David Szalay / L’uomo, il corpo, la solitudine
Dopo le due raccolte di racconti arriva in Italia il primo romanzo di David
Szalay con traduzione di Anna Rusconi e non poteva che essere forse l’apice o
forse la chiusa di un cerchio perfetto sulla vulnerabilità e sulla precarietà
dell’essere uomo, individuo umano di sesso maschile, ai giorni nostri.
Come per i racconti è difficile non legare la biografia dell’autore ai macrotemi
delle origini e del ritorno dato chele vicende del protagonista, Istvàn, partono
e si concludono in Ungheria dopo una lunga parentesi a Londra. Anche lo stato
sociale dell’uomo segue la stessa parabola: l’Ungheria rappresenta ed è nel
libro il luogo delle disillusioni e delle scoperte. Se nel primo capitolo Istvàn
è un adolescente impacciato che non comprende il suo corpo e anzi diviene
schiavo delle proprie pulsioni, questo suo subire il corpo dovendolo abitare e
con esso esporsi al mondo si fa contemporaneamente anche maschera. Chiariamo
subito che, se Dante dovesse inserire Istvàn in uno dei suoi gironi forse si
troverebbe in difficoltà a dover scegliere tra i lussuriosi, gli ingordi, quelli
con sete di potere (in una piccola parentesi nella Londra post lockdown), ma
sono abbastanza convinta che alla fine opterebbe per l’Antinferno, nel girone
degli Ignavi. Perché in fondo malgrado il protagonista compia un viaggio di
crescita e definizione del sé durante tutta la sua vita e attraverso tutti i
suoi incontri sessuali, è anche vero che la maggior parte delle cose che gli
capitano le subisca per non volontà di decidere.
Tutte le donne con cui instaura un rapporto non sono da lui scelte e talvolta
neanche gli piacciono, ma tant’è non può sottrarsi alla sua immagine. Il suo
essere lui passa necessariamente attraverso il flusso degli eventi: diventa
l’amante della moglie del suo capo perché è lei a decidere che cosa saranno,
cerca disperatamente di accumulare beni di lusso perché sua madre lo spinge a
veder oltre il momento che sta vivendo. Tanti gli spostamenti e i cambi di
paesaggio che l’autore ci propone in maniera veloce e dinamica attraverso
dettagli infinitesimali: un piatto di zuppa, la vista di una finestra, la
finitura di una camera di hotel, il bordo di una piscina, ma anche i particolari
delle persone che lo circondano. Interessanti perché verosimili e assolutamente
neutri anche quando potrebbero essere drammatici i dialoghi che sono la spina
dorsale di tutta la narrazione ed è ancora più indicativo che anche in essi
Istvàn usi sempre frasi brevi, poche domande, molte asserzioni e soprattutto
tenti sempre l’accondiscendenza.
In fin dei conti l’autore è riuscito a rendere il personaggio “ciascuno fuori di
noi” sottolineando con ironia come certi giudizi siano estremamente facili
applicati a chi si osserva. Ci si ritrova spesso a odiarlo, Istvàn, altrettanto
spesso a domandarsi come possa un uomo non volere di più o di meno o
semplicemente volere qualcosa che non sia il solo esistere. Quasi estraneo al
suo stesso vivere tanto che anche nei capitoli dell’età adulta quella in cui
sembra voler fare qualcosa, per sé, per un ipotetico futuro, in realtà è un uomo
solo. Solo dentro una grande casa abitata da sua moglie, i collaboratori
domestici, il figlio e la madre, ma nella quale si aggira tra i ricordi del
primo matrimonio di Helen e una ricchezza che non comprende fino in fondo. Solo
dopo un evento traumatico che lo obbligherà a tornare in Ungheria, solo nella
sua stanza nell’appartamento con la madre e infine solo sempre.
Pare quasi che Szalay rifletta e porti avanti come monito l’incapacità di
reagire in un mondo basato solo ed esclusivamente sulla fatalità della vita.
Nulla può smuoverla e anche tutti i cambi di stato sociale, situazione
sentimentale, composizione famigliare, non sono che piccole parentesi prima di
tornare a ciò che si era destinati. A metà strada tra il rassegnato e il
laconico l’uomo di Szalay è il disincanto incarnato, quasi a dire che ogni
essere che nasce uomo è destinato nella carne a rimanere solo quello: carne,
impulso, sopravvivenza.
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