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Diritti, responsabilità e autodeterminazione del popolo palestinese
Il 18 gennaio 2026, presso il Circolo ARCI di Porta al Prato a Firenze, si è tenuto l’incontro pubblico “Quale spazio per la solidarietà a Gaza?”, promosso da Ribelli in Cor e sostenuto da EducAid, ha offerto un momento di riflessione profonda sulla situazione nella Striscia di Gaza, sul ruolo della comunità internazionale e sui limiti – ma anche sulle possibilità – della solidarietà occidentale. A moderare il dibattito Ilaria Masieri, cooperante internazionale, che ha posto fin dall’inizio una domanda centrale: se e quanto le forme di solidarietà espresse dall’Occidente riescano davvero a rappresentare il popolo palestinese nella sua rivendicazione di autodeterminazione e libertà dall’oppressione: sopravvivere a Gaza dopo il “cessate il fuoco”. Yousef Hamdouna, palestinese di Gaza e Middle East Program Manager di EducAid, ha restituito un quadro netto e drammatico della situazione nella Striscia, a oltre cento giorni dal cosiddetto cessate il fuoco. Secondo Hamdouna, nulla di sostanziale è cambiato: “si bombarda di meno e se ne parla di meno”, ma la vita quotidiana resta segnata da macerie, sfollamento forzato e una densità abitativa insostenibile, con decine di migliaia di persone concentrate in pochi chilometri quadrati. L’ingresso degli aiuti umanitari continua a essere fortemente limitato. Meno di un terzo di quanto previsto dagli accordi entra effettivamente a Gaza, mentre cibo e beni essenziali vengono fatti passare prevalentemente attraverso canali commerciali controllati da Israele, con costi proibitivi per la popolazione. In questo contesto, ha sottolineato Hamdouna, la risposta umanitaria strutturata di fatto non esiste. Nonostante gli ostacoli crescenti – permessi negati, espulsioni di ONG, blocco dei finanziamenti istituzionali, compresi quelli del governo italiano – le organizzazioni continuano a operare grazie al sostegno diretto della società civile. Centrale, in questo lavoro, è il ruolo del personale palestinese: le organizzazioni internazionali possono funzionare sulla base del lavoro degli operatori palestinesi”, capaci di trovare soluzioni anche nelle condizioni più estreme. Educazione, resilienza e autodeterminazione Uno dei nodi più forti emersi riguarda l’educazione. Dopo la distruzione sistematica di scuole e università – definita da molti come “scolasticidio” – la maggioranza dei bambini di Gaza non frequenta alcuna forma di istruzione da oltre due anni. Hamdouna ha spiegato che oggi prevalgono interventi cosiddetti soft: educazione non formale e supporto psicosociale, fondamentali in una popolazione composta in larga parte da minori. Questi spazi educativi non nascono da direttive esterne, ma da iniziative comunitarie spontanee: genitori e insegnanti sfollati che organizzano attività sotto tende o strutture di fortuna. Qui, ha spiegato Hamdouna, l’educazione va oltre l’apprendimento: offre ai bambini la possibilità di esercitare, nel quotidiano, una prima forma di autodeterminazione, scegliendo un gioco, un colore, un’attività. Un gesto minimo, ma radicale, in un contesto in cui ogni aspetto della vita è controllato dall’occupazione. Tuttavia, decine di migliaia di bambini restano esclusi anche da queste esperienze. La resilienza della società palestinese, ha chiarito Hamdouna, non va idealizzata: è una necessità imposta dalla sopravvivenza, non una virtù romantica. Il silenzio mediatico e la responsabilità internazionale Secondo Hamdouna, ciò di cui meno si parla è la responsabilità diretta della comunità internazionale. Non solo delle vittime, ma di chi, pur avendo strumenti giuridici e politici, non li ha utilizzati. Ha denunciato una diffusa empatia selettiva e una rimozione sistematica delle sofferenze quotidiane: bambini che muoiono di freddo, persone che continuano a morire sotto le macerie, tra notizie sempre più marginalizzate. La delusione verso la comunità internazionale è profonda. Molti palestinesi, formati proprio dall’Europa ai valori dei diritti umani, vedono oggi quegli stessi principi traditi. Eppure, ha concluso Hamdouna, la speranza di liberazione non scompare, e il ruolo delle donne – protagoniste nei campi, nell’educazione e nella trasmissione di una visione futura – resta centrale. Il diritto internazionale sotto attacco Il contributo di Micaela Frulli, professoressa di Diritto Internazionale all’Università di Firenze, ha inquadrato il conflitto nel contesto dei meccanismi di giustizia internazionale. Frulli ha respinto l’idea che “il diritto non funzioni”: il problema non è il diritto in sé, ma la mancanza di volontà politica e la pressione insufficiente dell’opinione pubblica. Da decenni, ha osservato, la questione palestinese viene sistematicamente sottratta al linguaggio del diritto internazionale e ricondotta a quello dell’emergenza, della sicurezza o del terrorismo. Rimettere il diritto al centro è invece essenziale per contrastare i doppi standard e l’arbitrio dei più forti. Frulli ha illustrato il ruolo della Corte Penale Internazionale, che indaga sulle responsabilità individuali e ha emesso mandati di arresto contro leader israeliani e di Hamas, scatenando una durissima campagna di delegittimazione e sanzioni. Proprio questa reazione, ha sottolineato, dimostra quanto il diritto faccia paura. Ancora più decisivo, però, è il ruolo della Corte Internazionale di Giustizia. Nel caso Sudafrica contro Israele, la Corte ha riconosciuto l’esistenza di un rischio plausibile di genocidio, attivando l’obbligo di prevenzione per tutti gli Stati, compresa l’Italia (vedi articolo a riguardo). Un obbligo che implica misure concrete – diplomatiche ed economiche – finora largamente disattese. Di particolare rilievo è anche il parere del luglio 2024, con cui la Corte ha dichiarato illegale l’occupazione dei territori palestinesi, configurandola come annessione di fatto e negazione del diritto all’autodeterminazione. La conclusione è netta: l’occupazione deve finire, senza condizioni preliminari. Gaza e il futuro dell’ordine internazionale Il confronto con il cosiddetto piano Trump evidenzia uno scarto radicale: da un lato il diritto internazionale, dall’altro un cambio di paradigma che subordina i diritti a logiche politiche e di potere. Per Frulli, la questione palestinese è oggi il banco di prova dell’intero ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Difendere il diritto, anche quando appare impotente, non è solo una questione di solidarietà con la Palestina, ma una scelta che riguarda il futuro di tutte e tutti.   Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna Yousef Hamdouna Ilaria Masieri Micaela Frulli Ilaria Masieri Yousef Hamdouna Micaela Frulli Micaela Frulli Ilaria Masieri Foto Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
Firenze rilancia la “diplomazia delle città”: presentata a San Miniato la piattaforma “Firenze Città Operatrice di Pace”
Rafforzare il ruolo di Firenze come città promotrice di pace, la difesa del diritto internazionale e la diplomazia e democrazia dal basso: è questo l’obiettivo della piattaforma “Firenze Città Operatrice di Pace”, presentata questo sabato mattina, 10 gennaio 2026,  nella Sala Ex Frantoio dell’Abbazia di San Miniato al Monte. Al centro della proposta, l’istituzione di una Consulta comunale permanente per la pace, capace di coordinare associazioni, cittadini e istituzioni in un impegno stabile contro la guerra, il riarmo e la progressiva erosione del diritto internazionale. Ispirato all’eredità di Giorgio La Pira e all’articolo 11 della Costituzione, il documento è sostenuto da numerose realtà sociali, culturali e religiose della città.   PADRE BERNARDO GIANNI: «DALL’INDUSTRIA DELLA GUERRA ALL’ARTIGIANATO DELLA PACE» Ad aprire la conferenza è stato Padre Bernardo Gianni, priore di San Miniato al Monte, che ha collocato l’iniziativa in una cornice simbolica e storica di forte intensità. L’antico frantoio del monastero – ha ricordato – diventa metafora di un laboratorio della pace, dove al modello dell’industria bellica si contrappone un paziente e faticoso artigianato della pace. Richiamandosi esplicitamente a Giorgio La Pira, Padre Bernardo ha ricordato la missione storica di Firenze come città chiamata a irradiare speranze di pace, civiltà e umanità, soprattutto in tempi segnati dal rischio di una nuova guerra globale. Centrale nel suo intervento anche il riferimento al dialogo tra La Pira e Martin Buber, da cui emerge una visione radicale: non sono i governi a generare la pace, ma gli uomini e le donne di buona volontà che si parlano, si ascoltano e costruiscono dal basso un consenso umano e morale. In un contesto internazionale segnato dal ritorno della “diplomazia della forza” e dall’indebolimento del multilateralismo, Padre Gianni ha ribadito l’urgenza di luoghi di confronto autentico, sul modello delle antiche piazze e dei fori, capaci di contrastare la normalizzazione della guerra e la violazione dei confini e del diritto. Firenze – e San Miniato in particolare – può e deve essere uno di questi luoghi.   MORENO BIAGIONI: UNA TRADIZIONE FIORENTINA CHE VIENE DA LONTANO Moreno Biagioni, portavoce dell’iniziativa, ha ricostruito il percorso storico che lega Firenze all’impegno per la pace, ricordando come già quarant’anni fa il Consiglio comunale approvò all’unanimità la delibera “Firenze città operatrice di pace”, con il contributo decisivo di figure come Ernesto Balducci. Accanto a La Pira, Biagioni ha evocato una vera e propria costellazione fiorentina della pace: da Mario Primicerio ad Alberto L’Abate, da Gigi Ontanetti a Danilo Dolci, fino alle esperienze della Tenda della Pace in piazza San Giovanni e al ruolo del Social Forum europeo del 2002, che fece di Firenze un epicentro mondiale delle mobilitazioni pacifiste. Oggi, ha sottolineato Biagioni, il contesto è forse ancora più grave: la guerra torna a essere legittimata apertamente, il diritto internazionale viene violato senza più neppure il ricorso a giustificazioni retoriche e la legge del più forte prende il posto delle regole condivise. Da qui l’urgenza di rilanciare Firenze come soggetto politico attivo per la pace, chiedendo all’amministrazione comunale l’istituzione di un forum o consulta permanente, dotata di continuità, risorse e capacità di intervento: dalla promozione della diplomazia, allo sviluppo dei corpi civili di pace, dal contrasto al riarmo e alla militarizzazione fino all’educazione nelle scuole.   ANDRÉS LASSO: LA CENTRALITÀ DEL DIRITTO INTERNAZIONALE Andrés Lasso si è concentrato sul cuore politico del documento e, fra gli altri, in particolare, la difesa e l’applicazione del diritto internazionale. Nato da anni di mobilitazioni, incontri e presìdi – come le “domeniche della pace” all’Isolotto – il percorso che ha portato alla piattaforma risponde al bisogno di maggiore incisività e di una massa critica capace di andare oltre la frammentazione delle iniziative. Lasso ha denunciato con forza la crescente delegittimazione delle istituzioni internazionali, ricordando come affermazioni quali “il diritto internazionale vale fino a un certo punto” segnino uno slittamento culturale gravissimo ma anche tolgano il velo dell’ipocrisia a molte posizioni e atteggiamenti di molti governi. Al contrario, il documento ribadisce la centralità dell’ONU, della Corte Internazionale di Giustizia, delle sue risoluzioni e dei suoi relatori speciali, a partire da Francesca Albanese, ricordando fra gli altri il pronunciamento del luglio 2024 sull’occupazione illegale dei territori palestinesi. Non si tratta in primis di riscrivere il diritto internazionale, ha insistito Lasso, ma anzitutto di applicarlo. E in questo senso Firenze, forte della sua storia e delle figure che l’hanno attraversata – da La Pira a Terzani – può giocare un ruolo controcorrente, portando nel dibattito pubblico locale e nazionale una voce autorevole in difesa delle regole comuni e della diplomazia come alternativa alla guerra.   Alla fine della conferenza stampa si sono susseguiti diversi interventi dei partecipanti, con spunti e stimoli interessanti che saranno affrontati nella prossima assemblea. C’è stato anche il saluto di Cosimo Guccione, presidente del Consiglio comunale di Firenze, che ha confermato la ricezione formale del documento e l’impegno delle istituzioni cittadine con la volontà di avviare un confronto istituzionale per darvi seguito. Pur evitando di cristallizzarsi sulla soluzione della “consulta”, Guccione ha espresso apertura alla creazione di un tavolo o forum permanente che metta in rete associazioni, cittadini e rappresentanti istituzionali sul tema della pace. L’obiettivo, ha spiegato, è creare le condizioni perché questo percorso non resti simbolico ma diventi fertile, capace di produrre continuità e risultati. Un luogo visibile, condiviso, in cui lavorare insieme non solo sulle grandi questioni internazionali, ma anche sulle relazioni quotidiane, sui territori e sui modi concreti di vivere la pace. Un impegno che il Consiglio comunale, ha assicurato, è pronto a sostenere nelle forme possibili. Padre Bernardo Padre Bernardo Padre Bernardo, Moreno Biagioni, Andres Lasso al tavolo della conferenza Bandiera della pace Padre Bernardo, Moreno Biagioni, Andres Lasso al tavolo della conferenza Padre Bernardo, Moreno Biagioni, Andres Lasso al tavolo della conferenza Partecipanti nella Sala Ex Frantoio di San Miniat0 Intervento Cosimo Guccione alla conferenza Interventi alla conferenza Interventi alla conferenza Padre Bernardo, Moreno Biagioni, Andres Lasso al tavolo della conferenza Partecipanti nella Sala Ex Frantoio di San Miniat0 Padre Bernardo Padre Bernardo, Moreno Biagioni, Andres Lasso al tavolo della conferenza Vista Firenze da San Miniato Padre Bernardo, Moreno Biagioni, Andres Lasso al tavolo della conferenza Foto Cesare Dagliana, Leonardo Cappellini, Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
“Ardono” le coscienze e l’impegno delle streghe in Piazza Signoria a difesa di Francesca Albanese
Ieri, in Piazza della Signoria a Firenze alle ore 21, un gruppo di attiviste e attivisti si è radunato in silenzio, indossando cappelli da strega, le bandiere della pace e della palestina, per esprimere solidarietà a Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi. Un gesto ironico e potente insieme: trasformare in simbolo di libertà quella parola “strega” che il rappresentante israeliano all’ONU aveva usato come insulto, nel tentativo di delegittimare la sua voce. Ma “strega” non è un insulto, può essere un titolo d’onore. Così ha risposto Francesca Albanese alle accuse: «È delirante che uno Stato genocida non possa rispondere alla sostanza delle mie scoperte e la cosa migliore a cui ricorre è accusarmi di stregoneria» … «Se la cosa peggiore di cui mi può accusare è la stregoneria, la accetto. Ma stia certo che, se avessi il potere di fare incantesimi, lo userei non per vendetta ma per fermare i vostri crimini una volta per tutte e per assicurarmi che i responsabili finiscano dietro le sbarre». Le streghe sono sempre state donne libere, che hanno sfidato le convenzioni e messo in dubbio lo status quo, grazie alla conoscenza e a poteri speciali: la capacità di curare, di leggere i segni, di vedere oltre. In epoche di oscurità, le streghe portavano luce. Per questo facevano paura. La storia ci insegna che dietro ogni rogo non c’era la magia, ma il potere ferito: la Chiesa, gli Stati, le gerarchie maschili, il potere economico che non tolleravano una parola autonoma, una sapienza non controllata. Quelle donne non venivano punite per la loro “stregoneria”, ma per la loro libertà. Oggi, quando un potere si sente messo in crisi da una donna che parla con lucidità, la storia si ripete — anche se con altri strumenti. Ma ogni volta che qualcuno pronuncia quella parola con disprezzo, strega, la lingua tradisce la verità: chi la usa teme ciò che non può dominare, chi usa questo tema è per evitare di rispondere nei contenuti. Per questo, dire oggi “grazie, Francesca Albanese” significa dire grazie a tutte le donne che, nel corso dei secoli, hanno sfidato il potere con la forza della parola, della conoscenza e della verità. Significa riconoscere in lei quello spirito ribelle e indomabile che — allora come oggi — fa paura ai potenti. Forse le streghe non sono scomparse, si sono trasformate, oggi hanno il volto di chi lavora per la giustizia, di chi non si lascia intimidire, di chi parla di pace in un mondo che preferisce la guerra. E allora sì: se essere strega significa questo, che si alzi alto il cappello a punta e cerchiamo di essere tanti, perché non possiamo demandare la nostra libertà, la difesa del diritto internazionale a una sola strega. Paolo Mazzinghi