Tag - Libri

Abbiamo bisogno di Josè Saramago
Nelle sue opere vi è uno stimolo per interpretare il nostro tormentato mondo di Pierluigi Pedretti “L’uomo più saggio ch’io abbia mai conosciuto non era in grado né di leggere né di scrivere.” Josè Saramago (Riferendosi a suo nonno il giorno del Nobel )   C’è chi è andato fino a Mafra inseguendo le suggestioni di “Memoriale del convento”; c’è
«Casa Bianca-Italia»: un libro di Alessandro Orsini
di Patrizio Paolinelli (*) Guerre della Nato. Alessandro Orsini mette sotto accusa la stampa estera   Pur essendo scritto da un noto personaggio televisivo il libro di Alessandro Orsini, «Casa Bianca-Italia. La corruzione dell’informazione di uno Stato satellite» (Paper FIRST, Roma, 2025, pp 234, euro 18,50) non ha avuto numerose recensioni. E si capisce facilmente perché: presenta un ritratto a
I «48Kg» di Batool Abu Akleen
«Una poetessa palestinese di 20 anni… che pare averne migliaia». Il suo libro uscirà a febbraio per Mille Gru Edizioni ed è già in prevendita. Ecco 6 testi tradotti in italiano da Cristina Viti. (*) 46Kg. Previsioni del tempo Il cielo si oscura di ali che fanno piovere morte non restare in casa non scendere in strada non portare l’ombrello
Aventure
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Baobab experience -------------------------------------------------------------------------------- Migrante/immigrato è ormai una parola abusata nel linguaggio mainstream – sia quello accademico sia quello comune – ed è carica di controindicazioni: pietrifica una condizione, la rende eredità, attraverso un participio passato, o inchioda in un presente continuo che non lascia scampo al cambiamento, a risoggettivarsi sotto un’altra luce che non sia quella del movimento passato o del movimento perpetuo. Raramente abbiamo ascoltato la parola migrante/immigrato facendo ricerca fra coloro che provano ad attraversare il Mediterraneo centrale. I nostri interlocutori provenienti dall’Africa Occidentale e che abbiamo imparato a conoscere nelle loro peripezie fra Marocco, Algeria, Libia, Tunisia, ne privilegiano altre. Una fra tutte è aventure («avventura»), e il modo soggettivo di definirsi è quindi quello di aventurier. Con questo termine si allude a un campo di situazioni e significati che eccede il movimento in sé e mette in rilievo la dimensione del rischio, la sua assunzione volontaria, l’investimento personale, la gioia della scoperta e la trasformazione dello sguardo attraverso il viaggio e gli incontri, la costruzione di un sapere utile a destreggiarsi, l’aleatorietà e imprevedibilità delle situazioni. La parola aventure restituisce quindi, nei molti casi in cui viene citata, l’idea del movimento nello spazio come principale dinamica della mobilità esistenziale e sociale, principale concreto strumento di sottrazione all’inedia e allo sfruttamento, dimensione necessaria alla sopravvivenza ancor prima psichica e culturale che materiale per chi nasce e cresce in contesti dove la precarietà è tanta e il contesto aleatorio (in Africa come in tutto il mondo, verrebbe da dire). Ma in questo contesto la violenza è sempre dietro l’angolo (e maggiore è la necessità di nascondersi maggiore sarà la violenza derivante dalla non visibilità forzata), e diventa spesso violenza sessuale quando l’avventura è quella delle donne. Si tratta quindi di conservare tutta la portata semantica del termine avventura nel senso di «ingiunzione alla vita» (provare a vivere è un dovere), mettendo in secondo piano invece la dimensione romantica ed esotica che spesso viene evocata da questa parola, che in questo contesto non ha nulla della eccezionalità di eroismi individuali e si pone invece come epopea collettiva, come forza vitale dell’uomo e della donna comune davanti all’insufficiente e all’avverso. In tal senso altri sostantivi attraverso i quali le persone interdette al movimento identificano il proprio gruppo sociale (si veda Soldat) non sono (sol)tanto alternativi a quello di aventurier, quanto piuttosto integrati a esso, come due facce della stessa medaglia. Da un lato l’aventurier cerca di aprirsi una via di vita, cerca di darsi una vita altrimenti impossibile in contesti di origine fortissimamente disuguali, dall’altro il soldat è la figura di una base piramidale in cui il singolo aventurier vale poco o niente se non si unisce ad altri, non potrà sopravvivere se non ubbidisce, sa di avere poche speranze di riuscita. Se boza si riferisce all’atto di sfidare la frontiera, di tirare i dadi in una partita che si vince o si perde (si veda Boza), l’aventure inizia quando si lascia casa e ci si mette in una situazione di ricerca, senza una destinazione fissa, predeterminata. Il termine opera come un fattore distintivo che rimanda a due elementi: la dimensione generazionale, perché la popolazione degli aventuriers è composta nella stragrande maggioranza da persone giovani dotate di una cospicua dotazione di capitale corporeo (forza fisica, resistenza, agilità, ecc.); e la classe sociale di appartenenza. Così da un lato troviamo gli aventuriers (a volte anche designati come «quelli del deserto»), dall’altro gli studenti, quelli che si muovono con i visti e gli aerei. Una composizione sociale che ci permette di capire come le condizioni di mobility injustice configurino percorsi geografici e condizioni sociali di movimento radicalmente differenti già a partire dal paese di origine. Questa distinzione, se riafferma a volte un orgoglio subalterno, dall’altro offusca gli spazi di scambio e solidarietà che si danno in un contesto come quello tunisino in cui il razzismo di stato contro la popolazione black (si veda Black) non fa molti sconti in relazione ai documenti che si hanno in tasca. Sono tutti «oro nero» e in quanto tali vittime di deportazioni e tratta di stato verso la Libia (si veda Or noir). Capita allora che gli studenti e i loro spazi quotidiani divengano a volte un rifugio provvisorio per i loro fratelli più poveri, mettendo a disposizione abitazioni e relazioni. Gli stessi studenti quando prendono il mare divengono aventuriers e bozayeurs (si veda Boza). Aventure infine è riaffermare una sete di conoscenza e una forza dello spirito che spinge soggetti subalterni e razzializzati in una sfida continua al fine di cambiare la propria vita e quella delle proprie famiglie. Il termine, diffuso lungo tutte le rotte terrestri e marine nel Maghreb e in Africa subsahariana, è stato registrato dalla letteratura socio-antropologica più attenta sin dai primi anni 2000. -------------------------------------------------------------------------------- Tratti dal libro Controdizionario del confine. Parole alla derive nel Mediterraneo centrale dell’Equipaggio della Tanimar (a cura di Filippo Torre, per Tami ed.). Il libro raccoglie 42 parole (tra cui black, cachette, boza, clandestino, fakop, soldat, tobà…) legate a chi cerca di attraversare il confine italo-tunisino, soprattutto persone dell’Africa francofona: sono termini spesso inventati, di un vocabolario precario e fluido ma straordinariamente vivo, che circolano nei campi informali e nei centri di accoglienza, parole che raccontano rapporti di potere, domini coloniali ma anche gesti ribelli di storpiatura, e ancora strategie di sopravvivenza e relazioni di solidarietà. È evidente: non si tratta solo di parole, “si tratta di vite – scrive nella prefazione Georges Kougang – che continuano a parlare anche quando il mondo sembra non volerle ascoltare”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Aventure proviene da Comune-info.
Poesia e resistenza: «Voglio raccontarti una storia»
Renée Nicole Good e Facundo Jones Huala: versi di fuoco. di Valentina Fabbri Valenzuela Come Sirio e Procione: stelle che bruciano nella notte Introduzione — Leggenda yagan: stelle di fuoco Ogni popolo ha le sue fiabe della buonanotte, i suoi racconti originari. Spesso nascono guardando il cielo, tra paure, speranze, freddo e silenzio. In questo tempo buio segnato da guerre
Ugo Dessy: ostinatamente contrario
100 anni fa nasceva l’intellettuale libertario sardo, testimone attivo del suo tempo. E del nostro. “Con l’avvento del nucleare, la potenza distruttiva delle armi è tale da costituire di per sé il problema più drammatico tra quanti l’umanità ne ebbe mai affrontato, perché è messa in gioco, concretamente, la sua sopravvivenza. Inoltre, ancor prima del loro impiego nella guerra, gli
Fabrizio Mollo: la Calabria al centro del mondo
Recensione di Pierluigi Pedretti all’ultimo libro dell’archeologo dell’Università di Messina ed edito da Rubbettino. Le epoche più gloriose nella storia di ogni cultura sono quelle di apertura verso gli altri popoli Tzvetan Todorov Chiamatela come vi pare la Calabria (nome uscito fuori alle soglie dell’anno Mille), terra di re Italo, Enotria, Ausonia, Magna Grecia, terra dei Bruttii (nomen omen)…, resta