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I Giochi del Mediterraneo a Taranto: la messinscena del riscatto – di Franco Oriolo
Taranto è uno dei luoghi in cui le contraddizioni del cosiddetto sviluppo sono più evidenti. Per decenni questa città ha pagato il ricatto tra lavoro e salute, la devastazione ambientale e la subordinazione del territorio agli interessi della grande industria. Oggi continua a convivere con precarietà, difficoltà reddituali, emigrazione giovanile, crisi demografica, problemi sanitari [...]
August 19, 2026
Effimera
Daniela Dolci. Il senso profondo e molto pratico dietro al recupero del Borgo di Danilo a Trappeto
In provincia di Palermo si trova uno dei luoghi simbolo della nonviolenza in Italia, dove sono state pensate e organizzate le azioni più importanti dell’esperienza di Dolci in Sicilia. Abbandonato dopo la sua morte, nel 1997, è tornato dopo mille peripezie a essere un laboratorio di iniziative. L’ultima dei cinque figli avuti da Dolci con Vincenzina Mangano è stata la principale artefice della rinascita. L’abbiamo intervistata. Si chiama “Palpitare di nessi” ed è un festival speciale, sia per i temi che affronta (quest’anno la terza edizione “Legalità e disobbedienza” tenutasi dal 25 al 28 giugno) sia per il luogo nel quale si tiene: il “Borgo di Dio”, oggi Borgo Danilo Dolci, a Trappeto, in provincia di Palermo. Il Borgo è uno dei luoghi simbolo della cultura e della pratica della nonviolenza in Italia: lì sono state pensate e organizzate le azioni più importanti dell’esperienza di Dolci in Sicilia, si sono tenuti incontri e seminari che hanno fatto la storia dell’azione sociale in Italia. Un luogo simbolo che per molti anni, dopo la morte di Danilo nel 1997, è stato abbandonato, degradandosi. Poi è rinato e da qualche anno è tornato a essere un laboratorio di idee e di buone pratiche, secondo la sua vocazione. Daniela Dolci, l’ultima dei cinque figli avuti da Dolci con Vincenzina Mangano, è stata la principale artefice della rinascita. Daniela Dolci, come ha cominciato e perché? Presi a occuparmi del Borgo nel 2021. Era chiuso e cadente da tanti anni. Cominciai con i problemi catastali, legati alla proprietà divisa fra noi fratelli, i sette figli di Danilo, noi cinque figli di Vincenzina e i due “svedesi”, nati con il secondo matrimonio di papà. Ma nel 2023 il Borgo è stato nuovamente vandalizzato. Tutte le porte scardinate, una cosa terribile. Erano stati dei ragazzini del paese, agivano per disperazione, vedevano il luogo abbandonato ed esprimevano in quel modo il loro disagio. Pensammo di doverli coinvolgere, di applicare il metodo maieutico e così li invitammo a partecipare a degli incontri ogni giorno per una settimana. All’inizio ne vennero solo tre, ci mettemmo in cerchio e cominciammo a parlare dell’aggressione a questo bellissimo luogo. Ci dissero che in paese a Trappeto c’erano due bande rivali e ognuna voleva mostrare all’altra d’essere più forte, per cui si mettevano a “fare i Rambo”, a spaccare tutto. Sullo sfondo c’era la frustrazione di vivere in un paese senza luoghi di ritrovo, privo di infrastrutture per i ragazzi. Il secondo giorno ne vennero cinque, il terzo otto, alla fine erano venti. Con me c’erano mia sorella Libera e Orazio, ex responsabile del Borgo. Abbiamo parlato insieme a quei ragazzini del nostro progetto di recupero: “Noi vogliamo restaurarlo per voi, per il territorio, se invece di distruggerlo ci aiuterete a rimetterlo in sesto”. Ora questi ragazzini sono corresponsabili del Borgo. E anche altri ragazzi del paese frequentano la struttura, partecipano alle attività ludiche e ricreative che facciamo. C’è anche un’università popolare: abbiamo ripreso un’esperienza degli anni Settanta e Ottanta che poi era cessata con la morte del Borgo. Abbiamo 30 iscritte, quasi tutte donne. Una recente attività con i ragazzi di Trappeto al Borgo Danilo Dolci © Daniela Dolci Da dove sono arrivati i finanziamenti per il recupero della struttura? Dalla Svizzera, dove abito da cinquant’anni. Ho fatto una carriera musicale molto intensa come clavicembalista e direttrice d’orchestra, sono specialista nella musica del Sei-Settecento. Ho fatto anche esperienza di management per sostenere la mia orchestra. In Svizzera c’è una grande tradizione di mecenatismo, specialmente a Basilea, dove vivo. Per trent’anni la mia orchestra è stata sostenuta da mecenati locali. A un certo punto, nel periodo della pandemia da Covid-19, ho detto loro che avrei cessato l’attività musicale e mi sarei dedicata al recupero del Borgo, perché era inaccettabile perdere un gioiello del genere. Sul momento sono rimasti un po’ spiazzati, anzi rimaste perché sono soprattutto donne, ma poi mi hanno voluto sostenere e così è partito il progetto. Ho raccolto circa un milione di euro. Abbiamo restaurato una parte delle strutture e il Borgo ha potuto riprendere le sue attività, ospitare corsi, seminari e convegni. E c’è finalmente un custode. L’anno scorso, per esempio, si è tenuto qui un seminario residenziale su Paulo Freire, sono venuti gruppi legati agli scambi Erasmus. Poi ci sono associazioni che invece di cercare spazi a Palermo vengono qui per le loro attività e ci garantiscono anche delle entrate. Il Borgo sta rinascendo. Certo, non è ancora al suo meglio: l’unico reale spazio di riunione è la Sala mensa, che è molto spaziosa e di fatto è ora una Sala polivalente. Ma stiamo programmando il recupero anche degli altri edifici: avremo tre altre sale riunioni, l’auditorium e la casa di famiglia nella quale abitavamo diventerà archivio e museo. Poi c’è la casa che Danilo fece costruire nel 1952 e donò al Comune, che ce l’ha concessa in comodato d’uso. Ora stiamo lavorando con gli avvocati alla nascita della Fondazione, mettendo d’accordo tutti noi fratelli, e questo ci darà altre opportunità: potremo accedere anche a fondi pubblici. Nel Borgo Danilo Dolci di Trappeto (Palermo) © Duccio Facchini Che ricordi ha della sua vita qui al Borgo? È stato un periodo estremamente intenso, bellissimo. Eravamo una famiglia molto coesa, grazie soprattutto a mia madre Vincenzina, che si è dedicata tantissimo sia alla famiglia sia al lavoro di Danilo. Se non ci fosse stata lei, il lavoro di mio padre non sarebbe stato quello che è stato. Mia sorella Libera ha scritto un bellissimo libro su nostra madre, “Vincenzina, mi chiamo Vincenzina” (Dante & Descartes, 2025). Il Borgo per noi era un paradiso terrestre nel vero senso della parola, nonostante tutti i problemi economici e giudiziari che avevamo. Danilo era spesso in carcere, o era impegnato con i suoi processi, avevamo pochi soldi, ma c’era sempre il sentimento di riuscire a realizzare un grande progetto tutti insieme; c’era un grande senso di comunità. Al Borgo veniva tanta gente da tutta Italia e anche dall’estero. Spesso erano personaggi straordinari. Ne ricorda qualcuno in particolare? Al Borgo sono venuti personaggi importanti e molto famosi, come i due psicologi Otto Klineberg ed Erich Fromm, ma io ero piccola e per me il criterio di valutazione era la simpatia. Non mi importava della fama. Di quel periodo ricordo soprattutto le tante attività, come i seminari musicali che frequentavamo da bambini. Non è un caso se tre dei figli di Danilo sono diventati musicisti, me compresa. Ma c’erano anche i corsi di ceramica, i mosaici e poi la maieutica. Ricordo tutta la fase preparatoria per far nascere la Scuola di Mirto. Un seminario maieutico nella Sala mensa del Borgo © Daniela Dolci  Che tipo di attività è stata? Ricordo incontri ai quali partecipavano insegnanti, esperti, genitori e anche noi bambini, per cui mi vedo a filosofare con tutti gli altri nei gruppi di lavoro. Sono stati anni importantissimi per me e per tanti altri: straordinariamente formativi, era una scuola veramente unica. Che cosa le ha lasciato personalmente? Un seme particolarmente sano, che poi ha potuto svilupparsi in Svizzera, in un ambiente particolarmente fruttuoso per la musica. Daniela Dolci Com’è arrivata in Svizzera? In casa nostra la musica aveva un grande spazio. Danilo suonava benissimo il pianoforte e tutti gli strumenti a tastiera. La domenica passava ore a suonare l’organo, il pianoforte, il clavicembalo e desiderava che noi figli iniziassimo il più presto possibile a suonare qualche strumento. Ma avevamo pochi soldi, procurarsi un violino o un violoncello era complicato, e così abbiamo cominciato con il flauto. Suonava anche mia madre: abbiamo fatto quintetti, sestetti, settetti, anche se il repertorio era molto limitato. Ma io alla fine sono arrivata al clavicembalo così, attraverso il repertorio barocco. A quel tempo volevo andare oltre il flauto dolce, ma qui in Sicilia non avevamo grandi possibilità. Durante le vacanze estive trascorrevamo però dei periodi anche lunghi a casa di amici, nel Nord Italia o all’estero, e io e mia sorella Chiara un’estate andammo a Berna da un’amica pianista. Un giorno questa amica ci portò a un concerto per flauto dolce e clavicembalo e io mi innamorai subito di questo strumento. Avevamo pochi soldi, ma alla fine Danilo riuscì a trovare un clavicembalo a buon prezzo e lo fece venire in Sicilia dalla Germania, da Norimberga. Come riuscì a pagarlo, non so dirlo, ma lui riusciva sempre a trovare una soluzione, grazie ai tanti amici che aveva. Il murales dedicato a Danilo Dolci a Trappeto (Palermo) © Alberto Lo Bianco / Fotogramma / IPA Lei alla fine non è rimasta in Sicilia. In realtà ero andata a Basilea per studiare clavicembalo seriamente, ma ero convintissima di tornare in Sicilia e proseguire il lavoro sociale che si faceva a Trappeto. Poi conobbi Peter, il mio futuro marito, e mi trovai in difficoltà. Non volevo perdere questo legame, d’altronde per lui era impossibile seguirmi in Sicilia. Chiamai papà e gli dissi: ho un problema enorme, devi aiutarmi. Gli spiegai tutto e lui mi disse: questa è una decisione che puoi prendere solo tu, io ti posso solo garantire che i ponti si possono costruire ovunque. Questa risposta fu un lampo di genio per me in quel momento. Rimasi in Svizzera e lì ho costruito un ponte con la Sicilia. Danilo aveva un rapporto stretto con la Svizzera, veniva spesso per incontri e conferenze e io ero presidente del comitato svizzero che raccoglieva soldi per il Borgo e la Scuola di Mirto. Dal 2022 c’è un nuovo comitato che sostiene la rinascita del Borgo. Che rapporto ha avuto con suo padre? È stato un rapporto splendido, su più livelli, perché ero sua figlia, ma anche una sua collaboratrice, e quindi abbiamo avuto un’intesa particolarmente profonda. Per me e le mie sorelle è stato più facile avere un bel rapporto con lui rispetto ai nostri fratelli: per loro, da maschi, la relazione era più conflittuale, avendo Danilo una personalità così forte. Poi c’è stata la separazione da Vincenzina: quello è stato un trauma molto doloroso e forse alcuni dei miei fratelli non lo hanno mai davvero superato. Per me è stato diverso: vivevo lontano e avevo con Danilo un rapporto da figlia ma anche da collaboratrice, come ho detto. Per i miei fratelli, avendo vissuto un’infanzia e un’adolescenza talmente ricchi, è stato complicato, me ne rendo conto. Una vista su Trappeto (Palermo) dal Borgo Danilo Dolci © Duccio Facchini Che cosa la colpisce di più, oggi, del lavoro di suo padre? La sua capacità di stabilire nessi fortissimi, anche all’estero, in un’epoca nella quale non c’erano né computer né tanto meno internet o social network. Erano nati gruppi di sostegno in Svizzera, in Germania, nel Nord Europa, poi anche negli Stati Uniti e in Sudamerica. Ogni tanto mi chiedo: ma come caspita ha fatto, lui che nemmeno sapeva scrivere a macchina? Il suo segreto era il telefono. Chiamava continuamente, a tutte le ore, teneva vivi i contatti. E poi, ovviamente, scriveva tante lettere. Qual è la sua percezione sulla presenza di suo padre nella cultura e nella memoria sociale oggi in Italia? A me pare che ci sia un grande revival. Sono usciti negli ultimi anni molti libri su di lui e sono stati ristampati i suoi testi. Ci sono stati dei documentari. Su questo fronte hanno fatto un ottimo lavoro Giuseppe Barone, Alberto Castiglione e mio fratello Amico. E anche il progetto di recupero del Borgo ha suscitato grande attenzione. La figura di Danilo oggi è presente nelle università e fra i giovani è di nuovo molto più viva rispetto a venti o anche dieci anni fa. Qual è per lei il lascito più importante di Danilo Dolci? Sicuramente lo spirito di comunità, la diffusione della consapevolezza che agendo insieme, con il metodo della nonviolenza, è possibile cambiare le cose, imprimere una svolta decisiva al corso degli eventi. Se c’è un appunto che posso fare, rispetto ai discorsi che si fanno oggi attorno a Danilo, è che le parole non bastano. Lui era concentrato sull’attuazione delle idee e dei progetti. In questo era davvero un architetto: era bravissimo nell’analisi, ma era soprattutto capace di trovare, insieme agli altri, anche delle soluzioni concrete ai problemi che via via emergevano. Mio padre diceva sempre che la maggior parte della gente parla tantissimo e poi però le parole restano solamente parole e le parole sono chiacchiere.  Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova”, “Noi della Diaz”, “Parole sporche” e “Un’altra memoria” altreconomia
August 19, 2026
Pressenza
HOPE – La rinascita attraverso il dolore: quando il corpo diventa linguaggio
Il nuovo lavoro di Matteo Anatrella usa il corpo nudo come linguaggio essenziale, vulnerabile e potentissimo. La bellezza salverà il mondo? La domanda resta aperta, ma una cosa è certa: l’arte continua a mostrarci ciò che spesso non vogliamo vedere. È un linguaggio che non consola, ma rivela; che non nasconde, ma espone l’essenziale. E quando sceglie il corpo come strumento, lo fa nella sua forma più sincera, priva del superfluo. In questa nudità, vulnerabile e potentissima, nasce HOPE , il nuovo lavoro di Matteo Anatrella. Nel video HOPE , la figura femminile emerge dal simulacro della sofferenza per ritrovare sé stessa. Un percorso visivo e simbolico che trasforma il corpo in linguaggio universale di libertà. HOPE è un’opera intensa e viscerale del videoartista napoletano Matteo Anatrella, realizzata nell’ambito di Anema Project, una ricerca visiva che esplora i confini tra arte, corpo e spirito. Il video si apre con un’immagine quasi claustrofobica: una figura femminile, velata di bianco, chiusa in un involucro che ricorda un sudario insanguinato. È il simbolo di una prigionia interiore, della paura e del dolore che immobilizzano l’essere umano. Poco a poco, il corpo inizia a muoversi e a liberarsi. La pelle si ripulisce lentamente dal sangue, metafora di ferita ma anche di vita che pulsa, di rinascita che passa attraverso il dolore. Il movimento della modella, Giada Onofrio, è allo stesso tempo contorto e liberatorio: ogni gesto diventa un atto di resistenza e un grido di speranza. Nella sequenza finale, la figura alza le mani verso l’alto, i palmi aperti verso chi guarda. È un gesto che contiene insieme resa e rivelazione, vulnerabilità e potenza. L’essere umano, spogliato di ogni maschera, torna a respirare e ad affermare la propria esistenza. La forza dell’opera sta nel suo linguaggio visivo puro, privo di parole ma capace di evocare con immediatezza la condizione umana: la sofferenza, la trasformazione, la speranza. Il lavoro si inserisce nel percorso di Anema Project, che unisce arte visiva, performance e ricerca spirituale in una visione condivisa da Annarita Mattei, con la collaborazione di Aldo Romana come primo assistente, Giuseppe Maturo come fotografo di backstage e Luca Anatrella per l’editing. HOPE si lega idealmente a un altro progetto di Matteo Anatrella: In Memoriam – Manifesto Visivo , presentato ai Magazzini Fotografici di Napoli nel maggio 2025. In quell’occasione l’artista, insieme al team di Anema Project, trasformò lo spazio espositivo in un luogo di commemorazione e denuncia, invitando decine di donne a offrire il proprio corpo e il proprio volto contro il femminicidio. Il corpo vivo, guidato a terra e chiuso in un sacco scuro, diventava simbolo di assenza e resistenza. Un atto corale, politico e poetico, capace di rendere visibile il lutto e la memoria attraverso la partecipazione diretta. Con HOPE , questa ricerca prosegue in una dimensione più intima e individuale, ma non meno universale. Se In Memoriam rappresentava il lutto collettivo, HOPE incarna la rinascita. L’interesse di Anatrella per i temi sociali non si limita alla violenza di genere. La sua visione artistica, richiamata anche in contesti di cittadinanza attiva e di autodeterminazione femminile, unisce interiorità e collettività, spiritualità e responsabilità. Le sue opere ci ricordano che la libertà passa attraverso la consapevolezza e che ogni gesto artistico può essere un atto di liberazione. In chiusura dell’articolo sarà possibile trovare il link al video HOPE e alcune immagini tratte dal backstage. La visione diretta è essenziale: nessuna descrizione può sostituire la forza del corpo che prende forma nell’immagine, il gesto che si compie, la trasformazione che accade sotto lo sguardo. Crediti Videoartista: Matteo Anatrella Produttore: Annarita Mattei Modella: Giada Onofrio Primo assistente: Aldo Romana Fotografo di backstage: Giuseppe Maturo Montaggio: Luca Anatrella Progetto: Anema Project DAL SET DI HOPE: ALCUNI MOMENTI DIETRO LE QUINTE” Il video https://www.instagram.com/reel/DQKLF3dCZG4/?igsh=eXF4bzZzODkxc245 Articolo “In Memoriam: la fotografia contro il femminicidio” > In Memoriam: la fotografia contro il femminicidio Lucia Montanaro
November 13, 2025
Pressenza
Chi vivrà a Gaza? Riflessioni sulla rinascita di un territorio ferito
Oltre la distruzione e la morte, Gaza dovrà affrontare una ricostruzione ben più profonda di quella materiale: una rinascita spirituale, collettiva e umana. La domanda che resta è se la nostra umanità sarà capace di accompagnarla. C’è una domanda che attraversa le macerie di Gaza e che risuona oltre i confini di quella terra martoriata: chi vivrà a Gaza? Non è una questione demografica, né un interrogativo politico. È una domanda umana, profonda, che riguarda il senso stesso della vita dopo l’orrore. Oggi Gaza è un luogo dove i vivi camminano accanto alle ombre dei morti. Le strade distrutte, gli edifici sventrati, i volti dei sopravvissuti raccontano di una devastazione che va ben oltre quella materiale. È un territorio cosparso di anime e chi è rimasto porta dentro di sé il peso di quelle assenze. In ogni gesto, in ogni sguardo, si riflette la memoria di chi non c’è più. Di fronte a tutto questo, parlare di “ricostruzione” rischia di diventare un esercizio retorico se non si tiene conto di una verità fondamentale: non si ricostruiscono solo i muri, si ricostruiscono le persone. Non basteranno le ruspe, il cemento o i fondi internazionali. Gaza ha bisogno di un processo molto più complesso e profondo: una ricostruzione dell’anima collettiva, un cammino di guarigione spirituale, culturale e sociale. Questo richiederà un impegno globale — e umano — che vada oltre la diplomazia e oltre la tecnica. Chi interverrà in questo territorio dovrà essere formato non solo come professionista, ma come testimone di compassione, capace di ascoltare, di rispettare, di accompagnare un popolo ferito verso una rinascita possibile. Perché la pace non si costruisce solo con accordi, ma con gesti di cura, con la capacità di educare alla fiducia e alla nonviolenza. La domanda allora resta: la nostra umanità sarà in grado di questo? Saremo capaci di vedere in Gaza non soltanto un problema politico, ma un banco di prova per la coscienza del mondo? Ricostruire Gaza significherà misurare la nostra volontà di trasformare il dolore in responsabilità, la distruzione in impegno, la morte in vita nuova. E forse, solo allora, si potrà davvero dire che Gaza è tornata a vivere — e che, insieme a lei, un pezzo della nostra umanità è stato salvato. Patrizia Carteri
October 28, 2025
Pressenza