I boss mafiosi stanno continuando a uscire dal carcere in permesso premio
Dietro un silenzio assordante, autorevoli mafiosi di Cosa Nostra continuano nei
mesi a godere di benefici penitenziari e a lasciare le patrie galere senza aver
detto una parola ai magistrati sui loro affari, complici e ambienti criminali.
L’ultimo caso è quello dell’ergastolano Damiano Rizzo, spietato killer del
gruppo di fuoco di Villabate, che quest’estate è tornato nella sua Sicilia in
permesso premio per una settimana. Prima di lui, a luglio, era toccato a
Giuseppe Guttadauro, fratello di Filippo (cognato di Matteo Messina Denaro),
uscito di prigione grazie al meccanismo della continuazione, che consente di
ricalcolare unitariamente la pena per più reati, anche già giudicati con
sentenze diverse, se commessi nell’ambito dello stesso disegno criminoso. Negli
ultimi anni, sono ormai oltre duecento gli “irriducibili” che, complice un
impianto normativo ormai molto lasco, hanno potuto godere dei permessi premio.
Tra questi ci sono moltissimi soggetti condannati all’ergastolo per reati
gravissimi, comprese le stragi.
Rizzo, che ha oggi 61 anni, era affiliato alla famiglia mafiosa di Villabate e
uomo di fiducia del capomafia Nicola Mandalà, molto vicino all’ex capo di Cosa
Nostra Bernardo Provenzano. Operava principalmente nel traffico degli
stupefacenti e nelle estorsioni. Venne arrestato nel gennaio 2005 nell’ambito
dell’operazione “Grande Mandamento”, che smantellò una parte della rete di
fiancheggiatori del superlatitante. Secondo le ricostruzioni giudiziarie, è
stato impegnato nelle operazioni più rischiose e delicate del clan. Il reato più
grave di cui si è macchiato insieme ad altri mafiosi è l’omicidio
dell’imprenditore mafioso Salvatore Geraci, ucciso il 5 ottobre 2004 in corso
dei Mille, a Palermo. Geraci, già inserito nel sistema degli appalti di Angelo
Siino e Giovanni Brusca, dopo la scarcerazione voleva rientrare nel circuito
senza l’autorizzazione dei vertici. Rizzo partecipò ai sopralluoghi e fu
presente sulla scena del delitto, venendo condannato definitivamente
all’ergastolo. Eppure, le porte del carcere per lui hanno iniziato ad aprirsi.
Assai rilevante è anche il profilo di Giuseppe Guttadauro, classe ‘48,
considerato uno dei principali rappresentanti della componente “borghese” della
mafia palermitana. Medico chirurgo capace di muoversi tra ambienti sanitari,
imprenditoriali, politici e istituzionali, ma anche nel campo del traffico degli
stupefacenti, entrò nelle grandi inchieste antimafia già negli anni Ottanta,
rimediando varie condanne. Dopo gli arresti dei fratelli Graviano divenne uno
degli uomini di riferimento del mandamento di Brancaccio-Ciaculli. Dalle
intercettazioni realizzate nella sua abitazione nacque il filone conosciuto come
quello delle “Talpe alla DDA”, nel quale emersero fughe di notizie riservate a
vantaggio di esponenti mafiosi e in cui fu indagato – e poi condannato a sette
anni per favoreggiamento alla mafia – l’ex presidente della Regione Totò
Cuffaro. Terminata una precedente lunga detenzione nel 2012, Guttadauro si
trasferì a Roma. Una successiva inchiesta fece però emergere come non avesse
interrotto i rapporti con gli uomini di Cosa Nostra, continuando a intervenire
negli affari legati a lavori edili e traffico di droga delle famiglie
palermitane. Per questo è stato ri-arrestato. Esattamente come Rizzo, non ha
scelto la strada della collaborazione con la giustizia, ma la strategia
dell’“attesa”. Ora ripagata.
Tra le centinaia di boss mafiosi che, negli ultimi anni, hanno goduto dei
benefici, c’era anche il boss e killer ergastolano Raffaele Galatolo. A giugno,
però, quest’ultimo è stato nuovamente arrestato: approfittando di permessi
premio e semilibertà, l’uomo continuava a controllare estorsioni, scommesse e
investimenti illeciti, gestendo l’infiltrazione nei cantieri navali, nel mercato
ortofrutticolo e in attività imprenditoriali attraverso l’utilizzo di
prestanome. Il gip ha sottolineato «l’irreversibilità della scelta di
appartenenza alla mafia», con il boss che, grazie agli spazi di libertà,
esercitava il potere «in modo davvero sfrontato». La famiglia Galatolo è
direttamente collegata a delitti eccellenti – come quelli del Generale Dalla
Chiesa, di Rocco Chinnici e di Pio La Torre –, nonché al fallito attentato a
Falcone all’Addaura. Il nipote Vito, collaboratore di giustizia, nel 2014 aveva
rivelato un piano finalizzato all’eliminazione fisica del magistrato Nino Di
Matteo con 200 chili di tritolo, approvato da Totò Riina e Matteo Messina
Denaro.
L’ergastolo ostativo – ovvero il “fine pena mai” – per i mafiosi è stato
ufficialmente demolito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che nel
2019 ha giudicato incompatibile con i principi della Convenzione europea un
divieto assoluto. A questa pronuncia si è accodata la Corte Costituzionale, che
ha sollecitato sul punto un intervento legislativo. La risposta è arrivata con
una riforma approvata durante il governo Meloni, che ha aperto la possibilità di
accedere ai benefici anche ai detenuti non collaboranti, purché dimostrino
concretamente di aver reciso ogni legame con le organizzazioni mafiose e previo
parere della Direzione nazionale antimafia. Tra i mafiosi che negli ultimi anni
hanno potuto goderne, solo per fare alcuni nomi, ci sono Ignazio Pullarà,
storico boss di Santa Maria di Gesù, e Paolo Alfano, killer di Brancaccio
condannato anche al Maxiprocesso, entrambi autorizzati a tornare a Palermo. Ha
ottenuto la semilibertà anche un boss stragista come Giovanni Formoso,
condannato come esecutore dell’attentato di via Palestro del 1993. Lo stesso
beneficio è stato concesso a Vito Busca e Girolamo Buccafusca. Nel 2025 è emerso
come Salvatore Benigno, coinvolto nelle stragi del 1993, abbia usufruito di vari
permessi. Stando a quanto è trapelato dai dati girati alla Commissione Antimafia
dal Dipartimento delle carceri, nei soli primi mesi del 2025 i boss che hanno
ottenuto permessi premio sono almeno 200.
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