Tag - narrativa horror

B.R. Yeager / Digitale ermetico
La sensazione di sporcizia che, arrivato alle ultime pagine, ti spinge a controllare lo stato di igiene della stanza dove sei seduto e l’eventuale presenza di millepiedi sulle pareti attorno a te, accende la spia di una inconfessabile consonanza, rimasta a lungo sottotraccia: quella tra il tuo lato oscuro e il protagonista di Amygdalatropolis, un giovane hikikomori che ha passato gli ultimi sei anni senza uscire dalla sua cameretta e che conosciamo solo come /1404er/. Il suo nome in codice è anche lo stesso della bacheca che frequenta e di tutti gli utenti della “board”, un espediente narrativo che introduce forse di soppiatto il tema della dissoluzione del sé più di quanto non si lasci immaginare in termini di riscatto comunitario nelle pagine successive. /1404er/ é, infatti, una comunità di giovani maschi che odiano le donne – nella vita reale e soprattutto sui social – e condividono “roba malata”, recensendo immagini snuff di bambini annegati, stupri, esecuzioni islamiste, ecc., e stigmatizzando severamente i fake più sfacciati. A /1404er/ – il protagonista – quei corpi smaterializzati, come del resto quelli delle Real Doll (le bambole sexy iperrealistiche che alla fine acquista per poi smembrarle sadicamente), sembrano più veri di quello di sua madre, che sogna di possedere ma immagina fatto interamente di silicone. Gradualmente, il giovane si rivela un hacker con un lavoro più o meno regolare che si nutre di cibo liofilizzato al microonde, indossa la tuta meno lercia pescata dal mucchio della roba sporca e, al culmine dell’eccitazione, si massaggia il membro perpetuamente moscio. Il suo inferno personale invece è costituito dagli altri. Il suo incubo: le interazioni con gli umani in carne e ossa, dai genitori che ha escluso metodicamente dalla sua esistenza, al fattorino che deve consegnare fisicamente la pizza ordinata online. Se la copertina italiana, con il computer, la scrivania e la montagna di cartoni accatastati sullo sfondo descrive l’ecosistema domestico nello stereotipo del Geek, quella originale, con l’ingrandimento di un verme intestinale in primo piano, rivela la struttura profonda e inanellata di Amygdalatropolis, un inviluppo di tre diverse voci e di altrettanti piani narrativi che si tuffano l’uno nell’altro. Il primo, ė costituito dal flusso dei post anonimi della bacheca, che rendono il romanzo un testo da scrollare prima ancora che da leggere. Il secondo è il resoconto in terza persona degli eventi, l’interfaccia tra la vita online sul board che assorbe il tempo di 1404er/ e la dolorosa gestione materiale del suo corpo (i pasti, Amazon, i genitori, ecc). L’ultimo infine è il piano infestato dalle incursioni oniriche, con flash dall’immaginario videoludico, che apre spiragli nella psiche del protagonista. Apparso nel 2017, Amygdalatropolis ha segnato l’esordio di B.R. Yeager, trentenne, nativo del Massachusetts occidentale, come scrittore horror, uno status poi consolidato dalla raccolta di racconti Burn You the Fuck Alive (2020) e dal successivo romanzo Negative Space (2023). In una condizione neurotica sospesa tra il web 1.0 di siti come rotten.com, il famigerato (e perculato) “deep web brutto e cattivo” e la protostoria degli incel, il romanzo si presta oggi ad essere interpretato come un’archeologia della mascolinità tossica e risentita. Una chiave sicuramente legittima quanto probabilmente riduttiva e limitata alle increspature di quel mare di violenza che il libro rovescia addosso al lettore. La disumanizzante insomma si coglierebbe solo agli estremi ma non alle fondamenta della società che la produce, guardando a /1404er/ ma non ad Amazon. Se Edia Connole, nella sua lunga postfazione in veste di teorica, avvicina la sofferenza contenuta in Amygdalatropolis al Georges Bataille de L’esperienza Interiore e L’Erotismo, come premessa all’annullamento del sé, Yeager offre nelle interviste un altro punto di vista: quando ha scritto il suo primo romanzo, dice, aveva in mente un “Meridiano di sangue con Internet”. E oltre a Cormac McCarthy (“uno che di violenza se ne intende”) cita a sorpresa il Marx dell’alienazione tra le sue fonti d’ispirazione. Il mostro resta un template, osserva, perché: «La violenza in sé è sempre meno interessante di ciò che la circonda: il movente e l’eco; i modi in cui viene ignorata, razionalizzata o normalizzata. O i modi in cui la paura può incoraggiare la violenza interpersonale». L'articolo B.R. Yeager / Digitale ermetico proviene da Pulp Magazine.
Kim Bo-young / Cacciatrice di infetti
Il mare infetto segna il ritorno in Italia di Kim Bo-young, l’acclamata autrice sudcoreana che negli ultimi anni ha rappresentato innanzitutto un collegamento culturale fra la narrativa di genere orientale e occidentale. Arrivata nel nostro Paese con la raccolta fantascientifica L’origine delle specie (https://www.pulplibri.it/kim-bo-young-guardarsi-da-lontano/), la cinquantenne si è districata fra tecnologia, fantasy e un pizzico di folklore, grazie a una sensibilità che unisce sci-fi e animismo, percezione del sacro e trasformazione. Proprio le mutazioni, in particolare quelle del corpo, erano già affrontate nel racconto intitolato Il mito dell’evoluzione, ma con Il mare infetto è proprio la metamorfosi degli esseri umani in creature deformi a segnare il tema portante del romanzo. Dalla fantascienza si passa dunque all’horror derivante da un disastro ambientale, con una dimensione spaziale tutta concentrata nel villaggio di Haewon, un luogo completamente isolato in cui i poveri cittadini si trovano ad affrontare il misterioso morbo del Mare dell’Est. Attraverso descrizioni dettagliate di corpi putrescenti e luoghi ormai indecorosamente marci, sporcizia diffusa e olezzi di pesce andato a male, la storia segue la disperata sopravvivenza di Mu-yeong, una cacciatrice di infetti completamente disillusa dopo la scomparsa della nipote. L’arrivo nella cittadina di uno strano ricercatore condurrà la protagonista verso orrori fino ad allora celati, costringendo il lettore a confrontarsi con incubi che virano verso il raccapricciante e il terrore mitologico. Leggendo il romanzo arriva immediata la convinzione che la sua scintilla creativa sia derivata dalla pandemia Covid e dall’isolamento vissuto a livello planetario, dato che la narrazione è pervasa da questo senso di straziante solitudine e crescente disumanizzazione, sia fisica che psicologica, ma è la stessa Kim Bo-young a smentire questo collegamento nella postfazione del volume. Ciononostante, il testo induce a una lettura febbrile anche per quel senso di confuso straniamento che si prova nel leggere una storia ancor più distopica di quanto abbiamo vissuto nel nostro recente passato. Più distante, invece, pare l’ispirazione dichiarata dall’autrice a Il richiamo di Cthulhu di H.P. Lovecraft, non solo perché il confronto con la mitologia del male inventata dal maestro di Providence compare (sbiadita) in pochi passi del romanzo, ma anche perché la scelta della scrittrice coreana è quella di scandire ogni descrizione con dettagli puntuali e decisamente specifici. Tutto il contrario di ciò che rende incredibilmente evocativa la scrittura di Lovecraft, con un orrore che emerge dal suggerito, dall’accennato, da ciò che rimane “fuori campo”. I Grandi Antichi e gli spazi oltre la percezione umana vengono descritti con metafore e aggettivi estremi, “indicibili” e “innominabili”, lasciando ampio margine al mistero. Quel che accade con la scrittura di Kim Bo-young riguarda invece un ingresso diretto e perfino sensoriale nel villaggio maledetto, che diviene concreto sia a livello visivo che – soprattutto – olfattivo. Il senso di repulsione e allo stesso tempo di compassione che si arriva a provare per questi esseri irreversibilmente compromessi assume una valenza per certi versi sociale. A voler trovare un riferimento narrativo occidentale, sarebbe il caso di guardare alla Tetralogia degli Elementi di J.G. Ballard, dove vento, acqua, terra, cristallo sono forze totalizzanti, capaci di sovrastare l’uomo e ridisegnare la condizione esistenziale. Nel caso della scrittrice, il mare infetto diventa agente narrativo, invadendo questi luoghi immaginari e trasformando i personaggi attraverso un progressivo processo di adattamento e rassegnazione. La scrittura di Kim Bo-young viene dunque segnata da una sorta di fascinazione estetica per la distruzione, dalla quale non è consentito fuggire: l’unica possibilità è scontrarsi direttamente con l’origine delle nostre più profonde paure. Il mare infetto viene pubblicato da add editore all’interno della collana Asia assieme ad altri due titoli di stampo horror, la raccolta di 14 racconti Sinofagia (a cura di Xueting C. Ni) e l’antologia tutta indonesiana Gli schiavi di Satana. Una scelta editoriale volta a incrociare le atmosfere cupe della tradizione popolare asiatica con le inquietudini sempre più opprimenti del presente. L'articolo Kim Bo-young / Cacciatrice di infetti proviene da Pulp Magazine.
Eka Kurniawan, Intan Paramaditha, Ugoran Prasad / Immaginario indonesiano
Sembra che in Indonesia nessuna manifestazione possa aver luogo senza prima consultare un mago della pioggia. In diverse aree del Paese i demoni, o i Bajang, creature soprannaturali della tradizione sundanese, sono considerati di casa nei villaggi, dove la loro presenza è esorcizzata o blandita, e comunque normata, attraverso procedure appropriate. La considerazione di cui gode l’horror indonesiano – che al cinema ha regalato filmaker come Tjut Djalil, Kimo Stamboel e Timo Tjahjanto (The Mo Brothers), Joko Anwar – non è insomma semplicemente ascrivibile al “global Gothic” di stampo occidentale ma vanta radici profonde nel folclore e nel patrimonio votivo dell’arcipelago. Assieme a un repertorio articolato, l’immaginario dell’orrore offre anche da queste parti un duttile strumento sociologico per intercettare le ansie e il rimosso che la violenza della storia recente e le trasformazioni della società – passata dalla trentennale dittatura di Suharto alla crisi finanziaria degli anni ‘90 all’affermazione come settima economia del pianeta – hanno depositato sul fondo limaccioso e spesso sanguinario dell’inconscio collettivo. In Indonesia le short story rappresentano un genere letterario ampiamente popolare, almeno sulla carta stampata, perché i racconti sono in genere pubblicati su riviste e pulp magazine, prima di venire raccolti in volume. Schiavi di Satana, nessun riferimento al franchising cinematografico (Pengabdi Setan) rilanciato dieci anni fa da Joko Anwar, vede la luce nel 2010 come un’antologia originale, in grado raggiungere un pubblico letterario ampio e differenziato. Nel cast autorale figurano infatti: uno scrittore già noto al mondo anglosassone come il “Marquez indonesiano”, e cioè Eka Kurniawan; un’autrice con un’idea speculativa del genere horror come l’accademica femminista Intan Paramaditha; infine, un outsider multimediale come lo scrittore / performer Ugoran Prasad. L’operazione si presenta inoltre, almeno formalmente, come un omaggio alla letteratura di genere anni 70/ 80 e in particolare alla figura di Abdullah Harahap, autore – al tempo ancora vivente – di romanzi horror e thriller anche a sfondo erotico e sentimentale. La riflessione sui cambiamenti che hanno investito la società indonesiana fa da sfondo a Il guardiano del cinema di Prasad, dove la chiusura dell’ultimo, storico cinematografo della provincia libera anche il fantasma sentimentale di un passato revenant. Altrove i tempi – passato, presente, futuro – si intrecciano e soltanto l’orrore può provare a districarli, fornendo il grimaldello per manlevare la dimensione patriarcale che lo stesso autore, ad esempio, fa emergere ne Il fantasma di Nancy e La maschera di sangue. Paramartha, una tesi di dottorato sul Frankenstein di Mary Shelley, affronta lo stesso tema dall’angolatora dell’emancipazione. Ciò che si tratti de La mossa conturbante della danzatrice Salima, che, perseguitata dall’anziano del villaggio, torna dalla morte come un demone vendicativo, o dei momenti interstiziali di socialità che la protagonista di La mela e il coltello trasforma in un rituale di affrancamento dalla normatività delle convenzioni sessuali. L’empowerment femminile è la chiave che nel contesto urbano contemporaneo permette di sfruttare senza troppi complimenti la fragilità dell’universale maschile rivelando, come in Porte e La bella e i sette uomini, l’inconsistenza del suo dominio. In Gli schiavi di Satana compare per la prima volta anche “The Otter Amulet” (L’amuleto della mangusta), forse il racconto più forte dell’antologia e destinato in seguito a diventare uno dei più noti di Eka Kurniawan. In una dimensione molto vicina al realismo magico narra di un ragazzo che un altro giovane, Rohman, difende dai bulli della scuola. Finiti gli studi Rohman gli lascia un amuleto magico che lo proteggerà da qualsiasi assalitore. Assicurandogli l’impunità, l’amuleto risveglia però anche l’aggressività e la crudeltà del protagonista, rinnovando un ciclo di violento sadismo. Appassionante anche per il lettore occidentale non iniziato alla letteratura dell’orrore asiatico, come il sottoscritto, l’antologia si presenta come un’operazione sofisticata e popolare al tempo stesso in quanto, come osserva Antonia Soriente nella postfazione “Tutti gli autori danno spazio a un immaginario che qualsiasi indonesiano di qualsiasi classe sociale o estrazione culturale possiede”. L'articolo Eka Kurniawan, Intan Paramaditha, Ugoran Prasad / Immaginario indonesiano proviene da Pulp Magazine.