Santa Maria della Mattanza. Le fasi finali del processo sulle torture del 6 aprile 2020
(disegno di malov)
La requisitoria dei pubblici ministeri è durata otto lunghissime udienze,
cominciata il 19 giugno e conclusa prima della pausa estiva il 22 luglio. I tre
esponenti della procura della repubblica hanno ricostruito nei dettagli i
pestaggi, le torture, i depistaggi, i falsi, le calunnie, le gravi omissioni del
reparto medico commessi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere a partire da
quella lunghissima Settimana Santa fino alla morte del ragazzo algerino, Hakimi.
Le richieste di pene sono state elevatissime e come spesso capita esemplari,
oltre settecento anni di galera. Si tratta, finora, del processo più grande
della storia della Repubblica celebrato nei confronti del potere penitenziario,
per la complessità delle condotte contestate e per il ruolo degli imputati:
provveditore dell’amministrazione penitenziaria, direttore pro tempore,
vicedirettore, comandate dell’istituto, commissari, ispettori, agenti e medici.
Il lavoro investigativo è stato molto complesso (sequestri, intercettazioni,
immagini della videosorveglianza, un numero enorme di persone offese sentite, di
documenti acquisiti) e il dibattimento è stata una sequenza lunghissima, circa
centosettanta udienze in tre anni, in cui è stato verificato tutto il materiale
inquisitorio consentendo alle difese di criticare gli atti di indagini e
proporre una versione alternativa, a nostro giudizio effimera perché non ha
scalfito il dato storico dell’esecuzione della rappresaglia a freddo.
Tecnicamente l’aula bunker è stata la camera iperbarica in cui il tempo si è
fermato al mese di aprile del 2020, dove in ogni udienza si cominciava da capo.
Il processo è ripreso il 7 settembre, due udienze in cui hanno concluso le parti
civili; solo i pochi avvocati che hanno seguito il processo in questi anni hanno
discusso restituendo alla Corte di Assise la responsabilità di pronunciare una
sentenza che ha sicuramente una valenza politica. Proviamo a snodare il filo
delle argomentazioni sulla colpevolezza della catena di comando, prima delle
discussioni delle difese degli imputati che proveranno a ribaltare l’ordine
delle parole.
Non ci sono molti dubbi sulla genesi della “perquisizione straordinaria”.
Difatti, non si trattò di operazione di ripristino dell’ordine interno a causa
della protesta del 5 aprile 2020, cominciata per la paura del contagio da Covid,
che prese forma con il picchetto nei corridoi dei detenuti di due sezioni del
reparto Nilo, vano tentativo delle difese per giustificare l’uso della forza.
Non fu neanche un’operazione di polizia giudiziaria finalizzata al sequestro di
oggetti illegalmente posseduti: gli esiti verbalizzati di questa enorme
manifestazione di forza sono appena due coltellini e due telefonini.
È stata una “dichiarata” rappresaglia, lo scrive nel messaggio il provveditore
all’allora capo del dipartimento Basentini il 6 aprile alle 16.48: “Buonasera
capo, è in corso perquisizione straordinaria con 150 unità provenienti dai
Nuclei Regionali oltre il personale dell’Istituto nel reparto dove si sono
registrati i disordini, era il minimo segnale per riprendersi l’Istituto, forse
le dovrò chiedere qualche trasferimento fuori regione, il sicuro ritrovamento di
materiale non consentito ci potrà offrire l’occasione di chiudere
temporaneamente il regime, parlo di Santa Maria ovviamente, il personale aveva
bisogno di un segnale forte e ho proceduto così”. “Hai fatto benissimo”,
risponde il dottor Basentini.
I dirigenti sciolsero i mastini della polizia penitenziaria per eseguire
un’operazione militare. I poliziotti agirono in un clima da stato di guerra
dichiarato: “Vi aspettiamo giù in trincea…”, “abbiamo fatto tabula rasa”. Il
medesimo innesco fu congegnato per l’operazione alla scuola Diaz di Genova nel
2001 durante il G8 e lo si ritrova tra le pagine della sentenza dalla Cassazione
che nel 2012 definiva le responsabilità di quella macelleria messicana “come
esortazione rivolta dal Capo della Polizia […] a eseguire arresti, anche per
riscattare l’immagine della Polizia dalle accuse di inerzia, aveva finito con
l’aver avuto il sopravvento rispetto alla verifica del buon esito della
perquisizione, per cui all’operazione erano state date caratteristiche denotanti
un assetto militare […], elementi sintomatici della militarizzazione
dell’operazione erano rappresentati dall’elevato numero di operatori (circa 500)
[…], dalla manovra a tenaglia per avvicinarsi al plesso”. Analogia storica che
ricostruisce le meccaniche di azione dei corpi di polizia quando agiscono dando
vita alla violenza politica.
Negli atti ufficiali, la perquisizione del 6 aprile 2020 è stata definita dal
provveditore Fullone “una vera e propria azione di ripristino di legalità e
agibilità” e, come è stato notato da un difensore di parte civile, quella
valutazione ha viaggiato di scrivania in scrivania, da Napoli a Roma, fino a
essere copia-incollata dal ministro di giustizia nella risposta al parlamento
del 16 ottobre 2020. Un goffo tentativo di salvare la faccia
dell’Amministrazione e prendere le difese del corpo di polizia penitenziaria.
Questa volta, per una serie di cortocircuiti istituzionali e per la presenza
delle immagini video, le parole del potere non sono riuscite a sigillare la
versione storica dei fatti.
La decisione divenne urgente dal rientro dei battaglioni anti-sommossa del 5
aprile sera, quando la protesta rientrò dopo una lunga mediazione. Tuttavia,
quella decisione aveva rotto gli equilibri tra il comando e gli agenti, perché
questi ultimi avrebbero voluto bastonare il bestiame già da quella sera.
L’urgenza, avvertita dai vertici che si affrettarono a intervenire, si era
generata a partire da quella particolare spaccatura che destabilizzava l’ordine
interno. I capi avevano paura che di lì a poco potessero fioccare numerosi
certificati di astensione dalle attività lavorative per malattia e altre azioni
subdole che avrebbero potuto rendere difficile l’organizzazione del lavoro. Da
quella sera la “perquisizione” divenne un atto dovuto, come emerge dalla
risposta di Colucci, responsabile del gruppo di supporto, al comandante
dell’istituto Manganelli: “se vengo però interveniamo, non ci farete tornare
indietro come l’altra sera”.
L’ordine è già stato eseguito.
È il provveditore a dare il comando, esercitando un potere di surroga
inesistente nell’ordinamento penitenziario nei confronti della direzione
interna, che rimaneva inerte non riuscendo a cogliere il senso della crisi che
si stava verificando. Dal punto di vista tecnico, nessun profilo organizzativo
della spedizione punitiva era stato tralasciato. Nel briefing operativo prima
dell’ingresso, un agente dichiarava nel processo: “Gli ispettori c’erano tutti,
ci stava il sostituto commissario Piccolo, Biondi, Crocco, Ciccone, Iadicicco,
cioè stavamo tutti, era un’operazione importante, erano tutti presenti…”.
Gli obiettivi e le modalità operative erano talmente chiari da ripetersi in ogni
sezione in modo schematico: gli ispettori presenti nei punti di governo
dell’operazione e nei nessi di smistamento dei detenuti durante il percorso
torturante, gli agenti a eseguire il prelievo dei quindici detenuti da portare
in isolamento in attesa dei trasferimenti.
“È stato davvero emozionante trovare questa fratellanza, spirito di corpo,
mettendo da parte vanto ed egoismo, siamo grandi siamo il CORPO DELLA POLIZIA
PENITENZIARIA”, scriverà uno dei comandanti dei plotoni all’esito
dell’operazione.
Il 6 aprile, Hakimi, il ragazzo algerino morto poi il 4 maggio 2020 nelle celle
punitive del carcere sammaritano, veniva prelevato dalla sesta sezione alle
17,15, veniva pestato a sangue e trascinato lungo il corridoio nelle scale (dove
non ci sono le telecamere) fino al reparto di isolamento del Danubio. Per lui
era stato già predisposto un verbale di contestazione per resistenza per i fatti
del 5 aprile, il contenuto dell’atto pubblico era interamente falso perché dalle
immagini del circuito di videosorveglianza risulta chiaramente che il ragazzo
non prese mai parte alle proteste. Insomma, la “perquisizione straordinaria” fu
l’espediente per togliersi dai piedi anche quell’indemoniato, in preda alla
sofferenza psichica e alle dipendenze da sostanze, per questo era necessario
fare carte false per giustificare il trasferimento per ordine e sicurezza.
Le difese di parte civile, ricordando la fine di Hakimi, morto come un cane da
solo, hanno puntato il dito non solo nei confronti degli aguzzini, che secondo
una testimonianza avevano preso letteralmente a bastonate il ragazzo, ma anche
nei confronti del comparto medico. Questi signori con il camice da SS, hanno
sposato pienamente gli istinti animali della polizia, offrendo più di una spalla
ai lupi della penitenziaria, da un lato redigendo i certificati falsi che
attestavano le lesioni ai poliziotti intervenuti il 5 aprile, dall’altro
abbandonando alle loro sorti i quindici reclusi illegalmente al Danubio,
rifiutandosi di visitarli per interrompere quell’agonia, pur conoscendo
perfettamente il loro stato di salute e in particolare quello dell’algerino.
Secondo il dottor Sperandeo, consulente medico della procura ascoltato in
dibattimento, il nesso causale tra le torture subite, lo stato psichiatrico, le
condizioni di salute e il gesto suicidario è chiarissimo: “Non c’è
certificazione sulla sostenibilità, non c’è un controllo sistematico e
fondamentalmente c’è un’indicazione a stare quindici giorni in isolamento, ma in
realtà il suo isolamento si protrae fino al 4 maggio […], la situazione più
grave che si genera è che la persona, che aveva raggiunto un discreto equilibrio
nella rappresentazione della realtà, perde questo equilibrio, si ripresentano
sintomi di natura psicotica che vengono, in maniera sommaria, descritti dai suoi
compagni, e descritti anche dal medico che dice: ‘è affetto da psicosi’, che
evidentemente rileva uno stato alterato nell’esame di realtà; ovviamente
l’alterazione dell’esame di realtà non è un’esperienza neutra, non è che le
persone sperimentano dispercezioni visive o uditive e organizzano il pensiero in
una maniera alterata, e tutto questo è privo di impatto sul loro mondo
interiore, anzi le dispercezioni e i deliri sono l’espressione narrabile di una
profonda alterazione dello stato emotivo determinato da quello che era successo.
Quindi, com’è successo con altre persone valutate con stati psicotici pregressi,
probabilmente anche Hakimi ha avuto una ricaduta nella condizione psicotica che
non gli ha permesso di organizzare bene né l’assunzione dei farmaci né poi,
ovviamente, accumularle e assumerle tutte insieme”.
Allo stesso modo, per la procura e gli avvocati, sono responsabili del massacro
anche i poliziotti che non hanno commesso violenze ma che con la loro presenza
hanno rafforzato gli intenti violenti dell’operazione. Non è possibile dividere
in piccoli frammenti la perquisizione, che si presenta, prendendo la definizione
dei pubblici ministeri, come “dispositivo collettivo unitario”.
I giudici decideranno dopo le discussioni degli avvocati e in quella sede
dovranno stabilire quali sono le regole di ingaggio dell’esercizio della forza
da parte dei corpi di polizia e di conseguenza dovranno ricostruire il rapporto
tra autorità e corpi reclusi, quali sono le dinamiche che consentono l’emersione
di uno stato di eccezione dentro le maglie e le forme decrepite dello stato di
diritto.
Questa sentenza avrà un impatto notevole nel nostro ordinamento. Da un lato
potrà assolvere ancora la violenza eccezionale o dall’altro aprire un
ragionamento tecnico di riforma in un momento storico particolare in cui la
morfologia dei poteri costituiti nel 1948 sta definitivamente tramontando.
Certo, non basterà questo giudizio a cambiare tale scenario, perché quel
rapporto di forza dovrà necessariamente trasformarsi con una nuova dialettica
conflittuale che a oggi stenta a trovare forza e spinta. È necessario
raccogliere ogni spunto in questo cammino per affinare le nostre strategie per
disertare, sabotare la guerra, e opporsi alla miseria delle nostre vite. (napoli
monitor)