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Quattro anni dopo
24 febbraio 2026: quarto anniversario dell’invasione russa in Ucraina, quando la guerra, quella, già in corso con modalità altre da non farla chiamare guerra, e quella combattuta in tante altre parti del mondo troppo distanti per essere considerate un pericolo per la pace dell’Occidente, bussa alle porte dell’Europa. Bisogna difenderla, la pace, racconta la politica quasi in coro, e per questo bisogna difendere i confini, così sembra ineluttabile riarmarsi. La guerra entra nella quotidianità degli Europei attraverso le immagini dei telegiornali e il dibattito politico tra esponenti di partito, storici e opinionisti. Intanto si aggiunge il conflitto in Palestina, anche quello a partire da una data che non ne segna l’inizio. 24 febbraio 2026: a Palermo, anche oggi, come da quattro anni, c’è chi dice no alla guerra riunendosi in Presidio. Prima ogni domenica mattina, a Piazza Vittorio Veneto, conosciuta in città come “la Statua”, con il suo monumento al milite ignoto, poi in altri luoghi della città che non ferma la sua corsa tra le vetrine e le bancarelle delle festività che si rincorrono, il 24 di ogni mese. Sono le donne dell’Udi, della CGIL e di tante altre realtà come Le Rose Bianche, l’Anpi, Emily, Governo di Lei, Cif, Le Onde, Arcilesbica, Comunità dell’Arca, Movimento nonviolento, Circolo Laudato si’ e con loro cittadini e cittadine che sentono la necessità di non rimanere in silenzio mentre il mondo sprofonda nel baratro di una nuova guerra globale. “Fuori la guerra dalla Storia” recita lo striscione che le accompagna da quattro anni e accanto, sulla strada pedonale di fronte al Teatro Massimo, si aggiungono cartelli che questa storia raccontano in tutti i paesi dove la guerra non tace. Ucraina e Palestina, Iran e Afghanistan, Congo e Sudan, Myanmar e Siria. Dopo l’apertura al ritmo dei tamburi e delle mani degli astanti battute sul petto, con le voci del coro e delle percussioni  di Lucina Lanzara che invocano pace per tutti i Paesi in guerra, attivisti e attiviste si alternano al microfono: di quei Paesi e dei loro popoli raccontano sofferenza e oppressione, chiedono al nostro Paese azioni diplomatiche nel rispetto del costituzionale ripudio della guerra, smascherano, oltre le parole con cui ci vengono ammansite, le intenzioni di governi guerrafondai e i loro interessi economici. Ci raccontano delle donne del Rojava, riunite in assemblea e decapitate, dell’attacco ad Aleppo, dei disertori russi e ucraini, palestinesi e israeliani, giovani che rischiano la prigione e la vita pur di non imbracciare le armi e rendersi complici di torture e massacri, dell’embargo economico statunitense che affama il popolo cubano, impedisce il rifornimento di medicinali salvavita, lascia al buio non solo le case ma anche le scuole e soprattutto gli ospedali. È notizia delle ultime ore la visita dell’ambasciatore di Trump al governatore della Calabria per chiedere l’interruzione della collaborazione dei medici cubani che hanno sostenuto la (mal)sanità calabrese al collasso anche per mancanza di medici. Chi ancora non lo sapeva, apprende come, mentre il paese di Niscemi frana lasciando in sospeso la vita dei suoi abitanti, il Governo stanzia milioni di euro per mettere in sicurezza le antenne del Muos su segnalazione dei militari statunitensi. È tempo di non restare indifferenti, di mobilitarsi tutti insieme per ribaltare il sistema patriarcale che da sempre vede gli uomini e ora, purtroppo, anche le donne, risolvere i conflitti con la forza violenta delle armi, a partire da questo grido delle donne di Palermo che trova la sua eco in tante altre città italiane: il 28 marzo la rete “10 100 1000 piazze di donne per la pace” si riunirà nelle diverse realtà cittadine aderenti in una grande manifestazione nazionale. L’impegno di ogni città verrà “cucito” mettendo insieme in un grande arazzo i tasselli preparati nelle singole realtà. C’è ancora tempo, per chi volesse, in ogni parte d’Italia, di unirsi a questo progetto di rappresentazione simbolica della pace attraverso il lavoro di sapienza antica delle donne! Molti passano, indaffarati, qualcuno si siede e ascolta, come un gruppo di giovanissimi seduto sul marciapiede. La luce di piccole candele illumina l’invito alla nonviolenza nelle bandiere con le armi spezzate. È l’educazione alla nonviolenza, a partire dai primi anni di vita di ogni bambino e bambina, l’unica strada per interrompere una Storia in cui la pace è solo una tregua nel susseguirsi dei conflitti armati! “Fuori la guerra dalla Storia!”         Maria La Bianca
February 25, 2026
Pressenza
Niscemi non cade
Non arriviamo a Niscemi per fare passerelle. Non arriviamo protetti da cordoni di polizia. Non arriviamo per parlare al posto di qualcuno. Siamo a Niscemi perché siamo parte di questa storia. Siamo a casa nostra. Siamo in mezzo alla nostra gente. Siamo con le compagne e i compagni di Niscemi. Quello che è accaduto non è una fatalità. Non è solo “maltempo”. È il prodotto di decenni di abbandono, di assenza di pianificazione, di manutenzioni episodiche, di opere emergenziali che sostituiscono la prevenzione. È il prodotto di un modello che considera alcuni territori sacrificabili. A Niscemi questo modello si vede in modo lampante: mentre il territorio civile viene lasciato senza infrastrutture adeguate, senza messa in sicurezza strutturale, senza servizi, continua e si rafforza una delle più grandi installazioni militari statunitensi presenti in Italia. Mentre case sono precipitate nel vuoto, mentre molte altre sono oggi inabitabili perché sospese sull’orlo della frana, mentre è stata istituita una zona rossa di 150 metri dal coronamento del dissesto che ingloba abitazioni, tre scuole, la biblioteca comunale e l’ufficio postale, la base militare viene monitorata, consolidata, ampliata. La zona rossa inizia a meno di cento passi dal municipio e dalla chiesa madre, e a poche decine di passi dalla piazza principale del paese. Esistono due territori solo nella narrazione del potere: uno civile, esposto e abbandonato; uno militare, protetto e messo in sicurezza. Ma la terra è una sola. E i rischi ricadono su chi abita. La frana è il segno visibile di una frattura più profonda: abbandono sociale, desertificazione economica, spopolamento, precarietà infrastrutturale, repressione del dissenso e avanzata della militarizzazione. Noi rifiutiamo le logiche mafiose, clientelari e paternalistiche con cui da sempre vengono gestite emergenze, risorse e ricostruzioni. Non chiediamo solo ristori. Chiediamo diritti. Chiediamo trasparenza. Chiediamo sicurezza vera. Chiediamo una gestione democratica dell’emergenza e della messa in sicurezza del territorio, sotto il controllo diretto dei comitati di cittadini, con accesso pubblico ai dati, alle decisioni, ai progetti. Chiediamo che la parola torni a chi vive questo territorio ogni giorno. Per questo chiamiamo una manifestazione pubblica: DOMENICA 8 FEBBRAIO 2026 ORE 10:00 NISCEMI – LARGO MASCIONE Una piazza aperta. Una parola collettiva. Uno spazio di ascolto, confronto e denuncia. Invitiamo le realtà sociali, i movimenti, le associazioni, le singole persone solidali a essere presenti. Niscemi non cade. Niscemi resiste. Niscemi parla. Movimento No MUOS Redazione Sicilia
February 3, 2026
Pressenza
La voragine del profitto
Niscemi è una cittadina di 25.000 abitanti passata alla cronaca negli ultimi anni non tanto per essere la capitale del carciofo violetto, ma per la costruzione nel suo territorio della base militare MUOS (NRTF) della US Navy. La cittadina sita nel cuore della Sicilia sud orientale, ai margini della piana di Gela, è situata su una collina di argille del miocene ricoperta da un ampio mantello di sabbie, segnata da numerose frane molto antiche e recenti. Domenica 25 gennaio è iniziato in modo inarrestabile un movimento franoso con un fronte esteso per circa 4 chilometri, che in alcuni punti raggiunge la profondità anche di 50 metri. Tutta l’area che costeggia la frana è stata dichiarata zona rossa per una profondità di 150 metri e sgomberata dagli abitanti. Si prevede l’evacuazione di almeno 4000 abitanti dalla cittadina nissena. Il movimento franoso è generato da una frana di grandi dimensioni, in una zona a elevato rischio frane e già fragile dal punto di vista idrogeologico (una frana più piccola era già avvenuta il 16 gennaio). Il fenomeno franoso è stato preceduto dal 19 al 21 gennaio dal ciclone “Harry”, che ha devastato le coste della Sicilia, soprattutto sul versante ionico e sud orientale. Il ciclone ha scaricato centinaia di millimetri di pioggia in 48–72 ore, associati ad un fortissimo vento di scirocco. C’è una diretta correlazione fra la riattivazione del corpo di frana e la straordinaria ricarica idrica dei suoli con la pressione interstiziale aumentata nelle unità argillose di Niscemi che faticano a drenare, facendo crescere le falde superficiali. Quello che si è generato è stata una frana a scorrimento, una rottura sotterranea nel pendio a margine del paese che ha separato due strati di rocce, la superiore delle quali è scivolata su quella sottostante spinta dal peso dell’acqua accumulata dalle forti piogge, con la separazione tra i due strati lubrificata da quella stessa acqua. Una frana a scorrimento può durare secoli, elemento essenziale è l’acqua su terreni incoerenti, associato alla pendenza e alla gravità. Le frane come quella di Niscemi si possono contrastare solo con la prevenzione e la gestione del territorio, destinando adeguati fondi per mitigare il rischio. Si sa da tempo che Niscemi è in pericolo frana. Da almeno 236 anni la gente del posto sa di come fosse stato un errore costruire la cittadina sui colli argillosi che dominano Gela. L’archeologo e naturalista Saverio Landolina Nava lo ricorda in un suo libro del 1792 intitolato “Relazione Della Rivoluzione Accaduta In Marzo 1790 Nelle Terre Vicine A S. Maria Di Niscemi Nel Val Di Noto”. Saverio Landolina Nava ci racconta che il 19 marzo 1790 «il lato opposto al pendio della montagna si sollevò in un piano e unitosi al pendio abbassato coll’altro lato formò li due piani inclinati che ora si vedono». Una storia apocalittica di una frana vecchia duecento anni. Ma non occorre andare al 1790 per avere coscienza del pericolo franoso: domenica 12 ottobre 1997 Niscemi fu interessata da una estesa frana. In due quartieri si vide la terra alzarsi come se fosse sollevata da una forza immensa e gli alberi d’ulivo sradicarsi come fuscelli. Pezzi del paese si staccarono pian piano a gradoni. Ci furono ingenti danni e mille persone furono evacuate. Le cronache di trent’anni fa ci raccontano come tutt’intorno il suolo sprofonda, le case si sgretolano, restano in aria scheletri di cemento e muri costruiti con conci di tufo. I residenti di Niscemi denunciano decenni di inerzia istituzionale nel prevenire il rischio frana. Il responsabile della protezione civile siciliana già nel 1997 dichiarò in modo lapidario: «che il paese era stato costruito nel posto sbagliato e che c’erano cose da fare con assoluta urgenza. Primo: allontanare gli abitanti che vivevano nelle aree più pericolose esposte alla frana. Secondo: costruire un sistema fognario e di deflusso delle acque bianche e nere in modo che, in caso di piogge torrenziali, il terreno non si impregnasse come una spugna». Passata l’emergenza si bloccò tutto e calò l’oblio. I buoni propositi finirono. Quindi, senza scomodare Saverio Landolina Nava, il fenomeno franoso di Niscemi è noto da almeno trent’anni. Domenica 25 gennaio la frana si è riattivata perché era già attiva e perché si sono sommate condizioni particolari, come le precipitazioni intense, che hanno portato al crollo di un costone dello sperone di roccia sabbiosa e arenacea su cui è costruita la cittadina. Diverse abitazioni dovevano essere abbattute, si dovevano costruire nuovi alloggi, infrastrutture in zone sicure, canali di drenaggio e di scolo, ma nonostante lo stanziamento di milioni di euro le autorità comunali, regionali e statali per anni non hanno fatto nulla per fronteggiare una situazione di pericolo ben conosciuta. Nulla è stato fatto neanche dopo l’aggiornamento del Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) del 2022 che con precisione quasi profetica descrive i rischi del versante occidentale della collina di Niscemi. Il documento parla chiaro di “processi morfologici intensi”, “forte attività erosiva”, “movimenti ancora attivi”. In pratica, una frattura annunciata, un rischio concreto e in evoluzione. Oggi occorre realizzare infrastrutture sicure e attuare un programma di ricollocazione delle persone evacuate, a spese naturalmente pubbliche, in nuovi edifici e in alloggi liberi già esistenti, un piano che preveda la garanzia di poter avere una nuova casa sicura a tutti coloro i quali non potranno rientrare nelle loro abitazioni. Solo per gli effetti del ciclone Harry si calcolano già due miliardi di danni ed è ridicola la cifra di 100 milioni stanziata dal governo Meloni. Vanno immediatamente dirottati sull’emergenza idrogeologica i 3,5 miliardi di euro già spostati dal faraonico progetto del ponte sullo Stretto sul ZES (Zona economica speciale per il Mezzogiorno), sottraendoli alle fameliche clientele mafiose foraggiate dal governo nazionale, dando così risposte immediate e concrete ai territori colpiti. Da troppo tempo in modo criminale è mancata la pianificazione territoriale, mentre c’è stata la tolleranza verso costruzioni in aree pericolose e l’abusivismo è andato avanti con i condoni. Si è costruito troppo e male su un territorio fragile. La speculazione e il profitto hanno preso il posto della prevenzione. Negli stessi anni in cui i progetti di consolidamento della frana finivano nel dimenticatoio, le parabole NRTF (MUOS) della US Navy ottenevano tutte le autorizzazioni necessarie, nonostante si trovino nella riserva naturale della Sughereta. La fragilità negata del suolo si manifesta sotto forma di dissesto, come effetto concreto della speculazione affaristico-mafiosa e di un modello che ha imposto opere militari in aree inadatte, modificato assetti del suolo e regimi di drenaggio, favorito espansioni edilizie disordinate e rinviato sistematicamente interventi strutturali di messa in sicurezza. Studi, perizie, osservazioni tecniche indicano l’incompatibilità palese tra la fragilità geologica e idrogeologica del territorio niscemese e la presenza di infrastrutture militari di grandi dimensioni come il MUOS. All’interno della base americana è nato un problema simile a quello che colpisce l’intero paese, i fenomeni erosivi hanno interessato la zona sud della base dove è localizzata l’area antenne. In Sicilia, nonostante l’evidente sconquasso ambientale, si continua a investire in infrastrutture militari e in grandi opere spesso inutili o addirittura dannose. Il MUOS e il ponte sullo stretto ne sono un chiaro esempio. Serve il controllo popolare dal basso per la messa in sicurezza e il risanamento idrogeologico sostenibile e naturalistico del territorio niscemese. Serve un piano straordinario, concordato e controllato dalla popolazione, per la ricostruzione. Servono verifiche geologiche e idrogeologiche indipendenti su tutta l’area, inclusa la base americana MUOS. Non servono cifre astronomiche, serve cambiare approccio per la gestione del territorio, dell’ambiente e per la sicurezza degli abitanti di Niscemi. (in Umanità Nova,  settimanale anarchico – anno 106 n.4 del 8-02-2026)                                                         .     Renato Franzitta
February 2, 2026
Pressenza
Niscemi: oltre il ciclone, profitti e servitù militari
Riprendiamo dal sito Jacobin Italia La devastazione in Sicilia è frutto di territori ceduti ai grossi capitali, al settore militare, e a uno Stato che è presente nel reprimere il dissenso ma latita nel momento del bisogno. Più di 2 miliardi di euro di danni tra Sicilia-Sardegna-Calabria, quattro morti, oltre 300 persone disperse. Queste le cifre del passaggio del ciclone Harry nel Mediterraneo avvenuto tra il 20 e il 21 gennaio 2026. In Sicilia i danni calcolati fino a ora superano il miliardo, più di 100 i km di costa jonica devastati, centinaia le persone che non possono tornare a casa. E se sulla costa il mare e il vento hanno lasciato segni evidenti del loro passaggio, nell’entroterra il protagonismo è della pioggia. A Niscemi, paese di 25 mila abitanti in provincia di Caltanissetta, la frana che dieci giorni prima aveva interessato contrade più periferiche dell’abitato niscemese, non si è fermata: le piogge causate dal passaggio di Harry hanno reso il terreno argilloso dell’altopiano, dove sorge il centro abitato, ancora più scivoloso, creando nella zona sud-ovest del paese una frana lunga 5 km, con un taglio che supera i 25 metri. Le persone sfollate in sole 24 ore sono diventate più di mille. Ma la frana continua a camminare, e così anche l’area del paese evacuata si allarga di conseguenza. Mentre scrivo, Niscemi è ancora in piena emergenza. Questi sono giorni di paura in Sicilia, di quella paura generata dal rumore del vento, del mare in burrasca e della terra che si muove; sono giorni in cui le vite di migliaia di persone sono sospese nel silenzio che caratterizza il momento successivo alla tempesta, ma che è anche il tratto distintivo dell’indifferenza. L’assenza di attenzione mediatica e politica all’indomani del passaggio di Harry ha acceso molti animi: da quelli degli amministratori locali, a quelli degli/delle abitanti delle zone devastate, passando per le persone di origine siciliana emigrate nel nord produttivo, che sperimentano reazioni ben diverse quando un evento climatico estremo colpisce il centro della produzione di Pil. A parte qualche rara eccezione, niente di quanto descritto in apertura di questo articolo è arrivato nelle prime pagine dei giornali nazionali. Il Consiglio dei Ministri ha impiegato cinque giorni per dichiarare lo stato di emergenza e stanziare una prima tranche di 100 milioni di euro (per tre regioni, su un totale di 2 miliardi di danni). Anche quando il disastro buca lo schermo, le morti tunisine e le persone disperse nel Mediterraneo nel tentativo di attraversarlo, scompaiono. Una (dis)attenzione mediatica non casuale, frutto di una questione meridionale mai davvero sanata (e affrontata seriamente) e di uno sguardo bianco razzializzante che non si spinge oltre i confini della fortezza Europa, che ha reso il Mediterraneo un cimitero a cielo aperto. Una (dis)attenzione mediatica che presta il fianco a quella politica, che – lontana dai riflettori – può permettersi di lavorare con lentezza prima di dare qualche risposta concreta a quella che considera la periferia del Pil, ma che non si fa attendere durante le campagne elettorali di ogni ordine e grado. Il passaggio del ciclone in Sicilia e i relativi effetti, però, si prestano a delle considerazioni. La normalità dei cambiamenti climatici In Sicilia i cicloni potevano essere una novità negli anni Novanta, quando se ne sentì parlare solo un paio di volte. Quella che viviamo oggi è una nuova normalità: dal 2018 a oggi, sono sei i fenomeni ciclonici che hanno coinvolto le coste siciliane; l’ultimo, nel 2021, ha causato 3 morti. Non si tratta dell’imprevedibilità del mare, che certo non si nega, soprattutto quando si è abituati a vivere circondati dal mare. Gli studi ci dicono che il clima in Sicilia non sta cambiando, è già cambiato. Piogge torrenziali, cicloni, mareggiate, picchi di calore sempre più intensi, periodi di siccità prolungata: queste sono tutte conseguenze dell’aumento delle temperature globali. Sebbene negare questa evidenza oggi sia sempre più difficile, l’ostruzionismo climatico fa in modo che il tema dei cambiamenti climatici finisca in fondo all’agenda politica o, peggio ancora, sia utilizzato strumentalmente per drenare risorse su altro (ad esempio, la difesa). Misure di adattamento climatico e messa in sicurezza del territorio diventano delle chimere, che lasciano spazio a politiche speculative, estrattive e predatorie. O peggio ancora all’ignavia. La stessa area interessata dalla frana che rischia seriamente di isolare tutto il paese di Niscemi, nel 1997 fu interessata da un evento franoso simile, che aveva causato ingenti danni e sfollato centinaia di persone. A seguito di quell’evento, intoppi burocratici e contenziosi legali portati alle lunghe hanno fatto perdere i fondi disponibili per la messa in sicurezza del territorio. Un’ignavia burocratica e una pigrizia politica che non esistono se l’uso del territorio è destinato a scopi militari. Ancor più se statunitensi. Oltre i cambiamenti climatici: la militarizzazione del territorio Niscemi non è solo un paese tagliato in due da una frana. Dal 1991 la base Nrtf della US Navy occupa una consistente porzione (l’equivalente di 220 campi da calcio) della Riserva naturale orientata Sughereta, uno dei polmoni verdi dell’entroterra siciliano dalle caratteristiche faunistiche e floristiche speciali. In questa base, dal 2019, è attivo il Muos, un sistema di comunicazione geo-satellitare a utilizzo esclusivo della difesa statunitense. Il Muos, insieme alla vicina Sigonella, rendono la Sicilia un vero e proprio hub militare statunitense al centro del Mediterraneo, oggi complice della guerra in Ucraina e del genocidio a Gaza… domani chissà. La popolazione colpita dalla frana ha generosamente lottato contro quest’ennesima installazione militare, qualcuno direbbe «con ogni mezzo necessario»: grandi manifestazioni pacifiche, danneggiamenti, occupazione della base militare, perizie e contro perizie, azioni legali di ogni tipo. È dal 2009 che il movimento denuncia lucidamente il rischio di mettere una (ulteriore) infrastruttura militare in un territorio così fragile dal punto di vista idro-geologico, oltre ai danni all’ambiente e alle persone circostanti. Nonostante le perizie indipendenti e i dati, per la difesa americana nessuna ignavia burocratica, nessun vincolo ambientale, ma la complicità di una classe politica nazionale e regionale (di ogni colore politico, si intende) prona al dominio imperialista e agli interessi militaristi degli Stati Uniti d’America. Il territorio è unico, ma le regole (e la sovranità esercitata) evidentemente sono diverse. Ed è così che nello stesso territorio in cui le persone in casa devono attrezzarsi con grosse riserve sul tetto per avere l’acqua corrente, nella vicina base militare l’acqua (potabile) non manca mai; nello stesso spazio geografico presidiato dall’esercito più potente al mondo, nell’estate del 2025 un incendio durato più giorni ha distrutto due terzi del patrimonio boschivo della Sughereta, lambendo la stessa base militare presidiata; nella stessa area in cui si muore troppo per malattie tumorali e in cui l’esistenza dell’ospedale è stata messa in discussione più di una volta, si decide di installare una infrastruttura militare che inquina la poca acqua che c’è e che avvelena l’area con le sue onde elettromagnetiche; nello stesso luogo che ogni anno diventa sempre più vecchio e disabitato per via di una migrazione costante, ciclicamente arrivano giovanissimi militari italiani e americani a difendere una base dalle persone che vi si oppongono; nello stesso luogo in cui per trent’anni non si è riusciti a mettere in sicurezza un’area a rischio frana, meno di sei mesi fa la Regione Siciliana, in barba ai vincoli ambientali, ha approvato la richiesta di lavori di messa in sicurezza della base di cemento del Muos, che rischia di crollare per via di un possibile smottamento del terreno. Un’autorizzazione che oggi assomiglia più a uno schiaffo per l’intera comunità di Niscemi. Territori fragili e uso del territorio Le fragilità di Niscemi sono le fragilità di tanti altri luoghi della Sicilia. Quel mostro che a Niscemi è il Muos, altrove è il progetto del Ponte sullo Stretto (Messina), è il progetto della scuola di addestramento per i piloti di F35 (Trapani), è l’impianto eolico offshore (isole Egadi), è la rete di gasdotti di Eni (Gela). Tutte queste storie rendono evidente una verità: le fragilità dei territori sono una condizione strutturale per la speculazione e la militarizzazione, ma anche una loro conseguenza. Le fragilità ambientali, sanitarie, sociali, economiche, demografiche determinano quanto una zona è sacrificabile agli interessi militari, politici, ed economici dei grossi capitali, e sono allo stesso tempo la misura del prezzo pagato da questi stessi territori sacrificati. Fragilità che dovrebbero essere amministrate con cura, rispetto e responsabilità, ma che invece spesso lasciano spazio a carrierismo, speculazione e, soprattutto, al ricatto. Il miraggio del lavoro e del benessere che accompagna ogni progetto di occupazione militare e speculazione sul territorio, sono in realtà ricatti travestiti da promesse costantemente disattese: ti promettiamo un lavoro ma inquineremo l’aria, le falde acquifere e ti faremo ammalare; promettiamo ricchezza ma ti renderemo un obiettivo militare; promettiamo sviluppo e benessere ma devasteremo l’ecosistema e sconvolgeremo il paesaggio. Militarismo e capitalismo tentano di comprare il consenso locale con promesse che fanno leva sulle fragilità più dolorose, e allo stesso tempo frenano e bloccano ogni possibilità di sviluppo alternativo a quello progettato altrove. Si arriva a negare l’esistenza stessa di economie e reti sociali che possano esistere fuori da queste opere calate dall’alto: i luoghi dove insistono questi progetti sono considerati dei vuoti da riempire. L’uso del territorio non è in mano a chi lo abita, ma di chi lo occupa e lo compra, proponendo idee di sicurezza e sviluppo che sono un cappio al collo sempre più stretto per la nostra e le altre specie, sull’orlo del disastro climatico e della guerra. Oltre il colonialismo interno, il capitalismo e il militarismo Qualche indizio su cosa potrà accadere adesso è nelle dichiarazioni rilasciate dagli amministratori locali: la priorità è ricostruire le infrastrutture turistiche della costa prima dell’inizio della stagione estiva, gli altri interventi strutturali arriveranno dopo. Parole che raccontano la storia di una costa che non è più luogo della vita e delle relazioni locali, ma infrastruttura turistica da fruire, che crea l’economia dello sfruttamento del lavoro stagionale e della privatizzazione dell’accesso al mare. Una visione di territorio e del suo utilizzo che stabiliranno le priorità della ricostruzione, per chi e a quale scopo. Sottigliezze che faranno tutta la differenza del mondo, e in cui pezzi di territorio «inutile» rischiano di essere dimenticati. I movimenti contro il Ponte sullo Stretto di Messina e contro il MUOS di Niscemi, hanno già scritto lucide riflessioni a riguardo. La devastazione che la Sicilia sta vivendo in questi giorni è frutto di una sovranità sul territorio sospesa, ceduta ai grossi capitali, al settore militare, e a uno Stato che è presente nel reprimere il dissenso, salvo poi latitare nel momento del bisogno. La ricostruzione può essere un’occasione per rifare meglio di prima, e un buon inizio sarebbe stanziare i 15 miliardi previsti per la realizzazione del Ponte sullo Stretto per la messa in sicurezza dei territori, misure di adattamento climatico e la ricostruzione. Servono studi e misurazioni indipendenti, insieme allo stop per ogni nuovo progetto speculativo sul territorio, al consumo di suolo, infrastrutture militari comprese. Serve prendersi delle responsabilità ed essere presenti. Mentre lo Stato latita, sono presenti le comunità colpite, i movimenti locali, le persone che si sono attivate da subito in modo solidale per ripristinare un vago senso di normalità. Una lezione che ho personalmente imparato molti anni fa a Niscemi è che i territori sono di chi li abita. Le presenze, ma soprattutto le assenze, di questi giorni non fanno altro che confermare questa lezione. Come affermare e garantire il diritto all’autogoverno di questi territori è la sfida vera che siamo già chiamate ad affrontare. Nel frattempo, tutta la mia solidarietà va alle comunità colpite. *Federica Frazzetta è ricercatrice alla Scuola Normale Superiore di Pisa Redazione Sicilia
January 30, 2026
Pressenza
Sicilia, piattaforma di guerra nel Mediterraneo
La Sicilia storicamente è stata una terra di importanza cruciale per il controllo del Mediterraneo e delle aree limitrofe. Già dall’antichità chi esercitava il dominio sull’isola aveva la possibilità di controllare le vie di traffico, sia civile che militare, fra oriente, occidente e costa settentrionale dell’Africa. Di importanza fondamentale è stato il ruolo della Sicilia nel secondo conflitto mondiale, con la sua appendice nell’isola di Pantelleria. La Sicilia fu un’importante base militare, sia per l’Aeronautica militare italiana che per la Luftwaffe tedesca. La presenza sul suolo siciliano di 19 aeroporti e 12 campi di fortuna militari (Birgi, Milo, Chinisia, Gerbini, Trapani, Boccadifalco, Comiso, Catania, Pantelleria….) ha caratterizzato gran parte della guerra nel Canale di Sicilia, condizionando i trasporti, gli approvvigionamenti e i rifornimenti civili e militari fra l’Europa e l’Africa. Dai suoi numerosi aeroporti decollavano gli aerei che bombardavano Malta, la Tunisia e scortavano i convogli dei rifornimenti per il fronte dell’Africa settentrionale. Per questo motivo, fin dal dicembre 1941 la presenza di comandi e reparti della Luftwaffe tra Catania e Ragusa e nel Trapanese fu alta. Durante la Seconda guerra mondiale le città della Sicilia furono soggette a pesanti e ripetuti attacchi aerei contro i quali non erano adeguatamente protette. Fu soprattutto Palermo a subire attacchi pesanti per un lungo periodo di tempo: oltre al porto, l’obiettivo primario delle incursioni, anche il centro storico fu colpito più volte, causando gravi danni a numerosi e importanti monumenti ed edifici storici. Ancora oggi la posizione strategica della Sicilia ci porta a dover affrontare il grave problema che assegna alla nostra isola il ruolo di base strategicamente pericolosa per fini bellici, un’isola che serve militarmente agli altri, soprattutto trampolino di lancio per i raid aerei verso la Libia e i Paesi vicini. È davvero pesante la situazione che si vive nell’isola, a causa dell’eccessiva proliferazione di installazioni militari statunitensi, diventata fuori controllo, tanto che la Sicilia può essere ormai definita la portaerei americana nel Mediterraneo. Sigonella, Augusta e Trapani costituiscono i punti focali di tutte le più importanti esercitazioni terrestri e aeronavali. Non sappiamo, inoltre, se in queste basi esistano depositi di ordigni atomici, ma è nota la presenza dei droni Global Hawks a Sigonella, dei sottomarini nucleari USA ad Augusta, mentre non è facile sapere l’uso che si fa del sistema di comunicazione MUOS dentro la base americana di Niscemi. La base Nato più importante e strategica è la Naval Air Station di Sigonella. Si trova nella piana di Catania e da qui opera la componente aerea della Marina statunitense: si tratta del principale hub per le operazioni americane nel Mediterraneo. La Base aerea di Sigonella  è adiacente e dipendente da una base dell’Aeronautica Militare Italiana (sede del 41° Stormo AntiSom). La base si compone di due sezioni (NAS I e II) a circa 16 km ad ovest della città di Catania ed a 39 km a sud del vulcano Etna. La base di Sigonella ospita, inoltre, la Naval Air Station Sigonella (abbreviata in NAS Sigonella o NASSIG) della Aviazione di marina statunitense, è utilizzata anche per operazioni della NATO ed è sede del “Comando Alliance Ground Surveillance” (NAGSF).  Ospita anche assetti di Eunavfor Med Irini. Sigonella è la principale base terrestre della US Navy nel Mediterraneo centrale, hub logistico e operativo per la Sesta Flotta e per le operazioni NATO. Ospita il programma Alliance Ground Surveillance e droni Global Hawk. La base militare di Sigonella è, dunque, un hub strategico per tutte le operazioni militari statunitensi nel Mediterraneo, essa supporta tutte le operazioni della Sesta Flotta americana nel Mediterraneo. Inoltre, Sigonella ospita la Joint Tactical Ground Station (JTAGS), un sistema di ricezione e trasmissione satellitare per prevedere e governare il lancio di missili balistici. Il Comando NATO Alliance Ground Surveillance (AGS), è strettamente collegato al  MUOS (Mobile User Objective System), sistema satellitare avanzato localizzato all’interno della sughereta di Niscemi, utilizzato dalle forze armate statunitensi nel Mediterraneo. Il MUOS fornisce servizi indispensabili di comunicazione a banda larga per le forze armate statunitensi e NATO e rappresenta un importante assetto strategico per le forze armate statunitensi nel Mediterraneo. Dalla Sicilia gli Americani guidano i Droni e le operazioni militari in Ucraina, in Medio Oriente e nel Mediterraneo, dalla Sicilia arriva un supporto fondamentale a tutte le azioni di guerra e di morte degli USA e dei loro alleati. La Base di Sigonella e il MUOS rendono la Sicilia bersaglio strategico per le forze che si oppongono alla follia sanguinaria di Israele, follia sostenuta da America e Unione Europea. Oltre Sigonella e Niscemi c’è la base navale di Augusta (Sr) approdo e supporto logistico per la Marina USA. La base navale di Augusta e quella di Messina sono inserite nel programma di ammodernamento per adattarle agli standard delle flotte della NATO. Altri due aeroporti militari sono quello di Pantelleria e quello di Trapani-Birgi. L’aeroporto dell’isola di Pantelleria assume grande importanza strategica per la sua posizione al centro del canale di Sicilia, esso è sede di un Distaccamento aeroportuale dell’Aeronautica Militare alle dipendenze del 37° stormo di Trapani-Birgi. L’aeroporto di Trapani-Birgi, situato tra Misiliscemi e Marsala, è la sede  del 37° stormo. Birgi è stato usato già nel 1999 e nel 2011 per scopi bellici.  Nel 1999 da Birgi partivano i bombardieri per colpire la Serbia durante la guerra del Kosovo, in modo analogo è stato usato nel 2011 per bombardare la Libia durate la guerra contro il regime della Jamahiriya Araba Rivoluzionaria con l’operazione Odyssey Dawn. Oggi il 37° stormo è dotato dei moderni Eurofighter Typhoon, secondi solo ai nuovi F35. Birgi entro il 2028 verrà trasformato in un polo di addestramento globale della NATO per i caccia bombardieri F-35. La struttura, secondo quanto annunciato, diventerà il più grande centro al mondo insieme a quello già operativo in Arizona, rappresentando un nodo strategico per l’Alleanza Atlantica nel Mediterraneo. A queste basi già operative possiamo aggiungere anche la dismessa base missilistica di Comiso (Rg), oggi aeroporto civile, che in brevissimo tempo potrebbe essere riconvertito in base militare. Comiso, Sigonella, Birgi, Niscemi sono stati e rimangono obiettivi principali del movimento antimilitarista siciliano, italiano e internazionale. Per una Sicilia libera dalle servitù militari la chiusura delle basi militari in Sicilia, e il loro smantellamento, è uno degli obiettivi strategici del movimento contro il Riarmo, contro le guerre, contro il crescente militarismo.       Renato Franzitta
November 1, 2025
Pressenza