Eka Kurniawan, Intan Paramaditha, Ugoran Prasad / Immaginario indonesiano
Sembra che in Indonesia nessuna manifestazione possa aver luogo senza prima
consultare un mago della pioggia. In diverse aree del Paese i demoni, o i
Bajang, creature soprannaturali della tradizione sundanese, sono considerati di
casa nei villaggi, dove la loro presenza è esorcizzata o blandita, e comunque
normata, attraverso procedure appropriate. La considerazione di cui gode
l’horror indonesiano – che al cinema ha regalato filmaker come Tjut Djalil, Kimo
Stamboel e Timo Tjahjanto (The Mo Brothers), Joko Anwar – non è insomma
semplicemente ascrivibile al “global Gothic” di stampo occidentale ma vanta
radici profonde nel folclore e nel patrimonio votivo dell’arcipelago. Assieme a
un repertorio articolato, l’immaginario dell’orrore offre anche da queste parti
un duttile strumento sociologico per intercettare le ansie e il rimosso che la
violenza della storia recente e le trasformazioni della società – passata dalla
trentennale dittatura di Suharto alla crisi finanziaria degli anni ‘90
all’affermazione come settima economia del pianeta – hanno depositato sul fondo
limaccioso e spesso sanguinario dell’inconscio collettivo.
In Indonesia le short story rappresentano un genere letterario ampiamente
popolare, almeno sulla carta stampata, perché i racconti sono in genere
pubblicati su riviste e pulp magazine, prima di venire raccolti in volume.
Schiavi di Satana, nessun riferimento al franchising cinematografico (Pengabdi
Setan) rilanciato dieci anni fa da Joko Anwar, vede la luce nel 2010 come
un’antologia originale, in grado raggiungere un pubblico letterario ampio e
differenziato. Nel cast autorale figurano infatti: uno scrittore già noto al
mondo anglosassone come il “Marquez indonesiano”, e cioè Eka Kurniawan;
un’autrice con un’idea speculativa del genere horror come l’accademica
femminista Intan Paramaditha; infine, un outsider multimediale come lo scrittore
/ performer Ugoran Prasad. L’operazione si presenta inoltre, almeno formalmente,
come un omaggio alla letteratura di genere anni 70/ 80 e in particolare alla
figura di Abdullah Harahap, autore – al tempo ancora vivente – di romanzi horror
e thriller anche a sfondo erotico e sentimentale.
La riflessione sui cambiamenti che hanno investito la società indonesiana fa da
sfondo a Il guardiano del cinema di Prasad, dove la chiusura dell’ultimo,
storico cinematografo della provincia libera anche il fantasma sentimentale di
un passato revenant. Altrove i tempi – passato, presente, futuro – si
intrecciano e soltanto l’orrore può provare a districarli, fornendo il
grimaldello per manlevare la dimensione patriarcale che lo stesso autore, ad
esempio, fa emergere ne Il fantasma di Nancy e La maschera di sangue.
Paramartha, una tesi di dottorato sul Frankenstein di Mary Shelley, affronta lo
stesso tema dall’angolatora dell’emancipazione. Ciò che si tratti de La mossa
conturbante della danzatrice Salima, che, perseguitata dall’anziano del
villaggio, torna dalla morte come un demone vendicativo, o dei momenti
interstiziali di socialità che la protagonista di La mela e il coltello
trasforma in un rituale di affrancamento dalla normatività delle convenzioni
sessuali. L’empowerment femminile è la chiave che nel contesto urbano
contemporaneo permette di sfruttare senza troppi complimenti la fragilità
dell’universale maschile rivelando, come in Porte e La bella e i sette uomini,
l’inconsistenza del suo dominio.
In Gli schiavi di Satana compare per la prima volta anche “The Otter Amulet”
(L’amuleto della mangusta), forse il racconto più forte dell’antologia e
destinato in seguito a diventare uno dei più noti di Eka Kurniawan. In una
dimensione molto vicina al realismo magico narra di un ragazzo che un altro
giovane, Rohman, difende dai bulli della scuola. Finiti gli studi Rohman gli
lascia un amuleto magico che lo proteggerà da qualsiasi assalitore.
Assicurandogli l’impunità, l’amuleto risveglia però anche l’aggressività e la
crudeltà del protagonista, rinnovando un ciclo di violento sadismo.
Appassionante anche per il lettore occidentale non iniziato alla letteratura
dell’orrore asiatico, come il sottoscritto, l’antologia si presenta come
un’operazione sofisticata e popolare al tempo stesso in quanto, come osserva
Antonia Soriente nella postfazione “Tutti gli autori danno spazio a un
immaginario che qualsiasi indonesiano di qualsiasi classe sociale o estrazione
culturale possiede”.
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