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La Corte Suprema israeliana in questi giorni delibererà in merito alla legittimità dell’ordinanza governativa che impone a 37 ong – tra cui Action Aid, Care, Caritas, Consiglio Norvegese per i Rifugiati, Medici Senza Frontiere e Oxfam – di interrompere gli interventi umanitari da loro svolti nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Il 30 dicembre scorso queste ong erano state informate che, entro 60 giorni dall’avviso, per rinnovare le autorizzazioni a loro rilasciate erano obbligate a fornire alle autorità israeliane gli elenchi del proprio personale palestinese. Di queste ong ‘bersagliate’ dal bando del governo israeliano 17 si sono appellate alla magistratra israeliana perorando la sospensione dell’ingiunzione: “Un ricorso congiunto senza precedenti e che arriva dopo diversi tentativi di mediazione andati a vuoto, oltre che decine di appelli da tutto il mondo per chiedere che venga garantito l’aiuto umanitario a una popolazione devastata da bombardamenti e fame – spiega Alberto Sofia su Il Fatto Quotidiano (ANBAMED) – Tutto mentre a Gaza più della metà della popolazione continua a vivere in campi senza acqua potabile e servizi di base, mentre il sistema sanitario è totalmente distrutto e mancano medicinali e attrezzature mediche. In questo contesto gli aiuti entrano con il contagocce e il lavoro degli operatori resta essenziale per portare acqua e assistenza medica”. Ieri, 26 febbraio, in oltre 50 città italiane di fronte ad altrettanti ospedali sono stati svolti dei flash-mob in solidarietà con le ong colpite dall’ingiunzione (alcune foto nella rassegna in calce) e contemporaneamente veniva ‘lanciata’ la petizione rivolta ai governanti e alla società civile da numerose persone, in particolare operatrici e operatori della sanità, e associazioni che operano per la pace, in difesa dei diritti umani e del diritto internazionale. Tutti possono aderire all’appello, il cui testo è riportato qui di seguito, compilando il modulo online e confermando la sottoscrizione all’email che ne richiede la conferma. > NO LISTE, NO BERSAGLI. STIAMO CON LE ONG, STIAMO CON GAZA > > Noi operatrici e operatori della sanità e associazioni che operano per la > pace, in difesa dei diritti umani e del diritto internazionale esprimiamo la > nostra solidarietà a Medici Senza Frontiere, a Oxfam e a chi delle 37 ONG a > cui Israele ha negato il permesso di operare a Gaza rifiuterà di consegnare > alle autorità israeliane le liste del proprio personale palestinese, > ritenendola una richiesta incompatibile con i principi umanitari e con il > dovere di protezione dei lavoratori e delle comunità assistite. Questa > decisione coraggiosa non è un atto di sfida: è un imperativo etico e legale. > > Nel marzo 2025, le autorità israeliane hanno annunciato che le ONG operanti a > Gaza avrebbero dovuto fornire nomi e informazioni sul proprio personale. Il 30 > dicembre è stato poi comunicato che le registrazioni preliminari di 37 ONG > umanitarie erano scadute e che le organizzazioni avrebbero dovuto cessare le > attività entro 60 giorni oppure trasmettere tali dati, senza chiare garanzie > sulla sicurezza degli operatori. > > Questa richiesta di delazione mira a costringere le ONG a partecipare alla > politica coloniale di sorveglianza e controllo dei gazawi, un sistema > utilizzabile per arrestare, torturare o uccidere operatori sanitari, come > dimostrato dai dati degli ultimi due anni. Allo stesso tempo, la misura > contribuisce a screditare le ONG agli occhi dell’opinione pubblica nazionale e > internazionale, ponendole in una situazione di scelta comunque sbagliata. > > I dati parlano con drammatica chiarezza. Nel 2022 a Gaza erano presenti 16.259 > operatori sanitari, di cui il 18,2% impiegato presso organizzazioni non > governative. Dal 7 ottobre 2023, circa 1.700 di questi professionisti sono > stati uccisi — il 10,4% dell’intera forza lavoro sanitaria — con un’età media > all’uccisione di 38,8 anni e una perdita stimata di 68.089 anni di vita. > > Tra i sanitari uccisi, 15 appartenevano allo staff di Medici Senza > Frontiere. Parallelamente, 656 operatori sanitari sono emigrati al di fuori di > Gaza, mentre oltre 360 sono stati illegalmente detenuti dalle forze > israeliane. > > La violenza contro il personale sanitario non si limita a Gaza. Anche in > Cisgiordania si è assistito a un drammatico incremento degli attacchi contro > le strutture e il personale sanitario da parte delle forze israeliane. Secondo > i dati consolidati di Insecurity Insight sugli attacchi alla sanità nel > territorio palestinese occupato tra il 7 ottobre 2023 e settembre 2025, sono > stati registrati 778 episodi in Cisgiordania e Gerusalemme Est, con 12 > operatori sanitari uccisi e 161 arrestati. > > In questo contesto, consegnare i nomi dei colleghi palestinesi significherebbe > trasformarli in potenziali bersagli, esporli ad un ulteriore rischio di > arresto o uccisione e violare il nostro dovere legale ed etico di proteggerli, > oltre a tradire i principi fondamentali dell’azione umanitaria. Allo stesso > tempo, impedire alle ONG l’ingresso a Gaza significa privare centinaia di > migliaia di gazawi da cure essenziali e violare nuovamente il diritto > internazionale. > > L’accesso umanitario non è opzionale, né condizionale o politico: è un obbligo > legale sancito dal diritto internazionale umanitario. > > Dal 7 ottobre 2023 Israele ha parzialmente o completamente bloccato l’ingresso > degli aiuti umanitari a Gaza, aggravando una crisi umanitaria e sanitaria > senza precedenti. Gli ospedali operano senza i materiali più elementari: > garze, antibiotici, anestetici, soluzioni fisiologiche, materiale chirurgico. > Physicians for Human Rights ha documentato come perfino i bisturi siano stati > classificati come materiale “dual use” e bloccati all’ingresso. > > Anche dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, Israele non ha rispettato > gli accordi sull’ingresso degli aiuti: secondo Al Jazeera, al 9 dicembre > 2025 il cessate il fuoco era stato violato almeno 738 volte, con 377 > palestinesi uccisi e solo il 38% dei camion concordati effettivamente > autorizzati a raggiungere le proprie destinazioni. > > Il 29 gennaio 2026, le Forze di Difesa Israeliane hanno riconosciuto come > accurate le cifre del Ministero della Salute di Gaza: oltre 71.000 palestinesi > uccisi da Ottobre 2023. Per più di due anni, questi dati sono stati > sistematicamente screditati come “propaganda di Hamas” da funzionari > israeliani, canali mediatici Occidentali e persino dal Congresso degli Stati > Uniti. > > Il Congresso Americano ha addirittura vietato per legge ai dipartimenti > governativi di citare le statistiche del Ministero della Salute di Gaza, > contribuendo attivamente alla delegittimazione di una fonte che, storicamente, > si è dimostrata affidabile. > > Israele stesso ha confermato ciò che organizzazioni internazionali > indipendenti e articoli apparsi su prestigiose riviste scientifiche > sostenevano da tempo: questi numeri sono reali. Anzi, sono conservativi non > includendo le migliaia di persone ancora sepolte sotto le macerie né i morti > per fame, infezioni e malattie prevenibili. Studi pubblicati su The Lancet > stimavano, già a luglio 2024, che il bilancio reale potesse superare i 100.000 > morti. > > A Gaza si è assistito al più grave crollo dell’aspettativa di vita mai > registrato, passando da 75,5 a soli 40,5 anni da ottobre 2023 a settembre > 2024. Con i civili che rappresentano oltre l’80% delle vittime e circa 20.000 > bambini uccisi, a Gaza si registrano le più alte percentuali di uccisioni di > civili e di bambini mai documentati in un singolo contesto di violenza > organizzata contro una popolazione. > > Non sono solo le prove empiriche e di salute pubblica a corroborare il > verdetto di genocidio, ma anche le posizioni ufficiali di IAGS, Commissione > d’inchiesta ONU, Amnesty International, Human Rights Watch, B’Tselem e > relatori speciali ONU, tutti concordi nel riconoscere che a Gaza è in corso un > genocidio. > > Chiediamo pertanto ai nostri governi e alla società civile di: > > ● esprimere un forte sostegno e solidarietà alle ONG che proteggono il loro > personale rifiutando di consegnare liste che potrebbero trasformarsi in > elenchi di bersagli; > > ● esigere che Israele rispetti il diritto internazionale e garantisca il > proseguimento delle attività delle ONG sul territorio; > > ● garantire l’ingresso degli aiuti umanitari come stabilito dagli accordi. > > Le Convenzioni di Ginevra non sono suggerimenti. La protezione del personale > medico non è negoziabile. > > Quando a un’organizzazione umanitaria viene imposto di scegliere tra > consegnare i nomi dei propri colleghi a una forza che ne ha già uccisi 1.700, > arrestati illegalmente e torturati oltre 360 in poco più di due anni, oppure > cessare le operazioni, è la scelta stessa a rivelare la natura del regime che > la impone. > > Stiamo con MSF e Oxfam. Stiamo con le ONG. Stiamo con Gaza. > > Il silenzio è complicità. L’azione è dovere. Per informazioni: digiunogaza@gmail.com  Redazione Italia
February 27, 2026
Pressenza
Palestina: #NoListeNoBersagli
«Stiamo con le Ong – stiamo con Gaza»: un appello. Le prime firme e il link per chi vuole aderire. Noi operatrici e operatori della sanità e associazioni che operano per la pace, in difesa dei diritti umani e del diritto internazionale esprimiamo la nostra solidarietà a Medici Senza Frontiere, a Oxfam e a chi, delle 37 ONG a cui
February 20, 2026
La Bottega del Barbieri
Meloni e la democrazia dell’obbedienza in marcia
Articoli di Mario Sommella, Franco Astengo e Umberto Franchi. Democrazia a ritroso e verità sotto assedio: come la regressione diventa un metodo di governo La regressione democratica non arriva come un golpe con i carri armati. Arriva come una ristrutturazione silenziosa: si cambiano le serrature, si spostano le porte, si restringono i corridoi. Un giorno ti accorgi che la casa
February 8, 2026
La Bottega del Barbieri
Gaza: solidarietà a MSF e …
… alle ong che hanno deciso di proteggere chi salva le vite (non chi le toglie). In coda link per chi vuole aderire. Comunicato in difesa dell’azione umanitaria e contro il genocidio in corso a Gaza. Noi operatrici e operatori della Sanità e associazioni che operano per la pace e in difesa dei diritti umani e del diritto internazionale, esprimiamo
February 4, 2026
La Bottega del Barbieri
Davos e quelle mani invisibili sull’abitare
Al Forum economico mondiale imperversano colossi finanziari come Blackrock, che controllano il mercato immobiliare. Il diritto alla casa diviene un privilegio per pochi. Anche quello di studenti e studentesse. di Chiara Davoli (*) Il World Economic Forum, svoltosi a Davos, ha confermato lo strapotere dei grandi fondi d’investimento nel determinare non solo le dinamiche economiche globali, ma anche le scelte
February 3, 2026
La Bottega del Barbieri
Socialismo o barbarie
Il capitalismo predone e colonialista di Donald Trump è solo il punto di arrivo del fallimento sociale e morale del capitalismo e della democrazia liberali. Il nuovo rapporto dell’organizzazione internazionale Oxfam ci presenta un livello di diseguaglianza e sproporzione nella distribuzione di ciò che definiamo ricchezza, che non ha precedenti nella storia dell’umanità, nemmeno con l’epoca dei Faraoni. Poche migliaia di super ricchi hanno accumulato 18600 miliardi di dollari, quasi raddoppiando il proprio patrimonio negli ultimi cinque anni. Nello stesso tempo la povertà globale non si è ridotta di nulla, metà della popolazione globale, cioè 4 miliardi di persone, vive in condizioni di povertà e tra questi quasi 2 miliardi non hanno neppure un’alimentazione sufficiente. Lo stesso sta avvenendo in Italia. I 79 miliardari del nostro paese hanno accumulato in un anno 54 miliardi in più sui loro patrimoni, che ora assommano a 307 miliardi. Ognuno dei nostri super ricchi vale come 250000 poveri, in Italia il 10% della popolazione possiede il 60% della ricchezza del paese, al restante 90% tocca ciò che rimane. Dal momento che i ritmi di crescita dell’economia italiana e globale sono molto inferiori a quelli della concentrazione e della accumulazione della ricchezza in poche famiglie, queste ultime accrescono il proprio patrimonio a spese dirette della maggioranza della popolazione. È la redistribuzione della ricchezza a rovescio, dai poveri verso i ricchi; un esproprio continuo ai danni della maggioranza dell’umanità che rischia di consolidarsi con il privilegio ereditario. Secondo Oxfam infatti nei prossimi anni 2500 miliardi di dollari, quasi il PIL annuale dell’Italia, passeranno dai ricconi del mondo a figli e nipoti. Alla faccia della ideologia del merito. Questa colossale accumulazione di ingiustizia sociale è frutto di decenni di politiche economiche neoliberali, amministrate per decenni da una sinistra “riformista” come quella di Toni Blair, oggi non a caso inserito nella cupola neo coloniale di Donald Trump. Ora questa mostruosa concentrazione di ricchezza diventa accentramento di potere. Le istituzioni, l’informazione, l’opinione pubblica, le basi stesse della democrazia, non possono restare indipendenti da questo strapotere dei soldi. E infatti stanno crollando sotto il dominio dei super ricchi. Oxfam pubblica anche un calcolo matematico nel quale più cresce l’indice di Gini, che misura l’iniquità sociale, più aumenta la percentuale di autoritarismo nella società. Se a tutto questo aggiungiamo il riarmo e l’enorme aumento delle spese militari, a danno di quelle sociali, allora diventa ancor più chiaro che siamo dentro un sistema che marcia verso il disastro. La propaganda occidentale, che descrive il mondo come diviso tra democrazia e autoritarismo, è falsa e fuorviante, alimenta economia di guerra e guerra e porta acqua al mulino di Trump e compagnia. Le democrazie liberali sono oggi travolte dalla destra reazionaria e fascista proprio perché non sono in grado di metterne in discussione le basi economiche. Senza colpire la concentrazione della ricchezza, senza un modello economico e sociale alternativo a quello del capitalismo liberale, non c’è futuro per la democrazia. La prima frattura mondiale è quella tra ricchi e poveri, tra potere dei soldi ed eguaglianza sociale, e ogni politica liberale è condannata all’impotenza o alla complicità di fronte all’ingiustizia dilagante. Nel passato il capitalismo è stato costretto a fermare la sua corsa distruttiva solo quando ha avuto di fronte il socialismo. È il socialismo, cioè la proprietà e il controllo pubblici di una economia fondata su eguaglianza giustizia climatica e pace, è il socialismo che deve tornare in campo. Oggi più che mai l’alternativa è socialismo o barbarie. Giorgio Cremaschi Redazione Italia
January 20, 2026
Pressenza
Furundulla 304 – La ricoperta dell’America
…se dobbiamo fare a chi le spara più grosse (le cazzate,  intendo)… di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Bella scoperta!! S/Bilancia La concentrazione di ricchezza mette a rischio la democrazia Padrino parte IV L’origine del nome dato alla rubrica Furundulla: hastagasa
January 19, 2026
La Bottega del Barbieri
Palestina – lo sguardo non si abbassa
Articoli, analisi e riflessioni storiche di Andrea Carugati, Lucia Montanaro, Amal Oraby, Luca Saltalamacchia, Enrico Semprini. Con aggiornamenti dalla Palestina di Anbamed e di Radio Onda d’Urto. Prima parte dell’analisi sul dispositivo giuridico relativo all’arresto di Mohammad Hannoun e degli altri solidali; seconda parte dell’inchiesta di Daniele Ratti e Massimiliano Bonvissuto; seconda selezione tratta dal libro di Noam Chomsky e
January 10, 2026
La Bottega del Barbieri
Furundulla 302 – servi dei servi dei servi…
…beh… se serve di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Corsa al Nobel     Comma 22 a Gaza “Servi dei servi dei servi”… Rimpianti     L’origine del nome dato alla rubrica Furundulla: hastagasa La Furundulla precedente:  301 Ops quest’anno mi
Crisi climatica: le emissioni dei super ricchi minacciano il pianeta
Un individuo appartenente allo 0,1% più ricco del pianeta emette in un solo giorno più CO2 di quanto il 50% più povero della popolazione mondiale ne produce in un anno. Dal 1990, la quota di emissioni dei super ricchi è cresciuta del 32%, mentre quella della metà più povera si è ridotta del 3%. Se tutti vivessimo come lo 0,1% più ricco, il “bilancio di carbonio” globale si esaurirebbe in meno di tre settimane, portando il pianeta verso il disastro climatico. E’ quanto si legge nell’ultimo report di OXFAM pubblicato in vista della Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici del 2025 (Cop30) che si terrà dal 10 al 21 novembre a Belem, in Brasile. I super ricchi emettono una quantità enorme di CO2 a causa del loro stile di vita, ad esempio con l’uso di jet e yacht privati; ma non è solo il loro stile di vita a pesare. Essi, infatti, investono anche in attività economiche tra le più inquinanti e ne traggono profitto. Il 60% degli investimenti dei miliardari globali è concentrato in settori devastanti per il clima, come petrolio e miniere. Le emissioni prodotte dagli investimenti di soli 308 miliardari superano quelle di 118 Paesi messi insieme. Il report rileva infatti come in media attraverso i propri investimenti un miliardario sia responsabile dell’emissione di 1,9 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Una quota di emissioni paragonabile a quella prodotta da un jet privato che facesse 10 mila volte il giro del pianeta. Stiamo parlando di un’élite che esercita una forte influenza sui negoziati internazionali sul clima, spesso ostacolando le politiche di transizione ecologica. Alla Cop29 di Baku, ad esempio, risultavano accreditati ben 1.773 lobbisti delle industrie del carbone, del petrolio e del gas, più di quanti fossero i delegati dei 10 Paesi più colpiti al mondo dalla crisi climatica. “Bastano alcuni dati, sottolinea OXFAM, per rendere evidente la deriva che stiamo percorrendo: da qui alla fine del secolo le sole emissioni causate dall’1% più ricco del pianeta potrebbero causare 1,3 milioni di vittime per l’aumento delle temperature e anche un danno economico per oltre 44 trilioni di dollari nei Paesi a basso e medio reddito entro il 2050”. L’impatto della crisi climatica, inoltre, è sempre più forte sulle donne sia nei Paesi ricchi che, soprattutto, in quelli del Sud globale: oggi nel mondo 4 migranti climatici su 5 sono donne, che hanno in media una probabilità 14 volte più alta di restare vittime di disastri naturali rispetto agli uomini; anche nelle città europee ondate di calore sempre più forti e frequenti producono un maggior numero di decessi tra le donne. Per questo, in occasione della Cop30, OXFAM ha lanciato la campagna di sensibilizzazione e attivismo “Climate Justice Is Gender Justice” con l’obiettivo di portare l’attenzione su un tema cruciale come la rilevanza degli aspetti di genere nel contrasto ai cambiamenti climatici. Un tema poco considerato nelle politiche di lotta al cambiamento climatico, definite prevalentemente da uomini: in Europa, ad esempio, meno del 27% dei ministri con delega all’ambiente sono donne. La campagna coinvolgerà centinaia di giovani con tante iniziative e attività di sensibilizzazione fino al Climate Pride del 15 novembre a Roma, in occasione della giornata di mobilitazione globale per il clima che si svolge in simultanea in molti Paesi europei. La Cop30 arriva esattamente a 10 anni dall’approvazione dell’Accordo di Parigi del 2015. In questo lasso di tempo, l’1% più ricco del mondo ha consumato più del doppio del bilancio di carbonio della metà più povera dell’umanità. OXFAM lancia un appello urgente ai governi per un’azione che porti a: * ridurre drasticamente le emissioni dei super ricchi e dei maggiori inquinatori, attraverso una tassazione più marcata dei grandi patrimoni e dei profitti in eccesso delle società di combustibili fossili, sostenendo in particolare la Convenzione delle Nazioni Unite sulla Cooperazione Fiscale Internazionale * ridurre l’influenza economica e politica dei super ricchi, vietando alle società che operano nel settore dei combustibili fossili di partecipare ai negoziati sul clima come la Cop * rafforzare la partecipazione dei Paesi del Sud globale e delle comunità più colpite ai negoziati per il clima, con l’obiettivo di ridurre l’impatto sempre più disuguale della crisi climatica * adottare un approccio equo nella gestione del budget climatico residuo – riflettendo nei piani nazionali le responsabilità storiche e le diverse capacità di azione dei singoli Stati – e assicurando che i Paesi ricchi contribuiscano alla lotta al cambiamento climatico con finanziamenti consistenti, che vengano effettivamente erogati. Qui il Report: https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2025/10/Climate-Plunder-EN-Final-Paper.pdf Giovanni Caprio
October 30, 2025
Pressenza