Un’attivista racconta il suo viaggio in Cisgiordania, fra aggressioni dei coloni e speranze di pace
di Salvina Elisa Cutuli,
Italia che cambia, 17 ottobre 2025.
Dalle campagne di Scicli alla Cisgiordania. Emozioni ed esperienze di viaggio
dell’attivista Anna Rotolo, tra sopraffazione e amore per la vita.
Anna Rotolo ad Amman, Giordania
L’attivista siciliana d’adozione Anna Rotolo è stata recentemente in
Cisgiordania per toccare con mano la situazione fuori dalla Striscia di Gaza.
Vive a Scicli da dieci anni. Originaria del Piemonte, dopo qualche tempo a
Milano ha scelto il sole e la terra del sud per una vita in campagna. Nel suo
lungo girovagare, Anna Rotolo non ha mai smesso di interessarsi alla questione
palestinese, a partire dal 1982 durante la prima intifada con Arafat. Nel tempo
però ha perso il contatto con l’attivismo e solo dopo il 7 ottobre 2023 qualcosa
si è risvegliato in lei: ha ricominciato a leggere, informarsi, a seguire, fino
a decidere di partire.
Dall’11 al 22 settembre, insieme ad Assopace Palestina, ha vissuto un’esperienza
intensa, profonda e trasformativa oltre ogni aspettativa. Un viaggio in
Cisgiordania per vedere davvero come stanno i Palestinesi fuori Gaza, quel
territorio che non sembra rientrare tra gli accordi di pace, molto controversi,
celebrati da una buona parte di mondo come il capolavoro diplomatico di Donald
Trump.
Anna, una volta atterrata ad Amman insieme ai suoi compagni di avventura – circa
40 tra giornalisti, attivisti, medici e avvocati – ha raggiunto Betlemme, il
campo base dell’intero viaggio. Da lì un susseguirsi di incontri e visite in
un’agenda fitta tra campi profughi, villaggi, organizzazioni locali, ma
soprattutto tanta resistenza e accoglienza e la dura realtà dell’occupazione
israeliana, tra violenza sistemica e aggressività dei coloni.
Villaggio di Umm el Kheir. Foto di Anna Rotolo
Masafer Yatta: la resistenza quotidiana
«Uno dei momenti più significativi l’abbiamo vissuto nella zona di Masafer
Yatta, non molto lontano da Hebron, che comprende diversi villaggi palestinesi.
A Umm al-Khair ci siamo raccolti in cerchio nel luogo dove è stato assassinato
Awdah Hathaleen, l’insegnante, attivista e giornalista che aveva contribuito
al documentario premio Oscar “No Other Land”. Suo fratello ci ha parlato con
sorprendente umanità: “Crediamo nella giustizia, non cerchiamo vendetta. In
questa terra c’è posto per tutti gli uomini liberi”», racconta Anna.
Parole che hanno spiazzato i partecipanti e le partecipanti del viaggio che si
aspettavano rancore per tutti i soprusi e le angherie che devono fronteggiare
giorno e notte e invece… «abbiamo trovato dolore, rabbia, trauma, ma mai
vendetta. Solo la volontà di restare, di vivere», continua Anna.
Insieme al resto dei viaggiatori è stata testimone dell’assedio continuo dei
coloni. Durante la visita al villaggio infatti un gruppo di coloni ha aggredito
verbalmente il loro autista, che è stato costretto a spostare il mezzo con il
quale viaggiavano. Tra i coloni c’era anche Yinon Levi, l’uomo ritenuto
responsabile dell’omicidio di Awdah Hathaleen, già “sanzionato” da USA e UE per
violazioni dei diritti umani contro i palestinesi. Insieme a lui altri coloni
armati, poliziotti e l’esercito che dopo aver chiesto il passaporto ha esortato
il gruppo a lasciare il villaggio, interrompendo tutte le altre attività in
programma.
«Sembrava un mondo parallelo e surreale. Ci siamo trovati faccia a faccia con
loro, noi da una parte, polizia ed esercito al centro, coloni armati più
distanti. Ci filmavamo a vicenda. I coloni controllano tutto – nelle vicinanze
c’è la grande colonia di Carmel –, si stanno espandendo attraverso la tecnica
degli avamposti, costruiti illegalmente e poi legalizzati dalle autorità
israeliane», continua Anna.
Un avamposto di coloni con i container che usano per occupare velocemente la
postazione, a ridosso del villaggio, e la nuova strada che li raggiunge. Foto di
Anna Rotolo
Una tecnica semplice: attraverso le ruspe si spiana il terreno – Yinon Levi è a
capo di una di queste ditte che detengono i macchinari –, durante la notte
arrivano i container presto trasformati in case in muratura, munite di cisterna
dell’acqua e collegate alla colonia madre attraverso strade, così da tramutarle
da avamposto a colonia, da illegale a legale e ricevere finanziamenti da parte
del governo. I container sono abitati dai coloni d’assalto, quelli più
aggressivi e fanatici, attratti anche dalla possibilità di vivere senza molti
sforzi, con l’obiettivo di mandare via i palestinesi per avere a disposizione
terre, case e armi.
Coloni, espansione e impunità in Cisgiordania
«I coloni più fanatici, spesso ebrei ultraortodossi, vivono sulle alture e
scendono nei villaggi palestinesi per compiere raid notturni: uccidono bestiame,
danneggiano le attrezzature agricole, molestano i bambini, occupano case. È una
strategia psicologica. I palestinesi non riescono a dormire la notte, sono
costretti a organizzare turni di guardia. Un’espansione senza sosta. Il nostro
autista, tornato dopo un mese, ha trovato nuovi avamposti. Un tempo erano una
minoranza, adesso non più. Con un elevato tasso di crescita demografica
continuano ad aumentare infiltrandosi nella vita politica e sociale
israeliana. Fanno anche quel lavoro sporco che i borghesi di Tel Aviv non
farebbero», sottolinea Anna.
E mentre l’attenzione del mondo è rivolta a Gaza, anche giustamente, ogni giorno
qualche metro di terra continua a essere sottratto ai palestinesi che vivono
sotto assedio, senza accesso all’acqua, senza elettricità, con le cisterne
crivellate di proiettili. Anche le bandiere testimoniano una continua guerra di
sopraffazione. Lungo le strade predominano quelle israeliane e quelle con la
torre dei messianici che simboleggia la ricostruzione del tempio.
Ogni villaggio è chiuso, per uscire serve un permesso. Anna racconta di un
sistema di apartheid legale e logistico. «Mi sembrava di essere in Black Mirror
[una famosa fiction distopica, ndr]. Muri, fili spinati, check point per i
palestinesi, mentre gli israeliani sono liberi di muoversi come vogliono, ma
restano chiusi nella loro bolla. Abbiamo incontrato degli attivisti e dei
cittadini durante un presidio sotto la casa di Netanyahu. Chiedevano la
liberazione degli ostaggi e la fine della guerra. Non una parola a favore dei
palestinesi. Non ammettono la soluzione che contempli l’esistenza di due
stati. Un livello di negazione della realtà che non sembra vero», continua Anna.
Occupazione e negazione contro la forza della vita
L’incontro con gli attivisti di Standing Together, il movimento che riunisce
cittadini ebrei e palestinesi di Israele per la pace, l’uguaglianza e la
giustizia sociale, contro l’occupazione, è servito a spiegare la cultura
dell’auto-vittimizzazione e dell’educazione alla paura con cui gli israeliani
convivono. «Un bambino ebreo cresce tra commemorazioni di disgrazie, non c’è
spazio per la gioia. Una costruzione ideologica che mantiene vivo il trauma e
l’odio, impedendo ogni assunzione di responsabilità. E se si prova a parlarne,
si invoca l’antisemitismo», sono le parole di un attivista di Standing Together.
Check point a Shudada street a Hebron. Un tempo la via dei mercanti più animata
della città. I coloni hanno occupato i piani superiori e per garantire la loro
sicurezza l’accesso è impedito ai palestinesi dal 1994. Foto di Anna Rotolo
Al contrario della forza, dell’amore per la vita e della tenacia del popolo
palestinese. Ad Abusakr, ad esempio, hanno distrutto la casa – spesso sono
ripari con lamiere e teli – 32 volte, subendo due demolizioni anche nello stesso
giorno. Continua a ricostruirla e a piantare ulivi che vengono sistematicamente
sradicati. Sua figlia, nata durante un abbattimento, si chiama Sumud, che in
arabo significa “resistenza”. In questa forte contrapposizione mentale e reale i
volontari internazionali costituiscono una sorta di scudo umano che offre
protezione ai palestinesi: accompagnano i pastori nelle terre coltivate, i
bambini a scuola, fanno turni di guardia durante la notte per permettere alle
famiglie di dormire qualche ora.
«La presenza dei volontari, diminuita dal 7 ottobre in poi, è necessaria a
seguito delle numerose e frequenti incursioni dei coloni, che solitamente non
attaccano gli occidentali. In questo periodo – è in corso la raccolta delle
olive e non solo – attraverso campagne come Faz3a, un’iniziativa a guida
palestinese, si cerca di organizzare una forma di protezione civile
internazionale richiamando attiviste e attivisti da tutto il mondo anche per
difendere la cultura dei palestinesi», sottolinea Anna.
Rubare l’identità, goccia a goccia
Nella Valle del Giordano, oltre a rubare la terra e l’acqua, i coloni cercano
anche di appropriarsi dell’identità culturale. Il timo, ad esempio,
indispensabile insieme al sesamo per la miscela di spezie meglio conosciuta come
zaatar, non può più essere raccolto dai palestinesi perché cresce in una “zona
militare” e lo stesso zaatar è ora considerato una spezia israeliana. Così come
per l’hummus. L’accesso all’acqua è sistematicamente negato: sorgenti recintate,
tubi tagliati e scritte sui muri che recitano frasi come “L’acqua è nostra, voi
non la vedrete più”.
«Un’aggressione contro un nemico immaginario. Nella società israeliana ci sono
molta violenza e aggressività, anche tra ragazzi, mentre, senza mitizzare, ho
sentito molto amore nelle comunità ferite dei palestinesi, che “si dicono pronti
ad accogliere gli ebrei – come è già successo in passato – basta che la smettano
di ammazzarci”», continua Anna. A Gerusalemme Est le famiglie vivono sotto
sfratto permanente, nonostante case assegnate dall’ONU nel 1948. Lo stato
israeliano si appoggia a un sistema ibrido di leggi ottomane, inglesi e ad
personam, usate all’occorrenza per giustificare espropri e demolizioni.
Una donna palestinese ultra novantenne. Vive con i due fratelli in una casa
separata dai loro campi dalla bypass road, vietata alle targhe palestinesi. Le è
stato proibito l’accesso alle sue terre, è stata molestata, fermata e arrestata
più volte, ma non demorde. Raccoglie olive e coltiva la terra con l’aiuto dei
volontari palestinesi. Foto di Anna Rotolo
«Più di tutto, questo viaggio mi ha fatto ritrovare un senso di potere, dopo
mesi di impotenza e frustrazione. Vedere i palestinesi, la loro umanità, la loro
speranza, il loro legame profondo con la terra, mi ha fatto sentire utile.
L’effetto voluto della propaganda è paralizzarci, ma la resistenza è
contagiosa. La Palestina mi ha insegnato che l’amore può essere radicale, che
restare è un atto politico, e che persino in mezzo alle macerie si può scegliere
di seminare vita» è l’emozione di Anna.
Donne, bambini e resistenza in giro per la Cisgiordania
A Jenin nel campo profughi smantellato, i viaggiatori hanno incontrato The
Freedom Theatre, fondato vent’anni fa da una donna ebrea israeliana per aiutare
i bambini ad affrontare le difficoltà della vita quotidiana sotto occupazione. A
Ramallah hanno visitato un centro legale che sostiene le donne vittime di
violenze di genere. Molte ragazze abbandonano la scuola pur di non essere
molestate ai checkpoint.
Le conseguenze di sfollamenti e demolizione, vincolati da ordini e multe, hanno
un peso maggiore sulle donne: in una cultura patriarcale non solo vedono
limitarsi il proprio campo di azione, ma diventano anche vittime della
frustrazione dei propri mariti umiliati, autori di violenza domestica. Tra gli
incontri più illuminanti quello con Fadwa Barghouti, avvocata e moglie di Marwan
Barghouti, il leader palestinese in carcere dal 2002, tra i più popolari durante
la seconda intifada, considerato dai palestinesi il simbolo della resistenza
all’occupazione. “Non c’è libertà senza amore e tutte le rivoluzioni sono
romantiche perché ci vuole lo slancio dell’amore per realizzarle”, è il suo
grido d’amore, resistenza e libertà.
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