Verso una visione nazionale che trasformi la “tregua” nella fine dell’occupazione
di Jamal Zakout,
Alquds Newspaper, 21 ottobre 2025.
Jamal Zakout
L’accordo di cessate il fuoco mediato dall’amministrazione Trump non è la fine
della tragedia di Gaza, ma piuttosto l’inizio di una fase molto più complessa e
delicata, in cui gli interessi regionali e internazionali si intrecciano, mentre
Israele cerca di stabilire nuove realtà politiche e di sicurezza che
garantiscano il suo controllo continuo senza sostenere i costi dell’occupazione.
Al centro di questo scenario emerge la domanda fondamentale: cosa possono fare i
palestinesi, e secondo quale visione, per frenare i piani coloniali e aggressivi
di Israele e per rompere il muro dell’inerzia internazionale, in particolare per
salvaguardare l’unità nazionale e impedire a Tel Aviv di frammentare
ulteriormente la politica palestinese?
Israele: consolidare l’egemonia in materia di sicurezza e rafforzare la
divisione
Il governo di guerra israeliano considera il cessate il fuoco come
un’opportunità per consolidare ciò che non è riuscito a ottenere militarmente,
imponendo la formula della “calma in cambio della sicurezza di Israele”. Cerca
di trasformare Gaza in un’entità isolata, distaccata dal quadro nazionale,
ostaggio del suo dominio in materia di sicurezza e soggetta alla sua agenda in
materia di aiuti, ricostruzione e destino nazionale. Allo stesso tempo, continua
a confinare l’Autorità Palestinese a un ruolo amministrativo marginale in
Cisgiordania, approfondendo la separazione geografica e politica tra Gaza e la
Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est.
L’obiettivo dichiarato e reale di Israele è quello di imporre una tutela
permanente della sicurezza, sotto la copertura internazionale o regionale,
continuando al contempo l’espansione degli insediamenti e l’annessione de facto,
seppellendo così l’idea di uno stato palestinese indipendente e annullando il
diritto al ritorno sancito dalla risoluzione 194 delle Nazioni Unite e
dall’Iniziativa di Pace Araba.
Hamas: accettare l’uscita dal potere senza cancellare il proprio ruolo
Sebbene Hamas sembri disposta a rinunciare al potere formale, cerca di
preservare il proprio ruolo politico e simbolico, pienamente consapevole dei
propri limiti dopo la guerra. Sembra disposta ad accettare accordi che le
consentano di ritirarsi dal governo diretto in cambio del mantenimento di un
ruolo indiretto nell’amministrazione di Gaza, possibilmente conservando le
proprie armi come simbolo di dignità e prestigio nazionale.
Tuttavia, una formula del genere non può durare senza un accordo nazionale
globale che ridefinisca le funzioni politiche e di sicurezza della lotta armata.
Hamas ha agito saggiamente nel rinviare le questioni di carattere nazionale a un
quadro collettivo palestinese, ma la semplice formulazione di una tale
posizione, senza un meccanismo istituzionale concordato per un processo
decisionale nazionale unificato, può davvero rendere la parte palestinese un
attore efficace in grado di attuare questa visione?
Un comitato ristretto di esperti non può adempiere a questa missione, né può
farlo qualsiasi accordo che tolleri l’esclusione o il monopolio. È diventato
imperativo liberare la società dai calcoli settari che ostacolano il futuro
della causa, riconoscendo al contempo i sacrifici di tutte le parti nella lotta
nazionale e il pesante prezzo pagato dal popolo palestinese nel suo complesso.
Il ritorno dell’Autorità Palestinese a Gaza richiede il consenso
L’Autorità Palestinese si trova di fronte a una prova esistenziale: non può
rivendicare il suo ruolo a Gaza senza un consenso nazionale globale, una
governance istituzionale e meccanismi in grado di gestire la fase successiva e
contrastare i piani di Israele. Ciò che è necessario è la formulazione di un
progetto nazionale unificato basato sull’unità del processo decisionale e delle
istituzioni, come affermato nella Dichiarazione di Pechino sul consenso
nazionale. Un percorso di questo tipo potrebbe ricostruire la fiducia interna e
internazionale, aprendo la strada a elezioni complete entro un calendario
concordato e mobilitando il sostegno globale come porta d’accesso all’esercizio
del diritto all’autodeterminazione.
I mediatori: ruoli limitati senza il consenso palestinese
I mediatori si stanno muovendo per garantire il rispetto della dichiarazione di
cessate il fuoco, ma la loro capacità di garantirne l’attuazione rimane limitata
senza un chiaro ombrello internazionale, un meccanismo di monitoraggio
vincolante e, soprattutto, una posizione palestinese unitaria supervisionata da
un governo di consenso. Tale governo deve riprendere il controllo delle
questioni relative alla sicurezza, alle armi e alla ricostruzione in un quadro
incentrato sul raggiungimento dell’indipendenza nazionale, non sulla separazione
di Gaza dall’entità nazionale più ampia.
Washington: pregiudizi persistenti e una possibile apertura
L’amministrazione Trump non nasconde il proprio pregiudizio a favore di Israele,
trattando la questione palestinese come una questione di sicurezza. Tuttavia,
comprende anche che il protrarsi del conflitto minaccia la stabilità regionale e
gli interessi degli Stati Uniti.
La potenziale apertura palestinese risiede in un discorso di interesse reciproco
piuttosto che di vittimismo, nella creazione di una visione pratica che colleghi
la stabilità regionale a una soluzione politica globale. Ciò che serve è una
narrativa nazionale unificata che integri le prospettive palestinesi nella sfera
pubblica americana, attraverso il Congresso, i gruppi di studio e le istituzioni
mediatiche.
Europa: un’arena vitale per la partnership
L’Europa rimane l’arena più dinamica per la diplomazia palestinese. La simpatia
dell’opinione pubblica per la causa palestinese si è evoluta da una posizione
morale a posizioni politiche concrete all’interno di diversi governi e
parlamenti. La chiave è trasformare la ricostruzione e gli aiuti in strumenti di
leva politica, legando il sostegno europeo alle condizioni di fine
dell’occupazione, arresto degli insediamenti e riconoscimento dello Stato di
Palestina.
Il discorso sui diritti umani e quello giuridico dovrebbero costituire la spina
dorsale della diplomazia palestinese, sia ufficiale che popolare, mobilitando al
contempo l’influenza europea su Washington in un contesto di mutevoli interessi
transatlantici.
La posizione araba e il futuro della normalizzazione
La guerra ha messo in luce la fallacia della formula “normalizzazione per la
stabilità”. Qualsiasi impegno arabo con Israele che non preveda un chiaro
impegno nei confronti dell’Iniziativa di Pace Araba e della fine
dell’occupazione non farà altro che rafforzare l’egemonia israeliana e minare le
prospettive di pace. È quindi necessaria una posizione araba collettiva che
ridefinisca l’iniziativa come strumento di pressione e non come offerta
permanente. Qualsiasi progresso nelle relazioni arabo-israeliane deve essere
subordinato a un chiaro calendario di ritiro e alla creazione di un meccanismo
Arabo-Europeo per monitorare gli accordi futuri.
Cosa è necessario a livello nazionale?
Primo: ricostruire il sistema politico palestinese sulla base di un consenso
nazionale globale in conformità con la Dichiarazione di Pechino, accelerando la
formazione di un governo di unità nazionale guidato dalla visione di una patria
e di istituzioni unificate. Un Consiglio Nazionale consensuale dovrebbe definire
i punti di riferimento politici e di sicurezza e ristrutturare le funzioni di
resistenza in un quadro di decisione nazionale collettiva.
Secondo: attivare il percorso di responsabilità internazionale attraverso la
Corte Penale Internazionale e la Corte Internazionale di Giustizia, insieme a
una campagna legale e mediatica coordinata che colleghi i crimini di guerra di
Israele a Gaza all’imperativo di porre fine all’occupazione in Cisgiordania.
Terzo: rafforzare i partenariati con i movimenti di solidarietà globali per
trasformare la simpatia dell’opinione pubblica in una pressione politica e
istituzionale sostenuta sui governi occidentali.
Garanzie per prevenire nuove aggressioni
La priorità assoluta è stabilire garanzie concrete che includano: il
monitoraggio internazionale permanente delle violazioni del cessate il fuoco
attraverso relazioni pubbliche vincolanti; la creazione di una forza
multinazionale di protezione civile sotto la supervisione dell’ONU o di un
partenariato arabo-europeo; e la subordinazione di qualsiasi cooperazione
internazionale con Israele al rispetto del diritto internazionale e alla
cessazione delle pratiche di occupazione.
Trasformare la solidarietà in volontà internazionale
La guerra ha dimostrato che, nonostante la devastazione, i palestinesi detengono
ancora l’iniziativa morale. Il compito ora è quello di trasformare tale
legittimità in una visione politica, che parli a Washington il linguaggio degli
interessi, a Bruxelles il linguaggio del diritto e della giustizia, agli Arabi
il linguaggio dell’impegno collettivo e al popolo palestinese il linguaggio
della partnership e della dignità.
Solo quando l’azione nazionale sarà unificata e la politica palestinese sarà
guidata dagli interessi superiori del popolo, la dichiarazione di cessate il
fuoco di Sharm el-Sheikh potrà trasformarsi in un percorso verso la libertà e la
statualità, e non solo in una pausa prima di un altro ciclo di spargimenti di
sangue.
Traduzione a cura di AssopacePalestina
Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma
pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.