Tag - violazioni del diritto internazionale

L’indegno scaricabarile europeo sul bando ai prodotti delle colonie israeliane
All’indomani della riunione del Consiglio degli Esteri dell’UE, la questione dell’interruzione del commercio con le colonie israeliane resta sospesa nel vuoto. Da un lato, diversi Stati membri sollecitano la Commissione a presentare una proposta formale; dall’altro, l’esecutivo europeo rinvia ogni decisione all’orientamento che emergerà tra i Ventisette. Il risultato è uno stallo istituzionale che, di fatto, conferma l’immobilismo europeo di fronte alle violazioni israeliane del diritto internazionale. Nel frattempo, Tel Aviv continua ad approvare nuovi piani di espansione degli insediamenti, mentre l’UE discute della natura giuridica delle eventuali misure sui beni prodotti nelle colonie: i Paesi favorevoli allo stop sostengono che si tratti di una questione commerciale, approvabile a maggioranza qualificata, mentre altri la qualificano come una decisione di politica estera, soggetta all’unanimità. In questo quadro spicca la contraddittorietà della posizione di Tajani, che da un lato non esclude il sostegno dell’Italia allo stop al commercio con le colonie e dall’altro sostiene che la misura debba essere approvata all’unanimità. La riunione del Consiglio Affari Esteri dell’UE del 13 luglio si è conclusa con un sostanziale nulla di fatto. Al centro delle discussioni vi era il cosiddetto “documento delle opzioni” presentato dalla Commissione europea la scorsa settimana. Il testo non è pubblico, ma il suo contenuto è stato ricostruito da Euronews, che afferma di averne visionato una copia. Il documento, lungo due pagine, non costituisce una proposta formale, ma delinea tre possibili opzioni per intervenire sul commercio con le colonie israeliane: imporre una licenza di importazione alle aziende che acquistano beni provenienti dagli insediamenti, aumentare le tariffe doganali fino a renderne economicamente proibitiva l’importazione oppure vietare del tutto il commercio. Al termine della riunione, l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «l’opzione che ha ottenuto il maggior sostegno» è proprio quest’ultima. «Maggior sostegno», tuttavia, non significa maggioranza. Nonostante «tutti i 27 Stati membri concordano sul fatto che gli insediamenti israeliani siano illegali secondo il diritto internazionale», come rimarcato da diverse risoluzioni dell’ONU e di tribunali internazionali, al termine della riunione solo 11 Paesi – tra cui Belgio, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna e Svezia – si sarebbero espressi a favore del divieto totale delle importazioni provenienti dalle colonie israeliane, mentre 8 si sarebbero opposti e altri 8 non avrebbero preso posizione. Sul tavolo continua a mancare una proposta formale della Commissione, passaggio necessario perché il Consiglio possa pronunciarsi sulla questione. Se da una parte diversi governi continuano a sollecitare l’esecutivo europeo a presentare una proposta, dall’altra la Commissione pare prendere tempo e attendere che il Consiglio raggiunga una quadra. In mezzo a questo scaricabarile di responsabilità, Kallas ha annunciato che i ministri dei Ventisette hanno incaricato gli ambasciatori del Coreper, il Comitato dei rappresentanti permanenti, di proseguire l’esame delle opzioni elaborate dalla Commissione, rinviando così ulteriormente l’eventuale avvio dei negoziati su una misura specifica. Il nodo cruciale emerso dalla riunione di ieri riguarda l’inquadramento giuridico dell’eventuale proposta della Commissione. Quando presenta un atto legislativo, l’esecutivo europeo ne individua infatti la base giuridica. Nel caso del commercio con le colonie israeliane, la misura potrebbe essere qualificata come una questione di politica estera oppure di politica commerciale. Nel primo caso sarebbe necessaria l’unanimità dei Ventisette, che al momento pare lontana; nel secondo basterebbe invece la maggioranza qualificata, pari ad almeno 15 Stati membri rappresentanti il 65% della popolazione dell’UE, soglia che secondo diversi osservatori potrebbe essere raggiunta. Il dibattito giuridico si è così rapidamente trasformato in uno scontro politico: gli Stati favorevoli a misure contro le colonie sostengono che la questione rientri nella politica commerciale, mentre quelli contrari ritengono che abbia natura di politica estera. La Commissione stessa ritiene che sarebbe necessaria l’unanimità, mentre Kallas ha riferito che il Servizio giuridico del Consiglio ritiene applicabile la procedura a maggioranza qualificata. In questo dibattito spicca la posizione di Tajani, che pare volere tenere i proverbiali due piedi in una scarpa: il titolare della Farnesina ha mostrato parziale apertura all’eventuale introduzione di un blocco totale del commercio con le colonie israeliane, ma ha sostenuto che una simile misura dovrebbe essere approvata all’unanimità, requisito che condannerebbe una eventuale proposta a una quasi inevitabile bocciatura. Allo stato attuale, lo stallo sembra destinato a protrarsi. Sebbene Kaja Kallas non abbia escluso la convocazione di riunioni straordinarie, il prossimo Consiglio Affari Esteri è previsto per il 12 ottobre, a sole due settimane dalle elezioni politiche in Israele. La concomitanza dei due appuntamenti rischia di complicare ulteriormente il dossier: non è infatti escluso che alcuni Stati membri preferiscano attendere l’esito del voto prima di affrontare la questione del commercio con le colonie. Nel frattempo, Israele continua ad approvare nuovi piani di espansione degli insediamenti. Domenica 12 luglio il governo israeliano ha dato il via libera alla costruzione di 450 abitazioni nel quartiere palestinese di Umm Lison, nella Gerusalemme Est occupata, rilanciando un progetto rimasto fermo per oltre due anni a causa di problemi infrastrutturali.   L'Indipendente
July 15, 2026
Pressenza
Sahara occidentale: “il silenzio sugli innocenti”
“PROMESSE INFRANTE, DRONI E ACCORDI COMMERCIALI SULLA PELLE DEL POPOLO SAHARAWI.” Nel disordine geopolitico globale, segnato da istituzioni indebolite e da un diritto internazionale sempre più sotto attacco, ignorato e calpestato, c’è un conflitto silenzioso che rischia di esplodere definitivamente. È la vicenda del popolo Saharawi. Un dossier congelato da decenni che oggi, a causa di impegni mai mantenuti e nuovi cinici interessi economici, sta scivolando verso una pericolosa escalation armata in cui a pagare il prezzo più alto sono, come sempre, i civili. Accendere i riflettori su questa terra significa capire esattamente dove sta fallendo il nostro concetto di giustizia globale. IL DRAMMA DIMENTICATO DEL SAHARA OCCIDENTALE: DALL’ESILIO ALL’ESCALATION DEI DRONI I Saharawi sono il popolo indigeno di origine arabo-berbera del Sahara Occidentale. Dal 1975, in seguito alla fine della dominazione spagnola e alla conseguente occupazione del loro territorio da parte del Marocco, vivono in gran parte esiliati nei campi profughi in Algeria o nei territori controllati dal Fronte Polisario. Da decenni portano avanti una lotta pacifica e diplomatica per l’autodeterminazione e il riconoscimento della loro terra, la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD). La storia del popolo Saharawi è una ferita aperta nel cuore del deserto nordafricano, una vicenda di decolonizzazione tradita, promesse internazionali infrante e complici silenzi geopolitici. Da oltre cinquant’anni, questa popolazione lotta per il riconoscimento di un principio fondamentale sancito dalle leggi internazionali e dalle Nazioni Unite, ma sistematicamente negato sul campo: il diritto all’autodeterminazione 1.      L’ORIGINE DEL CONFLITTO: 1975 E L’ESODO NEL DESERTO Le radici del dramma contemporaneo risalgono al 1975, anno in cui la Spagna, ex potenza coloniale che amministrava il Sahara Occidentale dal 1934, abbandonò il territorio. Con gli Accordi di Madrid (un patto mai riconosciuto dal diritto internazionale), la Spagna cedette illegalmente l’amministrazione della regione al Marocco e alla Mauritania, ignorando le risoluzioni dell’ONU che già dal 1965 invitavano ad avviare la decolonizzazione del Sahara Occidentale e a indire un referendum per l’autodeterminazione del popolo Saharawi. La risposta di Rabat fu immediata: la “Marcia Verde” portò all’occupazione militare del territorio da parte delle forze armate marocchine e al trasferimento di circa 150.000 coloni. L’invasione provocò l’uccisione di numerosi civili e scatenò una fuga di massa. Migliaia di donne, uomini e bambini furono costretti ad attraversare il deserto sotto i bombardamenti per trovare rifugio in Algeria, in una delle regioni più inospitali del deserto del Sahara non distante da Tindouf. Nel 1976, il movimento di liberazione nazionale Saharawi, il Fronte Polisario, proclamò la Repubblica Araba Democratica dei Sahrawi (RASD). Il Fronte Polisario (guidato inizialmente da El Ouali Mustapha Sayed) nacque nel 1973 dopo il fallimento della protesta pacifica di Bassiri. Fondatore del Movimento di Liberazione Nazionale organizzò una grande manifestazione pacifica a El Aaiún contro il controllo spagnolo. La protesta fu repressa violentemente dall’esercito spagnolo. Durante gli scontri, Bassiri fu arrestato dalle autorità coloniali e scomparve nel nulla. È considerato il primo desaparecido e martire della causa saharawi. 2.  DALL’ESILIO ALL’ORGANIZZAZIONE DEI CAMPI PROFUGHI L’accoglienza in Algeria ha permesso ai Saharawi di sopravvivere, ma in condizioni climatiche estreme. L’organizzazione dei campi profughi ha seguito un’evoluzione dolorosa ma straordinaria: 1. Nei primi anni dell’esodo, l’intera popolazione viveva nelle khaima, le tipiche tende di tessuto dei nomadi stese sulla sabbia, che fungevano da unico scudo contro le tempeste e le escursioni 2. Con il prolungarsi dell’esilio, l’organizzazione sociale è mutata. Le tende sono state progressivamente affiancate o sostituite da piccole abitazioni costruite con mattoni di sabbia compressa e tetti di Solo ultimamente compaiono case costruite con mattoni e cemento armato ed è presente in gran parte dei campi l’energia elettrica. Oggi, interi nuclei urbani autogestiti portano i nomi delle città d’origine occupate (come El Aaiún o Smara), a testimonianza di una memoria storica identitaria che si tramanda alle nuove generazioni nate in esilio. Esiste un governo democratico con grande rilevanza dato al ruolo delle donne e alla istruzione dei bambini. 3.  LA TREGUA DEL 1991, LO SFRUTTAMENTO ECONOMICO E LA VOCE DELLA SOCIETÀ CIVILE Nel 1991, dopo sedici anni di guerra di logoramento, con il recupero di una porzione di territorio da parte del popolo saharawi (i Territori Liberati) il Fronte Polisario e il Marocco firmarono un cessate il fuoco sotto l’egida dell’ONU, che istituì la missione MINURSO. Il perno dell’accordo era chiaro: lo svolgimento di un referendum per l’autodeterminazione, in cui il popolo Saharawi avrebbe finalmente potuto scegliere tra l’indipendenza e l’integrazione con il Marocco. Quella promessa è rimasta lettera morta. Durante questa infinita attesa, l’Occidente ha voltato le spalle alle risoluzioni internazionali. Molti paesi europei hanno avviato accordi commerciali con il Marocco, legittimando di fatto lo sfruttamento economico illegale di fosfati, risorse ittiche e prodotti agricoli del Sahara Occidentale occupato, senza il consenso del popolo locale e in contrasto con il diritto internazionale. A denunciare con forza questa complicità internazionale è intervenuta spesso anche la società civile italiana. Nell’ottobre 2025, davanti alla 4ª Commissione speciale dell’ONU sulla decolonizzazione, Simone Bolognesi (Presidente di Città Visibili, a nome della Rete Saharawi) ha ribadito che il Sahara Occidentale è un territorio distinto dal Marocco e che lo sfruttamento delle risorse naturali del territorio può avvenire esclusivamente con il consenso del popolo saharawi, come confermato dalle storiche sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Bolognesi ha esortato le Nazioni Unite a rompere il silenzio, chiedendo l’adozione di misure vincolanti e sanzioni contro lo sfruttamento illegittimo delle risorse saharawi e l’introduzione di un registro internazionale per la tracciabilità dei prodotti, per fermare i flussi economici che alimentano l’occupazione. 4.  2020: LA FINE DELLA TREGUA A EL GUERGUERAT Il fragile equilibrio si è spezzato tra novembre 2020 e gennaio 2021 a El Guerguerat, una località nell’estremo sud-ovest della regione, al confine con la Mauritania. Un gruppo di civili e attivisti Saharawi aveva organizzato una manifestazione pacifica per protestare contro lo stallo politico e l’apertura da parte di Rabat di una “breccia” commerciale illegale attraverso il muro militare di sabbia. Tale valico stradale era considerato dal Polisario un corridoio abusivo utilizzato per esportare le risorse saccheggiate. Il 13 novembre 2020, l’esercito marocchino ha violato l’Accordo Militare n. 1, penetrando nella zona cuscinetto demilitarizzata per disperdere i manifestanti. Considerata l’azione come un’aggressione diretta ai civili, il Fronte Polisario ha risposto al fuoco, dichiarando ufficialmente la fine del cessate il fuoco e la ripresa dello stato di guerra. 5.  IL NUOVO SCENARIO GEOPOLITICO: LA SVOLTA DEI DRONI E L’ISOLAMENTO DIPLOMATICO Da allora, il conflitto ha assunto una veste tecnologica asimmetrica e devastante. Come confermato dal recente attacco di giugno 2026, che ha portato all’uccisione di Lahbib Mohamed Abdelaziz (capo militare del Polisario e figlio dello storico leader e Presidente della RASD Mohamed Abdelaziz), il Marocco presidia il muro di difesa impiegando massicciamente droni militari di ultima generazione (forniti da Israele) per colpire indistintamente e con armi impari i soldati e la popolazione saharawi, oltre che per decimare i vertici del Polisario. Il contesto internazionale è, nel tempo e soprattutto negli ultimi anni, mutato a favore di Rabat: 1. Il blocco pro-Marocco: nel dicembre 2020, nel corso della prima presidenza Trump, gli Stati Uniti hanno riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale in cambio della normalizzazione delle relazioni tra Marocco e Israele (paese che fornisce armamenti e tecnologie al Marocco). Successivamente, paesi europei come la Francia, il Regno Unito e la Spagna (ex potenze coloniali) hanno espresso un forte appoggio al “Piano di Autonomia” marocchino del 2007, che cancella l’ipotesi di piena indipendenza saharawi e del diritto alla autodeterminazione. 2. Il ruolo dell’Italia: L’Italia, rispetto a Francia e Spagna, mantiene una posizione di forte cautela ed equidistanza. Se da un lato Roma riconosce il Marocco come partner cruciale per la sicurezza e la gestione migratoria nel Mediterraneo, dall’altro non ha mai appoggiato il Piano di Autonomia di Rabat. La diplomazia italiana resta ancorata alla linea ONU per una soluzione negoziata, anche per preservare l’alleanza strategica ed energetica con l’Algeria, principale sponsor della causa saharawi. L’agenzia del Ministero degli Esteri emana regolarmente bandi e programmi di risposta umanitaria integrata rivolti specificamente alla provincia di I fondi governativi finanziano ONG italiane (come CISP, Africa 70, Nexus e altre) per interventi critici: gestione dell’acqua, sicurezza alimentare, cliniche mediche e scuole nei cinque campi profughi (wilaya). Roma destina quote annuali fisse ad agenzie come il WFP (World Food Programme) e l’UNICEF per finanziare la distribuzione di razioni alimentari e assistenza ai rifugiati saharawi vulnerabili, lavorando in stretta collaborazione con la Mezzaluna Rossa Saharawi. A livello di diplomazia culturale e regionale, un tassello fondamentale è rappresentato dal programma dei Piccoli Ambasciatori di Pace. Ogni estate, le reti di solidarietà e numerosi enti locali italiani accolgono i bambini saharawi. Oltre a offrire loro un soggiorno terapeutico lontano dalle temperature estreme del deserto, l’iniziativa permette ai minori di farsi portavoce del dramma del proprio popolo, sensibilizzando le comunità ospitanti sulla causa dell’autodeterminazione saharawi. 3. La resistenza e i rischi globali: La RASD continua a godere del forte supporto dell’Unione Africana (di cui è membro fondatore), di nazioni storiche come l’Algeria, il Sudafrica, Cuba e il Venezuela, oltre che di una fitta e vitale rete legata alla cooperazione internazionale e all’associazionismo, radicata soprattutto in Spagna e in Italia. CONCLUSIONI: UN FOCOLAIO D’INSTABILITÀ NEL MAGHREB Oggi il popolo Saharawi si trova drammaticamente spaccato in tre: una parte resiste nei campi profughi in territorio algerino, in condizioni umanitarie, ambientali e climatiche molto critiche; un’altra vive sotto il regime di occupazione marocchina nei territori del Sahara occidentale occupato, subendo forti limitazioni dei diritti civili e politiche di assimilazione forzata la terza vive nella diaspora, dispersa soprattutto in Spagna e, in misura minore, in Italia, Francia e altri paesi europei. L’uso dei droni, la retorica mediatica di Rabat volta a delegittimare il Polisario identificandolo come movimento terroristico e l’allineamento delle potenze occidentali non hanno risolto la crisi, ma l’hanno incanalata in un pericoloso vicolo cieco. Ad esempio, il rischio di vedere uno sviluppo dell’estremismo religioso e la perdita di consenso di una linea politica fedele al diritto internazionale, così come la ripresa delle ostilità armate minaccia di incendiare l’intera regione del Maghreb, esasperando le tensioni storiche tra Marocco e Algeria e attirando l’interesse strategico di altri attori globali come la Russia e la Cina. Ignorare il diritto all’autodeterminazione dei Saharawi non è solo un’ingiustizia storica, ma una scelta geopolitica miope che alimenta una costante minaccia alla pace internazionale. Paolo Mazzinghi
July 8, 2026
Pressenza
Fu Dong: Israele deve smettere. Il rapporto di B’Tselem sull’infanticidio in Cisgiordania.
Il rappresentante della Cina al Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha dichiarato: “Il cessate il fuoco a Gaza non è ancora entrato in vigore e ogni giorno vengono uccisi dei bambini. Israele deve cessare immediatamente il fuoco a Gaza e rispettare il diritto internazionale. L’attività di insediamento in Cisgiordania deve cessare e non può esserci soluzione senza la creazione di uno Stato palestinese”. Al 260° giorno dalla proclamazione dell’accordo per la cessazione dei combattimenti nella Striscia di Gaza, * le violazioni israeliane sono sono state 3.465 * 1.045 persone sono state uccise a causa delle violazioni israeliane e degli attacchi in corso * 3.380 persone sono state ferite a seguito degli attacchi israeliani * 113 persone sono state arrestate e sono tuttora detenute * sono entrati solo 55.539 dei previsti 156.000 camion, con un tasso di conformità di appena il 36% * per i trasferimenti all’estero di malati necessitanti cure, su 21.800 che, in base all’accodo, avrebbero dovuto poter attraversare il confine al valico di Rafah, l’occupazione israeliana ha permesso il passaggio di soli 8.016 viaggiatori,  con un tasso di conformità di appena il 36%. In un rapporto pubblicato ieri, l’associazione per i diritti umani israeliana B’Tselem riferisce: > Israele ha ucciso 54 bambini e adolescenti in Cisgiordania lo scorso anno, il > numero più alto dal 1967. > > Israele ha ucciso 1.086 palestinesi in Cisgiordania, tra cui 241 bambini e > adolescenti, dall’ottobre 2023. > > L’uccisione senza precedenti di bambini e adolescenti palestinesi in > Cisgiordania è il risultato di una più ampia politica israeliana che consente > di uccidere impunemente. > > Le forze israeliane hanno impedito e ostacolato l’accesso delle squadre > mediche ai palestinesi in circa un quarto dei casi in cui bambini e > adolescenti sono stati uccisi mentre erano feriti. > > Le autorità israeliane stanno trattenendo i corpi di 18 dei 54 bambini e > adolescenti uccisi durante il 2025. Nostri contatti a Gaza hanno riferito che ieri sono arrivati negli ospedali di Gaza 8 uccisi, tra cui due bambini, e oltre 40 feriti, vittime dei raid aerei israeliani sulla Striscia. Un bambino è morto in seguito al bombardamento di terreni e tende di sfollati da parte di aerei da guerra israeliani nella zona di Al-Mawasi a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. Un aereo da guerra israeliano ha effettuato un raid aereo nei pressi della zona di Al-Sudaniyya, a nord-ovest di Gaza City. Due uccisi e diversi feriti in un bombardamento israeliano contro un gruppo di palestinesi vicino all’incrocio di Al-Nas ad Al-Mawasi, Khan Younis. In un altro bombardamento è stato ucciso Salim al-Ashqar. È stato colpito dal fuoco israeliano nella città di al-Qarara, a nord-ovest di Khan Younis. Il corteo funebre per la martire tredicenne Eileen al-Farra si è svolto presso il complesso medico Nasser a Khan Younis. È morta a causa delle ferite riportate dopo essere stata colpita, nei giorni precedenti, da una scheggia di un proiettile israeliano all’interno della sua tenda vicino alla rotonda di Abu Hamid, nel centro della città. I bombardamenti di artiglieria, a intermittenza, hanno preso di mira le aree orientali di al-Qarara, a nord-est di Khan Younis. I nomi dei tre martiri uccisi nel raid aereo israeliano che ha colpito Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza centrale, sono: Ali Fayez Asbitan, Hassan Salman al-Hanajra e il bambino di 8 anni Malik Wael Abu Shawish. In Cisgiordania i soldati israeliani di occupazione hanno una licenza di uccidere, con una completa impunità. Un minorenne di 15 anni, Amir Ahmad Jaber, è stato colpito a morte dalle pallottole israeliane durante l’invasione delle truppe nel quartiere Umm Al-Sharayet, nella città di el-Bira. Come al solito i criminali ufficiali dell’esercito di occupazione hanno impedito i soccorsi, fino all’accertamento del decesso. In Libano stamattina l’esercito israeliano ha condotto una massiccia operazione di bombardamento nella città di Haddatha, nel Libano meridionale. Aerei da guerra israeliani hanno lanciato un attacco aereo nell’area compresa tra le città di Qantara e Deir Siryan. L’esercito israeliano ha effettuato vaste operazioni di demolizione in diverse zone del Libano meridionale. I media di Tel Aviv continuano a parlare dei tre villaggi “zone sperimentali” dalle quali l’esercito di occupazione si sarebbe ritirato per lasciare entrare l’esercito libanese e provvedere al disarmo di Hezbollah. È falso. Le tre cittadine indicate non sono occupate dall’esercito israeliano. Il ministro della guerra israeliano, Katz, ha ripetutamente sottolineato che l’esercito israeliano non si ritirerà dal Libano e l’accordo di Washington è chiaro su questo punto: “Rimarremo lì fino al disarmo dell’ultimo fucile nelle mani di Hezbollah. Non solo, ma abbiamo allargato la ‘linea gialla’, che rappresenterà una striscia di sicurezza per noi”. Non si placa il dibattito politico in Libano, dopo la firma dell’accordo vergogna a Washington. Un deputato del movimento Amal è arrivato a definire la firma di quell’accordo un tradimento della sovranità del paese ed una sottomissione alla tutela Usa e israeliana. Nel secondo giorno di relativa calma, la guerra in Iran prosegue per il momento soltanto a livello di comunicati. A Doha si dovrebbero riunire delegazioni di Teheran e Washington, ma le comunicazioni delle due parti non coincidono. La propaganda di Trump parla di negoziato sul nucleare iraniano, invece da Teheran dicono che si tratterebbe di un incontro tecnico sull’applicazione delle clausole sulla fine delle sanzioni sulle esportazioni petrolifere iraniane e sul congelamento dei fondi iraniani. Il traffico nello stretto di Hormuz continua anche se si è leggermente attenuato: 18 navi lo hanno attraversato di fronte alle 28 prima dell’ultima fiammata di bombe e missili. A Muscat si stanno tenendo trattative tra l’Oman e l’Iran per il regolamento del traffico marittimo nello Stretto, dopo la fine del periodo sperimentale di 60 giorni previsto dall’accordo quadro Iran-USA. Un’ulteriore polemica è nata tra Teheran e Parigi, dopo le dichiarazioni di Macron sul ruolo francese nello sminamento dello Stretto. Il vice ministro degli esteri iraniano ha rilasciato una dichiarazione di fuoco: “la presenza di unità militari europee nella regione sono un’altra dichiarazione di guerra. Non serve versare altra benzina sul fuoco. Lo sminamento dello Stretto è soltanto competenza nostra”. ANBAMED
June 30, 2026
Pressenza
La Flottilla nuovamente sotto attacco. Gli equipaggi segnalano raffiche di spari.
Mentre scriviamo, le forze israeliane stanno aprendo il fuoco contro le imbarcazioni civili della Global Sumud Flotilla ancora in navigazione verso Gaza, in acque internazionali, a circa 250 miglia nautiche dalla Striscia, al largo di Cipro. Lo confermano gli equipaggi a bordo. Si tratta dell’uso diretto di armi da fuoco contro civili disarmati, non violenti e inermi, che tengono le mani alzate e indossano i giubbetti di salvataggio. Non è più soltanto abbordaggio, sequestro e sabotaggio: è fuoco aperto su una missione umanitaria e pacifica. È esattamente ciò che la Global Sumud Flotilla aveva denunciato e previsto il 15 maggio scorso: Israele ha costruito a tavolino la menzogna dei «violenti» per ottenere il consenso all’uso di una forza potenzialmente letale. Lo avevamo scritto prima che agissero. Nessun governo e nessun leader potrà affermare di non sapere. L’operazione è iniziata il 18 maggio e prosegue senza sosta da oltre ventiquattro ore. Israele ha schierato quattro navi da guerra e sei imbarcazioni veloci contro una flotta eterogenea di piccole barche a vela, natanti in legno e modesti motoscafi. Ricordiamo che lo stesso copione propagandistico fu usato per giustificare il massacro di dieci operatori umanitari a bordo della Mavi Marmara, il 31 maggio 2010, anch’esso in acque internazionali. Non permetteremo che la storia si ripeta nel silenzio. Schierare un’enorme forza militare e aprire il fuoco contro una manciata di civili disarmati non è un’operazione di sicurezza: è un atto di guerra contro una missione umanitaria e la prova del disprezzo totale del regime Netanyahu per la vita umana e per lo stato di diritto. L’uso di proiettili — la cui tipologia non è ancora confermata, ma che anche se di gomma sono notoriamente in grado di uccidere a distanza ravvicinata — contro persone inermi in alto mare espone deliberatamente la vita dei partecipanti a un rischio gravissimo e immediato, in palese violazione della libertà di navigazione in acque internazionali, della tutela accordata alle navi che trasportano aiuti umanitari e del diritto italiana, soggetti pertanto alla giurisdizione italiana. L’apertura del fuoco aggrava in modo decisivo il quadro già denunciato il 30 aprile e integra, in particolare: * il tentato omicidio (artt. 56 e 575 c.p.), poiché sparare proiettili contro persone inermi costituisce atto idoneo e diretto in modo non equivoco a cagionarne la morte; * il sequestro di persona (art. 605 c.p.) per la privazione della libertà personale dei partecipanti trasferiti con la forza; * il tentato naufragio e il danneggiamento seguito da pericolo di naufragio (artt. 428 e 449 c.p.) per lo speronamento e il sabotaggio dei natanti; * le lesioni personali e la violenza privata (artt. 582-583 e 610 c.p.) in danno di chi sia stato colpito o costretto con la forza; * la pirateria e la violazione delle convenzioni internazionali sulla navigazione ratificate dall’Italia (art. 1135 cod. nav.; UNCLOS). Sul piano internazionale, l’aggressione viola gli articoli 2, 3 e 5 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo — diritto alla vita, divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti, libertà personale. Il trasferimento illegale in Israele e la detenzione nelle carceri israeliane espongono inoltre attiviste e attivisti al rischio concreto di tortura, come già accertato dalle testimonianze raccolte da Adalah e dall’indagine per tortura aperta dalla Procura di Roma. Solo circa dieci imbarcazioni mantengono ancora la rotta verso Gaza. Decine di imbarcazioni sono già state intercettate, danneggiate o lasciate alla deriva. Centinaia di partecipanti civili — medici, giornalisti e difensori dei diritti umani provenienti da oltre 40 Paesi — sono stati rapiti e trasferiti con la forza verso un porto della Palestina occupata. A bordo delle barche battenti bandiera italiana e tra i partecipanti vi sono cittadini italiani: secondo le informazioni disponibili almeno dodici italiani risultano fermati, tra i quali attivisti di lungo corso e un parlamentare. La presenza a bordo di cittadini italiani e di natanti battenti bandiera italiana fa sorgere in capo allo Stato italiano non una facoltà, ma un preciso obbligo positivo di protezione. Tutte le persone a bordo di navi battenti bandiera italiana sono sottoposte alla giurisdizione italiana ai sensi dei trattati sui diritti umani ratificati dall’Italia, che impongono allo Stato di adottare, con la dovuta diligenza, ogni misura necessaria a proteggere la vita umana. È un dovere, non un’opzione politica: il silenzio e l’inerzia, di fronte al fuoco aperto su civili italiani, equivalgono a un venir meno a tale obbligo. Per queste ragioni la delegazione italiana della Global Sumud Flotilla chiede con la massima urgenza al Governo italiano di: * Intervenire immediatamente e con ogni mezzo per far cessare l’uso della forza armata contro le imbarcazioni e ottenere l’immediata liberazione di tutti i cittadini italiani e di tutti i partecipanti imbarcati su navi battenti bandiera italiana, garantendone l’integrità fisica e la tutela dei diritti fondamentali. * Adottare senza indugio misure di protezione attiva delle imbarcazioni battenti bandiera italiana e dei loro equipaggi, anche mediante l’impiego di assetti navali, conformemente al diritto internazionale, che riconosce la legittimità — e in questo caso la doverosità — di azioni di protezione poste in essere a salvaguardia di navi e cittadini sotto giurisdizione italiana. * Condannare pubblicamente e formalmente l’apertura del fuoco e gli atti posti in essere da Israele contro la missione, e avviare senza ritardo l’accertamento delle responsabilità penali, sostenendo l’indagine già aperta dalla Procura della Repubblica di Roma per sequestro di persona, danneggiamento con pericolo di naufragio etortura, alla quale i fatti odierni aggiungono l’ipotesi di tentato omicidio. * Inviare immediatamente una nota diplomatica formale e pubblica al Governo di Israele, intimando la cessazione di ogni atto ostile contro la Flotilla e il rispetto della natura esclusivamente umanitaria e pacifica della missione. * Attivare con la massima tempestività misure di protezione consolare e assistenza legale per ogni cittadino italiano fermato o detenuto, ottenendo informazioni ufficiali su condizioni e luogo di trattenimento, pieno accesso consolare e legale e il coinvolgimento di organismi internazionali di monitoraggio. * Adoperarsi per il rilascio delle imbarcazioni illegalmente sequestrate e del carico umanitario destinato alla popolazione civile di Gaza. Non navighiamo soltanto per consegnare aiuti: navighiamo per smascherare la complicità che rende necessaria la nostra navigazione. Ogni comandante navale e ogni commando coinvolto in questa operazione viene documentato; le prove vengono trasmesse a team legali internazionali che guidano procedimenti penali in venti giurisdizioni. L’impunità di Israele ha una data di scadenza. Navighiamo con l’eredità di un popolo che resiste da otto decenni, radicato nella fermezza, nel Sumud. Non ci fermeremo finché l’assedio non sarà spezzato e finché la Palestina non sarà libera. Il mondo sta guardando. Chiediamo al Governo italiano di agire ora.       Global Sumud Flotilla
May 19, 2026
Pressenza
Global Sumud Land Convoy diretto a Gaza bloccato alla periferia di Sirte
A causa dell’aumento dei rischi per la sicurezza e della forte presenza di forze armate nell’area, il convoglio umanitario internazionale, una missione civile composta da oltre 200 partecipanti provenienti da 25 paesi, è stato costretto ad accamparsi a nove chilometri dal valico a metà strada tra Tripoli e Bengasi. Il Global Sumud Land Convoy trasporta ambulanze, medicinali e case mobili e comprende medici, ingegneri, insegnanti e costruttori ecologici pronti a lavorare a fianco della leadership palestinese a Gaza. I suoi coordinatori erano in contatto con le autorità libiche da mesi, da cui avevano ricevuto permessi e garanzie di passaggio sicuro. Il 17 maggio infatti il convoglio ha raggiunto la sua ultima tappa prima del valico di Sirte, una zona neutrale tra la Libia occidentale e quella orientale ritenuta un territorio sicuro e accessibile. Tuttavia, un contingente militare appostato sulla strada per il valico ne ha impedito il passaggio. Inoltre, si sono bruscamente interrotti i negoziati della Mezzaluna Rossa, mediatrice tra il gruppo e le autorità libiche. Per tentare di riaprire le trattative, i partecipanti al Global Sumud Land Convoy hanno formato una delegazione che si recherà a Sirte per consegnare una lettera contenente le loro richieste. La Global Sumud Flotilla condanna la dimostrazione di forza messa in scena dall’Esercito Nazionale Libico al valico di Sirte: un tentativo di intimidire i civili partecipanti alla missione e di indurli a recedere dal mostrare la propria umanità.  Questo movimento è composto da persone provenienti da oltre 25 paesi, tutti volontari, civili non violenti e disarmati di ogni estrazione sociale, età, religione e credo, che ora sono costretti a oltrepassare un blocco militare semplicemente per consegnare una lettera in cui chiedono un salvacondotto.  La Quarta Convenzione di Ginevra è inequivocabile: tutte le parti sono obbligate a consentire il libero passaggio di soccorsi e operatori umanitari. La comunità internazionale deve agire. Le garanzie di passaggio sicuro sono state prima assicuate e poi negate. Una forza militare ora impedisce a civili disarmati di consegnare aiuti a una popolazione assediata. Non si tratta di una “zona grigia”. È una violazione del diritto internazionale umanitario e i responsabili saranno chiamati a risponderne. Global Sumud Flotilla
May 19, 2026
Pressenza
L’appello di docenti, amministrativi e studentesse dell’UPO – Università del Piemonte Orientale
Siamo docenti, amministrativi e studentesse e studenti dell’Università del Piemonte Orientale convinte/i che la gravità di ciò che accade a Gaza e nella Palestina tutta non possa vedere la nostra comunità e la nostra istituzione silente. Per questo abbiamo preparato un appello con l’obiettivo di sollecitare una presa di posizione ferma e decisa del nostro Ateneo. L’Università del Piemonte Orientale, all’articolo 1, secondo comma, del suo Statuto, proclama che essa «è sede primaria di libera ricerca e di libera formazione ed è luogo di apprendimento ed elaborazione critica delle conoscenze; opera combinando in modo organico ricerca e didattica, nell’interesse della società e nel rispetto dei diritti inviolabili della persona». Tale missione fondamentale acquista un’urgenza inedita nel momento storico odierno. A ogni livello della vita associata, violenza e brutalità sembrano diventare gli strumenti più usati per la risoluzione delle controversie. Il mondo assiste, con senso di impotenza, al crescente proliferare di guerre che coinvolgono estesamente persone innocenti e popolazioni civili. Quando la vita umana è calpestata e vilipesa si realizza la negazione dei principi su cui si fondano le comunità universitarie. Alla fiducia nella ragione, nella scienza e nella cultura subentra una tenebra, che segna la dissoluzione di tutto quanto può definirsi umano. Mai come oggi, dunque, occorre riaffermare, in ogni sede possibile, che la pace non si costruisce attraverso la violenza. Nella Striscia di Gaza e nei Territori illegittimamente occupati il Governo israeliano sta continuando a violare sistematicamente le norme del diritto internazionale, ponendosi di fatto fuori dalla comunità internazionale. La reazione contro le brutali azioni terroristiche di Hamas del 7 ottobre 2023 (culminata nell’uccisione di 1200 civili e militari israeliani e nella detenzione di 250 ostaggi innocenti)si è trasformata in una guerra dimassacro, condotta senza alcun limite, coinvolgendo in modo indiscriminato la popolazione civile palestinese (il numero dei morti è incommensurabile, ma ad oggi sono circa 65.000, di cui 20.000 bambini). Nei lunghi mesi di guerra, il Governo israeliano, nel respingere i numerosi appelli per la fine delle operazioni militari e per la moderazione, ha mostrato alla comunità internazionale che il suo obiettivo ultimo è l’annessione della Striscia di Gaza e di parti sempre più ampie della Cisgiordania, e l’espulsione della popolazione residente, ridotta alla fame con il blocco degli aiuti umanitari. Data la drammaticità della situazione, Corti internazionali, due Commissioni indipendenti delle Nazioni Unite, la Relatrice Speciale per i Territori Palestinesi Occupati, Francesca Albanese, oltre che numerose ONG per i diritti umani, nonché diversi intellettuali israeliani tra cui Raz Segal, Amos Goldberg, Ilan Pappé e Omer Bartov, hanno apertamente usato il termine “genocidio”. Anche il Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha affermato che «la situazione a Gaza diviene, di giorno in giorno, drammaticamente più grave e intollerabile», esprimendo «allarme per la semina di sofferenza e di rancore che si sta producendo, che, oltre ad essere iniqua, contrasta con ogni vera esigenza di sicurezza». Sebbene non si possa che accogliere favorevolmente la recente tregua, gli attuali negoziati sollevano numerosi dubbi in ordine alla necessità di assicurare giustizia per le vittime, anche attraverso la repressione di crimini internazionali, nonché piena realizzazione del principio di autodeterminazione dei popoli nel perseguimento di una pace duratura e giusta. Noi firmatarie e firmatari, membri della Comunità dell’Università del Piemonte Orientale, condanniamo – il massacro posto in essere dal Governo israeliano sulla popolazione civile palestinese inerme; – le gravissime e ripetute violazioni del diritto internazionale commesse dal Governo israeliano nella Striscia di Gaza e in parti sempre più ampie della Cisgiordania; – l’uccisione di civili e la detenzione di ostaggi innocenti da parte di Hamas e ogni altra azione violenta condotta da organizzazioni terroristiche palestinesi contro il popolo israeliano; sollecitiamo il governo italiano a riconoscere lo Stato Palestinese e ad assumere, anche a livello europeo e internazionale, ogni iniziativa necessaria e legittima per contrastare le azioni illecite commesse delle autorità israeliane nella striscia di Gaza e nei territori occupati di Cisgiordania, in nome della Costituzione Italiana che, all’articolo 11, «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»; chiediamo alle Istituzioni competenti, in conformità alle norme cogenti di diritto internazionale, l’adozione immediata di sanzioni adeguate verso lo Stato d’Israele e l’applicazione dell’obbligo giuridico di non cooperazione dello Stato italiano; esprimiamo solidarietà alle colleghe e ai colleghi e alle studentesse e agli studenti palestinesi coinvolti nella violenza perpetrata dalle forze armate dello Stato di Israele; pieno sostegno altresì alle colleghe e ai colleghi, alle studentesse e agli studenti e a tutte le cittadine e i cittadini israeliani che, con coraggio e determinazione, si sono opposti alla guerra e alle politiche dell’attuale Governo israeliano, auspicando che la loro voce possa smuovere la loro società e le loro istituzioni e possa contagiare altre piazze e altri popoli per la salvaguardia di una società aperta e libera; formuliamo l’impegno a contribuire con tutte le risorse scientifiche e culturali a disposizione di questo Ateneo a un dibattito pubblico onesto verso la realtà,scevro da parole d’odio, sorretto dal linguaggio della giustizia e della pace, generativo di una società di persone libere, egualmente degne, solidali nella comune appartenenza alla famiglia umana; e invitiamo il Consiglio di Amministrazione e il Senato Accademico a * sospendere ogni forma di collaborazione scientifica e didattica, nazionale e nell’ambito dell’Unione Europea, con gli atenei dello Stato di Israele che abbia anche in forma implicita un collegamento con attività belliche. Tale sospensione si configura quale gesto politico e strumento di pressione affinché lo Stato di Israele si adoperi per la duratura cessazione delle ostilità, nonché per il ripristino di un processo di pace giusto e sostenibile nella Striscia di Gaza e nei territori occupati di Cisgiordania e Gerusalemme Est; * adottare ogni misura necessaria, finanziaria, didattica e di ricerca, destinata all’apertura di corridoi umanitari per studiose e studiosi e studentesse e studenti palestinesi, affinché il più alto numero fra loro possa essere accolto presso il nostro Ateneo; tutto il corpo docente e amministrativo a dimettersi da organi di fondazioni, società, associazioni, comitati che abbiano direttamente o indirettamente rapporti con il Governo israeliano; il personale docente a dare lettura della presente mozione, ivi comprese le premesse che ne formano parte integrante, in occasione dell’avvio dei corsi.   Per il Dipartimento di Giurisprudenza, Scienze politiche, economiche e sociali (DIGSPES): Rocco Alessio Albanese, Elisabetta Grande, Stefano Saluzzo, Chiara Tripodina, Giorgio Barberis, Elena Allegri, Alba Angelucci, Pierfrancesco Arces, Giacomo Balduzzi, Fabio Berca, Margherita Benzi, Chiara Bertone, Marta Buffoni, Domenico Carbone, Francesca Chiarotto, Paolo Chirico, Flavia Coda Moscarola, Daniele Ferrari, Amal Khadir, Roberto Mazzola, Anna Menozzi, Massimiliano Piacenza, Andrea Pogliano, Marta Regalia, Silvana Robone, Daniele Scarscelli, Davide Servetti, Giuseppe Verrigno, Massimo Vogliotti, Francesca Zaltron e Roberto Zanola. Seguono (al 28/10/25) altre 281 firme. Redazione Piemonte Orientale
October 30, 2025
Pressenza