Chi vivrà a Gaza? Riflessioni sulla rinascita di un territorio ferito
Oltre la distruzione e la morte, Gaza dovrà affrontare una ricostruzione ben più
profonda di quella materiale: una rinascita spirituale, collettiva e umana. La
domanda che resta è se la nostra umanità sarà capace di accompagnarla. C’è una
domanda che attraversa le macerie di Gaza e che risuona oltre i confini di
quella terra martoriata: chi vivrà a Gaza?
Non è una questione demografica, né un interrogativo politico. È una domanda
umana, profonda, che riguarda il senso stesso della vita dopo l’orrore. Oggi
Gaza è un luogo dove i vivi camminano accanto alle ombre dei morti. Le strade
distrutte, gli edifici sventrati, i volti dei sopravvissuti raccontano di una
devastazione che va ben oltre quella materiale. È un territorio cosparso di
anime e chi è rimasto porta dentro di sé il peso di quelle assenze. In ogni
gesto, in ogni sguardo, si riflette la memoria di chi non c’è più.
Di fronte a tutto questo, parlare di “ricostruzione” rischia di diventare un
esercizio retorico se non si tiene conto di una verità fondamentale: non si
ricostruiscono solo i muri, si ricostruiscono le persone. Non basteranno le
ruspe, il cemento o i fondi internazionali. Gaza ha bisogno di un processo molto
più complesso e profondo: una ricostruzione dell’anima collettiva, un cammino di
guarigione spirituale, culturale e sociale. Questo richiederà un impegno globale
— e umano — che vada oltre la diplomazia e oltre la tecnica. Chi interverrà in
questo territorio dovrà essere formato non solo come professionista, ma come
testimone di compassione, capace di ascoltare, di rispettare, di accompagnare un
popolo ferito verso una rinascita possibile. Perché la pace non si costruisce
solo con accordi, ma con gesti di cura, con la capacità di educare alla fiducia
e alla nonviolenza.
La domanda allora resta: la nostra umanità sarà in grado di questo? Saremo
capaci di vedere in Gaza non soltanto un problema politico, ma un banco di prova
per la coscienza del mondo? Ricostruire Gaza significherà misurare la nostra
volontà di trasformare il dolore in responsabilità, la distruzione in impegno,
la morte in vita nuova. E forse, solo allora, si potrà davvero dire che Gaza è
tornata a vivere — e che, insieme a lei, un pezzo della nostra umanità è stato
salvato.
Patrizia Carteri