Transizione ecologica. Il pesante “prezzo invisibile” del gas: perché paghiamo cara l’elettricità del sole
► Negli ultimi quindici anni il costo industriale dell’energia solare ed eolica
è diminuito in misura straordinaria. In molti contesti, produrre elettricità con
il sole e il vento è ormai più conveniente che generarla bruciando carbone o gas
naturale. Eppure, questa trasformazione tecnologica non si riflette pienamente
nelle bollette. Anche quando una parte crescente dell’elettricità proviene da
fonti rinnovabili, il prezzo continua spesso a seguire le oscillazioni del gas.
Non si tratta di un errore contabile. È l’effetto di un’architettura di mercato
progettata negli anni Novanta, quando il sistema elettrico europeo era dominato
dalle centrali termoelettriche e le rinnovabili occupavano una posizione
marginale. Oggi quella stessa regola opera in un ambiente tecnologico, economico
e geopolitico profondamente diverso. Il problema non riguarda soltanto
l’efficienza del mercato: investe la distribuzione della ricchezza, la povertà
energetica, la competitività industriale e la qualità democratica della
transizione ecologica.
UNA REGOLA COSTRUITA PER IL NOVECENTO
Il mercato elettrico europeo si basa prevalentemente sul marginal pricing, detto
anche sistema pay-as-clear. Per ogni fascia oraria, gli impianti vengono
chiamati a produrre secondo un ordine crescente dei rispettivi costi marginali:
prima le fonti meno costose, poi quelle progressivamente più care, fino a
soddisfare l’intera domanda. Il prezzo riconosciuto a tutti i produttori è però
quello richiesto dall’ultimo impianto necessario a coprire il fabbisogno. Nel
sistema termoelettrico del secolo scorso questa regola aveva una sua
razionalità. Centrali alimentate con combustibili diversi presentavano costi
marginali relativamente comparabili; un prezzo uniforme incentivava l’efficienza
e favoriva l’impiego degli impianti meno costosi.
Con la diffusione delle rinnovabili, la struttura dei costi è radicalmente
cambiata. Sole e vento non richiedono l’acquisto quotidiano di combustibile e
presentano costi marginali prossimi allo zero. Tuttavia, nelle ore in cui una
centrale a gas è necessaria per soddisfare l’ultima quota di domanda, il suo
costo determina il prezzo di tutta l’elettricità scambiata. Anche quella
prodotta da impianti fotovoltaici ed eolici già ammortizzati. Un impianto solare
che genera elettricità a un costo indicativo di 20-40 euro per megawattora può
così ricevere un prezzo di 100 o 150 euro, perché nello stesso momento una
centrale a gas è entrata nel mercato come unità marginale. Questa differenza
produce una rendita infra-marginale: un guadagno che non deriva da maggiore
innovazione o produttività, ma dalla posizione occupata all’interno del
meccanismo di formazione del prezzo.
Ciò non significa che ogni ricavo superiore al costo marginale sia illegittimo:
gli investimenti devono remunerare capitale, manutenzione e rischio. Il problema
nasce quando il prezzo del gas trasferisce automaticamente la propria volatilità
all’intero sistema, indipendentemente dai costi effettivi delle altre
tecnologie. Esiste anche un effetto opposto. Nelle ore di abbondante produzione
solare o eolica, il prezzo può diminuire drasticamente, riducendo proprio i
ricavi delle rinnovabili. È il cosiddetto “effetto cannibalizzazione”: più
cresce la generazione rinnovabile, più diminuisce il suo valore di mercato nelle
ore in cui essa si concentra. Per questo la transizione richiede contratti di
lungo periodo, accumuli e una riforma complessiva del mercato, non una semplice
sostituzione degli impianti.
LA LEZIONE DELLA PENISOLA IBERICA
La crisi energetica del 2022 ha reso visibile questa distorsione. Dopo
l’invasione russa dell’Ucraina, l’impennata del gas ha trascinato verso l’alto i
prezzi dell’elettricità europea, sebbene i costi di produzione di sole, vento,
acqua e nucleare non fossero aumentati nella stessa misura. Spagna e Portogallo
ottennero allora dalla Commissione europea una deroga temporanea: il “meccanismo
iberico”, che introduceva un tetto al prezzo del gas utilizzato per formare il
prezzo elettrico. Le centrali termoelettriche ricevevano una compensazione,
contabilizzata separatamente e in modo trasparente. Le valutazioni disponibili
indicano che, durante l’applicazione del meccanismo, i prezzi all’ingrosso
iberici furono sensibilmente inferiori a quelli che si sarebbero presumibilmente
determinati senza l’intervento. Le stime variano in base ai periodi e alle
metodologie adottate: non è quindi corretto presentare un’unica percentuale come
risultato definitivo. L’esperienza dimostra però che la trasmissione del prezzo
del gas all’elettricità può essere attenuata senza interrompere il funzionamento
del mercato.
Nel 2024 l’Unione europea ha approvato una riforma che promuove i contratti per
differenza a due vie per i nuovi impianti sostenuti con risorse pubbliche.
Questi contratti garantiscono al produttore un prezzo stabile: se il mercato
scende sotto la soglia concordata, interviene il sistema pubblico; se sale oltre
quella soglia, il produttore restituisce la differenza. È un passo importante,
perché riduce il rischio finanziario e limita le rendite eccessive. Ma la
riforma lascia sostanzialmente intatto il mercato del giorno prima e riguarda
soprattutto i nuovi investimenti. Si delinea così un sistema a doppio regime:
una parte della produzione regolata da contratti stabili e un’altra ancora
esposta alla vecchia logica marginalista.
L’ITALIA NELLA TRAPPOLA DEL GAS
L’Italia è particolarmente vulnerabile perché ha costruito una parte rilevante
del proprio sistema elettrico intorno al gas naturale, Eni docet et imperium.
Questa configurazione è il risultato di decisioni industriali e infrastrutturali
assunte tra gli anni Novanta e Duemila, quando il metano veniva presentato come
combustibile di transizione rispetto a carbone e petrolio. La dipendenza dal gas
non è soltanto una caratteristica tecnica del mix energetico: è un vincolo
economico e geopolitico. Un paese importatore trasferisce nelle proprie bollette
l’instabilità dei mercati internazionali, le tensioni militari, le decisioni dei
paesi produttori e i costi delle infrastrutture di approvvigionamento. I dati
Arera relativi al 2025 segnalano che i prezzi finali italiani restano superiori
alla media dell’area euro, soprattutto nella componente energia. Per le famiglie
il divario indicato è del 13%; per i consumatori non domestici risulta ancora
maggiore. Non tutto questo differenziale può essere attribuito al solo marginal
pricing: incidono anche contratti commerciali, strategie degli operatori e
struttura della domanda. Il dato rimane però coerente con la particolare
esposizione italiana al gas.
La questione diventa sociale quando si osserva la geografia della povertà
energetica. Oltre due milioni di famiglie incontrano difficoltà nell’accedere a
servizi energetici adeguati. Il fenomeno assume maggiore intensità nel
Mezzogiorno, dove bassi redditi, precarietà occupazionale e inefficienza degli
edifici si sovrappongono. La bolletta non è quindi soltanto un prezzo: è un
dispositivo che può amplificare disuguaglianze economiche e territoriali già
esistenti. Anche le imprese, soprattutto quelle piccole e quelle appartenenti ai
settori energivori, subiscono un deterioramento della competitività. Il costo
dell’energia agisce come una variabile strutturale che redistribuisce
opportunità tra paesi, territori e sistemi produttivi.
DALLA RIFORMA DEL PREZZO ALLA DEMOCRAZIA ENERGETICA
Disaccoppiare il prezzo dell’elettricità da quello del gas è necessario, ma non
basta. Una riforma isolata potrebbe ridurre alcune rendite senza risolvere i
problemi fisici e sociali del sistema. Occorre accelerare le rinnovabili
attraverso una pianificazione territoriale trasparente, senza trasformare la
semplificazione autorizzativa in deregolazione ambientale. Servono reti
intelligenti, accumuli, interconnessioni europee e investimenti industriali
nella produzione di pannelli, turbine e batterie. Le comunità energetiche devono
essere accessibili anche alle famiglie prive del capitale necessario per
installare un impianto. La protezione dei consumatori vulnerabili deve inoltre
superare la logica emergenziale dei bonus e diventare una politica strutturale
di riqualificazione degli edifici e garanzia dei servizi essenziali.
La transizione energetica è, in definitiva, una trasformazione dei rapporti
sociali. Riguarda chi possiede gli impianti, chi controlla le reti, chi
partecipa alle decisioni territoriali e chi beneficia delle rendite prodotte dal
cambiamento tecnologico. È qui che la questione del prezzo incontra quella della
democrazia energetica. Continuare a pagare l’elettricità del sole al prezzo del
gas significa lasciare che un’infrastruttura istituzionale del Novecento governi
la transizione ecologica del XXI secolo. Cambiare quella regola non risolverà
ogni problema, ma renderà finalmente visibile ciò che oggi la bolletta nasconde:
l’energia non è soltanto una merce. È un bene essenziale, un fattore di
cittadinanza e uno dei principali terreni sui quali si decide la distribuzione
futura del potere economico.
Aurelio Angelini