“Dobbiamo mettere i nostri corpi fra i palestinesi e i coloni”
di Gabriella Ambrosio,
ReWriters, 20 Ottobre 2025.
Intervista dalla Cisgiordania a Luisa Morgantini, già vicepresidente del
Parlamento Europeo, una vita al fianco della lotta per una Palestina libera e
pacifica.
Luisa Morgantini, in una bella foto di Matteo Nardone
“Andiamo a frapporre il nostro corpo fra i palestinesi e i coloni”: così mi
aveva detto Luisa Morgantini salutandomi prima di partire per la Cisgiordania,
per spiegarmi perché ancora una volta era urgente andare. Erano i primi di
settembre, i giorni in cui la flottiglia partiva per Gaza. Ma lei, che in
Palestina e per la Palestina combatte da sempre, non dimenticava cosa stava
accadendo contemporaneamente in Cisgiordania.
Il corpo: massa e fiato, primo testimone, baluardo vivo contro l’ingiustizia
prima ancora di tutti i discorsi possibili, in una terra dove l’urgenza urla da
cent’anni.
15 ottobre. Luisa con altri attivisti alla raccolta delle olive, prima
dell’arrivo dei coloni
E a proposito di anni: Luisa sta per compierne ottantacinque. Quando ne aveva
ottanta, Luciana Castellina le disse: “Fino a novant’anni ce la si fa bene, poi
le cose si complicano…” Ecco, le cose Luisa non se le lascia complicare, idee
pulite e ferrea volontà di perseguirle le scorrono senza sosta insieme al sangue
nelle vene. La sua energia a volte mi sconvolge. Non si risparmia, mai. Ha
lottato tutta la vita al fianco dei movimenti di liberazione dei popoli in tre
continenti, ma la Palestina è la terra che più di ogni altra le ha preso il
cuore. E nulla, più del sogno di una Palestina libera e pacifica, la definisce,
ne disegna i contorni intellettuali e morali.
La raggiungo la mattina del 15 ottobre al telefono, è nei campi nei dintorni
di Tulkarem insieme ad altri 150 attivisti di tutto il mondo, anche israeliani,
arrivati per proteggere la raccolta delle olive dei contadini palestinesi.
Quando la chiamo, di fronte a loro si sono schierati i soldati, e stanno
arrivando i coloni… La risento la sera, ha la voce rauca, i polmoni invasi dai
lacrimogeni lanciati dai soldati contro di loro.
Raccontami, Luisa.
Sono giorni che dovrebbero essere di festa per il raccolto delle olive, ma le
feste in Palestina non sono mai gioiose. I giorni in cui i palestinesi possono
raccogliere le loro olive sono rigidamente stabiliti da decreti militari degli
occupanti. E il territorio della Cisgiordania è ormai una gruviera, i campi di
ulivi sono minacciati da colonie illegali, aggressive e violente. I coloni sono
armati (Ben Gvir ha consegnato loro migliaia e migliaia di fucili) e sempre
impuniti. Noi cerchiamo di essere un deterrente ai loro assalti, ma già prima
del nostro arrivo alcuni olivi erano stati bruciati. E in un altro campo, i
coloni erano andati a raccogliere le olive il giorno prima che fosse consentito
ai contadini palestinesi di farlo.
Anche stamattina i coloni sono stati protetti dall’esercito. I soldati hanno
subito indirizzato verso di noi i gas lacrimogeni. Nei giorni scorsi, il sindaco
di un villaggio nei pressi di Tulkarem, dove fra l’altro il 20% dei palestinesi
ha anche la cittadinanza americana, è stato avvertito dallo Shabak che, se
avesse fatto entrare noi attivisti, i soldati avrebbero sparato. E non si
contano ormai le vendette sui contadini palestinesi sospettati di averci chiesto
aiuto. Per cui, al lancio di lacrimogeni dei soldati, è seguito molto
scompiglio.
Luisa, fondatrice, presidente e anima di Assopace Palestina, qui con Arafat.
Perché i soldati prima arrestavano e ammazzavano ugualmente, ma ora i
palestinesi temono che cerchino un pretesto (ammesso che ne sentano il bisogno,
visto che il governo israeliano dichiara apertamente che questa terra è loro per
diritto divino) per bombardare la Cisgiordania e porre anche qui in atto un
genocidio. Il timore di finire come Gaza è ampio e fondato. Loro reagiscono
con sumud, che in arabo vuol dire resilienza: oggi, l’atto minimo di respirare
sulla loro terra e non farsi cacciare.
Perciò, alla vista dello scompiglio, stamattina noi attivisti siamo andati via:
ci siamo detti che ora serve una valutazione attenta su come procedere, su quale
può essere la strategia in questa situazione, dove si moltiplicano storie sempre
più estreme.
Una delle cose più terribili che abbia ascoltato in questi giorni è ad esempio
la storia della famiglia di Abet: i soldati si sono accampati al piano superiore
della loro casa, e dicono loro: voi siete nostri schiavi, quindi farete quello
che vi diciamo noi. E loro sono costretti a lavare la loro biancheria, pulire le
stanze in cui si sono sistemati, cucinare e persino andare a fare la spesa per
loro con i propri soldi.
Come nel bellissimo film “Private” di Saverio Costanzo. Non a caso un film che
ti fa rivivere il respiro, gli sguardi, i colori di quella terra…
Sì, è una storia che si ripete: anche in questo momento in Cisgiordania ci sono
case requisite dai soldati insieme ai loro abitanti.
Luisa, famiglia operaia e partigiana, giovanissima attivista alla Camera del
Lavoro di Bologna
Il 13 ottobre tu eri a Ramallah ad accogliere i detenuti palestinesi rilasciati
in seguito agli accordi di tregua.
È stato straziante. Dai pullman sono scesi uomini curvati,
stremati, scheletrici. Io sono felice che siano stati liberati gli ostaggi
israeliani, nessuno dovrebbe essere rapito e detenuto senza motivo. Ma vedo che
i media riservano molto spazio ai venti israeliani liberati, alle loro storie
umane, e pochissimo alle condizioni in cui erano tenuti i palestinesi. Alcuni di
loro erano detenuti addirittura dal 1987… C’è chi è stato portato via in barella
perché non si reggeva in piedi. Chi mostrava le cicatrici delle torture subite.
Chi aveva un occhio tumefatto. Sono stati vessati fino all’ultimo minuto che
sono rimasti nelle mani dei soldati. Ed è stato straziante vedere sorelle,
madri, zie, mogli corse a Ramallah per accogliere uomini che non vedevano da una
vita e scoprire solo all’ultimo momento che non li stavano portando lì, ma in
esilio in Egitto. O scoprire che a tanti rilasciati è stato proibito di tornare
al loro villaggio: saranno costretti a rimanere a Ramallah, ormai anch’essa
terra di conquista israeliana.
Sono diecimila i detenuti nelle carceri palestinesi, la stragrande maggioranza
in detenzione amministrativa, in attesa di conoscere il reato di cui sono
accusati. Con gli accordi di tregua ne è stato liberato uno su cento. Bisogna
fare una grande campagna sui prigionieri palestinesi, spero che diventi un tema
delle piazze.
13 ottobre. Luisa all’accoglienza dei detenuti rilasciati a Ramallah
Il più famoso dei detenuti è Marwan Barghouti, tuo amico di lunga
data. L’abbiamo visto pallidissimo, smunto, subire inerme l’assalto di Ben Gvir
Un video osceno, ho pianto. Sì, l’ho visto debolissimo, è sottoposto a continue
angherie, è in carcere da ventidue anni e in isolamento totale da due. Ma credo
mantenga la grande forza intellettuale e morale che lo ha sempre caratterizzato.
Marwan non ha mai compiuto delitti in prima persona, ha sempre combattuto contro
l’occupazione della sua terra, ma ha accettato gli accordi di Oslo e lottato
apertamente contro la corruzione dei politici palestinesi. Molti lo vedono come
il Mandela palestinese, capace di riunire e pacificare la Palestina e condurla
verso un futuro.
Oggi incontrerò Fadua, la moglie, e il figlio Arab, di ritorno dall’Egitto,
dov’erano volati sperando di avere il loro caro fra i rilasciati. Non è vero che
Hamas non ha chiesto il suo rilascio, come qualcuno scrive. Ha invece richiesto
fino all’ultimo il rilascio suo e di altri leader amati e stimati dal loro
popolo. Il fatto che Marwan non sia stato rilasciato è un segnale delle
intenzioni di Israele. Che come sappiamo nega apertamente ogni possibilità di un
processo di transizione verso uno Stato palestinese unito, libero e democratico.
Cosa pensano i palestinesi dell’accordo di tregua di Trump?
I palestinesi sono sconvolti dal fatto che loronon esistono né negli accordi con
Netanyahu né in quelli di Sharm. E io continuo a essere colpita da una
sottovalutazione molto diffusa del popolo palestinese, della loro preparazione,
talento, professionalità. Anche da parte di persone che dovrebbero essere
informate e consapevoli. Ad esempio, quando porto i parlamentari europei a
conoscere i Territori Occupati, si meravigliano di scoprire che Ramallah conta
diciassette università. O che Gaza, prima della distruzione, fosse la città che
si vede nel film “Erasmus a Gaza“, con ospedali dove un italiano va a imparare,
non a insegnare. Che sotto occupazione militare sia nato il Museo Palestinese di
Biz Zeirt, che offre mostre straordinarie. Che i giovani palestinesi producano
cinema e teatro.
Quando anni fa ho accompagnato Nicky Vendola in un giro in Palestina, è rimasto
colpito dal fatto che un paese sotto occupazione militare sia riuscito a
dedicare un museo al suo poeta nazionale, Mamhoud Darwish.
“furiosa santa matta…/contro il soldato che spinge due bambini../grida Luisa”
I versi che Luisa ha ispirato a Nicky Vendola
È stato allora che Nicky Vendola ti ha dedicato quei versi?
Ahaha, gliel’ho detto proprio l’altro giorno, ormai non corro più come una
gatta…
Gabriella Ambrosio. Nasco napoletana, di città e di campagna, da immemori
generazioni, ma con una goccia di sangue svizzero-tedesco. A 3 anni comincio a
… Ancora
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