Kamel Daoud / La voce rubata. L’Algeria che non può e vuole ricordare
Nel salone di bellezza “Sherazade”, le donne di Orano cercano riparo
dall’invisibilità. Contro le urì, le vergini del paradiso promesse ai martiri,
oppongono tinte per capelli e cerette per depilazioni come piccoli talismani
terrestri. Sciupate dalla fatica, dal lavoro e dalla violenza domestica, si
affidano ai cosmetici come a strumenti di resistenza. Il salone diventa una
barricata femminile fatta di parole e risate, di complicità e ironia, un luogo
dove il corpo si ricompone e l’aldilà maschile viene sfidato con la
quotidianità. Al centro di questa scena c’è Alba, la giovane proprietaria,
sopravvissuta a uno sgozzamento durante la guerra civile algerina. Porta nella
gola un taglio di quattordici centimetri e una cannula che la tiene in vita, e
parla a una bambina che ancora non è nata. Il monologo si rivolge a chi non sa
nulla del mondo: alla figlia che non ha ancora voce, e che per questo può
ascoltare tutto — la paura, la fede, la memoria, la vergogna, la violenza.
Fuori dal salone, l’Algeria è un Paese che ha sepolto la propria storia. La
guerra d’indipendenza contro la Francia è ricordata ovunque, ogni via, ogni
piazza portano un nome di eroe; la guerra civile invece (1992-2002) è rimossa, i
suoi duecentomila morti ridotti a un silenzio di Stato. In questo vuoto Alba
sceglie di abortire. Non per mancanza d’amore, ma per sottrarre la figlia a una
condanna certa: nascere donna in un paese dove le donne non valgono niente. È
un gesto che ricorda quello della madre di Amatissima di Toni Morrison: anche
lì, la maternità è costretta a misurarsi con l’impossibilità di proteggere. Dare
la morte per negare la schiavitù, o negare la nascita per evitare una vita di
sofferenza: in entrambi i casi, l’amore coincide con il rifiuto del mondo.
Eppure, alla fine, Alba trova un’altra forma di resistenza: «Ho creduto di
essere mezzo morta e invece dovevo vivere per due». Per sé stessa, per la
sorella uccisa, per tutte le donne scomparse nel silenzio. È la frase che
riassume il romanzo: vivere come atto politico, come risarcimento, come
testimonianza.
A questa voce si intreccia quella di un libraio, archivista dei massacri degli
anni ’90. Ha in testa un “libro” fatto di nomi, luoghi e ferite. Quando nel 1999
la “riconciliazione nazionale” impone il silenzio, quando i carnefici vengono
perdonati e dichiarano di essere stati dei semplici “cuochi” delle milizie,
per poter accedere all’amnistia, la parola diventa clandestina. «Da quel momento
il Paese si è popolato di cuochi, e l’arte di sorridere per irridere la verità
si è diffusa come una pioggia», scrive Daoud. Ai “cuochi” fu ordinato di non
farsi vedere, di tacere, di starsene tranquilli nelle cucine. Un bel paradosso
visto che le cucine sono i luoghi in cui gli estremisti islamici volevano
confinare le donne.
Le due voci si rispondono come due ferite che non si chiudono. Lei parla dal
corpo, dal suo “sorriso mostruoso” inciso sulla gola; lui dal corpo politico,
corroso dalla menzogna di Stato. Entrambi superstiti di un Paese che preferisce
la dimenticanza alla giustizia, parlano in una lingua spezzata che si ostina a
non tacere.
Urì è scritto in una lingua che mescola il ritmo della preghiera con il respiro
del corpo: anafore, elenchi, frasi che sembrano liturgie. La scrittura è densa,
piena di ripetizioni e immagini; la ferita della gola ossessivamente riproposta
si trasforma in canto, la mutilazione in poesia. Tutto ciò che è fisico diventa
simbolico: il coltello, la cannula, il sorriso, la voce, la nascita. È una
lingua della sopravvivenza, in cui la parola è sempre prossima al silenzio da
cui proviene. Lo stratagemma del feto a cui la madre si rivolge con la propria
lingua interiore funziona come espediente pedagogico: un ascoltatore ingenuo che
deve essere guidato, passo dopo passo, attraverso la vita quotidiana in Algeria,
le tradizioni musulmane, i codici familiari e la brutalità della guerra. Un
meccanismo forse un po’ artificioso, ma che consente a Daoud di rivolgersi anche
a un lettore occidentale, accompagnandolo dentro un mondo altrimenti opaco. In
questo modo il romanzo si fa insieme mediazione narrativa e traduzione
culturale, capace di renderlo accessibile al pubblico francese ed europeo.
Il rischio è che la voce femminile diventi, suo malgrado, una guida turistica
del dolore per il lettore europeo. Inoltre sotto la grazia poetica si avverte
una tensione più scura. La voce della protagonista è attraversata da una rabbia
trattenuta: contro la religione che opprime e contro la società che tace, Daoud
sembra appropriarsi della voce ferita di Alba per trasmettere al lettore la
propria furia, trasformandola in energia letteraria. Il risultato è un romanzo
di grande forza, ma anche di ambigua autorità: un uomo che parla per una donna,
una voce che si sovrappone alla voce che vuole restituire.
Dopo il successo del libro in Francia e la vittoria del premio Goncourt 2024 è
emersa la notizia che Urì è oggetto di una denuncia da parte di Saâda Arbane,
donna algerina sopravvissuta a un massacro durante la guerra civile. Arbane
afferma che Daoud avrebbe usato la sua storia, confidata anni prima alla moglie
psichiatra dello scrittore, senza consenso. Il processo è in corso: in Francia
per violazione della privacy, in Algeria per violazione del segreto
professionale. Al di là della questione giudiziaria, che ho scoperto del tutto
casualmente, la vicenda amplifica la domanda che il romanzo stesso solleva: di
chi è la voce del dolore? E chi ha il diritto di raccontarla?
Inoltre con l’accusa di plagio il confronto con il franco maliano Yambo
Ouologuem diventa inevitabile. Nel 1968, Ouologuem pubblicò Le Devoir de
violence (Dovere di violenza, 1968), romanzo di rottura che smontava il mito
dell’Africa pura e spirituale. Vinse il Prix Renaudot e fu salutato come il
primo grande scrittore africano moderno. Poi anche in quel caso arrivò l’accusa
di plagio: aveva copiato intere pagine da Graham Greene e André Schwarz-Bart. Fu
espulso dal campo letterario francese, cancellato. Ma quel “furto” era in realtà
un atto di sabotaggio: appropriarsi dei testi europei per riscriverli
dall’interno, un gesto politico e ironico di cannibalismo postcoloniale.
Ouologuem fu punito per aver sottratto ai bianchi la loro lingua; Daoud, mezzo
secolo dopo, è premiato per aver restituito ai bianchi un racconto dell’Algeria
contemporanea filtrato dalla loro lingua.
Kamel Daoud si trova oggi in una posizione scomoda, perché è malvisto su
entrambi i fronti. In Algeria gli si rimprovera di aver osato raccontare la
guerra civile degli anni ’90, un conflitto endogeno che non può essere
attribuito alla Francia e che mostra le responsabilità interne: i massacri dei
civili, le violenze contro le donne, la deriva religiosa e politica che ha
divorato il Paese. In Francia, invece, soprattutto nei circoli della sinistra
decoloniale, gli viene contestato di non essere abbastanza anticolonialista, di
spostare lo sguardo dalle colpe dell’Occidente a quelle dell’Algeria stessa. È
in questa zona grigia che Daoud diventa bersaglio duplice: criticato in patria,
criticato in Francia, e sostenuto parzialmente da una destra francese che lo
legge come voce utile a incrinare il mito della decolonizzazione. Eppure, in
mezzo a queste letture ideologiche, resta un romanzo. Ed è la libertà del
romanzo che qui conta: quella di dire ciò che i discorsi ufficiali rimuovono, di
raccontare le ferite interne, di restituire voce alle donne e ai civili, gli
unici a incarnare un’etica possibile. Daoud non è né un portavoce della Francia
né un traditore dell’Algeria, ma uno scrittore che, attraverso la finzione, si
assume il rischio di nominare l’indicibile: che le colpe non sono solo del
colonizzatore, ma anche del Paese liberato, incapace di fare i conti con se
stesso. Come osserva il franco senegalese Elgas, ogni scrittore proveniente da
un ex territorio coloniale vive sotto una doppia condizione: da un lato è
chiamato a incarnare la coscienza decoloniale, dall’altro è spinto a rassicurare
il pubblico francese mostrando una versione leggibile della propria identità.
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