Louis-Ferdinand Céline / Materia incandescente nella notte del mondo
Avevamo lasciato Ferdinand sul traghetto diretto in Inghilterra proprio nelle
ultime pagine di Guerra, in fuga dal fronte e dalle follie – militari e non –
delle retrovie, a seguito dell’amante, la giovane prostituta Angèle e del maturo
e facoltoso maggiore britannico Purcell, di cui è la mantenuta. Lo ritroviamo –
quasi uguale: ancora sofferente per le ferite subite, un braccio quasi
paralizzato, vertigini ricorrenti, un orecchio sordo invaso da un acufene
insopportabile che gli impedisce il sonno – in Londra, accodato a un colorito
gruppo di magnaccia e prostitute francesi operanti nel quartiere a luci rosse di
Leicester Square: quasi tutti gli uomini, come lui, sono disertori o renitenti
alla leva che rischiano il plotone d’esecuzione o l’immediato reimpiego in prima
linea in un battaglione di disciplina se acchiappati dalla (per il momento
ancora accettabilmente rilassata) polizia inglese. C’è Cantaloup, pappone saggio
e con una sua etica; Borokrom, ex anarchico bombarolo, musicista, attaccabrighe
e erotomane di origine bulgara; il capitano Lawrence Gift, baronetto inglese
impoverito e alcolizzato ma ancora proprietario di un castello ormai quasi in
rovina nei dintorni di Londra dove accoglie la variegata combriccola per
orgiastici festini; Charles Lemosina, magnaccia pittore e Rodriguez Ostenda,
giocatore e saltimbanco, forse di origine argentina; Bijou, spia e informatore
della polizia di cui nessuno si fida; Tresore, l’italiano che taglia le dita
alle ragazze quando gli disubbidiscono; Yorick, vecchio scozzese in kilt che
suona il flauto perché non ha più abbastanza fiato per la cornamusa; Yugenbitz,
medico ebreo polacco, fra l’altro procacciatore di aborti; il maggiore Cecil B.
Purcell, rivale e finanziatore di Ferdinand, che mantiene l’amante comune Angèle
e la di lei sorella minore Sophie, trascurandone le disponibili grazie solo per
dedicarsi alla maniacale progettazione di nuovi e rivoluzionari modelli di
maschere antigas da utilizzare nel conflitto; Julien Tregonet detto Stocazzo,
“reclutatore” di nuove pulzelle, sbruffone e vanaglorioso, ha perso un occhio in
battaglia ed è il più violento e irresponsabile del gruppo; poi un florilegio di
più o meno stolide fanciulle, quelle che battono – dall’attempata Ursule alla
giovane Gioconda – le mantenute – Angèle e la sorella minore Sophie – la
sentimentale domestica Mabel, la ballerina americana Lady, bellissima e
appartata; infine la famiglia Peacock, saltimbanchi lanciatori di coltelli, che
non disdegnano, figlie minori comprese, di partecipare alle frequenti orge a
base di sesso e alcool degli inquilini della Leicester Pension; c’è perfino il
gatto Miao addestrato da Rodriguez ad abbattere candele accese, che scatenerà un
devastante incendio.
Scandito nelle sue oltre cinquecento pagine in tre parti – la prima più curata e
compiuta, le altre due forse leggermente meno smaglianti – il romanzo, per
quanto complessivamente non altrettanto nitido di Guerra, entra a mani basse fra
le opere più significative di Céline e contribuisce a rendere l’inaspettato
ritrovamento di inediti perduti che ce lo ha reso disponibile – per chi fosse
interessato a conoscere tutti i particolari in proposito si consiglia la lettura
di Jacques Joset, I tesori ritrovati di Louis-Ferdinand Cèline, Eclettica
Edizioni 2024 – una capitale acquisizione letteraria. Come ci spiega la
dettagliata postfazione del curatore Régis Tettamanzi, Céline dopo il trionfo
del Voyage, aveva progettato di scrivere un trittico basato sulle parti della
sua vita che non avevano trovato spazio nel suo primo libro: Enfance – Guerre –
Londres. Il primo, che lo prenderà a tal punto da fargli abbandonare gli altri
due progetti, diventerà Morte a credito, il suo secondo libro; gli altri due
resteranno in prima stesura e andranno perduti nel 1944, ma rifioriranno in
forma completamente diversa (e non necessariamente più riuscita) in due opere
del tutto autonome, Guignol’s Band (1944), Guignol’s Band II: Le Pont de Londres
(1964) e Casse-Pipe (1952). Se Casse-Pipe potrebbe essere un possibile antefatto
di Guerre, Guignol’s Band è una riformulazione completa di Londres in cui
semplicemente ricorrono alcuni nomi, alcuni personaggi (spesso del tutto
diversi) e il fascino della città inglese. Sulla percentuale di autobiografia
autentica presente nei testi è sempre difficile valutare: il Ferdinand
letterario è probabilmente una versione alquanto ingaglioffita e criminalizzata
del giovane Destouches che, regolarmente riformato per la grave ferita subita in
combattimento, visse sì a Londra per un anno dalla primavera del 1915, ma
lavorando all’ufficio passaporti del consolato francese in Bedford Square e non
certo sopravvivendo da fuggiasco e magnaccia: frequentò sicuramente le
prostitute e i locali equivoci di Soho, per passatempo, ma i suoi contatti reali
con la “mala” francese e inglese furono più che altro turistici e
presumibilmente non partecipativi, a parte un breve matrimonio, neanche
registrato in Francia, con un’entraîneuse francese conosciuta in un music-hall,
probabile modello del personaggio di Angéle.
Autobiografico o meno, il romanzo è senza dubbio il più violento, sordido e
pornografico mai scritto da Céline, il fatto che giunga direttamente da una
prima stesura senza epurazioni e interventi censori lo rende assolutamente
esplicito: non le affascinanti parafrasi ed ellissi del Voyage, né i tagli
imposti dall’editore di Mort à crèdit, qui tutto il dicibile è detto e il
sublime immondo celiniano raggiunge il suo culmine. Un esempio: «Vado in bagno a
riflettere. C’era la figlia dei Peacock che leccava la fregna ad Angéle che era
seduta sul cesso e dopo lei ha fatto pipì in bocca alla cantante che era bella
ingorda. Lemosina godeva a segarsi di brutto sull’asciugamano di spugna. Aveva
la testa rovesciata Angéle, erano in quattro sopra di lei a carezzarla, a
smanacciarla. Lemosina strappava qualche pelo. Lei cacciava un grido e poi si
abbandonava. Da come si accanivano sembrava che volessero tirargli fuori
l’anima. Ce n’è un mucchio di arrapati sopra di lei, una massa che si distende e
si contrae come un vero cuore. Godo anch’io per forza ma ogni volta mi fiacca
veramente troppo. Ecco allora che Angéle mi bacia con una tenerezza che non
conoscevo, come fossi il suo bambino perduto. Mi fa ancora paura. Mi tiro
indietro. È vero che non la amo più di tanto. Sono ossessionato dalla chiamata
alla mattanza, dalla prigione, dalla voglia di curare la gente e anche dalle
gambe dell’americana che danno slancio a tutto quanto, dentro di me, al mio
piacere. Per Angéle provo solo interesse. Non glielo dirò, lei si porta dentro
un’angoscia, come me».
E come sempre al registro sordido e disgustoso, a quello tragico e grottesco, si
affianca inesauribile il comico, rabelesiano e in certi casi quasi slapstick
come nella paradossale battaglia a sputacchi fra Ferdinand e Stocazzo su un
taxi: «‘E pure alla tua ganza, Ferdinand, ci sputo in faccia!’ E cruasc! Le
spara un grosso scaracchio in pieno muso! ‘E uno anche alla pupattola!’ E un
altro cruasc!… bello grasso sull’angolo del mento di Sophie. Le ragazze non
reagiscono, si puliscono. Toccava a me incazzarmi. […] A quel punto non
bisognava mollare… tiro su dal fondo del naso un bello sputacchio, lo
appallottolo in bocca, pfatt! Glielo rifilo anch’io a getto pieno che si
spiaccica sull’occhio che gli resta. ‘Ah pezzo di merda!’ soffoca. ‘Come osi?’.
S’impiastriccia di sputo tutta la bocca. Gliene sparo altri due all’altezza del
collo. È tutto appiccicoso. […] Il taxi è davanti all’ingresso. A furia di
sputarci non ce ne siamo accorti, tanto che è Canta che apre la portiera. ‘Vedo
che vi state divertendo’ fa lui. […] ‘E mo chi è st’altro merdoso che fa lo
sparone?…’ E con un grosso sputacchio centra in pieno grugno Canta, che fa una
smorfia di quelle».
E Céline continua a sorprenderci, l’antisemita Céline, il paranoico razzista che
si apprestava a comporre i suoi libelli più infami – Bagatelles pour un massacre
(1937), L’École des cadavres (1938), Les beaux draps (1941) – traccia in Londres
un solo ritratto più tenero, umano, fraterno: tra quelli di tanti ceffi,
energumeni e farabutti che costellano il romanzo, l’unico in cui il ghigno
sarcastico si stempera in un sorriso di riconoscenza e di rispetto, ed è proprio
quello di un ebreo, anzi “ebreuccio” come lo chiama spesso affettuosamente: il
dottor Athanase Yugenbitz. L’uomo che risveglia in Ferdinand la passione per la
medicina, che gli presta libri di anatomia e fisiologia, che se lo porta dietro
come “assistente” durante le visite a domicilio dei miserabili pazienti. «Tre
figlie piccole c’aveva Yugenbitz, la più piccola, la più carina era Sarah, che
non aveva ancora cinque anni. Un vero tesoruccio, tutta bruna, riccioluta e
vispa […] La madre era caruccia pure lei, dolce, affettuosa, e anche un po’
martirizzata, per via della tragedia dell’esistenza e dell’esodo perenne da un
paese all’altro con tre figlie, e delle difficoltà economiche e dei passaporti
sospetti che dovevano spesso cambiare […] Allora sì che mi ha fatto felice. Mai
nessuno mi aveva fatto così felice. L’ho guardato ben bene. Non mi stava mica
coglionando. Non mi voleva nemmeno inculare. Voleva per davvero che cerco di
capire quello che c’era scritto, spiegato nei suoi libri di medicina, che
m’istruisco un po’ invece di non fare niente. Sicchè non gli interessavo solo in
quanto lavoratore, soldato, magnaccia, ladro, disertore, stronzo, buffone? Gli
interessavo semplicemente come me, come uomo? Era la prima volta che mi
succedeva […] Comunque sia nessuno mai mi aveva lusingato, la prima lusinga che
ho avuto è stato il signor Yugenbitz. Gli avrei leccato le mani, sarei morto per
lui, seduta stante, per quello stronzetto di un ebreo. Gliel’ho detto. Si è
messo a ridacchiare piano piano com’era sua abitudine».
E così grazie a Yugenbitz Ferdinand scopre la sua futura vocazione: “Avrei
voluto credo guarire tutte le malattie degli uomini, non dovevano più soffrire
quegli schifosi”. Un ben strano tipo di nihilista. E con Yungebitz Ferdinand
sperimenta il primo fallimento della medicina con un piccolo paziente e ci
consegna le pagine più commoventi del libro: «C’erano quattro candele accese
intorno alla carrozzina. Il piccolo Peter sembrava che dormiva, solo ancora più
pallido. Non avevo ancora mai visto un bambino così piccolo morto. […] Era
insomma il mio primo malato il piccolo Peter, sono stato sfortunato. Quello che
mi angoscia, e per sempre credo, è il modo che un bambino smette di giocare per
andarsene di colpo, così presto, non ci mette quasi niente a spirare, il tempo
un due tre di sollevare il piccolo pennello, di ridere ancora due o tre volte,
quattro, e poi ecco fatto. Quel modo di essere entrato nelle nostre ombre solo
per portarci un pochino di luce, come una farfalla entra la sera in giardino e
incontro alla notte se ne va. Vent’anni sono passati da allora, e anche un sacco
di cose, nel frattempo, assai strane e assai pesanti, e il piccolo Peter è
sempre lì, per una frazione di secondo, per un breve sospiro».
Strano uomo Céline e strano libro questo Londra, pieno di abiezione e di poesia
come gli altri, più degli altri, particelle di un’opera appassionata, beffarda e
straziante come la vita, un’opera che assolve il suo autore da ogni peccato,
sempre che di peccato si trattasse.
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