioni. Bacoli custodisce anche un patrimonio archeologico sommerso straordinario, dai mosaici ai resti dell’antica Baia. Quanto conta, nella tua idea di città, la valorizzazione di questo patrimonio? Bacoli è per eccellenza una città ad altissima densità archeologica. In un territorio di appena 13 chilometri quadrati, oltre ai due laghi, custodisce siti monumentali di epoche diverse, da quella greca a quella romana, fino a quella aragonese e borbonica, dalla Casina Vanvitelliana alla Piscina Mirabilis. Abbiamo il Museo archeologico dei Campi Flegrei, tra i più importanti del Sud Italia dopo quello di Napoli. Per questo il nostro patrimonio archeologico e culturale è fondamentale, sia per la promozione della città sia per generare occupazione e lavoro. Noi lavoriamo costantemente perché i siti siano sempre più aperti, collegati tra loro e realmente visitabili, così da permettere alle persone di conoscerli e, nello stesso tempo, di creare sviluppo. Il patrimonio di Bacoli, però, non è solo archeologico: è anche naturalistico. Penso ai laghi, alla costa, ai percorsi ambientali. Per noi l’ambiente va tutelato non solo perché è giusto farlo, ma anche perché rappresenta un unicum e perché attraverso la sua valorizzazione si può costruire uno sviluppo sostenibile. Sui lidi militari, qual è il punto essenziale della contestazione del Comune, su quali atti si fonda e che cosa non coincide, secondo voi, tra ciò che risulta nelle concessioni e ciò che accade concretamente su quel tratto di spiaggia? In realtà la questione è duplice. La prima è un’istanza che portiamo avanti da anni: la rivendicazione affinché la comunità possa riavere spazi che le sono stati negati. Parliamo non di un solo lido militare, ma di cinque lidi militari, uno dietro l’altro, tutti concentrati a Miseno, a cui si aggiungono altre basi strategiche presenti nella stessa zona. Complessivamente parliamo di almeno 100.000 metri quadrati tra lidi e basi logistiche che occupano il lungomare di Miseno, cioè più dell’80% della superficie di un’area di grandissimo valore storico, paesaggistico e sociale, un luogo straordinariamente bello che potrebbe essere anche un motore turistico e che invece viene frenato da questa presenza così massiccia dei militari. Questa è una riflessione generale che portiamo avanti da anni. Io ho iniziato a rivendicare queste istanze da giovane attivista, con il megafono, gli striscioni e facendo le manifestazioni in città, e continuo oggi da sindaco nelle sedi istituzionali. Ma se sarà necessario torneremo anche in strada, insieme ai cittadini, per rivendicare questi diritti. Sul piano burocratico, poi, ci sono delle gravi incongruenze. Innanzitutto si fa riferimento a dispositivi degli anni ’90 che, secondo noi, sono superati dalle norme successive, perché oggi la competenza sulle aree demaniali viene gestita direttamente dai Comuni e non più dallo Stato. Ma anche quei dispositivi degli anni ’90 prevedevano che queste aree fossero gestite per finalità istituzionali militari, che siano esercitazioni, la difesa della nazione, così come si evince anche da quei cartelli. Ma tutto questo stride con la realtà. Oggi i lidi militari sono diventati veri e propri stabilimenti balneari, dove si fa business, economia, dove ci sono privati che li gestiscono. C’è un’attività che nulla ha a che fare con la difesa della nazione, a meno che non si immagini che la nazione si difenda con l’asciugamano, le ciabatte, i secchielli. Tutto questo si pone in contraddizione con le motivazioni che all’epoca spinsero a individuare quegli spazi per attività militari. A ciò si aggiunge un altro elemento importante: quelle aree non sono state mai, e dico mai, consegnate dal Demanio e dalla Capitaneria di porto alle strutture militari. C’è quindi una difformità amministrativa di grande rilevanza, che pone ulteriormente nell’amministrazione comunale l’attenzione affinché, nel rispetto delle regole, si possano bilanciare gli interessi militari creando un unico stabilimento, un unico lido interforze, che tenga dentro tutti, e il resto della spiaggia sia restituito alla comunità. Perché non è accettabile creare aree di privilegio in cui i dipendenti delle strutture militari abbiano il privilegio di andare in spiaggia e abbiano quindi più diritti dei parenti del salumiere, del parente dell’operaio, del parente del disoccupato. Questo è assolutamente inaccettabile. Oggi, concretamente, che cosa chiede il Comune su quel tratto di arenile? Noi chiediamo che l’intera area venga liberata. Però siamo anche pronti a un punto d’incontro: che vi sia una struttura interforze, un unico lido che possa tenere insieme tutti, mentre il resto della spiaggia venga restituito alla comunità. Tra l’altro, anche gli stessi volumi utilizzati dai militari sono in uno stato di decadenza totale e potrebbero anch’essi diventare luoghi in cui creare economia e offrire servizi ai bagnanti delle spiagge libere. Ma, più di ogni altra cosa, noi vogliamo la spiaggia libera, perché Bacoli, il lungomare di Miseno e di Miliscola, non sono un lungomare qualsiasi: sono il lungomare della provincia di Napoli, la spiaggia di Napoli. Qui vengono centinaia di migliaia di persone ogni estate. Nei fine settimana estivi e durante tutta la stagione, la città è stracolma di bagnanti, mentre le spiagge libere sono sempre di meno, anche perché abbiamo questi ostacoli enormi. Da parte nostra lo Stato è assolutamente rispettato, anche le forze dell’ordine hanno il nostro massimo rispetto, ma questo non può conciliarsi con il fatto che, dall’altro lato, lo Stato non garantisca i diritti dei cittadini. Il cartello comparso a Miseno, con quel linguaggio e quell’immagine, che cosa rappresenta secondo te in questa vicenda? Rappresenta un atto di prepotenza da parte di chi ritiene di avere diritti maggiori rispetto alla comunità. Questo è. L’amministrazione locale pone una questione di rispetto della comunità, dei diritti al mare, dei diritti alla spiaggia. Tra l’altro siamo in un tempo in cui finalmente si attua la direttiva Bolkestein e quindi le concessioni demaniali non saranno più intese come proprietà privata e lo Stato deve dare l’esempio. Non è pensabile che continui questa modalità, questo approccio, tra l’altro da strutture militari che in alcuni casi a Bacoli non pagano neanche i tributi locali. C’è una forza armata che da sola deve al Comune oltre 120.000 euro di Tari, loro e i loro gestori. Questo è l’esempio emblematico della mancata anche attenzione rispetto al territorio. Quel cartello, gravemente offensivo, mortifica una comunità che sta puntando sempre di più su una città green, una città sostenibile, una città aperta. Per un bambino passeggiare in battigia e trovarsi davanti quel cartello, in un tempo così complesso e in un mondo purtroppo pieno di guerre, è qualcosa di inaccettabile. In questi anni ti è mai capitato di provare paura, anche sul piano personale? Sì, ho avuto paura e mi capita ancora adesso di averne. Ma chi ha l’onore di svolgere ruoli istituzionali deve avere il coraggio di andare oltre. Fare il sindaco è una missione. Fra tutte le battaglie che hai condotto, qual è quella che senti più rappresentativa della Bacoli che volevi costruire? L’intervento più distintivo è stato sicuramente la valorizzazione di Villa Ferretti, un bene confiscato alla camorra. Si tratta di una villa marittima settecentesca realizzata su una villa marittima romana, inserita in un’area che prima era vissuta come un parcheggio abusivo e una spiaggia abbandonata. Oggi quel bene confiscato ai clan è diventato un parco pubblico all’aperto, vissuto gratuitamente ogni giorno dai cittadini. C’è un teatro all’aperto da 3.000 posti, un percorso archeologico, il primo parco archeologico comunale all’interno di un bene confiscato alla camorra, con ville marittime del II secolo d.C., cioè la parte emersa del Parco archeologico sommerso di Baia. C’è inoltre la prima sede universitaria dei Campi Flegrei: la Federico II tiene lezioni all’interno della struttura e la gestisce insieme alla Scuola Superiore Meridionale, mentre vi hanno sede anche gli uffici della Soprintendenza per l’archeologia subacquea. In più, la spiaggia è vissuta liberamente. Per me questo è il segno più forte di ciò che volevamo costruire: un bene confiscato ai clan che diventa davvero un simbolo di riscatto sociale, restituito alla comunità. È l’esempio di come il degrado possa essere recuperato attraverso l’azione del Comune, in sinergia con le altre istituzioni, e attraverso il ripristino della legalità in un luogo che prima era nelle mani della criminalità organizzata. Ringraziamo Josi Gerardo Della Ragione per la disponibilità e per il tempo dedicato a questa intervista, condividendo il valore civile delle iniziative che porta avanti in difesa dei beni comuni, della legalità e del diritto al mare per tutti. La casina Vanvitelliana Villa Ferretti Il mosaico sommerso dell’antica Baia La spiaggia di Bacoli tra mare e orizzonte flegreo Barca e riflessi al lago Fusaro Lucia Montanaro
April 24, 2026
Pressenza
Palestina e dintorni
Oggi si è scelto di riportare in modo un poco più esteso le situazioni riportate da Anbamed e Radio Onda d’Urto, perchè ormai è impossibile comprendere la situazione di Gaza e della Cisgiordania senza inquadrarle nel contesto più ampio dei fronti aperti in questo momento. Tuttavia, per vedere le pagine  complete è sempre necessario cliccare sulle righe in rosso per
Pressenza: EireneFest, incontro nazionale “Educazione e Libri per la pace e la nonviolenza”
di Francesca De Vito pubblicato su Pressenza del 12 aprile 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Francesca De Vito, pubblicato su Pressenza il 12 aprile 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in occasione della presentazione del volume Scuole e università di pace. Fermiamo la follia della guerra all’Eirenefest di Roma. SCUOLA E PACE. UNA SCUOLA SOTTO PRESSIONE: TRA MILITARIZZAZIONE E RISCRITTURA DELLA STORIA «L’intervento di Michele Lucivero, filosofo, docente e ricercatore italiano specializzato in etica e antropologia, si colloca dentro un lavoro di analisi e denuncia portato avanti negli ultimi anni dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, di cui è cofondatore. […] Al centro dell’intervento, una critica netta alla trasformazione silenziosa che attraversa la scuola italiana e alla crescente presenza dei militari nei percorsi educativi: dai protocolli del Ministero d’Istruzione e Merito con il Ministero della Difesa ai progetti nelle classi e nei PCTO. Non semplici collaborazioni, ma un cambiamento culturale che rischia di normalizzare la guerra, presentandola in chiave educativa e “valoriale”. Per Lucivero, la sfida è rimettere al centro una scuola che formi alla pace, anche recuperando, in chiave attuale, l’idea di “pace perpetua” di Immanuel Kant del 1975. L’idea kantiana di una federazione di Stati universale e la progressiva scomparsa degli eserciti permanenti appare oggi lontana, ma resta un riferimento politico e pedagogico. D’altronde in Italia esistevano eserciti regionali che poi sono scomparsi in favore di un esercito nazionale. L’ONU, in questa prospettiva, rappresenta un tentativo – incompleto – di realizzazione di quel progetto Kant.Una didattica per la pace passa necessariamente dalla demilitarizzazione del linguaggio e della narrazione storica, ridotta troppo spesso a una sequela di guerre. Rimettere al centro solidarietà, fratellanza, sorellanza significa anche interrogarsi sul senso stesso della “difesa della patria”, alla luce dell’articolo 11 della Costituzione per formare cittadine e cittadini capaci di immaginare e praticare la pace…continua a leggere su www.pressenza.it. Pubblicato anche su Agorasofia.com -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
«Immaginando Gaza»: 37 storie
Daniele Barbieri legge la bellissima antologia uscita per Delos. E ve la consiglia di cuore, di testa, di penna. Due racconti hanno per titolo un numero e basta: «335» di Alessandro Giannotta e «418» di Nicoletta Vallorani Leggendo «335» molte persone appena incontreranno il nome Hind ricorderanno qualcosa o tutto.  Hind (Rjab) era in un auto e chiedeva aiuto per
Sardegna: non siamo in guerra, “siamo” la guerra
Noi in retrovia: il caso Sardegna Un veloce dossier su recenti e attuali traffici e movimenti guerreschi dal Porto di Cagliari a Capo Frasca, a Decimomannu e a Quirra   Denuncia Il porto di Cagliari pare venga usato per attività illecite La normativa italiana, a partire dalla legge 185/90, vieta esplicitamente l’esportazione di armamenti verso Paesi in guerra o responsabili
Laura Tussi, Contro la militarizzazione della scuola, una mobilitazione degli studenti per la pace
DI LAURA TUSSI SU LIBERA CITTADINANZA, GIRO DI VITE, FARO DI ROMA, PRESSENZA, DELEGATI E LAVORATORI INDIPENDENTI PISA DEL 7 MARZO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Laura Tussi, pubblicato su Libera Cittadinanza, Giro di Vite, Faro di Roma, Pressenza, Delegati e Lavoratori Indipendenti Pisa il 7 marzo 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «L’operazione che porta i militari nelle scuole e gli studenti nelle caserme – spiega su Avvenire Michele Lucivero, insegnante a Bisceglie e responsabile dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università – è diffusa da anni e riguarda tutte le fasce d’età: dalle scuole primarie alle superiori fino all’università. Si va dagli alunni di una scuola elementare di Trani ai quali è stato fatto maneggiare armi, agli studenti più grandi che possono svolgere i Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (Pcto) in aziende del comparto militare-industriale, nelle caserme o nelle basi militari…continua a leggere su Libera Cittadinanza, Giro di Vite, Faro di Roma, Pressenza, Delegati e Lavoratori Indipendenti Pisa . --------------------------------------------------------------------------------