Slavoj Žižek / Valutazioni e svalutazioni
Il libro è una raccolta, a cura di Laura Berna, di articoli pubblicati da Slavoj
Žižek su piattaforma Subtract per gli abbonati a pagamento e copre grosso modo i
primi sei mesi della presidenza Trump. Si tratta di riflessioni a caldo, spesso
incalzate dagli eventi, a Gaza e in Ucraina, rincorrendo un’attualità politica
che fin qui è sembrata sfidare a sinistra le chiavi di lettura consuete e le
certezze degli ultimi decenni. Con la rielezione di Trump sappiamo che la sua
ascesa non rappresenta un semplice glitch, un mero incidente di sistema. “Un
evento storico afferma la propria necessità attraverso la ripetizione” quota
parafrasando Hegel, ed è una delle rare volte che lo fa in un testo avaro di
speculazioni filosofiche quanto generoso di provocazioni politiche.
Cominciamo dal titolo e dall’epiteto apparentemente ossimorico di “fascismo
liberale”. Trump è un fascista? Forse. O forse no. Ciò che però conta e che il
libro chiarisce già dall’intestazione è che fascismo e liberismo non si
contraddicono ma sono due facce della stessa medaglia, che oggi si fondono nella
figura e nel programma del leader MAGA. Se il fascismo denota il populismo di
uno Steve Bannon, il liberismo di Musk, Bezos e (forse soprattutto) di Peter
Thiel, lo connota con il sogno di un mercato libero di perseguire il profitto
senza limitazioni o scrupoli sociali. Se il primo raccoglie il risentimento che
il fallimento del neoliberismo e dell’élite democratica ha seminato a piene
mani, il secondo lo proietta in un futuro che oggi suona come musica per
oligarchi e immobiliaristi. Detto altrimenti: “il populismo trumpiano
rappresenta una combinazione unica di libertà sociali formali e dittatura
politica degli esperti (un mondo governato da ‘monarchi’ corporativi sostenuti
da tecnici)”. In termini psicoanalitici basici, vediamo i più poveri lottare per
i più ricchi perché “la pseudo-lotta di classe trumpiana è il ritorno del
rimosso della sinistra liberal incentrata sulle identità”.
Secondo il filosofo sloveno per l’ex showman di The Apprentice, come per Stalin,
“la verità fattuale è secondaria” ma se nell’ impero dei segni sovietico
“ignorare la verità dei fatti rientra in un’ermeneutica ben precisa” perché “il
fatto stesso che un’affermazione non sia fattualmente vera trasmette un
messaggio chiaro”, nel discorso di Trump, il linguaggio funziona in modo
completamente diverso. Poco importa se le sue affermazioni si contraddicono da
un giorno all’altro, senza nemmeno preoccuparsi di essere smentite, sotto questa
coltre di clownerie carnascialesca infatti “c’è una linea generale molto
chiara”. Quale? “Mentre gran parte della sinistra è ancora ossessionata dal
neoliberismo, vede in Trump la sua ultima incarnazione e ne chiede il
superamento, Trump lo ha fatto – ha brutalmente cancellato il neoliberismo
globale” divenuto insostenibile dopo la crisi finanziaria del 2008. Per Zizek
siamo alla terza fase del capitalismo del dopoguerra, dopo Bretton Woods e la
fine del gold exchange standard avviata da Nixon negli anni ’70. Citando Yanis
Varoufakis, dietro al caos dei dazi, usati come una clava, il piano è
reindustrializzare il Paese per rilanciare le esportazioni di merci, senza
tassare i profitti di Big Tech. In pratica svalutare adesso il dollaro perché
resti nel medio termine la valuta universale. Benché azzardata non è detto che
la sua scommessa fallisca necessariamente.
Nella storia americana – osserva Žižek – l’unica precedente rottura altrettanto
radicale nel funzionamento della società statunitense risale paradossalmente a
F. D. Roosevelt ma il parallelo tra il New Deal e il MAGA di Trump ovviamente
finisce qui, dacché il secondo oggi punta, in larga misura, sulla
disintegrazione dello Stato sociale. Per il resto non c’è nulla di veramente
nuovo nella politica American First se non la “consapevolezza che il modello
attuale di tarda prosperità capitalistica non può essere universalizzato”. Come
ammetteva George Kennan già nell’era Truman: “Noi – gli Stati Uniti – possediamo
il 50% della ricchezza mondiale ma solo il 6,3% della sua popolazione. In questa
situazione, il nostro vero compito […] è mantenere questa posizione di
disparità. Per farlo, dobbiamo liberarci da ogni sentimentalismo”.
Il disimpegno e il pragmatismo cinico di Trump, secondo il filosofo sloveno,
offrono adesso agli europei, forse l’ultima opportunità di affrancarsi dagli Usa
e dai loro ricatti, senza farsi fagocitare dai sogni neo-imperiali di Putin. Non
per dare vita all’ennesima potenza regionale in chiave BRICS ma per proseguire
il progetto illuminista di uguaglianza e di universalismo dialogando in primo
luogo con le vittime e, forse, con la Cina. “Dal populismo trumpiano, invece,
dobbiamo raccogliere la volontà irriverente di cambiamento”.
L'articolo Slavoj Žižek / Valutazioni e svalutazioni proviene da Pulp Magazine.