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Sì, l’arte, quando vera arte, è “politica”
Due le affermazioni, di estetica prima ancora che di politica, rese da Wim Wenders, il grande cineasta tedesco, durante l’incontro inaugurale della giuria della Berlinale 2026. La prima, sul potere trasformativo del cinema e sulla capacità di trasfigurare che l’arte, in generale, porta con sé: “Sì, i film possono cambiare il mondo. Non in senso politico. Nessun film ha mai davvero modificato il punto di vista di un politico. Tuttavia, possiamo influenzare il modo in cui le persone immaginano la propria vita”, ha dichiarato, aggiungendo poi che esiste una “grande frattura” tra chi aspira a “vivere la propria vita liberamente” e i governi “che hanno opinioni diverse”, e che i film possono magari “mettere in luce quella frattura”. La seconda, sul rapporto tra cinema e politica e, quindi, estensivamente, sul rapporto tra politica e arte: “Dobbiamo restare fuori dalla politica perché, se facciamo film dichiaratamente politici, entriamo nel campo della politica. Ma noi siamo il contrappeso della politica, siamo l’opposto della politica. Dobbiamo fare il lavoro delle persone, non quello dei politici”.  Distinguere il lavoro delle persone da quello dei politici sembra riecheggiare una qualche poco lucida e mistificante forma di qualunquismo. Ritenere l’arte “l’opposto della politica” pare richiamare la “torre d’avorio”,  concezioni snob e aristocratiche di elitismo e intellettualismo. Si tratta di una posizione, discutibile come tutte le posizioni politiche, da respingere, perché riduce l’arte a ornamento, la creazione artistica a fatto decorativo anziché ad azione sociale, ma soprattutto vecchia, datata, ormai – si sarebbe portati a ritenere se non si dovesse ancora incappare in siffatti incidenti – superata. Anno 1947, un caso su tutti. Vittorini, replicando a Togliatti, difende le ragioni della cultura come distinte dalle ragioni della politica, invitando la sfera politica a entrare nella sfera culturale secondo le forme, i modi e i linguaggi propri della cultura (e non della politica) e rimarcando che politica e cultura “certo sono due attività, non un’attività sola; e quando l’una di esse è ridotta (per ragioni interne o esterne) a non avere il dinamismo suo proprio, e a svolgersi, a divenire, nel senso dell’altra, sul terreno dell’altra, come sussidiaria o come componente dell’altra, non si può non dire che lascia un vuoto nella storia”.  Togliatti, interloquendo con Vittorini, aveva sostenuto: “Troppo sommario il tuo giudizio, perché tra politica e cultura passano legami strettissimi di dipendenza reciproca, e tutte e due si muovono nella storia, quando si adeguino, s’intende, ai loro obiettivi. Altrettanto sommaria, e quindi non accettabile, mi sembra la tua distinzione tra i momenti in cui il politico opera o tende a operare trasformazioni solamente quantitative, e il momento in cui la sua azione incide sulla qualità. […] Credo che non ti sarà difficile vedere come anche la più radicale e profonda delle azioni rivoluzionarie rinnovatrici è stata preparata e ha il suo germe in un lavoro lungo, lento, tenace, che ha aspetti politici e aspetti culturali a un tempo. […] L’uomo politico, anzi, la corrente politica che noi siamo, ha tutto il diritto di collocarsi e muoversi con piena libertà, cioè sul piano dell’esame critico dei differenti indirizzi di cultura che si manifestano nel Paese. Sarebbe bella che dovessimo, poiché siamo uomini politici e corrente politica, disinteressarci di queste cose! Come se l’affermarsi o lo svilupparsi in un modo piuttosto che nell’altro di un determinato indirizzo di cultura non possa avere le più profonde ripercussioni sullo sviluppo più o meno rapido e persino sul successo di una corrente politica come la nostra!”.  È questo il punto: nella misura in cui gli indirizzi della cultura e la maturazione delle forme della cultura incidono, per dirla in termini contemporanei, sulla definizione degli immaginari collettivi e sulle modalità di costruzione della narrazione pubblica, del consenso, dell’egemonia, essi, quegli indirizzi culturali e quelle forme culturali, agiscono esattamente sul terreno della politica e interagiscono con i soggetti della politica nella costruzione di un orientamento generale e di un senso comune. Impossibile, allora, pensare  che la cultura, per riprendere Wenders, possa “restare fuori dalla politica”. L’arte assume, infatti, un’intrinseca caratura politica, sia, sotto il profilo euristico, come piano specifico di svolgimento di una comunicazione interpersonale orientata, sia, sotto il profilo ermeneutico, come griglia di lettura dei fenomeni sociali complessi e come strumento di azione nella società, in relazione ai suoi bisogni e alle sue aspirazioni, in riferimento alle sue tensioni e ai suoi conflitti. Rappresentando la tipicità delle figure sociali descritte, la totalità delle infinite, possibili, relazioni tra soggetto e oggetto nei loro rapporti storici, sociali, dialettici, e la tendenza verso le finalità, sociali, culturali, politiche, da perseguire, l’arte e, in generale, la cultura tutta prospettano una direzione e segnalano la funzione propriamente sociale della poiesis (ποíησις), della creazione.  Bene ha risposto, a Wenders, Arundhati Roy, scrittrice e intellettuale: “Sentirli dire che l’arte non dovrebbe essere politica è sbalorditivo. È un modo per chiudere ogni discussione su un crimine contro l’umanità che si sta consumando sotto i nostri occhi in tempo reale, mentre artisti, scrittori e registi dovrebbero fare tutto il possibile per fermarlo. Lo dico chiaramente: ciò che è successo a Gaza, e che continua a succedere, è il genocidio del popolo palestinese da parte dello Stato di Israele sostenuto e finanziato dai governi degli Stati Uniti e della Germania, così come da diversi altri paesi europei, che si rendono complici del crimine. Se i più grandi registi e artisti del nostro tempo non sono in grado di alzarsi in piedi e dirlo, sappiano che la storia li giudicherà”.  Con esemplare chiarezza, tornando a quello stesso 1947, il concetto fu espresso da György Lukács, con Gramsci, il più grande filosofo marxista, e tra i più grandi contemporanei, in Occidente: «L’arte fa vedere la vita dolorosa e la vittoria finale del principio umano, della sua ingegnosità, e il carattere tipico della vita individuale. Questo principio generale umanistico fa sì che l’arte ha qualcosa di insostituibile nella nascita e nell’evoluzione dell’umanità ed è solo partendo da questi principi che si può fondare filosoficamente una presa di posizione marxista in favore del grande realismo (da Omero a Gorkij). Solo partendo da questi principi diventa possibile una valutazione esatta del passato e del presente. […] Ci troviamo così dinanzi a un duplice pericolo: da una parte, l’accademismo staccato dalla vita; dall’altra, la volgarizzazione […]. In particolare è necessario ricordarsi che la generalizzazione dei problemi non deve mai essere fatta a spese dell’analisi concreta dei fatti».  Riferimenti: Le dichiarazioni di Wim Wenders e le polemiche alla Berlinale 2026, Il Mitte, 16.02.2026: www.ilmitte.com/2026/02/cinema-politica-berlinale-2026-dibattito-dichiarazioni-regista  Fulvio Poletti, Berlinale, Gaza e il mito dell’arte neutrale, Naufraghi, 17.02.2026: https://naufraghi.ch/berlinale-gaza-e-il-mito-dellarte-neutrale-arundhati-roy-risponde-con-il-boicottaggio  Per una lettura critica della nota polemica Vittorini-Togliatti e la nota relazione di György Lukács del 1947 sia permesso rimandare a G. Pisa, “Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento. L’orizzonte della cultura come prospettiva di costruzione della pace”, Multimage, Firenze 2026.  Immagine:   Gianmarco Pisa
February 18, 2026
Pressenza
Oltre 80 registi e star del cinema criticano il Festival del Cinema di Berlino per il “silenzio” sulle atrocità a Gaza
Decine di importanti registi e star del cinema hanno condannato il Festival Internazionale del Cinema di Berlino per il suo “silenzio istituzionale” sul genocidio nella Striscia di Gaza assediata e per la complicità nel proteggere Israele dalla responsabilità delle proprie azioni. Oltre 80 partecipanti attuali ed ex della Berlinale hanno firmato martedì una lettera aperta che denuncia la risposta del festival alla guerra genocida di Israele contro il territorio palestinese e la “censura” degli artisti che prendono posizione. Tra i firmatari figurano Tilda Swinton, Javier Bardem, Angeliki Papoulia, Saleh Bakri, Tatiana Maslany, Peter Mullan e Tobias Menzies, così come i registi Mike Leigh, Lukas Dhont, Nan Goldin, Miguel Gomes, Adam McKay e Avi Mograbi. I firmatari hanno sottolineato che “si aspettano che le istituzioni del nostro settore rifiutino la complicità nella terribile violenza che continua a essere perpetrata contro i palestinesi”. La lettera è stata resa pubblica durante l’edizione 2026 del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, dove le tensioni politiche hanno dominato il dibattito. La controversia si è intensificata dopo che il presidente della giuria Wim Wenders ha dichiarato alla conferenza stampa di apertura che “dovremmo restare fuori dalla politica” e ha descritto il fare cinema come “l’opposto della politica”, quando gli è stato chiesto di Gaza e del forte sostegno del governo tedesco a Israele – nonostante la Germania sia uno dei principali finanziatori del festival. Sono seguite critiche, che hanno spinto la direttrice del festival Tricia Tuttle a dichiarare: “Non ci si dovrebbe aspettare che gli artisti commentino tutti i dibattiti più ampi sulle pratiche passate o attuali di un festival sulle quali non hanno alcun controllo”, Nella loro lettera, i firmatari affermano di “essere in profondo disaccordo” con la posizione di Wenders, insistendo: “Non si può separare l’una dall’altra”. Hanno osservato che “la marea sta cambiando nel mondo cinematografico internazionale”, facendo riferimento al rifiuto di oltre 5.000 lavoratori del cinema – incluse importanti figure di Hollywood – di collaborare con “società e istituzioni cinematografiche israeliane complici”. La lettera si conclude invitando “la Berlinale a adempiere al proprio dovere morale e a dichiarare chiaramente la propria opposizione al genocidio di Israele, ai crimini contro l’umanità e ai crimini di guerra contro i palestinesi, e a porre completamente fine al suo coinvolgimento nel proteggere Israele dalle critiche e dalle richieste di responsabilità”. Un accordo di cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre 2025 avrebbe dovuto porre fine a una sanguinosa offensiva militare israeliana iniziata nell’ottobre 2023 e durata due anni. Israele, tuttavia, continua a violare l’accordo attraverso i suoi bombardamenti e attacchi. Secondo funzionari palestinesi, la campagna genocida ha causato la morte di oltre 72.000 palestinesi, ha lasciato più di 171.000 feriti e ha inflitto danni estesi che hanno colpito il 90 per cento delle infrastrutture civili. Le Nazioni Unite hanno stimato che le spese per la ricostruzione ammonteranno a circa 70 miliardi di dollari. InfoPal
February 18, 2026
Pressenza
Arundhati Roy: “L’arte non può tacere su un genocidio”
Arundhati Roy ha scelto così di rinunciare alla Berlinale 2026. Arundhati Roy ha messo sotto accusa non solo dei governi, ma un’intera idea di arte: quella che si proclama “neutrale”, innocente, estranea al mondo mentre il mondo brucia. Denunciando il genocidio del popolo palestinese da parte dello Stato di Israele, reso possibile dal sostegno politico, militare ed economico di Stati Uniti e Germania, Roy non si è limitata a indicare i responsabili istituzionali. Ha chiamato in causa direttamente chi crea immagini, racconti, simboli: i cineasti, gli artisti, gli intellettuali che scelgono il silenzio come rifugio morale. Il bersaglio non è solo il potere, ma il linguaggio che lo protegge. Quel linguaggio rassicurante con cui il presidente di giuria Wim Wenders ha invitato la Berlinale a “restare fuori dalla politica”, presentando il cinema come un “contrappeso”, un territorio altro, separato, opposto al campo del potere. Parole che suonano moderate, persino nobili. Ma che, lette nel presente, rivelano la loro funzione reale: non prudenza, bensì rimozione. Un dispositivo per chiudere la discussione proprio mentre sotto i nostri occhi si consuma un crimine contro l’umanità e proprio mentre agli artisti spetterebbe il compito di fare tutto il possibile per fermarlo. L’illusione della neutralità e il giudizio della storia Durante la conferenza stampa, Wenders ha risposto a una domanda su Gaza sostenendo che l’arte debba “fare il lavoro delle persone, non quello dei politici”, e che per questo debba restare fuori dalla politica. Ma è esattamente questa separazione a risuonare oggi come una forma di complicità silenziosa. IN UN TEMPO IN CUI LA VIOLENZA SISTEMICA VIENE NORMALIZZATA E LA CENSURA MORALE MASCHERATA DA EQUILIBRIO, L’INVOCAZIONE ALL’APOLITICITÀ NON È MAI NEUTRA. L’idea dell’arte come “contrappeso della politica” può apparire onesta, persino umanista, se intesa come difesa dell’autonomia creativa. Ma nella realtà concreta — quella delle bombe su Gaza, dei corpi carbonizzati, dei bambini sepolti sotto le macerie; quella dei governi che finanziano simultaneamente la guerra e i festival culturali come la Berlinale — questa posizione si svuota di innocenza. Dire che l’arte non dovrebbe parlare di politica equivale, nei fatti, a dire che debba tacere davanti al potere. La distanza che Wenders reclama non è un’assenza di posizione: è una presa di posizione a favore dello status quo. Roy coglie il punto essenziale: il silenzio dell’arte non è un rifiuto della politica, ma la sua resa. L’arte, nella sua forma più viva, non “fa il lavoro dei politici”; al contrario, ne smaschera le costruzioni, incrina le narrazioni ufficiali, apre spazi di linguaggio e di percezione che la propaganda tenta di sigillare. Quando un artista sceglie di non pronunciare la parola “genocidio” per difendere l’autonomia del cinema, finisce per .trasformare l’autonomia in isolamento, la bellezza in privilegio. In quella postura di equidistanza si consuma una rimozione profonda del nesso tra estetica e responsabilità. Wenders, come molti maestri del cinema europeo, ha costruito un linguaggio capace di raccontare la solitudine, la fragilità, la dignità dell’umano, ma è proprio questa umanità che oggi chiede di essere riconosciuta nei volti senza nome, nei corpi devastati, nelle vite palestinesi ridotte a danni collaterali. Quando l’arte smette di rispondere al reale, non è più un contrappeso alla politica: ne diventa l’eco. E se i più grandi cineasti del nostro tempo non riescono a dirlo chiaramente, allora non sarà l’estetica a salvarli. Sarà la storia a giudicarli.   Redazione Italia
February 16, 2026
Pressenza
Un’Europa accogliente contro la paura. Incontro al Parlamento Europeo
Parlamento Europeo  Padiglione Spinelli 1G2, Bruxelles Mercoledì 19 novembre 2025, 15:00 – 18:00   Questo vuole essere un momento di discussione aperto tra organizzazioni non governative, forze politiche progressiste, esperti, associazioni e movimenti impegnati nell’accoglienza dei migranti e contro il razzismo. La nostra discussione si concentrerà su due assi principali: * L’Europa che respinge: gli effetti del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, le pratiche di esternalizzazione delle frontiere, la costruzione di paure, la diffusione di ideologie e pratiche razziste, la necessità di decolonizzare la nostra prospettiva; * L’Europa che accoglie: mentre l’estrema destra promuove lo slogan della rimigrazione, noi crediamo nell’accoglienza non solo come modello di inclusione sociale, ma anche come opportunità di sviluppo economico e sociale, soprattutto per le zone interne che stanno attraversando una crisi demografica. Superare la paura e costruire la speranza di giustizia sociale significa anche sviluppare pratiche di accoglienza come modello di sviluppo locale. 14:30 – Accreditamento 15:00 – 15:15 – Apertura generale  Martin Gunter o Estrella Galan  15:15 – 15:45 – Rifiutare l’Europa Estrella Galan o Martin Gunter introducono e moderano  * Luigi Ferrajoli, giurista, filosofo del diritto ed ex magistrato * Khadija Ainani, vicepresidente dell’Association Marocaine des Droits Humains (AMDH) e membro di EuroMed Droits. * Selma Benkhelifa, Progress Lawyers Network Bruxelles dal settembre 2001. * Emmanuel Achiri, Rete europea contro il razzismo 15:45 – 16:00 Domande e risposte 16:00 – 16:15 Pausa caffè 16:15 – 16:45 Proiezione di “Il volo” di Wim Wenders 16:45-17:45 Mimmo Lucano presenta e modera  * Giovanna Procacci, sociologa e storica, docente presso l’Università degli Studi di Milano * Silvia Carta, responsabile advocacy per i diritti dei lavoratori e la migrazione lavorativa PICUM * Daniel Stahl, membro del consiglio di amministrazione del Flüchtlingsrat Thüringen (Consiglio per i rifugiati) * Agazio Loiero, ex presidente della Regione Calabria 17:45-18:00 Domande e risposte 18:00 – Conclusioni finali  (online) Alex Zanotelli, missionario comboniano e attivista sociale Luigi Manconi, sociologo, giornalista e politico, difensore dei diritti umani e della giustizia sociale Redazione Italia
November 18, 2025
Pressenza
Lettera di Mimmo Lucano a Wim Wenders
Carissimo Wim, spero che questa lettera ti trovi bene. Mi permetto di contattarti per condividere una storia che merita di essere raccontata e che potrebbe trovare una voce straordinaria attraverso te, e soprattutto per invitarti al Parlamento Europeo di Bruxelles il prossimo 19 novembre: lì presenteremo all’Europa il laboratorio Riace, l’esperienza luminosa di autogoverno democratico e di accoglienza per i profughi e i rifugiati politici in fuga da guerre e da oppressioni. Riace ha saputo sfidare le narrazioni prevalenti sulla migrazione, costruendo un modello di integrazione e apertura umanitaria che resiste alle pressioni di un contesto politico spesso caratterizzato da una gestione securitaria della crisi migratoria. Tu hai contribuito a dare voce a questa storia, rendendo ancora più urgente il bisogno di preservare e diffondere il messaggio di Riace come modello alternativo di cittadinanza globale e di giustizia sociale, sfidando le facili narrazioni che spesso caratterizzano il dramma delle migrazioni dei lager, delle deportazioni delle baraccopoli, dei fili spinati. L’epos antico e moderno di un’umanità in cammino verso un sogno di liberazione. Penso che la tua straordinaria sensibilità artistica e il tuo impegno nel raccontare storie di rilevanza sociale possano dare vita a un progetto che non solo documenti l’evoluzione della realtà di Riace – dai tempi fondanti de “Il volo” – ma che stimoli una riflessione profonda e attuale sul significato di accoglienza, solidarietà e convivenza globale. Se puoi, Wim, vieni il 19 novembre a Bruxelles: la tua voce avrebbe una eco mondiale. Ho aspettato, senza perdere mai la speranza, di poterti incontrare. “Il sole spuntò quando andai via da Riace, quel paesino si era guadagnato un posto nel mio cuore. “  Sono le tue parole. Anche tu ti sei guadagnato un posto nel nostro cuore. Ricordi Ramadullah, il ragazzino afgano che aveva sfidato il mondo per arrivare fino a Riace? I tre fratellini rom Denis, Valentino ed Elvis che venivano dalla Serbia, e Peppino, l’ultimo testimone dei paesi calabresi semi-abbandonati che non trovava compagni con cui giocare? Negli ultimi tormentati anni era arrivata, attratta dall’utopia di Riace, anche Adele, un’antropologa del sud Italia. Adele non ce l’ha fatta a resistere, a sopportare il peso di un mondo dominato da guerre, odio, violenza, razzismo. Aveva 33 anni. Ha deciso di farla finita con la vita. Doveva esserci anche lei a Bruxelles a raccontare la sua storia. Adesso vola con gli angeli nel cielo sopra Riace. “La speranza, dicevano i Greci, è figlia del vento e del mare”: è inarrestabile. Non ci rimane altro. Un grande abbraccio, Wim, con l’affetto di sempre. Mimmo Lucano Redazione Italia
November 9, 2025
Pressenza