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Immagina, puoi! Un mondo senza polizia, utopia ma non troppo
NICOLA STUFANO (tratto da Globalproject.info) Ci sono assiomi educativi radicati sin dall’infanzia nelle nostre esistenze, così in profondità da rendere di primo acchito folle e delirante la sola idea di poterli mettere in discussione. Uno di questi assiomi prevede che una società civile non può reggere senza la presenza della polizia, o comunque senza un corpo di forze dell’ordine direttamente sotto il controllo dello Stato attraverso il suo ministero dell’Interno. Possiamo anche detestarne i modi e stigmatizzarne le azioni, ma nel momento del bisogno, il cittadino civile non potrà che rivolgersi alle forze dell’ordine, per essere difeso e tutelato. Geo Maher, accademico e attivista statunitense, si è lanciato anni fa nel complicato tentativo di scardinare questo assioma, cercando la corretta chiave per descrivere la necessità di un sistema diverso. A World Without Police, uscito nel 2021, è presto diventato uno dei più importanti testi contemporanei di contenuto abolizionista, e attraverso D Editore, libreria indipendente romana che attraverso la collana Nextopie sta dando ampio spazio alla saggistica dai contenuti più radicali, il suo libro è da pochi mesi arrivato al pubblico italiano come Immagina un Mondo Senza Polizia (traduzione di Andrea Puglisi).  Maher in persona si è presentato, nel corso della seconda giornata di Sherbooks, in collegamento sugli schermi del CSO Pedro, quando dalle sue parti erano le 8 e mezza di mattina. Guidato nelle domande e coadiuvato dalla traduzione dall’editore Emanuele Jonathan Pilia e dalla giornalista Dalia Ismail, Maher sorseggia la sua tazza calda, scruta il pubblico e con voce profonda e ferma illustra in modo conciso le sue tesi. Il discorso di Maher, così come il libro, ha un punto di partenza ben preciso, ed è il 28 maggio 2020, quando a Minneapolis, nel culmine delle proteste per l’uccisione di George Floyd, una stazione di polizia viene presa d’assalto e data alle fiamme, costringendo i poliziotti alla fuga. Maher individua in quel momento il punto di tracimazione di un’insofferenza verso la polizia, con l’episodio di George Floyd solo ultimo di una interminabile serie di soprusi rispetto alla fascia più umile e indigente della popolazione locale. Le ragioni di Maher partono dal dibattito più comune, quello col vicino di casa: nella discussione emerge con chiarezza la concezione monolitica di assoluta necessità della presenza di forze dell’ordine. Ma quando poi si arriva a porre la domanda: “Ma la polizia, esattamente, cosa ha fatto per noi?” ecco, qui di solito cominciano a formarsi le prime crepe. La polizia, soprattutto negli Stati Uniti (ma anche in Europa) è forte di una narrazione mediatica e giornalistica quasi sempre positiva: innumerevoli le serie TV crime che insistono sugli atti di eroismo delle forze dell’ordine.  Meno chiacchierati sono gli aspetti metodologici e istituzionali, ed è su questo che Maher si concentra per portare il concetto di polizia nella direzione dell’obsolescenza. Punto-chiave è stabilire la reale funzione della polizia: Maher dimostra che, essendo sotto il controllo diretto delle istituzioni, e quindi del governo, non può che esserne che la mano armata di un’espressione politica, che da sempre negli Stati Uniti si propone di mantenere un ordine gerarchico di segregazione tra cittadini.  Maher osa ancora di più, lanciando un’interessante analisi sulle modalità d’azione dell’esercito degli Stati Uniti del mondo, assimilandole a gigantesche operazioni di polizia: cosa sono state d’altronde la caccia ai Vietcong, o la guerra dichiarata al terrorismo islamico in Afghanistan e oltre, se non tentativi di ripristinare l’ordine a livello mondiale? > L’autore insiste dunque su un ritorno alle origini della società civile per > superare il concetto di polizia.  Che, per inciso, è attualmente accettato a livello globale: e sebbene la polizia statunitense non possa minimamente essere paragonata a quella cinese, o a quella venezuelana (paese al quale Maher ha dedicato principalmente il suo impegno accademico nell’analisi della rivoluzione bolivariana e del suo riflesso verso la società), hanno tutte in comune la stessa criticità di fondo che la rendono un’istituzione poco propensa a garantire giustizia sociale.  Le soluzioni proposte da Maher non sono particolarmente elaborate o complesse: l’autore ci invita a guardare al modo in cui ordinariamente risolviamo i nostri problemi all’interno delle comunità: ossia ragionando sempre come facciamo all’interno delle nostre famiglie e delle nostre associazioni, dove non abbiamo bisogno di forze di controllo o di sorveglianza. Se ci fermiamo un attimo a riflettere su questo, è più comune di quanto noi pensiamo l’uso della trattativa e del dialogo per la risoluzione di problemi complessi.  > Dove, dunque, attecchisce e si rende necessaria la polizia? Dove viene meno il > senso di comunità.  Questo è uno dei gravi problemi della modernità, in Europa forse più che altrove, dove i processi migratori hanno spesso portato alla formazione di ghetti piuttosto che di comunità trasversali. In questo contesto, la polizia assume un ruolo sempre più centrale nel mantenere separati i ceti più abbienti dalla nuova classe meno privilegiata, composta da immigrati di prima e seconda generazione, alimentando e al tempo stesso gestendo la percezione dell’immigrato come figura che “fa paura”. É più una conseguenza che una coincidenza se Immagina un mondo senza polizia arriva in Italia proprio nel momento in cui Minneapolis torna a essere centro nevralgico di una violenta lotta tra il governo americano e le comunità locali, e il braccio armato di questo stato più imperialista che mai diventa l’ICE, ovvero una forza di polizia concentrata sul contrasto all’immigrazione e l’espulsione forzata degli stranieri, in mancata osservanza delle più elementari regole costituzionali. Anche attraverso la brutalità dell’ICE, stanno recentemente cadendo alcuni assiomi apparentemente inattaccabili e mettere in discussione l’utilità della polizia non è più un tabù. L’abolizione della polizia comincia a seguire i passi del percorso di un fenomeno molto simile, quello dell’abolizionismo carcerario, che già riscuote un interesse un consenso assai più ampio rispetto a pochi anni fa.
«La fortezza automatica. Se l’IA decide chi può varcare i confini»
Un lessico nuovo – fatto di droni, sensori, riconoscimento facciale e big data – ha preso piede nel racconto delle frontiere. E a questo si accompagna una promessa ricorrente, parlando di migrazioni: che la tecnologia risolverà tutto. Algoritmi, sensori e intelligenza artificiale sapranno finalmente distinguere chi ha diritto di passare e chi no, e così le «frontiere intelligenti» saranno più efficienti, più sicure, più giuste. Ma dietro questa illusione di neutralità si cela una verità molto meno rassicurante. Oggi l’ossessione per il controllo dei confini sta accelerando l’automazione delle politiche migratorie. Le nuove tecnologie – dal riconoscimento biometrico all’analisi predittiva dei dati – non si limitano più a supportare le decisioni umane, ma sempre più spesso le prendono al posto nostro. E lo fanno sulla base di logiche opache, escludenti, profondamente inique. La fortezza automatica di Fabio Chiusi, edito da Bollati Boringhieri, non racconta un progetto del futuro, ma un presente che è già realtà. Sviluppata in tutto l’Occidente, l’automazione delle politiche migratorie affonda le radici in un immaginario securitario e discriminatorio. L’autore ne ricostruisce le premesse ideologiche e storiche, passando dal presente delle deportazioni di massa statunitensi basate sull’IA e guardando ai progetti di ricerca europei che prefigurano un futuro ancora più automatizzato, in cui le frontiere diventano laboratori di sperimentazione tecnologica: spazi eccezionali dove il diritto viene sospeso e l’efficienza sostituisce la giustizia. Contro l’ideologia tecnocratica che vorrebbe affidare la mobilità umana a dispositivi tecnologici avanzati, questo libro somma analisi storica, critica ideologica e inchiesta giornalistica, e smonta una narrazione pericolosa, mostrando come l’innovazione, quando è al servizio della disuguaglianza, non libera ma incatena. Sfoglia l’indice e le prime pagine L’AUTORE Fabio Chiusi è un giornalista, ricercatore e professore aggiunto che si occupa delle conseguenze sociali delle nuove tecnologie, dell’automazione e dell’intelligenza artificiale. Lavora per la no profit AlgorithmWatch, con sede a Berlino, per la quale, dopo avere diretto i progetti «Automating Society 2020» e «Tracing The Tracers», coordina il progetto «Automation on the Move», su IA e migrazioni. Ha scritto di politiche e cultura tecnologica per svariate testate nazionali e internazionali, e tiene dei corsi su intelligenza artificiale e giornalismo all’Università di San Marino e all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Ha pubblicato diversi saggi su media, democrazia e tecnologie digitali, tra cui Nessun segreto. Guida minima a WikiLeaks, l’organizzazione che ha cambiato per sempre il rapporto tra Internet, informazione e potere (2010), Critica della democrazia digitale. La politica 2.0 alla prova dei fatti (2014), Io non sono qui. Black Mirror. Visioni e inquietudini da un futuro presente (2018). Con Bollati Boringhieri ha pubblicato L’uomo che vuole risolvere il futuro. Critica ideologica di Elon Musk (2023).
Le politiche migratorie in Messico: tutela dei diritti o strumento di controllo?
Un recente rapporto analizza le politiche migratorie del Messico e il loro impatto sui diritti umani. Il Paese si trova a bilanciare la promozione di strategie dichiaratamente umanitarie con la pressione costante degli Stati Uniti a limitare il transito delle persone. La realtà mostra un quadro complesso, in cui misure repressive e restrizioni convivono con iniziative apparentemente umanitarie, sollevando dubbi sull’effettiva protezione delle persone in movimento. INTRODUZIONE Questo documento è stato redatto dal Global Detention Project 1, a cura di Matthew B. Flinn, professore di Studi internazionali e Sociologia presso la Georgia Southern University, e di Chris-Ortiz Gonzalez, laureato alla Maxwell School of Citizenship and Public Affairs della Syracuse University. Global Detention Project (GDP) è un centro di documentazione internazionale il cui scopo è porre fine alle pratiche arbitrarie e dannose di detenzione legate alla migrazione in tutto il mondo e a garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali di tutti i migranti, i rifugiati e i richiedenti asilo. Il rapporto mira a indagare in che misura il Messico agisca come estensione delle politiche repressive anti-migratorie degli Stati Uniti, nonostante il discorso umanitario che il governo ha cercato di promuovere, soprattutto durante la presidenza di Andrés Manuel López Obrador (AMLO) tra il 2018 e il 2024. Oggi alla guida del Paese c’è Claudia Sheinbaum, espressione della stessa area politica. Nel maggio 2024 il governo ha presentato una nuova strategia sulla migrazione, definita come un approccio umanitario e basato sui diritti nella gestione della migrazione irregolare. Il fulcro di questa strategia è la creazione dei “Centri multiservizi per l’inclusione e lo sviluppo dei migranti e dei rifugiati” (Estrategia Mexicana de Movilidad Humana: un modelo único 2), concepiti per offrire un’ampia gamma di servizi di sostegno. Sebbene le autorità insistano sul fatto che tali centri non saranno utilizzati per la detenzione, la storia del controllo migratorio in Messico – in particolare il suo ruolo di esecutore delegato delle politiche statunitensi – alimenta legittimi dubbi e giustifica lo scetticismo. Quando Andrés Manuel López Obrador (AMLO) è stato eletto presidente nel 2018, ha dichiarato di voler adottare una politica migratoria incentrata sui diritti umani. In questa prospettiva, nel maggio 2024 la sua amministrazione ha presentato una nuova strategia sulla gestione della migrazione irregolare, descritta come un approccio umanitario e basato sui diritti. Il fulcro del piano è la creazione dei “Centri multiservizi per l’inclusione e lo sviluppo dei migranti e dei rifugiati”, strutture che dovrebbero offrire un’ampia gamma di servizi di sostegno. Tuttavia, sebbene le autorità assicurino che questi centri non avranno finalità detentive, la storia del controllo migratorio in Messico – e in particolare il suo ruolo di esecutore delegato delle politiche statunitensi – invita a un giusto scetticismo. Come mette in evidenza questo documento di lavoro, fin dagli anni ’80, sotto la pressione degli Stati Uniti a implementare politiche migratorie più rigide, il Messico ha spesso adottato un linguaggio eufemistico per presentare pratiche coercitive come umanitarie, finendo di fatto per occultare violazioni degli obblighi in materia di diritti umani. IL QUADRO STORICO Per comprendere al meglio le politiche migratorie della presidenza AMLO, è necessario disegnare un quadro storico-contestuale del rapporto tra Messico e Stati Uniti. Sin dagli anni 80’ il rapporto tra i due Paesi è diventato molto forte. Fu in questo periodo che il Messico iniziò ad attuare una serie di politiche neoliberiste sotto la presidenza di Carlos Salinas de Gortari (1988-1994). La sua amministrazione smantellò le politiche economiche stataliste fondate sull’industrializzazione per sostituzione delle importazioni, promuovendo invece riforme orientate al mercato e una maggiore integrazione nell’economia globale. Tra i cambiamenti più significativi vi fu l’incentivazione degli investimenti diretti esteri, in particolare attraverso l’espansione delle maquiladoras: stabilimenti di assemblaggio situati lungo il confine tra Messico e Stati Uniti, dove componenti importati venivano assemblati e riesportati. Successivamente, lo storico accordo NAFTA (1994) 3, firmato da Messico, Stati Uniti e Canada, si inserì nello stesso quadro teorico neoliberista. Tra i suoi principali obiettivi vi erano l’eliminazione delle barriere alle importazioni, la facilitazione della circolazione di beni e servizi tra i tre Paesi e la promozione di condizioni di leale concorrenza all’interno dell’area di libero scambio. Gli eventi dell’11 settembre sconvolsero poi molti equilibri, inaugurando la cosiddetta “guerra al terrore”, terreno propagandistico che accelerò il processo di securitizzazione negli Stati Uniti e spinse il dibattito sull’immigrazione e le politiche migratorie verso logiche di militarizzazione ed espulsione. Quando Felipe Calderón assunse la presidenza nel 2006, ribadì l’impegno del Messico a controllare la cosiddetta “immigrazione clandestina” lungo il confine meridionale del Paese. L’anno successivo, Stati Uniti e Messico lanciarono l’Iniziativa Mérida, un programma di cooperazione in materia di sicurezza volto a combattere la criminalità organizzata e rafforzare lo Stato di diritto. Tra il 2008 e il 2021, gli Stati Uniti stanziarono circa 3 miliardi di dollari nell’ambito di questa iniziativa, destinati alla riduzione della criminalità, allo sviluppo delle comunità e alla creazione di quello che veniva definito “un confine del XXI secolo” 4. TRA IDEOLOGIA E REALTÀ: LE POLITICHE DEL GOVERNO AMLO Le elezioni presidenziali messicane del 2018 hanno rappresentato la prima occasione in cui la questione migratoria è diventata un tema centrale nel dibattito elettorale. AMLO, che alla fine avrebbe vinto le elezioni, ha sottolineato la necessità di proteggere i cittadini centroamericani in transito nel Paese e di difendere i diritti umani delle persone migranti. Pur affrontando anche le esigenze dei migranti messicani negli Stati Uniti e la necessità di maggiori opportunità economiche in Messico, ha ribadito l’importanza di collaborare con il vicino settentrionale, piuttosto che limitarsi a svolgere il cosiddetto “lavoro sporco” 5. Oltre alla promozione di percorsi sicuri e legali basati sui diritti umani e sulle vie di ingresso legali, l’approccio “umanitario” del Messico ha anche posto l’accento sugli investimenti economici per combattere i fattori che spingono alla migrazione dall’America centrale. In questo contesto, l’amministrazione Obrador ha firmato il Piano di sviluppo globale per El Salvador, Guatemala, Honduras e Messico, volto a intervenire sulle cause profonde della migrazione e a ridurre i flussi verso il Messico meridionale. A titolo di esempio, il Messico si è impegnato a fornire a El Salvador 30 milioni di dollari per la creazione di posti di lavoro nel settore agricolo. Questo cambiamento di politica ha segnato il passaggio da un approccio centrato sull’applicazione della legge – spesso intrecciato con razzismo e xenofobia – a un modello di maggiore integrazione con l’America centrale, finalizzato a contrastare disuguaglianze, povertà e carenze di sviluppo. La nuova amministrazione ha inoltre iniziato a rilasciare un maggior numero di visti umanitari (Tarjeta de Visitante por Razones Humanitarias – TVRH 6). Secondo la legislazione messicana in materia di migrazione e rifugiati, le autorità competenti possono concedere questi visti a loro discrezione alle persone più vulnerabili, permettendo loro di circolare liberamente nel Paese e di lavorare legalmente per un periodo limitato. Il documento protegge i migranti dalla detenzione e dall’espulsione, offrendo al contempo la possibilità di percorrere rotte più sicure sul territorio nazionale. Il numero di visti umanitari rilasciati è aumentato costantemente, passando da 623 nel 2014 a 17.722 nel 2018, grazie sia all’incoraggiamento delle organizzazioni della società civile a richiedere tali visti, sia alle nuove iniziative promosse dall’amministrazione. Tuttavia, a fare da contraltare alla politica migratoria promossa dalla presidenza AMLO rimane l’indubbia dipendenza economica e politica del Messico dagli Stati Uniti. Dall’adesione al NAFTA, il principale partner commerciale del Messico è stato proprio il vicino settentrionale, con esportazioni e importazioni che oggi ammontano a circa 728,2 miliardi di dollari. Oggi, il 79,6% delle esportazioni messicane è destinato agli Stati Uniti 7. Tuttavia, il cedimento alle pressioni statunitensi contrasta con la posizione di AMLO sulla migrazione e con la retorica decoloniale che aveva caratterizzato la sua campagna presidenziale del 2018. Un’altra iniziativa significativa dei primi anni della presidenza AMLO, evidenziata nell’accordo congiunto con gli Stati Uniti, è stata il programma MPP, meglio noto come politica “Rimani in Messico”. Questa politica obbligava i richiedenti asilo a rimanere in Messico in attesa della decisione sulle loro domande. Di conseguenza, il Paese ha registrato l’afflusso di circa 71.000 richiedenti asilo rimandati al confine settentrionale, generando una crisi umanitaria in cui molti si sono trovati bloccati in condizioni pericolose, vulnerabili a estorsioni, rapimenti e stupri, e privi di accesso a servizi essenziali come assistenza sanitaria e istruzione 8. Questa politica ha anche comportato un accesso limitato all’assistenza legale e alla consulenza per i richiedenti asilo. Gli organismi internazionali hanno sollevato numerose preoccupazioni sulle condizioni all’interno dei centri di detenzione, rilevando che funzionari e agenti dell’immigrazione hanno avuto un ruolo significativo nelle violazioni dei diritti umani, con segnalazioni di torture e maltrattamenti ai danni dei detenuti. Nel 2024, il Comitato sui lavoratori migranti ha osservato che le autorità non hanno rispettato il limite di 36 ore di detenzione, che bambini e adolescenti continuano a essere trattenuti nei centri di detenzione e che queste strutture risultano prive dei servizi di base e regolarmente sovraffollate. Il comitato ha inoltre evidenziato l’assenza di azioni efficaci contro la corruzione e l’impunità, la discriminazione e la xenofobia, nonché la crescente militarizzazione del sistema migratorio 9. Il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria ha inoltre osservato che i funzionari messicani, comprese le forze di sicurezza, continuano a estorcere tangenti ai migranti, che vengono poi detenuti se non le pagano. L’aumento dei controlli e della militarizzazione ha contribuito ad aumentare la violenza e le violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone migranti. Alcuni esempi dei problemi segnalati dai gruppi della società civile e riportati nella tabella della Migrant Law Clinic dell’Università Iberoamericana includono: 10: * Al confine settentrionale, la Guardia Nazionale ha inseguito e arrestato con la forza i migranti che tentavano di attraversare il confine, agendo di fatto come una pattuglia di frontiera statunitense. * Al confine meridionale, la Guardia Nazionale ha usato manganelli, scudi, gas lacrimogeni, pietre e bastoni per picchiare i migranti nel tentativo di arrestarli. * Le operazioni di contenimento sono state condotte di notte con equipaggiamento antisommossa, compreso l’irruzione in chiese e abitazioni private senza un’adeguata autorizzazione per inseguire e arrestare persone migranti. * Sono stati documentati casi di separazione delle famiglie durante gli arresti. * Sono stati segnalati atti di tortura contro uomini migranti detenuti nella stazione di immigrazione Siglo XXI e contro migranti di origine africana nella stazione di immigrazione Cupapé a Tuxtla * La Guardia Nazionale ha sparato contro un furgone a Pijijiapan, in Chiapas, causando la morte sul posto di un uomo cubano, mentre un altro è morto in ospedale e altri tre sono rimasti feriti. CONCLUSIONI Il report è ricco di dati, talvolta contrastanti tra loro, a testimonianza della complessità della gestione dei flussi migratori da parte del Messico. Un dato, però, appare chiaro: gli Stati Uniti esercitano da tempo pressioni sul Messico affinché limiti il transito di migranti, rifugiati e richiedenti asilo attraverso il proprio territorio. Invece di promuovere azioni diplomatiche volte a incoraggiare il rispetto degli impegni internazionali del Paese, gli Stati Uniti hanno spinto il vicino a impiegare ogni mezzo necessario per bloccare migranti e richiedenti asilo. Il Messico ha risposto adottando politiche più incentrate sul controllo dei flussi, sulla realizzazione di obiettivi quantificabili e sulla detenzione, piuttosto che sulla protezione delle persone in movimento. Come estensione delle leggi sull’immigrazione statunitensi, il Messico ha sviluppato uno dei più grandi complessi di detenzione al mondo, incarcerando centinaia di migliaia di persone ogni anno. Nonostante le evidenze mostrino che tali misure non scoraggiano la migrazione, continuano a provocare gravi danni alle persone in movimento. I governi messicani recenti, pur dichiarandosi a favore dei diritti dei migranti, hanno spesso utilizzato un linguaggio ambiguo per mascherare politiche restrittive. Anche i leader populisti di sinistra più recenti hanno sostenuto i diritti dei migranti, cercando partnership regionali per affrontare le sfide migratorie e intervenendo sulle cause profonde della migrazione. Sebbene siano stati introdotti alcuni cambiamenti, come l’aumento temporaneo dei visti umanitari e dei tassi di approvazione delle richieste di asilo, permangono ampi margini di miglioramento. Gli esperti sottolineano che la COMAR (Comisión Mexicana de Ayuda a Refugiados 11) dovrebbe disporre di un budget più consistente e che il governo messicano dovrebbe adottare un riconoscimento di massa dei rifugiati, simile a quello concesso dalla Colombia ai venezuelani, offrendo loro lo status di protezione temporanea. Tuttavia, anziché adottare un vero approccio umanitario alla migrazione, il Messico ha fatto ricorso a vari eufemismi che gli consentono di presentare tali politiche come tali, mentre continua ad attuare misure repressive volte a placare le preoccupazioni degli Stati Uniti. Questo ha permesso a Washington di esternalizzare la gestione delle frontiere e di sottrarsi a responsabilità internazionali per le violazioni dei diritti umani. Con il ritorno di Trump al potere e l’introduzione di nuovi dazi, la storia sembra ripetersi, con nuove ondate di repressione e abusi. 1. Qui il documento pubblicato il 31 luglio 2025 ↩︎ 2. Secretaría de Relaciones Exteriores, “La Comisión Intersecretarial de Atención Integral en Materia Migratoria adopta el Modelo Mexicano de Movilidad Humana,” 2024 ↩︎ 3. 11 W. Cornelius, “Mexico: From Country of Mass Emigration to Transit State,” Inter-American Development Bank, 2018 ↩︎ 4. S. Brewer, “The Bicentennial Framework: Opportunities and challenges as U.S.-Mexico security cooperation begins a new chapter,” WOLA, 2021; C. R. Seelke, and K. Finklea, “U.S.-Mexican Security Cooperation: The Mérida Initiative and Beyond,” Congressional Research Service, 2017 ↩︎ 5. 33 S. Leutert, “Andrés Manuel López Obrador’s Migratory Policy in Mexico,” LBJ School of Public Affairs, 2020 ↩︎ 6. E. T. Cantalapiedra, “Las tarjetas de visitante por razones humanitarias: Una política migratoria de protección ¿e integración?” EntreDiversidades, 8(2(17)), Article 2(17), 2021 ↩︎ 7. Export Import Data, “Top Mexico Trade Partners in 2025: Key Trends and Opportunities,” 2025; D. Workman, “Mexico’s Top Exports 2023,” World Stop Exports, 2023 ↩︎ 8. Human Rights Watch, “Submission to the Universal Periodic Review of Mexico | Human Rights Watch,” 18 July 2023 ↩︎ 9. UN Committee on Migrant Workers, “Observaciones finales sobre el cuarto informe periódico de México,” April 2025 ↩︎ 10. PRAMI, “La Guardia Nacional en el control migratorio: Consecuencias de su integración a la Sedena,” Programa de Assuntos Migratorios Universidad Iberoamerican, 2022 ↩︎ 11. Qui il sito web ↩︎