Ma cos’è la mafia oggi?
I commenti dopo l’assassinio di Paolo Taormina replicano in gran parte un
vecchio copione. C’è chi chiede l’uso dell’esercito, auspica la condanna al
carcere a vita, buttando la chiave, dell’assassino, il ventottenne Gaetano
Maranzano, e chi richiama le condizioni di vita e la necessità di servizi
sociali, inesistenti non solo allo Zen.
I presidi territoriali sono necessari, ma non debbono configurarsi come
un’invasione militare e in ogni caso le misure disposte dal ministro Piantedosi
non porteranno l’invocata “sicurezza”. Se si vuole uscire dalla logica del
“pronto soccorso”, la strada da seguire è quella che individua le cause e prova
a rimuoverle. Se la mafia non è mai stata un’emergenza ma un fenomeno sistemico,
prodotto di una società mafiogena, anche le aggressioni quotidiane, gli omicidi
compiuti da gruppi giovanili, hanno una loro gestazione ed è ad essa che bisogna
guardare. L’emarginazione delle periferie ha certamente un ruolo nella spinta al
tirocinio criminale.
Ci si chiede: questa criminalità di gruppo ha legami con la mafia, è già mafia o
tende a diventarlo? Ma cos’è la mafia oggi? Cosa nostra non riesce a darsi una
direzione, non è “più forte di prima”, come si dice, ma non è neppure scomparsa,
e non è da escludere che abbia dato il “via libera” a gruppi, più o meno
collegati, per dimostrare che senza di essa non c’è il governo della criminalità
e la città diventa un campo di esercitazione per professionisti o apprendisti
della violenza.
Ma quello che accade a Palermo è una specificità isolata o isolabile, o si
inscrive in un quadro più ampio? Qualche settimana fa in piazza Politeama c’è
stata una mostra di armi da guerra, e c’erano bambini che provavano a
imbracciare armamenti, sotto l’occhio compiacente di militari e genitori.
Se il messaggio è quello dell’assuefazione alla guerra, del potere fondato sulla
forza, e l’uomo più potente del mondo, Donald Trump, rigetta ogni forma di
controllo e archivia il diritto come un orpello inutile e fastidioso, questo
clima può generare, o ha già generato, un senso comune, una mentalità e un
modello di comportamento. E con la storia che ha una città come Palermo, con una
illegalità diffusa, la pratica dell’aggressione e della violenza fa presto ad
attecchire e a diffondersi.
Giustamente viene ricordato che ci sono note positive: giovani che hanno
partecipato alle manifestazioni contro il genocidio dei palestinesi e adesso
dicono basta alla violenza dei loro coetanei e si riconoscono nel gesto di Paolo
di far cessare una lite e sottrarre un altro giovane al pestaggio. Diventerà o è
già un esempio.
Il 14 scorso c’è stata la commemorazione dell’assassinio di Giovanni Orcel, il
sindacalista ucciso dalla mafia nel 1920, e partecipavano all’iniziativa gli
studenti musicisti del Liceo Margherita. Negli anni ’70 in Venezuela il maestro
José Antonio Abreu fondò orchestre formate da ragazzi “disagiati”, che divennero
note ed apprezzate in tutto il mondo.
Perché, assieme ai servizi sociali, come asili nido, centri di aggregazione,
scuole aperte tutto il giorno, che non ci sono, non si creano gruppi musicali in
ogni quartiere, facendo di giovani, che rischiano di essere arruolati nel
branco, o di finire come spacciatori e consumatori di droga, i protagonisti di
una rinascita culturale?
Padre Puglisi toglieva i ragazzi dal vivaio della mafia, dando loro un pallone
per giocare a calcio. Perché non si fa una squadra di calcio in ogni quartiere,
avendo come esempio la scuola per calciatori di Totò Schillaci? Perché non si
fanno scuole di teatro, di pittura, laboratori di artigianato? Ovviamente dentro
un quadro che ponga al centro i problemi del lavoro, che non c’è, o è nero,
precario e non tutelato.
L’antimafia ha al suo attivo l’impegno con le scuole, l’antiracket, l’uso
sociale dei beni confiscati. Con problemi, ma anche con risultati da non
sottovalutare. Allo Zen operano da anni associazioni meritorie, ma c’è troppa
frammentazione e una radicata vocazione all’appartenenza. E con una situazione
come quella che viviamo, è necessario incontrarsi, elaborare un progetto di
mutamento, individuando i percorsi per realizzarlo.
Un’ultima nota: si è detto che i giovani replicano quello che vedono nelle serie
televisive. E Maranzano, in un video postato poco prima di essere arrestato,
compariva, questa volta senza collane d’oro, avendo come sottofondo un brano de
“Il capo dei capi”, in cui Totò Riina sfotteva il poliziotto che lo arrestava, e
il suo post ha raccolto migliaia di like.
Il racconto e la rappresentazione del crimine spesso sono recepiti come
un’eroicizzazione dei boss. Esempi da imitare. È avvenuto con il “Padrino”, ora
avviene con le miniserie dedicate a mafiosi e camorristi. Quando andò in onda
“Il capo dei capi”, in una scuola palermitana, tra le più attive per iniziative
antimafia, mi è stato raccontato che gli studenti erano affascinati da Riina e
consideravano Buscetta un “muffutu” e un traditore. “Parlate di mafia”, diceva
Paolo Borsellino, bisogna vedere come se ne parla.
Redazione Palermo