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Kobane sotto assedio
Lo scorso venerdì 6 febbraio una delegazione internazionale di giovani da tutta Europa, che si trova nel nord-est della Siria, ha rilasciato una dichiarazione a proposito delle condizioni della popolazione civile e dell’assedio della città di Kobane. La dichiarazione è stata rilasciata nella città di Qamishlo assieme alla Mezzaluna Rossa Kurda (Who we are? – Kurdish Red Crescent), un’organizzazione sanitaria indipendente della regione. Siamo un gruppo di giovani provenienti da diversi paesi europei che si è recato nel nord-est della Siria, una regione attualmente teatro di una guerra brutale, minacciata dal genocidio e da una grave crisi umanitaria. Lo scopo della nostra visita era valutare la situazione umanitaria e verificare i resoconti di violazioni dei diritti umani nei confronti della popolazione civile. Ciò che abbiamo visto contraddice gran parte delle notizie riportate dai media internazionali, che sono state fuorvianti o incomplete. Il nord-est della Siria ospita un progetto democratico unico nel suo genere, basato sui diritti delle donne, sull’ecologia e sulla coesistenza pacifica tra comunità e popoli differenti. Dal 6 gennaio, questo progetto è sotto attacco da parte del governo di transizione siriano e dei gruppi armati affiliati all’ISIS e all’Esercito Nazionale Siriano, sostenuto dalla Turchia. Questi attacchi hanno comportato il rilascio di miliziani dell’ISIS dalle prigioni in cui erano detenuti e efferati crimini di guerra, tra cui violenze contro le donne, uccisioni di civili e bombardamenti di strutture sanitarie civili. La situazione umanitaria è critica. Kobanê è sotto assedio, i civili devono affrontare una grave carenza di cibo e forniture mediche, i bambini muoiono di freddo, acqua ed elettricità sono state interrotte. La situazione è aggravata dal fatto che decina di migliaia di persone sfollate durante le settimane e i mesi precedenti hanno cercato riparo a Kobanê, che ora accoglie oltre 200 mila persone. La crescente influenza dell’ISIS e di altri gruppi islamisti rappresenta una grave minaccia per la regione e per il mondo intero. Chiediamo alla comunità internazionale di sostenere con urgenza la popolazione della Siria del Nord-Est, di ritenere responsabile il governo di transizione siriano e di sospendere ogni sostegno finanziario e politico a esso, fino a quando non saranno garantiti i diritti e la sicurezza di tutti i popoli e gruppi etnici in Siria. Chiediamo l’immediata attuazione del cessate il fuoco e la piena applicazione dell’accordo del 29 gennaio, comprese le garanzie per i diritti dei civili e il ritorno degli sfollati. La delegazione internazionale in Siria del Nord-Est Redazione Italia
February 8, 2026
Pressenza
In marcia verso il Kurdistan-Rojava con la ‘Carovana in difesa dell’umanità’
Salonicco, 27 gennaio 2026 – Per portare soccorsi alla popolazione assediata, Lea Bunse e Jakob Rihn si sono aggregati alla Carovana in difesa dell’umanità. Rispettivamente un’attivista ambientale del distretto di Heilbronn e un fisioterapista del Brandeburgo, nel gennaio dello scorso anno avevano già preso parte alla veglia di pace presso la diga di Tişrîn sul fiume Eufrate, nella Siria settentrionale e orientale (NES), quando 22 persone furono uccise e più di 200 ferite. Entrambi feriti durante l’attacco delle milizie islamiste supportate dall’esercito turco contro l’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES), ora i due attivisti pacifisti tedeschi intendono recarsi al confine turco-siriano per fornire assistenza medica e richiamare l’attenzione sulla preoccupante carenza di rifornimenti nel nord della Siria. Lea Bunse ha dichiarato: “Abbiamo sperimentato in prima persona cosa significhi venire feriti sotto il fuoco nemico e quanto siano difficili l’assistenza medica e la situazione umanitaria in situazioni simili. Ecco perché il lavoro del personale medico sul posto è così importante”. In quell’occasione, migliaia di persone provenienti da ogni parte del NES si unirono per proteggere la diga, un’infrastruttura civile essenziale che forniva elettricità a milioni di famiglie. Rischiarono la vita per affrontare le milizie islamiste e gli attacchi dei droni. Bunse e Rihn sono rimasti feriti in attacchi mirati con droni da parte dell’esercito turco durante la veglia civile. I primi soccorsi ai feriti sono stati forniti in condizioni estreme, poiché anche ambulanze e personale medico sono stati presi di mira. “Siamo dovuti tornare in Germania a causa delle ferite. Ma nei nostri cuori siamo ancora con la gente di lì. Tutto ciò che sta accadendo in questo momento ci ricorda la situazione di un anno fa. Ancora una volta, i civili vengono presi di mira. Ancora una volta, si tenta di distruggere la convivenza democratica tra il popolo siriano “, ha precisato Jakob Rihn. Partecipando alla Carovana, non vogliono solo sensibilizzare l’opinione pubblica, ma anche fornire un supporto medico concreto. Vogliono anche chiedere alle organizzazioni umanitarie internazionali di prendere una posizione chiara contro i crimini di guerra in corso. Insieme alla Mezzaluna Rossa Curda (Heyva Sor a Kurdistanê), vogliono anche organizzare donazioni a sostegno della popolazione e per perseguire tutte queste cause hanno unito le forze con la formazione della Carovana di Supporto Medico. BREAK THE BORDERS. DEFEND ROJAVA. JOIN THE CARAVAN. La Carovana in Difesa dell’Umanità è la risposta europea auto-organizzata alla guerra contro l’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria Settentrionale e Orientale, nota anche come Rojava. I partecipanti alla Carovana sono uniti dall’obiettivo di inviare un forte messaggio di solidarietà alla resistenza del popolo della Siria Settentrionale e Orientale. La Carovana sta viaggiando lungo diverse rotte verso il confine turco-siriano e la città assediata di Kobane. CRONACA DEL VIAGGIO DELLA PEOPLE’S CARAVAN   Redazione Italia
January 27, 2026
Pressenza
Rojava, la rivoluzione è in pericolo
Il 2026 è iniziato con l’attacco delle milizie jihadiste controllate dal governo di Damasco contro i quartieri di Aleppo Ashrafiyeh e Sheikh Maqsud  a maggioranza curda. I quartieri Ashrafiyeh e Sheikh Maqsud  per tutta la durata della guerra civile siriana hanno resistito agli attacchi delle formazioni jihadiste e alle pressioni del governo di Assad, attuando l’autogoverno dal basso e divenendo luogo di accoglienza per i profughi del distretto di Afrin dopo il feroce attacco delle milizie jihadiste filo turche e il complice abbandono della guarnigione dell’esercito russo. Già il 6 gennaio 2026 le bande mercenarie affiliate al Governo ad interim di Damasco, con il supporto di aerei dello Stato turco, e utilizzando carri armati, artiglieria, veicoli blindati e ogni tipo di arma pesante, insieme a migliaia di miliziani armati, hanno lanciato un brutale attacco contro i quartieri a maggioranza curda di Aleppo. L’obiettivo è apparso subito chiaro: sottomettere la popolazione curda e costringerla all’esodo, modificare la composizione demografica dell’area, spezzare la dignità del popolo, cancellare l’esperimento sociale del Confederalismo Democratico. Le Forze di resistenza della Siria Democratica, SDF e Asayîş, congiuntamente alle milizie popolari YPG e YPJ, hanno deciso di lasciare la città di Aleppo per scongiurare l’ennesimo bagno di sangue e arretrare verso le zone più orientali della Siria del Nord. A seguito delle milizie rivoluzionarie, nel timore della violenza cieca dei jihadisti (come accaduto ad Afrin nel 2018) decine di migliaia di cittadini hanno abbandonato le loro abitazioni rifugiandosi in Rojava. L’offensiva degli attuali padroni di Damasco è proseguita senza sosta e ha spinto le forze rivoluzionarie a ritirarsi dagli importanti centri di Tabqa, Raqqa e Deir ez-Zor. In aperta violazione alle false dichiarazioni di cessate il fuoco dell’autoproclamato presidente della Siria, l’ex comandante di al-Qaeda  al-Jolani, l’offensiva di Damasco prosegue su più fronti. L’avanzata delle milizie jihadiste  è drammaticamente costellata da saccheggi e distruzioni di strutture umanitarie e sanitarie. Vengono da più parti segnalate esecuzioni sommarie. La ferocia cieca si abbatte sulle eroiche combattenti delle YPJ che se catturate, prima di essere uccise, vengono sottoposte a supplizi inenarrabili. Smentendo di fatto la loro estraneità alla Stato Islamico le milizie jihadiste di Damasco hanno messo in libertà migliaia di tagliagole dell’ISIS attaccando i centri di segregazione controllati dalle SDF. La stessa città di Kobanê, simbolo della resistenza e della sconfitta dell’ISIS, rischia di essere aggredita. Kobane è assediata sotto la neve: l’esercito di al-Jolani ha interrotto l’acqua, il gas e l’elettricità, anche dopo l’annuncio della tregua ha continuato a bombardare la città con droni e artiglieria. Attualmente è molto dura la resistenza dei combattenti delle Sdf che stanno rispondendo al fuoco, riuscendo a distruggere diversi veicoli militari del nemico. Anche questa volta le donne sono schierate in prima linea con le YPJ (Unità di protezione della donna), che fanno parte integrante delle SDF. In soccorso del Rojava rivoluzionario stanno arrivando in Siria del Nord uomini e donne da quasi tutte le regioni del Kurdistan. In tutta la Turchia sono esplose manifestazioni contro il governo, che è uno dei principali sponsor di al-Jolani. Diversi cortei hanno provato a sfondare le recinzioni del confine meridionale e a entrare in Siria. Dall’Iraq molti giovani sono riusciti ad oltrepassare la frontiera per unirsi alla lotta, congiuntamente a convogli della Mezzaluna Rossa Kurda ed ad aiuti umanitari. Il governo di al-Jolani è apertamente sostenuto dalla Turchia e dagli Emirati del Golfo. Dopo la caduta di Assad, al-Jolani è stato ricevuto in pompa magna da tutte le diplomazie occidentali, da Trump, a Macron, alla Meloni. Lo stesso Putin tiene ottimi rapporti con la Siria jihadista mantenendo le sue basi militari a Tartus e Latakia. I governi occidentali, gli Stati Uniti,  la Russia hanno volutamente dimenticato il recente passato di al-Jolani come esponente di al-Qaeda. L’offensiva militare contro l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est è sostenuta da tutti gli attori presenti in Medio Oriente. Si sta attuando il tentativo di distruggere una delle più rare esperienze emancipatorie del nostro tempo. Un’esperienza in cui le persone, al di là dei confini nazionalisti e delle strutture statali, hanno cercato di costruire la propria vita sulla base dell’autogoverno, dell’autogestione e dell’auto-organizzazione orizzontale, del mutuo appoggio, dell’uguaglianza di genere e della libera convivenza tra differenti gruppi etnici e credenze. Curdi, arabi, assiri, armeni, yazidi, siriaci e altri abitanti di questa terra hanno dimostrato che è possibile organizzare la vita economica, sociale, politica e culturale senza uno Stato centralizzato, senza eserciti repressivi e senza sistemi gerarchici. L’attacco al Rojava è un attacco alla stessa possibilità di auto-organizzazione orizzontale, ai consigli e alle comuni, e alla volontà collettiva di vivere senza padroni. Il diritto all’autodeterminazione non significa sostituire uno Stato Nazione con un altro; significa il diritto delle donne e degli uomini a decidere direttamente del proprio modo di vivere, della propria economia, cultura e sicurezza, senza confini imposti, senza eserciti occupanti e senza élite autoritarie. Difendere Rojava significa difendere il principio secondo cui la libertà nasce dalla solidarietà e dalla resistenza collettiva, non dalle canne dei fucili statali. Sia le potenze regionali che quelle globali, condividono un elemento comune: la preservazione del dominio, del controllo, dello sfruttamento capitalista, del patriarcato e la riproduzione della violenza. Con le donne e gli uomini del Rojava per un Mondo senza frontiere,  di libere e liberi ed uguali Donna Vita Libertà       Renato Franzitta
January 25, 2026
Pressenza
Roma in piazza per il Rojava: il grido della Capitale contro il tradimento dell’Occidente
Le strade del centro di Roma, il 24 gennaio, sono tornate a riempirsi di bandiere gialle, rosse e verdi in una delle manifestazioni più significative degli ultimi anni a sostegno del popolo curdo e dell’esperienza politica del Rojava. Non si è trattato di un semplice atto di solidarietà, ma di un sollevamento morale e politico resosi necessario dalla drammatica escalation che sta colpendo il Nord-Est della Siria in queste prime settimane del 2026. Il corteo, che ha visto la partecipazione di migliaia di persone tra attivisti, studenti, esponenti della comunità curda in Italia, associazioni umanitarie e organizzazioni politiche, ha attraversato la città con un obiettivo preciso: rompere il muro di silenzio mediatico che circonda quello che molti osservatori definiscono ormai un genocidio politico pianificato. Al centro della protesta, la denuncia netta delle responsabilità dei governi occidentali, accusati di aver prima utilizzato il popolo curdo come baluardo contro il terrorismo e di averlo poi abbandonato al cinismo delle nuove alleanze regionali. Per comprendere la determinazione della piazza romana, è necessario guardare alla complessa e spaventosa mutazione del conflitto siriano negli ultimi due anni. Dalla caduta del regime di Damasco nel dicembre 2024, la Siria è entrata in una fase di transizione che l’Occidente ha cercato di normalizzare a ogni costo. Tuttavia, quella che era stata presentata come una primavera di liberazione si è trasformata, per le popolazioni dell’Amministrazione Autonoma, in un inverno di assedio e tradimento. Le nuove autorità che oggi siedono a Damasco hanno operato una trasformazione estetica e diplomatica senza precedenti. Dismessi i panni della guerriglia radicale degli anni passati, i nuovi padroni della Siria si presentano oggi al mondo in giacca e cravatta, offrendo garanzie di stabilità e opportunità di ricostruzione economica. Questo cambiamento di facciata ha trovato terreno fertile nelle cancellerie europee e americane, desiderose di chiudere il dossier siriano e di stabilizzare l’area per interessi energetici e migratori. In questo nuovo assetto, il modello democratico, laico e femminista del Rojava è diventato improvvisamente un ingombro strategico, una pedina di scambio da sacrificare sull’altare della Realpolitik. Le notizie che sono rimbalzate durante i discorsi dei manifestanti dipingono un quadro di emergenza umanitaria totale. Da una settimana, la città simbolo di Kobanê è stretta in una morsa letale: senz’acqua, senza elettricità e con i rifornimenti di beni di prima necessità bloccati. Questo assedio non è l’iniziativa di un singolo attore, ma il risultato di una convergenza di interessi tra le forze armate turche e le nuove milizie siriane. Mentre i droni turchi continuano a colpire Qamishlo, prendendo di mira sistematicamente le infrastrutture civili e le aree universitarie, le istituzioni internazionali restano in una paralisi che sa di complicità. Gli edifici accademici del Rojava, nati durante la guerra come centri di emancipazione e studio dell’ecologia sociale, sono oggi colmi di migliaia di sfollati che cercano riparo dal gelo invernale senza coperte o vestiti adeguati. La piazza di Roma ha gridato con forza che non si può parlare di nuova Siria finché si permette che l’unica esperienza di democrazia reale della regione venga soffocata per fame e bombardamenti. La critica mossa dalle strade di Roma colpisce duramente la politica estera italiana ed europea. Il tradimento descritto dai manifestanti è tanto militare quanto morale: dopo aver celebrato per anni le combattenti dell’YPJ come eroine globali che hanno sconfitto lo Stato Islamico, oggi l’Occidente permette che quelle stesse donne vengano perseguitate e uccise dai nuovi alleati di convenienza a Damasco. La mobilitazione ha puntato il dito contro il supporto diplomatico a chi sta attuando questa pulizia politica. Il silenzio delle istituzioni italiane viene letto come un avallo alle manovre di Ankara. Chi ha partecipato al corteo ha chiesto azioni immediate: il riconoscimento dell’autonomia del Nord-Est siriano e la fine di ogni rapporto commerciale con i regimi che alimentano l’assedio a Kobane e Qamishlo. Nonostante la durezza dell’analisi geopolitica, la manifestazione di oggi ha trasmesso un segnale di profonda tenuta sociale. La massiccia presenza di giovani generazioni dimostra che il valore del Rojava — basato sui beni comuni, sulla liberazione delle donne e sulla convivenza tra popoli diversi — ha superato i confini del Medio Oriente per diventare un punto di riferimento per chi, anche in Europa, rifiuta la logica del dominio e del profitto. Il corteo ha evidenziato l’importanza dell’esperienza del Rojava come progetto sociale, politico e democratico che, in un contesto devastato da anni di guerra e settarismo, ha saputo costruire forme concrete di autogoverno dal basso, garantendo la convivenza tra comunità etniche e religiose diverse e ponendo la liberazione delle donne al centro dell’organizzazione sociale. Non si tratta di una semplice resistenza, ma di una pratica quotidiana di democrazia reale, fondata sui beni comuni, sulla partecipazione popolare e su un’idea di sicurezza alternativa a quella militarizzata imposta dagli Stati e dalle alleanze regionali. Proprio per questa sua natura alternativa, il Rojava viene oggi percepito come destabilizzante dagli attuali equilibri geopolitici e sacrificato in nome di una stabilità costruita sulla repressione e sull’abbandono di chi aveva resistito in prima linea contro lo Stato Islamico. La giornata si è conclusa con l’annuncio di nuove iniziative di lotta. Dopo i presidi davanti alle sedi della Rai per denunciare l’oscuramento informativo e le assemblee presso il Centro Ararat, la rete di solidarietà ha promesso di non abbassare la guardia. Il messaggio lanciato oggi da Roma è inequivocabile: se i governi hanno deciso di vendere i propri ideali in cambio di una stabilità violenta, c’è una parte consistente della società civile che non intende essere complice.   Redazione Roma
January 25, 2026
Pressenza
L’ordine mondiale non tollera Kobane
“Il Confederalismo democratico è il tentativo di creare democrazia oltre lo Stato, in un’area in cui Stato significa violenza e prevaricazione. Ecco perché voglionio  cancellare l’esperimento curdo”. Riprendiamo uno stralcio dell’articolo di Anna Irma Battino* pubblicato su Jacobin Italia, in merito alla situazione oggi a Kobane e, in generale, sulle prospettive del processo politico costituente della democrazia confederale da anni portato avanti dalla popolazione curda nel Rojava[accì]   Kobane è di nuovo sotto assedio. Non perché la storia si ripeta, ma perché l’ordine mondiale non fatica a tollerare eccezioni troppo a lungo. Nel gennaio 2026, mentre governi e istituzioni occidentali parlano di «stabilizzazione» della Siria e i mercati guardano ai corridoi energetici del Levante, nel nord-est del paese si combatte per difendere il lascito di una rivoluzione che ha osato mettere in discussione lo Stato-nazione, il patriarcato e l’economia dell’estrazione.  Le immagini dalla regione non ricordano quelle del 2014, quando Kobane divenne simbolo globale della sconfitta dell’Isis. Oggi mostrano carceri abbandonate, campi di detenzione nel caos, città circondate senza clamore mediatico, comuni che distribuiscono armi alla popolazione civile. È un assedio silenzioso, reso possibile tanto dall’azione militare quanto dall’oblio politico internazionale. Il 18 gennaio 2026 le forze del governo centrale siriano, insieme a milizie legate a Hayat Tahrir al-Sham (Hts), hanno lanciato una vasta offensiva contro i territori dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est (Daanes). Non è solo un’operazione militare: la pressione è accompagnata da una campagna diplomatica e da una narrativa di «riunificazione nazionale», mentre in Occidente il conflitto resta largamente invisibile. La svolta arriva a inizio gennaio, con gli incontri del 5 e 6 a Parigi tra Siria e Israele sotto supervisione statunitense. Non si è trattato solo di sicurezza: in quelle stesse ore prende forma un nuovo assetto diplomatico che marginalizza l’Amministrazione Autonoma e la presenta come un ostacolo alla «normalizzazione» del paese.  Con Damasco reintegrato tra gli interlocutori internazionali riconosciuti, Washington ridefinisce il ruolo delle milizie curde, le Forze democratiche siriane (Sdf): non più alleate, ma una variabile da gestire. L’alleanza precedente era tattica, legata alla guerra contro l’Isis in un contesto in cui il presidente siriano Assad era isolato e senza legittimità internazionale. Oggi quel capitolo è chiuso. Lo ha chiarito l’inviato speciale per la Siria, Tom Barrack, il 20 gennaio 2026: la «logica» della partnership con le Sdf è venuta meno, perché il nuovo governo di Damasco è ora in grado di assumersi il controllo delle strutture di sicurezza e dei centri di detenzione legati all’Isis. In altre parole, ciò che fino a ieri era un’alleanza indispensabile oggi diventa un problema da gestire. Le conseguenze sono immediate: i curdi vengono spinti verso un’integrazione forzata nello Stato siriano, mentre alla Turchia viene lasciato spazio per colpire le strutture politiche e militari del Rojava. I negoziati avviati nel 2025 lo dimostrano chiaramente, con ogni richiesta di autonomia respinta e ogni possibile accordo saltato. Alla vigilia dell’offensiva su Aleppo, il dialogo sembrava vicino a un’intesa; il giorno dopo partono sia i negoziati di sicurezza a Parigi sia l’operazione militare. Turchia e Israele si muovono da obiettivi diversi, ma compatibili: Ankara punta a uno Stato centralizzato che annulli ogni autonomia curda; Israele preferisce una Siria frammentata e incapace di proiettare potenza. In entrambi i casi, il Rojava rappresenta un’anomalia da rimuovere.  […] Il Rojava non è mai stato un territorio pacificato. È sempre stato un laboratorio di conflitto sociale, dove la trasformazione procedeva per compromessi instabili. Quando il contesto internazionale ha smesso di garantire uno spazio minimo di manovra, quei compromessi sono saltati, e la fragile architettura costruita in anni di rivoluzione è stata messa a dura prova. È in questo quadro che va letta anche la questione femminile, uno dei nodi più profondi e meno negoziabili del conflitto. Le Unità di Protezione delle Donne (Ypj) non sono una parentesi simbolica, ma uno strumento concreto di trasformazione sociale. Attorno a esse si sviluppa un sistema di istituzioni autonome che incidono sui rapporti quotidiani di potere, sfidando strutture patriarcali radicate nella famiglia, nella proprietà e nell’autorità tribale. Questa trasformazione rappresenta una linea rossa per governo centrale, milizie islamiste e attori regionali, che non tollerano e riconoscono l’autonomia politica, organizzativa e militare alle donne. Nelle trattative con Damasco, la questione femminile resta un punto di frattura insanabile. L’integrazione statale significherebbe smantellare l’intero impianto costruito negli ultimi dieci anni.   * GIORNALISTA FREE LANCE CON UNA GRANDE PASSIONE PER IL CINEMA, MA SCRIVE SOPRATTUTTO DI GIUSTIZIA SOCIALE, TRANSFEMMINISMO E POLITICA. HA PARTECIPATO A DIVERSE CAROVANE IN PALESTINA, BRASILE, MESSICO, ARGENTINA E KURDISTAN   Redazione Italia
January 23, 2026
Pressenza
Il Rojava, in Siria, è sotto attacco. Difendiamo la Rivoluzione del Confederalismo Democratico
Con una offensiva militare ad ampio raggio il governo jihadista di Damasco, congiuntamente alle milizie islamiste sostenute dalla Turchia e da formazioni paramilitari tribali, sta attaccando il Rojava governato dall’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES). L’offensiva di Damasco è cominciata già nei primi giorni del 2026 contro i quartieri a maggioranza curda di Aleppo ed è proseguita in modo incessante con l’occupazione degli importanti centri di Tabqa, Raqqa e Deir ez-Zor. Gli attacchi proseguono su più fronti, in aperta violazione delle false dichiarazioni di cessate il fuoco dell’autoproclamato presidente della Siria l’ex comandante di al-Qaeda al-Jolani. Vengono segnalate esecuzioni sommarie, saccheggi e distruzioni di strutture umanitarie e sanitarie. La stessa città di Kobanê, simbolo della resistenza e della sconfitta dell’ISIS, rischia di essere aggredita. Molto preoccupanti sono le notizie della liberazione di migliaia di tagliagole dell’ISIS, tenuti segregati dalle forze rivoluzionarie SDF, messi in libertà dai jihadisti di Damasco. Negli ultimi 14 anni la Rivoluzione del Confederalismo Democratico ha disarticolato gerarchie sociali, strutture patriarcali, concezioni medioevali e tribali, differenze di genere. I jihadisti al potere a Damasco con questa offensiva militare tentano di cancellare anni di conquiste rivoluzionarie, l’autogoverno, la convivenza tra i popoli, l’autonomia delle donne. Le forze retrive siriane, sostenute apertamente dalla Turchia, tentano di spostare l’orologio della storia verso il passato cancellando diritti, partecipazione dal basso, liberazione. Si vuole ripristinare il dominio del potere tribale, lo sfruttamento, il patriarcato, la sudditanza della donna. In Siria del Nord e dell’Est è in corso uno scontro di civiltà fra due visioni opposte di società e del mondo. Scandaloso è il muro di silenzio dei governi occidentali, degli Stati Uniti, di Russia e Cina, su quanto sta accadendo in Siria. I combattenti e le combattenti delle SDF, dello YPG e delle YPJ, tanto utili negli anni passati per la lotta contro i taglia gole dell’ISIS, oggi sono stati abbandonati al loro destino davanti all’offensiva di Damasco. Al-Jolani è stato ricevuto in pompa magna da tutte le diplomazie occidentali, da Washington alla Meloni, mentre la Russia mantiene le sue basi militari in Siria a Tartus e Latakia. Il recente passato di al-Jolani come esponente di al-Qaeda è stato volutamente dimenticato. La Rivoluzione in Rojava viene ferocemente attaccata perché rappresenta l’unica via reale di uscita per i popoli del Medio Oriente precipitati nel caos. Caos creato dai contrapposti interessi imperialisti e dal rigurgito integralista dei vari potentati religiosi che opprimono le genti di quell’area geografica. I COBAS nel sostenere la Rivoluzione in Rojava e il movimento rivoluzionario curdo accolgono l’appello dell’UIKI (Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia) per fare pressione sui media, perché rompano il silenzio e informino correttamente sull’estrema pericolosità della situazione; per organizzare mobilitazioni, iniziative pubbliche, prese di posizione e azioni di pressione nei confronti del Governo italiano e della Commissione Europea affinché intervengano politicamente per fermare l’escalation militare, imporre il rispetto del cessate il fuoco, dei diritti delle minoranze e dell’autonomia del Rojava. Sosteniamo la resistenza delle donne e degli uomini che difendono il Rojava dall’aggressione dei jihadisti al governo in Siria. Donna, Vita, Libertà.   Redazione Italia
January 21, 2026
Pressenza
Chiapas e Rojava: rallegrarsi delle luci che brillano nell’oscurità
«Ho percorso oltre 11.000 chilometri per essere qui con voi. Perché? Sono stato attirato qui da una luce che brilla nell’oscurità. La luce di Öcalan e del Movimento di liberazione curdo. Una luce di speranza. Speranza contro l’oscurità del mondo…». È cominciato così lo splendido intervento di John Holloway alla Conferenza internazionale sulla pace e la società democratica, promossa a Istanbul, il 6 e 7 dicembre, dal DEM, il partito curdo che sostiene Öcalan e l’attuale processo di pace. Una due giorni, secondo alcuni forse troppo concentrata sulla riforma dello Stato e poco su quello che Öcalan chiama “confederalismo democratico”. Ma il movimento curdo è oggi attraversato, tra inevitabili contraddizioni da comprendere e rispettare, da almeno due grandi questioni: il desiderio di una vera pace, dopo migliaia di morti e dopo oltre trent’anni di carcere per tantissimi prigionieri politici; la determinazione a realizzare una trasformazione profonda della società, una società organizzata non con le logiche tradizionali dello stato ma su base comunitaria (“confederalismo democratico”). Di certo, il movimento curdo, come quello zapatista e migliaia di altri gruppi nel mondo, è “un movimento molto speciale che brilla di una luce speciale, la luce della dignità, della rabbia della dignità contro l’oscurità…” Ho percorso oltre 11.000 chilometri per essere qui con voi. Perché? Sono stato attirato qui da una luce che brilla nell’oscurità. Una luce così brillante che può essere vista a oltre 11.000 chilometri di distanza. La luce di Öcalan e del Movimento di liberazione curdo. Una luce di speranza. Speranza contro l’oscurità del mondo. Contro l’oscurità di un mondo così crudele che lo stato turco ha tenuto un uomo in isolamento in prigione per più di venticinque anni, semplicemente perché ha dedicato la sua vita a lottare per la libertà: lo stato turco si porta addosso la vergogna internazionale per ogni giorno che viene tenuto in prigione. Un mondo così crudele che può sopportare mentre lo stato israeliano uccide e uccide e uccide e uccide bambini, donne e uomini palestinesi. Un mondo governato dal denaro dove ogni aspetto della vita è plasmato dal desiderio di aumentare il denaro, di generare profitto. Un mondo che si sta distruggendo, un mondo in cui noi umani abbiamo fatto della nostra stessa estinzione un pericolo reale e urgente. Un mondo in cui il denaro non ha mai manifestato il suo potere in modo così forte e volgare. Il mondo di oggi è un posto molto, molto buio. Ecco perché è così importante rallegrarsi delle luci che brillano nell’oscurità, dei movimenti che vanno nella direzione opposta, contro il crudele dominio del denaro. Per me, in questo momento, ci sono due grandi luci nel cielo. Una è il Movimento di liberazione curdo, l’altra è il movimento zapatista in Messico. Ma se guardiamo più da vicino, vediamo che ci sono migliaia, probabilmente milioni di gruppi che spingono in direzioni simili. Stiamo tutti cercando di creare una luce contro l’oscurità, stiamo tutti cercando di reclamare il mondo, il nostro mondo, dal dominio omicida del denaro, per riprendercelo prima che sia troppo tardi. Ecco perché il movimento curdo e il movimento zapatista sono così importanti per noi che non siamo né curdi né indigeni: perché la loro forza e le loro idee ci danno il coraggio di continuare a lottare per un mondo basato sul riconoscimento della dignità umana. Non sto dicendo che questi movimenti siano perfetti: come ogni movimento, hanno le loro contraddizioni e le loro tensioni interne. Ma hanno almeno cinque caratteristiche centrali nell’attuale flusso globale di resistenza e ribellione: sono anticapitaliste, antistataliste, antipatriarcali, antiecocide e antinazionaliste. Innanzitutto, anticapitaliste, in opposizione al dominio del capitale, espresso in modo più evidente nel dominio del denaro. Capitale è il nome che diamo a una forma di coesione sociale in cui le relazioni sociali si stabiliscono attraverso lo scambio di merci, cioè essenzialmente attraverso il denaro, una forma di coesione sociale che si basa necessariamente sullo sfruttamento della stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Questa forma di coesione sociale genera una dinamica violenta che ci sta distruggendo. L’unico modo per superare questa dinamica di distruzione è sviluppare, contro il capitale, una diversa forma di coesione sociale, una comunizzazione, un’unione che sia comunitaria. Sia il movimento curdo che gli zapatisti hanno sviluppato questa comunizzazione in larga misura nella loro pratica. In secondo luogo, anti-stataliste. Lo stato, come forma di organizzazione, non potrà mai essere nostro. A differenza del comune, esclude le persone affidando le decisioni a un numero selezionato di persone. È legato all’accumulazione di capitale. Inoltre, lo stato, qualsiasi stato, è profondamente razzista, semplicemente perché si basa sulla discriminazione tra i suoi cittadini e il resto della popolazione mondiale. Cosa questo significhi in termini di violenza quotidiana e omicidi di massa sta diventando sempre più chiaro. Lo stato è una forma violenta di organizzazione, mentre il comune non lo è. Lo stato è un dire, un comandare, mentre il comune è un dibattere, un discutere e un giungere a una conclusione condivisa. Lo stato, come forma organizzativa, porta alla guerra, il comune alla pace. Una pace significativa deve essere costruita sulla trasformazione sociale. In terzo luogo, anti-patriarcale. Ôcalan ha ragione quando dice che la schiavitù delle donne è la schiavitù più antica del mondo. Sia il Movimento di liberazione curdo che gli Zapatisti hanno posto la trasformazione del ruolo delle donne nella società al centro della loro lotta. Senza di essa non può esserci libertà. Ciò significa la trasformazione radicale del nostro modo di vivere e di relazionarci gli uni con gli altri, la creazione di un mondo basato sul reciproco riconoscimento della dignità di tutte le persone. In quarto luogo, anti-ecocida. Il capitalismo è profondamente ecocida, basato sulla distruzione e sullo sfruttamento di altre forme di vita e di tutta la natura che ci circonda ed è essenziale per il nostro benessere e per la nostra stessa vita. Per sopravvivere, dobbiamo recuperare e sviluppare un rapporto armonioso con la natura. Anche questa è una caratteristica centrale del movimento curdo, di quello zapatista e di migliaia di altri movimenti in tutto il mondo. E in quinto luogo, anti-nazionalista. Questo è importante perché il nazionalismo è sia l’aspetto più violento dell’oppressione capitalista quotidiana, sia la forza che più di ogni altra ha contribuito a spezzare le lotte popolari per un mondo migliore. Sia gli Zapatisti che il movimento curdo hanno proclamato il loro anti-nazionalismo. Gli zapatisti hanno da tempo abbandonato l’idea di liberazione nazionale e proclamano che “la lotta per l’umanità è globale… la lotta per l’umanità è in ogni luogo e in ogni momento”. E Öcalan esprime magnificamente il suo rifiuto non solo del nazionalismo, ma di qualsiasi forma di identitarismo quando afferma: “La libertà nel vero senso della parola è la trascendenza della distinzione tra noi e gli altri”. La sua grande luce splende nel cielo scuro, ecco perché ho viaggiato per 11.000 chilometri. Ma cosa ho trovato? Persone molto simpatiche, certo, ma, con la notevole eccezione della lettera di Öcalan, ieri non si è praticamente parlato di anticapitalismo, antistatalismo, antipatriarcato, antiecocidio, antinazionalismo. Posso rispettare i movimenti catalano, basco e irlandese, e comprendo persino l’interesse per la trasformazione del Sudafrica dalla brutalità dell’apartheid a una delle società più violente, corrotte e inique del mondo. Ma questi non sono i movimenti di radicale trasformazione sociale che entusiasmano le persone in tutto il mondo come sta facendo il movimento curdo. Tutti ieri hanno parlato di pace, ma come un accordo legale, non come un processo di trasformazione sociale[1]. Quindi mi restano due opzioni. Una è tornare a casa e dire: “Bella gente, ma è stato tutto un errore, questa non è la luce che mi aspettavo di vedere. Abbandoniamo il nostro gruppo di lettura su Öcalan e il corso che ho intenzione di tenere insieme ad Azize Aslan e Sergio Tischler su “Comune contro lo Stato: Curdi e Zapatisti”. Ma non posso farlo. Quello che ho letto e sentito sul Rojava, quello che ho letto su Öcalan, il mio coinvolgimento con l’Accademia Curda di Scienze Sociali di Eindhoven, in Olanda: tutte queste cose non me lo permetteranno. L’altra possibilità è rivelare la mia vera identità. Contrariamente alle apparenze, non sono un professore, sono davvero una fata madrina. Credo che gli organizzatori lo abbiano capito quando mi hanno invitato. Come fata madrina invitata a una conferenza, ho l’obbligo di esprimere un desiderio per il movimento che mi ha invitata. E il mio augurio è questo: in tutti i difficili, dettagliati e importanti negoziati che si stanno svolgendo con lo Stato turco, che sostengo pienamente, desidero che non vi deradicalizziate, che non dimentichiate mai quanto siete speciali, che comprendiate che per noi che viviamo in Messico e in tutto il mondo, il movimento curdo è un movimento molto speciale che brilla di una luce speciale, la luce della dignità, della rabbia della dignità contro l’oscurità. Per questo ho volato via mare e via terra fino a Istanbul. Per questo, sono venuto a esprimere il mio entusiastico sostegno a Öcalan, al Movimento di Liberazione Curdo e al processo di pace. -------------------------------------------------------------------------------- Intervento nel secondo giorno della Conferenza internazionale sulla pace e la società democratica, Istanbul, 6/7 dicembre 2025, organizzata dal DEM, il partito curdo che sostiene Öcalan e l’attuale processo di pace. [1] Il primo giorno della conferenza, sono stati presentati interventi sul processo di pace in Catalogna, Paesi Baschi, Irlanda e Sudafrica. Comune-info
December 27, 2025
Pressenza
Dal fiume al mare
Demonizzare, prendere le distanze, o anche solo disertare le manifestazioni e le iniziative per la Palestina che si svolgono da mesi (e anni) in tutto il mondo, pur non avendo nessuna intenzione di sostenere il genocidio messo in atto da Israele perché, tra decine, centinaia e migliaia di striscioni e cartelli ce n’è uno che inneggia al 7 ottobre è come guardare il dito (orribile) e non vedere la luna (bellissima). E’ noto che, quali ne siano i promotori, l’adesione di massa a queste manifestazioni è il frutto di molteplici reti informali che non sono organizzazioni, non hanno “servizi d’ordine”, ma soprattutto non hanno “autorità” in grado di decidere chi ha diritto di sfilare e chi no. Il senso vero di queste mobilitazioni sta tutto nel numero e nella giovanissima età dei partecipanti, e nel loro spirito al tempo stesso disperato, per quel che succede, e gioioso, per il fatto di esserci: nel rovesciamento di quella cappa di conformismo complice che caratterizza il “mondo politico” nei cinque continenti. Ma che ne è di quel “Dal fiume al mare – Palestina libera!” gridato (in inglese) da tutti, che è lo slogan di Hamas? Non è solo “lo slogan di Hamas”; è lo slogan di tutte e di tutti i partecipanti a quelle mobilitazioni, a cui ciascuno da un senso differente. Ma forse che tra quel fiume e quel mare c’è qualche parte del territorio in cui la Palestina, cioè i palestinesi, non debbano o non possano voler essere liberi? Certo c’è chi interpreta quello slogan come la soppressione di Israele, anche se ben pochi pensano che se in un domani, per non si sa quali circostanze, le sorti del conflitto si invertissero, ciò debba comportare la cacciata o l’eliminazione di tutti gli ebrei insediati in Israele, come oggi le destre sioniste messianiche invocano apertamente discriminazione, sottomissione, cacciata e sterminio di tutti i palestinesi che si trovano tra il fiume e il mare. Ma per i più, per coloro che riempiono le mobilitazioni e le altre iniziative per la Palestina che si moltiplicano in tutto il mondo, dal fiume al mare dovrà essere un territorio in cui ci sia posto per tutte e per tutti: ebrei, musulmani, cristiani, drusi, laici autoctoni e immigrati. Tutti e tutte messe in grado di godere degli stessi diritti. Perché nelle mobilitazioni per la Palestina, ma anche in molte di quelle che vedono come protagoniste le nuove generazioni in tante parti del mondo, c’è molto di più della sola solidarietà e di una prospettiva di pace che riscatti la condizione di chi oggi è oppresso nel più crudele, cinico e ipocrito dei modi. C’è un’aspettativa e un’aspirazione a rovesciare lo stato di cose presente. Tornando al fiume e al mare, il problema è il “come?”. Si aprono divergenze che non riguardano solo la Palestina di domani, ma in qualche modo il futuro di tutto il mondo di oggi. Perciò questa vicenda attrae l’attenzione generale, anche se in altre regioni massacri, esecuzioni, distruzioni, fame e stermini sono, se possibile, persino più estesi o spietati di quelli messi in atto da Israele. Allora? “Due popoli e due Stati”? Non ci crede più nessuno: quello che dovrebbe esse lo Stato di Palestina è completamente devastato nella Striscia di Gaza e divorato da insediamenti e “avamposti” di coloni israeliani in Cisgiordania. Diviso in zone non contigue, privo di una propria economia, messo continuamente in forse dalla prepotenza di Israele, non ha alcuna chance di esistere se non come appendice del suo potente antagonista. D’altronde, nei piani di pace, la “striscia” è destinata a diventare una proprietà privata altrui, riaprendo le porte alla colonizzazione israeliana sotto forma di investimenti immobiliari, mentre la Cisgiordania resterà comunque un’area di occupazione dove i palestinesi avranno sempre meno possibilità di vivere in pace. Un unico Stato, allora? Ormai lo prospettano tutti coloro che si rifiutano di usare “due popoli, due Stati” come specchietto per le allodole e alibi per evitare di confrontarsi con la realtà. Ma quale Stato? Per alcuni non c’è alterativa all’annessione a Israele di tutta la Palestina. Non lo dicono apertamente, ma non prospettano alcun possibile esito diverso. Per altri, invece – e lo dicono apertamente già nei titoli dei loro libri, come Il suicidio di Israele, o La fine di Israele – sarà il genocidio in corso e il modo in cui si è innestato nella guerra che Israele conduce contro la Palestina dalla sua nascita, o dal 1967, a decretarne la fine: non quella della comunità ebraica ormai insediata da tre o più generazioni su quella terra, ma quella del suo Stato, insidiato dal contrasto incontenibile tra messianici e laici; per aprire la strada a una nuova entità statale di cui non si sa, o non si sa ancora, enunciare né nome né connotati. Anche lo storico Ilan Pappé (in La fine di Israele citato), tra quelli che si spingono di più in questa direzione, non arriva a confrontarsi con i due problemi principali – non che siano gli unici! – di questa prospettiva, che non è solo la convivenza e la tolleranza tra due comunità nemiche. Il primo è il “diritto al ritorno”: non quello che apre le porte di Israele a chiunque dimostri o dichiari di essere ebreo, e con cui i governi di quello Stato hanno popolato il suo territorio per decenni, bensì quello della risoluzione 194 dell’Onu che lo riconosce ai profughi palestinesi della Nakba del ’47, ‘48 e ’49 e anni seguenti che si trovano nei campi, sia in Palestina che all’estero, soprattutto in Libano, Siria, Giordania ed Egitto. Allora erano quasi un milione; oggi sono cinque volte tanto. Pappé ritiene che “tra il fiume e il mare” ci sia posto per tutti, tanto più che molti ebrei se ne stanno andando o lasceranno Israele nei prossimi anni. Ma come risolvere il problema della restituzione di beni, case, terreni e interi villaggi nel frattempo occupati da generazioni di cittadini ebrei di Israele? E quello delle relative compensazioni? E’ evidente che non potrà esserci una soluzione univoca, centralizzata e meno che mai immediata. Dovrà essere un processo graduale, decentrato e negoziato caso per caso – cosa che non può essere fatta se non da comunità il più possibile autonome – sotto una sorveglianza ferrea di qualche entità “terza”. Un’entità che abbia il controllo della forza. Questo richiede non solo il disarmo di Hamas, ma anche lo smantellamento dell’esercito israeliano (uno dei più potenti del mondo!) e del suo arsenale, compreso quello nucleare; un potere che nessun israeliano e nessun palestinese potrà mai accettare venga messo in mano a un governo e a uno Stato maggiore di ufficiali civili e militari “misti”. Pappé adombra, senza misurarsi fino in fondo con le sue implicazioni, l’ipotesi che la soluzione possibile di questo garbuglio stia nel superamento o nella dissoluzione, innanzitutto in terra di Palestina,  ma non solo, dello “Stato vestfaliano” (un territorio, un popolo, un potere statuale, e anche una religione o una cultura, che coincidono), sostituito da una libera associazione e convivenza di comunità autonome in grado di negoziare i reciproci rapporti: come era, almeno in parte, la coesistenza di comunità etniche e religiose differenti sotto l’Impero Ottomano, sottoposte al suo dominio e controllo ma capaci di convivere e di contaminarsi reciprocamente, prima che le potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale le smembrassero per costituirle in Stati (coloniali) separati e divisi da confini disegnati a tavolino: la vera origine del caos che da allora caratterizza il Medio Oriente. Una prospettiva già in parte delineata e realizzata dalla Confederazione democratica del Rojava, ma che, proprio per le difficoltà e le problematiche della sua realizzazione esplora la strada che dovrà essere percorsa per superare gli attuali assetti politici, ma soprattutto quelli sociali, economici e culturali, anche in tutto il resto del mondo.   Guido Viale
October 22, 2025
Pressenza