L’ordine del carcere e lo spazio del possibile
(disegno di sam3)
Un uomo è solo nel parcheggio sotterraneo di un supermercato. In piedi sulla
soglia, resta nell’ombra dell’androne e mentre parcheggio lo vedo leccare
frettolosamente una sigaretta per chiuderla. Fa un impercettibile dondolio col
corpo. Il parcheggio è vuoto, la mia è l’unica automobile presente, l’uomo è
dunque sprovvisto della ragione più plausibile per sostare in quel luogo. E
invece resta, in piedi, nell’androne ancora più buio per il contrasto con la
luce del sole all’esterno. Mi incuriosisce e fugacemente ci scambiamo uno
sguardo – c’è imbarazzo, come se fossimo nostro malgrado testimoni di qualcosa
di scandaloso. Lascio zaino e giacca, entro a fare la spesa. Dopo poco esco,
l’uomo è ancora lì, stavolta con una lattina in mano; sorseggia nervosamente. Se
un parcheggio è un posto deputato a incorniciare l’auto entro un perimetro
squadrato, spegnerla e riprenderla dopo aver svolto altre attività, cosa produce
la presenza di un corpo non conforme – per le movenze, per gli atti, per
l’aspetto – in uno spazio più o meno implicitamente normato? Perturba, spaventa,
fa arrabbiare? Cosa sentiamo quando ciò accade, cosa facciamo? Quanto e come è
legittima la presenza di un corpo in uno spazio? Chi può deciderlo? Come lo si
decide, come lo si esprime? Inserisco la chiave nel quadro, avvio il motore.
Mentre esco dal parcheggio spio con la coda dell’occhio quell’uomo, lo vedo
osservarmi. Ecco di nuovo il turbamento. Ha capito, ho capito: i miei occhi sono
state sentinelle a guardia d’una norma implicita, esplicitata tramite uno
sguardo che vede e potenzialmente accusa, rimprovera, scaccia. I miei occhi
hanno detto a quell’uomo: ci siamo accorti di te, non tanto perché esisti,
quanto perché non sei al tuo posto. Ma qual è, alla fine, il suo posto? Sono
turbata. Penso a quel martedì in carcere.
Avevo incontrato Majdi[1] in mezzo alla “rotonda”, il varco circolare che si
apre al centro del carcere e su cui affacciano tutte le sezioni. Majdi aveva tra
le braccia una risma di quotidiani, Avvenire. Non c’eravamo mai visti,
incrociamo lo sguardo, si avvicina, mi chiede come sto, gli chiedo come
sta. Hamdoullillah, ci rispondiamo a vicenda. Prendiamo a parlare
marocchino, dove hai imparato, sei brava. Un po’ qua, un po’ là, a Torino, a
Casablanca… e tu, Majdi, come stai, da quanto sei qui? Sorride. Poco, sei mesi,
ma devo rimanere qui ancora molto, nove anni. È tanto, tanto tempo, che entro ed
esco da comunità, arresti domiciliari, prigione. Ho un problema di
tossicodipendenza, il medico ha detto che dopo l’appello forse potrò andare in
comunità. Senza il crack non ce la faccio. Lo dice con una certa sicurezza,
senza andarne orgoglioso ma come facendo una constatazione. Cosa succede col
crack?, mi aggrappo alla sua fermezza. Quando ho il crack non posso stare
lontano dalla mia ragazza, la voglio sempre stringere, voglio starle accanto, e
ci facciamo l’amore tante volte. E tu… dove sta la tua famiglia? Vivi in
città? Sì, Majdi, vivo qui, ma la mia famiglia è lontana, sei o sette ore da
qui. Ci fissiamo negli occhi mentre chiacchieriamo. Hai gli occhi sinceri, sei
un essere sincero, mi dice come una carezza. Una guardia si avvicina, una tipa
bionda, Majdi la saluta sorridendo, lei a sua volta risponde cortese e si
allontana. Lei è gentile, ho lavorato per un po’ su da loro, negli uffici…
facevo le pulizie, per questo la conosco. E ora, ora vendi i giornali? No, no, è
che sono passato all’entrata e mi hanno chiesto di distribuirli. Prendine uno,
tieni. No, no, grazie Majdi, non ti preoccupare, distribuiscili pure in sezione,
tra i tuoi compagni. Dopo poco lei, la guardia bionda, torna da noi. Allora, ce
ne andiamo? ci intima. Io e Majdi la guardiamo inermi e perplessi. Sto
aspettando che scendano i ragazzi, mi stavo intrattenendo, dico
sorridendole. Sì, ma ce ne andiamo? Andiamo, sì, andiamo. Ciao Majdi. Ciao
Angela.
Arrivo nell’aula e Mauro e Ahmed non sono ancora arrivati. Torno a chiamarli in
sezione, passo di nuovo in rotonda. Majdi mi vede, viene verso di me. Ha in mano
un foglio spiegazzato che mi agita davanti agli occhi, schiude le labbra per
dirmi qualcosa. Un poliziotto lo interrompe e si interpone tra me e lui,
rivolgendosi a me. Tu, sì, tu. Non puoi stare qui, non hai il permesso per stare
qui, tu devi stare di là e basta, il tuo permesso è per stare là, qui non puoi
venire. Perplessa e spiazzata lo osservo, non rispondo subito, è fiero del suo
fare arrogante. Stavo solo aspettando i ragazzi, dico pacata. Non puoi aspettare
qui, prosegue lui con tono tracotante. Ok, va bene, non importa… vado di là.
Perdo di vista Majdi e allora mi avvio, il più lentamente possibile, nell’aula
del Polo Universitario. Sento i passi della guardia dietro i miei, avverto di
lui il ritmo dei piedi e lo percepisco chiedersi perché io stia avanzando così
lenta. Sento in lui il desiderio di interrogarmi sui miei tempi, sul mio corpo
che si muove con ritmi diversi da quelli consueti, sulle mie gambe che muovono
passi inusuali. Sento che quel gesto così semplice – camminare con ritmi non
conformi – è come se aprisse uno squarcio sulla finzione che regge un luogo,
come se fondasse una crepa in quel regime di purezza fittizio e costruito. Il
poliziotto non mi chiede nulla – a chi si chiede, da chi si pretende risposta?
–, io giro l’angolo, arrivo in aula. Dopo poco arriva Ahmed, salam aalikum, si
siede accanto a me e prende a leggere dei riassunti che gli ho portato.
Cos’era il foglio che teneva in mano Majdi? Come posso saperlo, come può Majdi
farmelo avere? Se glielo avessi preso, si sarebbe visto un foglio che passava di
mano in mano; e avrebbe destato sospetto. Se anche non gliel’ho preso, si è
visto un foglio che voleva passare di mano in mano; e ha destato sospetto.
Instillare il dubbio sulla propria legittimità, sulla propria tenuta, ecco uno
degli aspetti fondanti della “carceralità”, come confine materiale, giuridico,
epistemico, come parte del regime confinario che si riproduce al di là della
frontiera: è mobile e mobilitato dall’organizzazione degli spazi, dalla
direzione degli sguardi. Come lo si introietta? Quale sapere produce? Il confine
non produce soltanto fuori o dentro, ma dà forma a un’organizzazione dei
sentimenti, dei desideri, dell’idea di sé. Louisa Yousfi nel suo Restare
barbari si chiede citando Stamp Paid, il passeur che Toni Morisson racconta
in Amatissima, se chi disumanizza, chi pensa di poter “misurare l’anima degli
altri” abbia almeno un’anima. La questione genera scandalo poiché svela un
ordine delle cose il cui obiettivo è ridurre al chiedersi, ossessivamente,
quello che vogliono loro – “ma loro, chi sono?”, “what[2] are they?”– non più
quello che vuole il sé. Fatima Ouassak in Per un’ecologia pirata parla di una
assegnazione del “più piccolo spazio – identitario, comunitario, fisico,
spirituale – possibile, in modo da ridurre gli individui alla loro sola forza
lavoro”. Un processo di disancoraggio dal sé: il proprio sé storico, politico,
affettivo, incarnato, individuato. Ecco che lo spazio dell’interazione con Majdi
e la polizia, in carcere, risulta più nitido.
Che cos’hai lì – qualcuno avrebbe potuto chiedere. Quanto tempo state passando a
parlare – qualcuno ci ha implicitamente detto. Qua si può parlare solo dentro
una cornice istituzionale, il vostro rapporto deve essere inquadrato dentro dei
ruoli – qualcuno ci ha implicitamente intimato. Sei parcheggiato in un ruolo
com’è parcheggiata una macchina: la cornice squadrata in un androne buio nei
sotterranei di un supermercato potrebbe fungere ad altro – ma tutti[3], tutti,
sorveglieranno affinché non lo faccia. E qualora accadrà sarà strano: allora
qualcuno osserverà più del dovuto, farà sentire a disagio il non conforme,
oppure chiamerà chi di dovere, chi riesce – tramite un potere basato sulla
violenza – a ripristinare l’ordine fittizio su cui si basa la tenuta sociale. Il
buio di quello spazio sarà funzionale a scongiurare altro che non sia un solo
gesto, altro che non sia un solo uso. Incrociarsi e fare il tentativo di
incontrarsi, ascoltarsi, comprendere, nel piccolo dell’androne di un parcheggio
o nel grande atrio di un carcere, non è previsto. Puoi farlo, sì, capiamo io e
Majdi: ma devi farlo di nascosto. Ciò che è previsto, qui, sono dei ruoli e
delle relazioni inerti. Puoi indossarle solo così, mettere in scena di te ciò
che è richiesto, non ciò che sei – ciò che desideri, ciò che ti andrebbe di
essere. Semplice: Majdi, qui distribuisci i giornali e devi solo distribuire i
giornali. So già che userai lo spazio della mansione per raggirare controlli,
sorveglianze, discipline: ma per rimanere entro questo regime di verità, io devo
fingere di non sapere. Se me lo fai vedere, Majdi, se mi metti davanti il fatto
che potenzialmente puoi – fare altro, essere altro, divenire altro – ti
restituirò al tuo ruolo, alla persona che ho bisogno che tu sia. Ne va della
tenuta di questo posto, della riuscita di questa finzione. Majdi, qui fai la
fila per vedere il medico del Serd e puoi solo fare la fila per vedere il medico
del Serd. Se facendo la fila incontri un qualche tuo compagno, devi parlargli
come si parla da detenuto a detenuto. Majdi, qui, se anche incontri per i
corridoi un altro detenuto, non puoi molto più che salutarlo, perché i corridoi,
Majdi, non sono fatti per fare riunioni spontanee, capannelli; i corridoi,
Majdi, non sono che funzionali al passaggio da-a, e non spazi liminali in cui le
cose possono accadere. Quegli occhi, Majdi, quegli occhi sinceri, tu li hai
visti, ma ti è stato detto che non puoi vederli, Majdi, quindi torna indietro
nel tempo, perché questo non è il posto per vedere occhi sinceri, questo non è
il posto per aggettivare: qui, gli occhi possono esistere solo per sorvegliare o
per essere tappati.
Non andare fin là a chiamare i tuoi studenti, mi dice Fabrizio, un detenuto, un
giorno di qualche settimana fa. Perché, Fabrizio? Sorride per la mia
ingenuità. Perché poi ti fanno storie, e poi… è un rischio. Magari qualcuno
comincia a sbraitare e incazzarsi e devono chiudere tutto, e tu sei lì, e cosa
fai, rimani dentro? Qui sono tutti matti… non ti pensare. Capisco, grazie
dell’avvertimento. Ma una cosa: se la questione è che possono fare problemi a
voi o al Polo Universitario, è un conto. Se la questione è, invece, assumersi il
rischio, io me lo assumo. Io vado. Le cose accadono: accadono qui, accadono
fuori. Dentro e fuori non esistono. Sono produzioni e riproduzioni dello stesso
sistema. È un’allucinazione del sistema, Fabrizio. Fuori fa schifo. Dentro pure.
Le cose accadono e non voglio non fare qualcosa solo per il rischio che possa
accadere altro. Le cose possono accadere sempre, perché lo spazio del possibile
c’è, anche quando non è previsto. Ma non prevederlo – non prevedere che lo
scorrere vitale delle cose possa aprirsi al possibile – è volere la morte. Si
finge l’ordine e si ottiene la morte: se si elimina il possibile tutto muore. Ma
grazie, Fabrizio, grazie: non voglio parcheggiarmi, vorrei potessimo non farlo.
Vorrei slabbrassimo lo spazio del previsto, stressassimo la finzione fino a
farla esplodere. Vorrei desiderassimo, vorrei divenissimo. (angela curina)
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[1] I nomi reali e l’indicazione geografica del carcere non sono specificati a
tutela delle persone ristrette e della sottoscritta.
[2] Come scrive Yousfi, nella versione originale in lingua inglese, Morrison non
usa who ma what per riferirsi a “loro”.
[3] Volutamente al maschile plurale.