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Saharawi: la vera Odissea è la normalizzazione, il silenzio e l’economia del neocolonialismo
Il recente film Odyssey di Christopher Nolan, pur presentandosi come un’opera cinematografica di indiscutibile fascino artistico grazie a una magnetica destrutturazione temporale e a maestose riprese panoramiche in 70mm capaci di tradurre il viaggio mitologico in una profonda riflessione filosofica sulla memoria e sull’ossessione del ritorno, porta con sé una pesante implicazione geopolitica. Questa produzione, infatti, rischia di inserirsi in una sistematica strategia di normalizzazione culturale volta a rendere invisibile la drammatica condizione del popolo Saharawi e la sua legittima lotta per l’autodeterminazione nei territori occupati del Sahara Occidentale. Attualmente, il Regno del Marocco controlla militarmente circa l’80% del territorio, mentre la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) il restante 20%, un’area interna, desertica e priva di sbocchi costieri o significative risorse economiche. Il quadro giuridico internazionale, tuttavia, è inequivocabile. Già nel 1975, il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito l’assenza di qualsiasi vincolo di sovranità territoriale tra il Marocco e il Sahara Occidentale, definendo di fatto Rabat come una potenza occupante de facto. Nel 2002, il parere legale del Sottosegretario per gli Affari Legali delle Nazioni Unite, Hans Corell, ha ribadito che lo sfruttamento delle risorse naturali nei Territori Non Autonomi è lecito esclusivamente a due condizioni tassative: deve andare a diretto beneficio della popolazione autoctona e deve avvenire previo consenso e in conformità con i desideri della stessa. A confermare questo orientamento si sono aggiunte le storiche sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE), che hanno annullato a più riprese gli accordi commerciali e di pesca tra UE e Marocco nella misura in cui includevano illegalmente le terre e le acque territoriali del Sahara Occidentale. Le origini del conflitto risalgono al novembre del 1975, quando il re Hassan II diede inizio alla “Marcia Verde“, un’operazione strategica che vide la penetrazione di 350.000 civili marocchini scortati da ingenti forze militari. Questa massiccia occupazione costrinse gran parte della popolazione indigena a una drammatica fuga verso l’inospitale deserto algerino, dove oggi circa 200.000 profughi sopravvivono nei campi di accoglienza situati nella regione di Tindouf. Coloro che sono rimasti nelle zone occupate vivono in uno stato di costante privazione dei diritti fondamentali, all’interno di uno scenario documentato di “impunità strutturale”. Come rilevato da molteplici organismi internazionali – tra cui il Robert F. Kennedy Human Rights, il Gruppo di Lavoro sulla Detenzione Arbitraria (WGAD), il Comitato contro la Tortura (CAT) delle Nazioni Unite, l’Alto Commissariato per i Diritti Umani (OHCHR), Amnesty International, Human Rights Watch e il centro NOVACT – il governo marocchino ricorre sistematicamente alla detenzione amministrativa e giudiziaria come strumento di persecuzione politica per reprimere il dissenso, blindando al contempo l’area per impedire l’accesso a osservatori e media indipendenti esterni. Nonostante gli accordi per il cessate il fuoco siglati nel 1991 sotto l’egida dell’ONU, che prevedevano l’istituzione della missione MINURSO e la promessa di un referendum per l’autodeterminazione, la consultazione non è mai stata celebrata a causa dei continui veti e ostruzionismi opposti da Rabat. Questa situazione di stallo si è consolidata nel tempo anche grazie all’avallo esplicito di importanti attori geopolitici occidentali e internazionali, come gli Stati Uniti, Israele, la Francia e la Spagna, nonché al silenzio complice di numerose altre nazioni. Al contrario, l’Unione Africana e molti Stati storicamente vicini al movimento dei non allineati mantengono una ferma posizione di supporto alla causa saharawi. Questo prolungato stallo politico consente al Marocco di sfruttare indisturbato le immense ricchezze del territorio: il controllo strategico delle coste oceaniche (tra le rotte più pescose al mondo), i ricchi giacimenti di fosfati, lo sviluppo di impianti di energia rinnovabile, le esplorazioni per idrocarburi e, non da ultimo, la promozione del turismo internazionale. Una penetrazione economica ed estrattivista che non sarebbe realizzabile senza il supporto di investimenti esteri e una diffusa complicità internazionale. In questo scenario, la cultura e l’industria del cinema si trasformano in potenti vettori di legittimazione e normalizzazione geopolitica. Il piano strategico di investimenti del governo marocchino offre infatti un tax rebate (rimborso fiscale) del 30% per le produzioni internazionali che spendono almeno un milione di dollari e garantiscono un minimo di 18 giorni di riprese nel Paese. Questa agevolazione economica viene deliberatamente estesa anche ai territori occupati del Sahara Occidentale. Il Centro Cinematografico Marocchino (l’ente statale incaricato di erogare i fondi) assimila formalmente l’area al resto del Regno, definendola una «provincia del sud» al fine di promuoverla a livello internazionale come territorio pienamente nazionale. È così che le suggestive sequenze di Odyssey hanno trasformato la Duna Bianca – una straordinaria oasi naturalistica incontaminata nei pressi della città occupata di Dakhla – nel set ideale per rappresentare Ogigia, l’isola mitologica in cui la ninfa Calipso trattiene Ulisse. La scelta di questa location dimostra come Rabat utilizzi la settima arte come un sofisticato strumento di soft power, capace di occultare una complessa realtà di occupazione militare dietro la bellezza delle immagini e l’efficienza di un’infrastruttura industriale competitiva su scala globale. Di fronte a questa operazione di mistificazione, suscita profonda perplessità l’atteggiamento di testate giornalistiche tradizionalmente vicine alle lotte post-coloniali e all’autodeterminazione dei popoli. È il caso del quotidiano Il Manifesto, che in un lungo articolo intitolato «Odissea, la ricerca del mito nel nostro tempo», ha dedicato ampi spazi celebrativi alla pellicola di Nolan limitandosi a una recensione puramente artistico-critica, omettendo qualsiasi accenno alla gravità del contesto geopolitico in cui le riprese si sono svolte. Una voce critica si leva invece dalle pagine della testata MOW (Men On Wheels), in cui si sottolinea come «Odyssey sia un film sensazionale che ha incantato la critica» ma si ricorda al contempo che «alcune scene sono state girate nella città di Dakhla. Siamo nel Sahara Occidentale, in un territorio conteso occupato dal Marocco, dove le popolazioni indigene non possono raccontare le proprie storie senza timore di essere imprigionate». L’articolo conclude denunciando come la scelta produttiva abbia «contribuito a legittimare il controllo marocchino sul territorio conteso», delineando «un’Odissea geopolitica molto più complessa di quella epica». Parallelamente, il Western Sahara International Film Festival (FiSahara) ha espresso una dura condanna, evidenziando come la produzione «contribuisca alla repressione del popolo saharawi da parte del Marocco» e agevoli «gli sforzi del regime marocchino per normalizzare l’occupazione». Un monito ribadito con forza dall’attivista saharawi Mamine Hachimi, il quale ha dichiarato che filmare in quei territori senza il consenso della popolazione locale rende la produzione stessa complice e parte integrante del sistema repressivo. Le parole più toccanti e incisive giungono dall’artista, regista e scrittore saharawi Mohamed Sleiman Labat: «Utilizzare i territori del Sahara Occidentale per girare un film senza il consenso del popolo sahrawi non è meno problematico ed estrattivista che sfruttare i nostri fosfati, le nostre risorse ittiche, il vento, il sole o qualsiasi altra risorsa: è un furto a tutti gli effetti e un’appropriazione indebita del territorio e della cultura. Christopher Nolan, non c’è bisogno di tornare indietro nel tempo di 3000 anni per “scavare” una storia umana di ritorno a casa, sfollamento, guerra, sofferenza umana e tradimento. Proprio il luogo in cui il tuo film è stato in parte girato racconta oggi esattamente quei temi. Tu e la tua troupe vi trovavate su una terra i cui legittimi proprietari sono stati sfollati con la forza e che da 50 anni cercano di tornare a casa. L’odissea odierna e il lungo viaggio di ritorno a casa, costellato di ostacoli, sono una realtà vissuta dai sahrawi e da molte altre comunità sfollate. È incredibile rendersi conto che, per raccontare la storia del viaggio decennale di Ulisse verso casa, hai dovuto utilizzare la terra di un popolo che da 50 anni cerca di tornare a casa». Paolo Mazzinghi
July 20, 2026
Pressenza
Sahara occidentale: “il silenzio sugli innocenti”
“PROMESSE INFRANTE, DRONI E ACCORDI COMMERCIALI SULLA PELLE DEL POPOLO SAHARAWI.” Nel disordine geopolitico globale, segnato da istituzioni indebolite e da un diritto internazionale sempre più sotto attacco, ignorato e calpestato, c’è un conflitto silenzioso che rischia di esplodere definitivamente. È la vicenda del popolo Saharawi. Un dossier congelato da decenni che oggi, a causa di impegni mai mantenuti e nuovi cinici interessi economici, sta scivolando verso una pericolosa escalation armata in cui a pagare il prezzo più alto sono, come sempre, i civili. Accendere i riflettori su questa terra significa capire esattamente dove sta fallendo il nostro concetto di giustizia globale. IL DRAMMA DIMENTICATO DEL SAHARA OCCIDENTALE: DALL’ESILIO ALL’ESCALATION DEI DRONI I Saharawi sono il popolo indigeno di origine arabo-berbera del Sahara Occidentale. Dal 1975, in seguito alla fine della dominazione spagnola e alla conseguente occupazione del loro territorio da parte del Marocco, vivono in gran parte esiliati nei campi profughi in Algeria o nei territori controllati dal Fronte Polisario. Da decenni portano avanti una lotta pacifica e diplomatica per l’autodeterminazione e il riconoscimento della loro terra, la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD). La storia del popolo Saharawi è una ferita aperta nel cuore del deserto nordafricano, una vicenda di decolonizzazione tradita, promesse internazionali infrante e complici silenzi geopolitici. Da oltre cinquant’anni, questa popolazione lotta per il riconoscimento di un principio fondamentale sancito dalle leggi internazionali e dalle Nazioni Unite, ma sistematicamente negato sul campo: il diritto all’autodeterminazione 1.      L’ORIGINE DEL CONFLITTO: 1975 E L’ESODO NEL DESERTO Le radici del dramma contemporaneo risalgono al 1975, anno in cui la Spagna, ex potenza coloniale che amministrava il Sahara Occidentale dal 1934, abbandonò il territorio. Con gli Accordi di Madrid (un patto mai riconosciuto dal diritto internazionale), la Spagna cedette illegalmente l’amministrazione della regione al Marocco e alla Mauritania, ignorando le risoluzioni dell’ONU che già dal 1965 invitavano ad avviare la decolonizzazione del Sahara Occidentale e a indire un referendum per l’autodeterminazione del popolo Saharawi. La risposta di Rabat fu immediata: la “Marcia Verde” portò all’occupazione militare del territorio da parte delle forze armate marocchine e al trasferimento di circa 150.000 coloni. L’invasione provocò l’uccisione di numerosi civili e scatenò una fuga di massa. Migliaia di donne, uomini e bambini furono costretti ad attraversare il deserto sotto i bombardamenti per trovare rifugio in Algeria, in una delle regioni più inospitali del deserto del Sahara non distante da Tindouf. Nel 1976, il movimento di liberazione nazionale Saharawi, il Fronte Polisario, proclamò la Repubblica Araba Democratica dei Sahrawi (RASD). Il Fronte Polisario (guidato inizialmente da El Ouali Mustapha Sayed) nacque nel 1973 dopo il fallimento della protesta pacifica di Bassiri. Fondatore del Movimento di Liberazione Nazionale organizzò una grande manifestazione pacifica a El Aaiún contro il controllo spagnolo. La protesta fu repressa violentemente dall’esercito spagnolo. Durante gli scontri, Bassiri fu arrestato dalle autorità coloniali e scomparve nel nulla. È considerato il primo desaparecido e martire della causa saharawi. 2.  DALL’ESILIO ALL’ORGANIZZAZIONE DEI CAMPI PROFUGHI L’accoglienza in Algeria ha permesso ai Saharawi di sopravvivere, ma in condizioni climatiche estreme. L’organizzazione dei campi profughi ha seguito un’evoluzione dolorosa ma straordinaria: 1. Nei primi anni dell’esodo, l’intera popolazione viveva nelle khaima, le tipiche tende di tessuto dei nomadi stese sulla sabbia, che fungevano da unico scudo contro le tempeste e le escursioni 2. Con il prolungarsi dell’esilio, l’organizzazione sociale è mutata. Le tende sono state progressivamente affiancate o sostituite da piccole abitazioni costruite con mattoni di sabbia compressa e tetti di Solo ultimamente compaiono case costruite con mattoni e cemento armato ed è presente in gran parte dei campi l’energia elettrica. Oggi, interi nuclei urbani autogestiti portano i nomi delle città d’origine occupate (come El Aaiún o Smara), a testimonianza di una memoria storica identitaria che si tramanda alle nuove generazioni nate in esilio. Esiste un governo democratico con grande rilevanza dato al ruolo delle donne e alla istruzione dei bambini. 3.  LA TREGUA DEL 1991, LO SFRUTTAMENTO ECONOMICO E LA VOCE DELLA SOCIETÀ CIVILE Nel 1991, dopo sedici anni di guerra di logoramento, con il recupero di una porzione di territorio da parte del popolo saharawi (i Territori Liberati) il Fronte Polisario e il Marocco firmarono un cessate il fuoco sotto l’egida dell’ONU, che istituì la missione MINURSO. Il perno dell’accordo era chiaro: lo svolgimento di un referendum per l’autodeterminazione, in cui il popolo Saharawi avrebbe finalmente potuto scegliere tra l’indipendenza e l’integrazione con il Marocco. Quella promessa è rimasta lettera morta. Durante questa infinita attesa, l’Occidente ha voltato le spalle alle risoluzioni internazionali. Molti paesi europei hanno avviato accordi commerciali con il Marocco, legittimando di fatto lo sfruttamento economico illegale di fosfati, risorse ittiche e prodotti agricoli del Sahara Occidentale occupato, senza il consenso del popolo locale e in contrasto con il diritto internazionale. A denunciare con forza questa complicità internazionale è intervenuta spesso anche la società civile italiana. Nell’ottobre 2025, davanti alla 4ª Commissione speciale dell’ONU sulla decolonizzazione, Simone Bolognesi (Presidente di Città Visibili, a nome della Rete Saharawi) ha ribadito che il Sahara Occidentale è un territorio distinto dal Marocco e che lo sfruttamento delle risorse naturali del territorio può avvenire esclusivamente con il consenso del popolo saharawi, come confermato dalle storiche sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Bolognesi ha esortato le Nazioni Unite a rompere il silenzio, chiedendo l’adozione di misure vincolanti e sanzioni contro lo sfruttamento illegittimo delle risorse saharawi e l’introduzione di un registro internazionale per la tracciabilità dei prodotti, per fermare i flussi economici che alimentano l’occupazione. 4.  2020: LA FINE DELLA TREGUA A EL GUERGUERAT Il fragile equilibrio si è spezzato tra novembre 2020 e gennaio 2021 a El Guerguerat, una località nell’estremo sud-ovest della regione, al confine con la Mauritania. Un gruppo di civili e attivisti Saharawi aveva organizzato una manifestazione pacifica per protestare contro lo stallo politico e l’apertura da parte di Rabat di una “breccia” commerciale illegale attraverso il muro militare di sabbia. Tale valico stradale era considerato dal Polisario un corridoio abusivo utilizzato per esportare le risorse saccheggiate. Il 13 novembre 2020, l’esercito marocchino ha violato l’Accordo Militare n. 1, penetrando nella zona cuscinetto demilitarizzata per disperdere i manifestanti. Considerata l’azione come un’aggressione diretta ai civili, il Fronte Polisario ha risposto al fuoco, dichiarando ufficialmente la fine del cessate il fuoco e la ripresa dello stato di guerra. 5.  IL NUOVO SCENARIO GEOPOLITICO: LA SVOLTA DEI DRONI E L’ISOLAMENTO DIPLOMATICO Da allora, il conflitto ha assunto una veste tecnologica asimmetrica e devastante. Come confermato dal recente attacco di giugno 2026, che ha portato all’uccisione di Lahbib Mohamed Abdelaziz (capo militare del Polisario e figlio dello storico leader e Presidente della RASD Mohamed Abdelaziz), il Marocco presidia il muro di difesa impiegando massicciamente droni militari di ultima generazione (forniti da Israele) per colpire indistintamente e con armi impari i soldati e la popolazione saharawi, oltre che per decimare i vertici del Polisario. Il contesto internazionale è, nel tempo e soprattutto negli ultimi anni, mutato a favore di Rabat: 1. Il blocco pro-Marocco: nel dicembre 2020, nel corso della prima presidenza Trump, gli Stati Uniti hanno riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale in cambio della normalizzazione delle relazioni tra Marocco e Israele (paese che fornisce armamenti e tecnologie al Marocco). Successivamente, paesi europei come la Francia, il Regno Unito e la Spagna (ex potenze coloniali) hanno espresso un forte appoggio al “Piano di Autonomia” marocchino del 2007, che cancella l’ipotesi di piena indipendenza saharawi e del diritto alla autodeterminazione. 2. Il ruolo dell’Italia: L’Italia, rispetto a Francia e Spagna, mantiene una posizione di forte cautela ed equidistanza. Se da un lato Roma riconosce il Marocco come partner cruciale per la sicurezza e la gestione migratoria nel Mediterraneo, dall’altro non ha mai appoggiato il Piano di Autonomia di Rabat. La diplomazia italiana resta ancorata alla linea ONU per una soluzione negoziata, anche per preservare l’alleanza strategica ed energetica con l’Algeria, principale sponsor della causa saharawi. L’agenzia del Ministero degli Esteri emana regolarmente bandi e programmi di risposta umanitaria integrata rivolti specificamente alla provincia di I fondi governativi finanziano ONG italiane (come CISP, Africa 70, Nexus e altre) per interventi critici: gestione dell’acqua, sicurezza alimentare, cliniche mediche e scuole nei cinque campi profughi (wilaya). Roma destina quote annuali fisse ad agenzie come il WFP (World Food Programme) e l’UNICEF per finanziare la distribuzione di razioni alimentari e assistenza ai rifugiati saharawi vulnerabili, lavorando in stretta collaborazione con la Mezzaluna Rossa Saharawi. A livello di diplomazia culturale e regionale, un tassello fondamentale è rappresentato dal programma dei Piccoli Ambasciatori di Pace. Ogni estate, le reti di solidarietà e numerosi enti locali italiani accolgono i bambini saharawi. Oltre a offrire loro un soggiorno terapeutico lontano dalle temperature estreme del deserto, l’iniziativa permette ai minori di farsi portavoce del dramma del proprio popolo, sensibilizzando le comunità ospitanti sulla causa dell’autodeterminazione saharawi. 3. La resistenza e i rischi globali: La RASD continua a godere del forte supporto dell’Unione Africana (di cui è membro fondatore), di nazioni storiche come l’Algeria, il Sudafrica, Cuba e il Venezuela, oltre che di una fitta e vitale rete legata alla cooperazione internazionale e all’associazionismo, radicata soprattutto in Spagna e in Italia. CONCLUSIONI: UN FOCOLAIO D’INSTABILITÀ NEL MAGHREB Oggi il popolo Saharawi si trova drammaticamente spaccato in tre: una parte resiste nei campi profughi in territorio algerino, in condizioni umanitarie, ambientali e climatiche molto critiche; un’altra vive sotto il regime di occupazione marocchina nei territori del Sahara occidentale occupato, subendo forti limitazioni dei diritti civili e politiche di assimilazione forzata la terza vive nella diaspora, dispersa soprattutto in Spagna e, in misura minore, in Italia, Francia e altri paesi europei. L’uso dei droni, la retorica mediatica di Rabat volta a delegittimare il Polisario identificandolo come movimento terroristico e l’allineamento delle potenze occidentali non hanno risolto la crisi, ma l’hanno incanalata in un pericoloso vicolo cieco. Ad esempio, il rischio di vedere uno sviluppo dell’estremismo religioso e la perdita di consenso di una linea politica fedele al diritto internazionale, così come la ripresa delle ostilità armate minaccia di incendiare l’intera regione del Maghreb, esasperando le tensioni storiche tra Marocco e Algeria e attirando l’interesse strategico di altri attori globali come la Russia e la Cina. Ignorare il diritto all’autodeterminazione dei Saharawi non è solo un’ingiustizia storica, ma una scelta geopolitica miope che alimenta una costante minaccia alla pace internazionale. Paolo Mazzinghi
July 8, 2026
Pressenza
Israele deve rilasciare i filmati: l’insabbiamento inizia con la negazione
La GSF chiede alle autorità israeliane di pubblicare immediatamente i filmati di videosorveglianza, continui e non modificati, dell’intera durata del rapimento e della detenzione illegali dei propri partecipanti. L’onere di dimostrare il rispetto del diritto internazionale e il trattamento umano dei detenuti ricade interamente su Israele, che deve mostrare all’opinione pubblica mondiale le prove della propria condotta. La routine della negazione istituzionale – Il servizio penitenziario israeliano e l’esercito hanno rilasciato smentite forti, sostenendo che l’umiliazione fisica e sessuale, la violenza e la tortura denunciate e documentate dai sopravvissuti del GSF sono “totalmente prive di fondamento fattuale”. La propaganda del governo israeliano, la versione dei fatti fornita da Israele e le opinioni dei media sionisti allineati non costituiscono standard probatori. Lo stato israeliano ha una storia profondamente radicata, lunga decenni, di fabbricazione di invenzioni sfacciate per mascherare le sue atrocità e garantire la totale impunità. Si tratta dello stesso regime che ha accusato i palestinesi di aver bombardato i propri ospedali, ha mentito sistematicamente sulle esecuzioni di civili e si affida a un vuoto sistema di “autoindagine” che le principali organizzazioni per i diritti umani hanno da lungo tempo smascherato come un completo insabbiamento concepito per garantire l’immunità dello Stato. Quando le forze israeliane assassinarono la giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh nel 2022, lo Stato mentì immediatamente al mondo, inventando la narrazione secondo cui sarebbe stata uccisa da “fuoco palestinese indiscriminato”. Solo dopo incessanti indagini forensi indipendenti sono stati costretti a ritrattare lentamente quella menzogna. Anatomia documentata di una bugia – Non si tratta di un guasto comunicativo isolato; è un modello calcolato di inganno. Le autorità militari e statali israeliane hanno ripetutamente rilasciato smentite immediate e categoriche dopo gravi incidenti che hanno coinvolto civili, giornalisti, operatori umanitari e detenuti, per vedere tali resoconti smentiti da indagini indipendenti, revisioni interne o prove schiaccianti. La Global Sumud Flotilla respinge le smentite ufficiali israeliane sugli abusi sui detenuti e chiede la pubblicazione immediata e completa dei filmati di videosorveglianza della detenzione per dimostrare il rispetto del diritto internazionale. Abbiamo visto questa strategia riproposta più e più volte: una negazione sicura, seguita da un’amplificazione globale e poi, settimane o mesi dopo, una revisione, una contraddizione o un’ammissione silenziosa. Lo abbiamo visto quando gli operatori umanitari sono stati uccisi e Israele in seguito ha riconosciuto quello che ha definito un “errore”. Lo abbiamo visto quando i civili sono stati colpiti alle code per il cibo e in seguito è stato ammesso il tiro con munizioni. Lo abbiamo constatato quando sono stati presi di mira ospedali e siti umanitari, per vedere le iniziali giustificazioni israeliane respinte, una volta che le verifiche sono andate intensificandosi. Crudeltà di Stato in mostra – Israele sta mentendo sul trattamento riservato ai nostri partecipanti. Abbiamo già visto quanto sia sfacciatamente esibito questo regime con la sua violenza, documentata dalla stessa leadership, come attestano i diversi video ampiamente diffusi rilasciati dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, che mostrano le condizioni deliberatamente degradanti e violente inflitte ai detenuti palestinesi e ai nostri partecipanti. Non ci si può fidare di un apparato statale che trasmette con orgoglio la propria crudeltà a porte chiuse, per auto-dichiarare la violenza che infligge ai difensori dei diritti umani tenuti prigionieri. I nostri partecipanti civili sono stati presi di mira in acque internazionali, privati arbitrariamente della loro libertà e sottoposti a trattamenti che comprendono tortura e violenza sessuale ai sensi del diritto internazionale. Se le autorità israeliane affermano il contrario, devono pubblicare immediatamente le immagini inedite e continue delle telecamere di sorveglianza … ogni singolo minuto.   Global Sumud Flotilla
June 2, 2026
Pressenza
Giorgia Linardi, portavoce Sea-Watch: “Abbiamo il dovere di opporci a qualsiasi legge ingiusta e di seguire il diritto internazionale”
“Il partito al governo definisce “furore ideologico” il rispetto del diritto internazionale e, ancora una volta, strumentalizza il soccorso in mare per attaccare la magistratura. Lo fa – dichiara Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch – evidentemente scottato dall’esito del referendum, attraverso cui il popolo italiano ha mandato un messaggio chiaro: la Costituzione e con essa il diritto internazionale non si toccano.” “Non abbiamo scelto un porto arbitrario – continua Linardi – ma un porto ragionevolmente vicino, che abbiamo raggiunto in un dichiarato stato di necessità, per sottrarre le persone soccorse in mare a quello che riteniamo un vero e proprio atto di tortura di Stato: imporre giorni inutili di navigazione a persone appena sopravvissute al rischio di morire in mare.” “Come società civile – conclude la portavoce – abbiamo il dovere di opporci a qualsiasi legge ingiusta, al punto di tradursi in una forma di tortura di Stato. Lo facciamo per urgenza umanitaria e per ristabilire la giusta gerarchia delle leggi, come impone la nostra Costituzione, che vede il diritto internazionale sopra la testa della politica.” Sea Watch
April 1, 2026
Pressenza
La Flotilla che rompe il silenzio su Gaza
“I popoli sono come le barche, possono essere affondati, ma non possono essere fermati. Prima o poi tornano a galla e riprendono il loro cammino”. (Eduardo Galeano) Il 12 marzo 2026, presso la libreria Feltrinelli di piazza della Repubblica a Firenze è stato presentato il libro Flotilla. In viaggio per Gaza di Arturo Scotto (Giunti), racconto della missione civile che ha tentato di raggiungere la Striscia portando aiuti umanitari e denunciando l’assedio in corso. Con l’autore hanno dialogato la docente di diritto internazionale Micaela Frulli e il giornalista Saverio Tommasi, moderatore dell’incontro, in una serata che ha intrecciato testimonianza personale, analisi politica e riflessione sul ruolo della società civile di fronte ai conflitti contemporanei. Ad aprire l’incontro è stata la sindaca di Firenze Sara Funaro, che nel suo saluto ha ricordato come la città abbia storicamente mantenuto una forte vocazione ai diritti umani e alla costruzione della pace. La partecipazione alla flotillia, ha sottolineato, rappresenta “un atto di coraggio e di fraternità” verso popolazioni che vivono situazioni drammatiche. Raccontare oggi quell’esperienza attraverso un libro significa soprattutto mantenere accesi i riflettori su una crisi che rischia di essere progressivamente rimossa dall’attenzione pubblica, nonostante che le violenze e le ingiustizie continuino. Il cuore della serata è stato però la domanda posta da Saverio Tommasi: a cosa è servita davvero la missione della Flotilla? Arturo Scotto ha risposto con realismo. L’obiettivo immediato non è stato raggiunto: gli aiuti non sono arrivati a Gaza e l’assedio continua. Ma l’esperienza ha avuto un significato politico e umano molto più ampio. “Abbiamo aperto uno squarcio”, ha spiegato l’autore, ricordando come la missione abbia contribuito a generare una mobilitazione diffusa, capace di coinvolgere movimenti, associazioni e soprattutto una nuova generazione di giovani che si sono avvicinati alla politica attraverso la solidarietà con il popolo palestinese. Il libro racconta i giorni della navigazione: la vita sulle piccole imbarcazioni, l’arrivo dei droni, l’abbordaggio e la detenzione. Ma ricostruisce anche il contesto politico nel quale la missione è nata. Secondo Scotto, la flotillia è stata possibile proprio perché la politica istituzionale aveva lasciato un vuoto: governi incapaci o non disposti ad aprire corridoi umanitari e a far rispettare il diritto internazionale. In quel vuoto si è inserita la società civile, con una iniziativa fragile ma potente dal punto di vista simbolico. È proprio sul terreno del diritto internazionale che si è concentrato l’intervento di Micaela Frulli. Per la docente dell’Università di Firenze la missione non va interpretata come un gesto di disobbedienza civile, ma quasi come il contrario: un tentativo di dare applicazione concreta alle norme internazionali. Il blocco imposto alla Striscia di Gaza, ha ricordato, è illegale quando mette a rischio la sopravvivenza della popolazione civile, mentre il soccorso umanitario rappresenta un obbligo giuridico. In questo senso la flotillia ha rappresentato un gesto di responsabilità civile: il tentativo di far vivere il diritto internazionale proprio nel momento in cui la politica sembrava incapace di applicarlo. Frulli ha inoltre denunciato quello che definisce un evidente doppio standard nella comunità internazionale. Di fronte ad altre crisi globali, come ad esempio con la Russia, sono state adottate sanzioni e misure drastiche, mentre nel caso di Gaza molte istituzioni occidentali hanno mantenuto un atteggiamento di inerzia. Proprio questa contraddizione, ha osservato, è stata percepita con grande chiarezza soprattutto dalle nuove generazioni, sempre più sensibili ai temi dei diritti e della giustizia internazionale. Nel dibattito è emersa anche una riflessione più ampia sul futuro del conflitto israelo-palestinese. Scotto ha parlato di una trasformazione politica profonda dello Stato di Israele, che negli ultimi anni avrebbe progressivamente abbandonato una prospettiva democratica per avvicinarsi a una logica di supremazia etnica. In questo quadro, la reazione militare agli attacchi del 7 ottobre avrebbe travolto ogni proporzione e ogni distinzione tra civili e combattenti. La questione centrale diventa allora il ruolo dell’Europa. Per l’autore l’Unione europea dovrebbe assumere una posizione più autonoma e coerente con il diritto internazionale, anche attraverso strumenti di pressione politica e diplomatica. Senza un intervento forte della comunità internazionale, la prospettiva di una soluzione basata su due popoli e due Stati rischia di allontanarsi ulteriormente. Eppure, nonostante il quadro drammatico, dalla serata è emerso anche un messaggio di responsabilità civile e di speranza. Quando le istituzioni sembrano paralizzate, la testimonianza e la mobilitazione della società civile possono ancora aprire spazi di azione. È questo, in fondo, il senso più profondo dell’esperienza raccontata nel libro: ricordare che la pace e il diritto internazionale non sono concetti astratti, ma strumenti che vivono solo se cittadini e movimenti continuano a rivendicarli e a difenderli. Foto di Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
March 12, 2026
Pressenza
Diritti, responsabilità e autodeterminazione del popolo palestinese
Il 18 gennaio 2026, presso il Circolo ARCI di Porta al Prato a Firenze, si è tenuto l’incontro pubblico “Quale spazio per la solidarietà a Gaza?”, promosso da Ribelli in Cor e sostenuto da EducAid, ha offerto un momento di riflessione profonda sulla situazione nella Striscia di Gaza, sul ruolo della comunità internazionale e sui limiti – ma anche sulle possibilità – della solidarietà occidentale. A moderare il dibattito Ilaria Masieri, cooperante internazionale, che ha posto fin dall’inizio una domanda centrale: se e quanto le forme di solidarietà espresse dall’Occidente riescano davvero a rappresentare il popolo palestinese nella sua rivendicazione di autodeterminazione e libertà dall’oppressione: sopravvivere a Gaza dopo il “cessate il fuoco”. Yousef Hamdouna, palestinese di Gaza e Middle East Program Manager di EducAid, ha restituito un quadro netto e drammatico della situazione nella Striscia, a oltre cento giorni dal cosiddetto cessate il fuoco. Secondo Hamdouna, nulla di sostanziale è cambiato: “si bombarda di meno e se ne parla di meno”, ma la vita quotidiana resta segnata da macerie, sfollamento forzato e una densità abitativa insostenibile, con decine di migliaia di persone concentrate in pochi chilometri quadrati. L’ingresso degli aiuti umanitari continua a essere fortemente limitato. Meno di un terzo di quanto previsto dagli accordi entra effettivamente a Gaza, mentre cibo e beni essenziali vengono fatti passare prevalentemente attraverso canali commerciali controllati da Israele, con costi proibitivi per la popolazione. In questo contesto, ha sottolineato Hamdouna, la risposta umanitaria strutturata di fatto non esiste. Nonostante gli ostacoli crescenti – permessi negati, espulsioni di ONG, blocco dei finanziamenti istituzionali, compresi quelli del governo italiano – le organizzazioni continuano a operare grazie al sostegno diretto della società civile. Centrale, in questo lavoro, è il ruolo del personale palestinese: le organizzazioni internazionali possono funzionare sulla base del lavoro degli operatori palestinesi”, capaci di trovare soluzioni anche nelle condizioni più estreme. Educazione, resilienza e autodeterminazione Uno dei nodi più forti emersi riguarda l’educazione. Dopo la distruzione sistematica di scuole e università – definita da molti come “scolasticidio” – la maggioranza dei bambini di Gaza non frequenta alcuna forma di istruzione da oltre due anni. Hamdouna ha spiegato che oggi prevalgono interventi cosiddetti soft: educazione non formale e supporto psicosociale, fondamentali in una popolazione composta in larga parte da minori. Questi spazi educativi non nascono da direttive esterne, ma da iniziative comunitarie spontanee: genitori e insegnanti sfollati che organizzano attività sotto tende o strutture di fortuna. Qui, ha spiegato Hamdouna, l’educazione va oltre l’apprendimento: offre ai bambini la possibilità di esercitare, nel quotidiano, una prima forma di autodeterminazione, scegliendo un gioco, un colore, un’attività. Un gesto minimo, ma radicale, in un contesto in cui ogni aspetto della vita è controllato dall’occupazione. Tuttavia, decine di migliaia di bambini restano esclusi anche da queste esperienze. La resilienza della società palestinese, ha chiarito Hamdouna, non va idealizzata: è una necessità imposta dalla sopravvivenza, non una virtù romantica. Il silenzio mediatico e la responsabilità internazionale Secondo Hamdouna, ciò di cui meno si parla è la responsabilità diretta della comunità internazionale. Non solo delle vittime, ma di chi, pur avendo strumenti giuridici e politici, non li ha utilizzati. Ha denunciato una diffusa empatia selettiva e una rimozione sistematica delle sofferenze quotidiane: bambini che muoiono di freddo, persone che continuano a morire sotto le macerie, tra notizie sempre più marginalizzate. La delusione verso la comunità internazionale è profonda. Molti palestinesi, formati proprio dall’Europa ai valori dei diritti umani, vedono oggi quegli stessi principi traditi. Eppure, ha concluso Hamdouna, la speranza di liberazione non scompare, e il ruolo delle donne – protagoniste nei campi, nell’educazione e nella trasmissione di una visione futura – resta centrale. Il diritto internazionale sotto attacco Il contributo di Micaela Frulli, professoressa di Diritto Internazionale all’Università di Firenze, ha inquadrato il conflitto nel contesto dei meccanismi di giustizia internazionale. Frulli ha respinto l’idea che “il diritto non funzioni”: il problema non è il diritto in sé, ma la mancanza di volontà politica e la pressione insufficiente dell’opinione pubblica. Da decenni, ha osservato, la questione palestinese viene sistematicamente sottratta al linguaggio del diritto internazionale e ricondotta a quello dell’emergenza, della sicurezza o del terrorismo. Rimettere il diritto al centro è invece essenziale per contrastare i doppi standard e l’arbitrio dei più forti. Frulli ha illustrato il ruolo della Corte Penale Internazionale, che indaga sulle responsabilità individuali e ha emesso mandati di arresto contro leader israeliani e di Hamas, scatenando una durissima campagna di delegittimazione e sanzioni. Proprio questa reazione, ha sottolineato, dimostra quanto il diritto faccia paura. Ancora più decisivo, però, è il ruolo della Corte Internazionale di Giustizia. Nel caso Sudafrica contro Israele, la Corte ha riconosciuto l’esistenza di un rischio plausibile di genocidio, attivando l’obbligo di prevenzione per tutti gli Stati, compresa l’Italia (vedi articolo a riguardo). Un obbligo che implica misure concrete – diplomatiche ed economiche – finora largamente disattese. Di particolare rilievo è anche il parere del luglio 2024, con cui la Corte ha dichiarato illegale l’occupazione dei territori palestinesi, configurandola come annessione di fatto e negazione del diritto all’autodeterminazione. La conclusione è netta: l’occupazione deve finire, senza condizioni preliminari. Gaza e il futuro dell’ordine internazionale Il confronto con il cosiddetto piano Trump evidenzia uno scarto radicale: da un lato il diritto internazionale, dall’altro un cambio di paradigma che subordina i diritti a logiche politiche e di potere. Per Frulli, la questione palestinese è oggi il banco di prova dell’intero ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Difendere il diritto, anche quando appare impotente, non è solo una questione di solidarietà con la Palestina, ma una scelta che riguarda il futuro di tutte e tutti.   Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna Yousef Hamdouna Ilaria Masieri Micaela Frulli Ilaria Masieri Yousef Hamdouna Micaela Frulli Micaela Frulli Ilaria Masieri Foto Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
January 19, 2026
Pressenza
Firenze rilancia la “diplomazia delle città”: presentata a San Miniato la piattaforma “Firenze Città Operatrice di Pace”
Rafforzare il ruolo di Firenze come città promotrice di pace, la difesa del diritto internazionale e la diplomazia e democrazia dal basso: è questo l’obiettivo della piattaforma “Firenze Città Operatrice di Pace”, presentata questo sabato mattina, 10 gennaio 2026,  nella Sala Ex Frantoio dell’Abbazia di San Miniato al Monte. Al centro della proposta, l’istituzione di una Consulta comunale permanente per la pace, capace di coordinare associazioni, cittadini e istituzioni in un impegno stabile contro la guerra, il riarmo e la progressiva erosione del diritto internazionale. Ispirato all’eredità di Giorgio La Pira e all’articolo 11 della Costituzione, il documento è sostenuto da numerose realtà sociali, culturali e religiose della città.   PADRE BERNARDO GIANNI: «DALL’INDUSTRIA DELLA GUERRA ALL’ARTIGIANATO DELLA PACE» Ad aprire la conferenza è stato Padre Bernardo Gianni, priore di San Miniato al Monte, che ha collocato l’iniziativa in una cornice simbolica e storica di forte intensità. L’antico frantoio del monastero – ha ricordato – diventa metafora di un laboratorio della pace, dove al modello dell’industria bellica si contrappone un paziente e faticoso artigianato della pace. Richiamandosi esplicitamente a Giorgio La Pira, Padre Bernardo ha ricordato la missione storica di Firenze come città chiamata a irradiare speranze di pace, civiltà e umanità, soprattutto in tempi segnati dal rischio di una nuova guerra globale. Centrale nel suo intervento anche il riferimento al dialogo tra La Pira e Martin Buber, da cui emerge una visione radicale: non sono i governi a generare la pace, ma gli uomini e le donne di buona volontà che si parlano, si ascoltano e costruiscono dal basso un consenso umano e morale. In un contesto internazionale segnato dal ritorno della “diplomazia della forza” e dall’indebolimento del multilateralismo, Padre Gianni ha ribadito l’urgenza di luoghi di confronto autentico, sul modello delle antiche piazze e dei fori, capaci di contrastare la normalizzazione della guerra e la violazione dei confini e del diritto. Firenze – e San Miniato in particolare – può e deve essere uno di questi luoghi.   MORENO BIAGIONI: UNA TRADIZIONE FIORENTINA CHE VIENE DA LONTANO Moreno Biagioni, portavoce dell’iniziativa, ha ricostruito il percorso storico che lega Firenze all’impegno per la pace, ricordando come già quarant’anni fa il Consiglio comunale approvò all’unanimità la delibera “Firenze città operatrice di pace”, con il contributo decisivo di figure come Ernesto Balducci. Accanto a La Pira, Biagioni ha evocato una vera e propria costellazione fiorentina della pace: da Mario Primicerio ad Alberto L’Abate, da Gigi Ontanetti a Danilo Dolci, fino alle esperienze della Tenda della Pace in piazza San Giovanni e al ruolo del Social Forum europeo del 2002, che fece di Firenze un epicentro mondiale delle mobilitazioni pacifiste. Oggi, ha sottolineato Biagioni, il contesto è forse ancora più grave: la guerra torna a essere legittimata apertamente, il diritto internazionale viene violato senza più neppure il ricorso a giustificazioni retoriche e la legge del più forte prende il posto delle regole condivise. Da qui l’urgenza di rilanciare Firenze come soggetto politico attivo per la pace, chiedendo all’amministrazione comunale l’istituzione di un forum o consulta permanente, dotata di continuità, risorse e capacità di intervento: dalla promozione della diplomazia, allo sviluppo dei corpi civili di pace, dal contrasto al riarmo e alla militarizzazione fino all’educazione nelle scuole.   ANDRÉS LASSO: LA CENTRALITÀ DEL DIRITTO INTERNAZIONALE Andrés Lasso si è concentrato sul cuore politico del documento e, fra gli altri, in particolare, la difesa e l’applicazione del diritto internazionale. Nato da anni di mobilitazioni, incontri e presìdi – come le “domeniche della pace” all’Isolotto – il percorso che ha portato alla piattaforma risponde al bisogno di maggiore incisività e di una massa critica capace di andare oltre la frammentazione delle iniziative. Lasso ha denunciato con forza la crescente delegittimazione delle istituzioni internazionali, ricordando come affermazioni quali “il diritto internazionale vale fino a un certo punto” segnino uno slittamento culturale gravissimo ma anche tolgano il velo dell’ipocrisia a molte posizioni e atteggiamenti di molti governi. Al contrario, il documento ribadisce la centralità dell’ONU, della Corte Internazionale di Giustizia, delle sue risoluzioni e dei suoi relatori speciali, a partire da Francesca Albanese, ricordando fra gli altri il pronunciamento del luglio 2024 sull’occupazione illegale dei territori palestinesi. Non si tratta in primis di riscrivere il diritto internazionale, ha insistito Lasso, ma anzitutto di applicarlo. E in questo senso Firenze, forte della sua storia e delle figure che l’hanno attraversata – da La Pira a Terzani – può giocare un ruolo controcorrente, portando nel dibattito pubblico locale e nazionale una voce autorevole in difesa delle regole comuni e della diplomazia come alternativa alla guerra.   Alla fine della conferenza stampa si sono susseguiti diversi interventi dei partecipanti, con spunti e stimoli interessanti che saranno affrontati nella prossima assemblea. C’è stato anche il saluto di Cosimo Guccione, presidente del Consiglio comunale di Firenze, che ha confermato la ricezione formale del documento e l’impegno delle istituzioni cittadine con la volontà di avviare un confronto istituzionale per darvi seguito. Pur evitando di cristallizzarsi sulla soluzione della “consulta”, Guccione ha espresso apertura alla creazione di un tavolo o forum permanente che metta in rete associazioni, cittadini e rappresentanti istituzionali sul tema della pace. L’obiettivo, ha spiegato, è creare le condizioni perché questo percorso non resti simbolico ma diventi fertile, capace di produrre continuità e risultati. Un luogo visibile, condiviso, in cui lavorare insieme non solo sulle grandi questioni internazionali, ma anche sulle relazioni quotidiane, sui territori e sui modi concreti di vivere la pace. Un impegno che il Consiglio comunale, ha assicurato, è pronto a sostenere nelle forme possibili. Padre Bernardo Padre Bernardo Padre Bernardo, Moreno Biagioni, Andres Lasso al tavolo della conferenza Bandiera della pace Padre Bernardo, Moreno Biagioni, Andres Lasso al tavolo della conferenza Padre Bernardo, Moreno Biagioni, Andres Lasso al tavolo della conferenza Partecipanti nella Sala Ex Frantoio di San Miniat0 Intervento Cosimo Guccione alla conferenza Interventi alla conferenza Interventi alla conferenza Padre Bernardo, Moreno Biagioni, Andres Lasso al tavolo della conferenza Partecipanti nella Sala Ex Frantoio di San Miniat0 Padre Bernardo Padre Bernardo, Moreno Biagioni, Andres Lasso al tavolo della conferenza Vista Firenze da San Miniato Padre Bernardo, Moreno Biagioni, Andres Lasso al tavolo della conferenza Foto Cesare Dagliana, Leonardo Cappellini, Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
January 10, 2026
Pressenza
“Ardono” le coscienze e l’impegno delle streghe in Piazza Signoria a difesa di Francesca Albanese
Ieri, in Piazza della Signoria a Firenze alle ore 21, un gruppo di attiviste e attivisti si è radunato in silenzio, indossando cappelli da strega, le bandiere della pace e della palestina, per esprimere solidarietà a Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi. Un gesto ironico e potente insieme: trasformare in simbolo di libertà quella parola “strega” che il rappresentante israeliano all’ONU aveva usato come insulto, nel tentativo di delegittimare la sua voce. Ma “strega” non è un insulto, può essere un titolo d’onore. Così ha risposto Francesca Albanese alle accuse: «È delirante che uno Stato genocida non possa rispondere alla sostanza delle mie scoperte e la cosa migliore a cui ricorre è accusarmi di stregoneria» … «Se la cosa peggiore di cui mi può accusare è la stregoneria, la accetto. Ma stia certo che, se avessi il potere di fare incantesimi, lo userei non per vendetta ma per fermare i vostri crimini una volta per tutte e per assicurarmi che i responsabili finiscano dietro le sbarre». Le streghe sono sempre state donne libere, che hanno sfidato le convenzioni e messo in dubbio lo status quo, grazie alla conoscenza e a poteri speciali: la capacità di curare, di leggere i segni, di vedere oltre. In epoche di oscurità, le streghe portavano luce. Per questo facevano paura. La storia ci insegna che dietro ogni rogo non c’era la magia, ma il potere ferito: la Chiesa, gli Stati, le gerarchie maschili, il potere economico che non tolleravano una parola autonoma, una sapienza non controllata. Quelle donne non venivano punite per la loro “stregoneria”, ma per la loro libertà. Oggi, quando un potere si sente messo in crisi da una donna che parla con lucidità, la storia si ripete — anche se con altri strumenti. Ma ogni volta che qualcuno pronuncia quella parola con disprezzo, strega, la lingua tradisce la verità: chi la usa teme ciò che non può dominare, chi usa questo tema è per evitare di rispondere nei contenuti. Per questo, dire oggi “grazie, Francesca Albanese” significa dire grazie a tutte le donne che, nel corso dei secoli, hanno sfidato il potere con la forza della parola, della conoscenza e della verità. Significa riconoscere in lei quello spirito ribelle e indomabile che — allora come oggi — fa paura ai potenti. Forse le streghe non sono scomparse, si sono trasformate, oggi hanno il volto di chi lavora per la giustizia, di chi non si lascia intimidire, di chi parla di pace in un mondo che preferisce la guerra. E allora sì: se essere strega significa questo, che si alzi alto il cappello a punta e cerchiamo di essere tanti, perché non possiamo demandare la nostra libertà, la difesa del diritto internazionale a una sola strega. Paolo Mazzinghi
November 1, 2025
Pressenza