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Ursula K. Le Guin / Una maestosa versione definitiva
Pandora è un’antropologa il cui lavoro ha come focus il popolo dei Kesh, una civiltà sviluppatasi nella Napa Valley, in California, in un futuro distante dal nostro. L’opera di Pandora è una raccolta sterminata che raccoglie un corpus significativo di narrazioni di ogni genere prodotte dai Kesh: dalla poesia alle storie di vita vissuta fino ai frammenti di un romanzo. Una parte consistente del volume è occupata dalle parole di Pietra Che Narra, un’abitante della valle considerata una persona incompleta, suo padre è un ufficiale di un esercito che viene da fuori e non è dunque legato alla Valle dalle complesse usanze e dai molti rituali che accomunano i Kesh. Pandora fa un lavoro ampio e profondo documentando una civiltà le cui forme di espressione sono coerenti con una filosofia solida e articolata che parte da una visione del tempo, del cosmo e della vita ben precisa costruita su un forte legame con la natura in un mondo in cui la tecnologia non ha mai smesso di esistere ma, anzi, si è evoluta per conto proprio. Maestoso, questo è l’aggettivo più adatto per definire Sempre la valle, l’opera di Ursula K. Le Guin che da troppo tempo non veniva ristampata in Italia, la prima edizione Mondadori è del 1986 e fu distribuita in un cofanetto con un’audiocassetta che permetteva al lettore di ascoltare la musica dei Kesh realizzata dall’autrice in collaborazione con l’amico musicista Todd Barton. Questa nuova edizione è composta da solo libro (il CD con le musiche di Barton è recuperabile on line), ma tanto basta a trasmettere tutta la potenza di una grande opera di theory fiction che colpisce per l’ampiezza del suo respiro e per l’ambizione sconfinata della sua costruzione. In questo tomo, seppur ponderoso, è raccolta una mole d’informazioni strabordante, maestosa non solo in senso quantitativo ma anche in senso qualitativo in quanto le numerose narrazioni che interagiscono fra loro danno vita a un libro-mondo che racconta una cultura non come astrazione accademica da armchair anthropologist ma come il risultato di una ricerca sul campo che va a lavorare nel pratico sul tessuto immateriale di una civilizzazione fatto di storie di vita, forme di espressione, rituali e linguaggio. E proprio questo è uno degli interessi maggiori di Le Guin, la lingua che è la carne viva della cultura perché forma attivamente il pensiero che sottende all’azione, che influenza le vite delle persone nel quotidiano, nei rapporti umani e nelle scelte che li costituiscono. La minuzia con cui vengono rappresentati nei dettagli i Kesh non è solo estetica ma è la conseguenza ben ponderata di un discorso filosofico che non resta lettera morta ma si va a concretizzare nelle rappresentazioni, nei modi di dire e nelle dinamiche di una società, tutto ha una ragione e tutto ha un senso, tutto produce cultura ma ne è al tempo stesso il prodotto in una catena di continuità che parte dalla terra e alla terra ritorna. Sì, perché la vita dei Kesh non può prescindere dalla Valle, è legata alle sue piante, alla sua fauna e alla sua conformazione geologica che sono i referenti primari di un linguaggio che va a costruire un tessuto ricco di narrazioni, aforismi e poesie. Sempre la valle è sì labirintico ma tutto si tiene perché il metodo di Le Guin è scientifico, meticoloso e ispirato alla realtà, lo studio scientifico è sì opera di fiction ma lavora su un immaginario solido e profondo, su un mondo che a livello immateriale esiste e non è solo abbozzato. La capacità di Le Guin come scrittrice raggiunge livelli stellari, e chi scrive non teme di esagerare affermando che l’autrice di alcune opere che possiamo considerare come classici è stata un’occasione mancata per l’Accademia di Svezia che non le ha dato il premio Nobel, per Sempre la valle ma anche per altre opere come I reietti dell’altro pianeta e La mano sinistra delle tenebre, che sia per profondità che per esecuzione avevano tutti i numeri per ambire a conseguirlo. Certo, i numerosi Hugo e Nebula che ha vinto significano molto, ma un’autrice di questo calibro avrebbe meritato di più. La sua opera è complessa, ricca e obbliga i lettori ad alzare l’asticella ma la contropartita è semplicemente fuori misura. L'articolo Ursula K. Le Guin / Una maestosa versione definitiva proviene da Pulp Magazine.
Monique Watteau / I desideri delle piante per una donna
Davvero la letteratura francofona (e di quella particolarissima enclave bilingue franco-fiamminga che è il Belgio) offre una miniera di inaspettate scoperte e di bellissime sorprese nel campo del fantastico: la tradizione culturale e figurativa che da Bosch e Bruegel risale fino ai Simbolisti e poi ai Surrealisti è indelebile e potentissima in quei luoghi magici compresi fra la Bretagna, la Normandia e le Fiandre. Agenzia Alcatraz si è proposta di esplorarla a fondo, tradurla e diffonderla in Italia, come sta facendo egregiamente da qualche anno. La sua uscita più recente ne è un fulgido esempio: un libro, La colère végétale, che quando uscì nel lontano 1954 – brillante esordio letterario di una ragazza allora venticinquenne, Monique Watteau – fu definito giustamente da una critica letteraria, l’originale creazione di un nouveau fantastique, e rischiò di vincere il prestigioso Prix des Critiques. Il premio fu assegnato invece a un’altra giovanissima esordiente di talento, Françoise Sagan per Bonjour tristesse, anche perché venne fuori che Monique aveva posato nuda per un servizio fotografico – cosa che allora faceva ancora scandalo, pur nella Francia degli anni di Brigitte Bardot. In effetti, oltre al suo romanzo, anche l’autrice era ed è ancora, un personaggio assolutamente straordinario. Nata Monique Dubois nel 1929, figlia di Hubert Dubois, poeta e drammaturgo vicino all’ambiente surrealista, dopo aver studiato pittura e teatro a Liegi all’Académie royale des beaux-arts e al Conservatoire royal, aveva lasciato ventenne il Belgio per Parigi, convivendo con Bernard Heuvelmans, di parecchi anni più grande di lei, zoologo e ricercatore famoso come fondatore della pseudoscienza della criptozoologia. Qui aveva lavorato come attrice cinematografica e modella e intrapreso la carriera letteraria sotto lo pseudonimo di Monique Watteau. Al primo romanzo sarebbero seguiti La nuit aux yeux de bête (1956), L’ange à fourrure (1958), e Je suis le ténébreux (1962), testi che consolidarono la sua reputazione fra i principali narratori fantastici di lingua francese (e che speriamo di leggere presto tradotti da Alcatraz). Nel 1961 divorziò da Heuvelmans restando però in ottimi rapporti con lui e continuando a collaborare come artista figurativa ai suoi libri di criptozoologia: si specializzò a tal punto nella materia che il fumettista Hergé, dovendo realizzare l’albo Tintin in Tibet le chiese consulenza sulla ricostruzione grafica di uno yeti. Nel frattempo, frequentando l’élite intellettuale e mondana parigina – un florilegio di nomi che andavano dall’ormai anziano André Breton a Orson Welles, da Louis Pauwels a Leonor Fini, da Georges Moustaki ad Alain Delon – aveva intrattenuto una lunga relazione sentimentale con il pelatone più sexy di Hollywood, Yul Brynner, che le aveva cambiato nome in Alika, e nel 1968 si era risposata con un altro zoologo ed etologo, Scott Lindbergh, figlio del trasvolatore statunitense Charles Lindbergh, con il quale avviò un grande centro di ricerca in Dordogna specializzato nell’allevamento e nello studio delle scimmie del Sud America. A quel punto però aveva da anni abbandonato la narrativa per dedicarsi, sotto il nuovo nome di Alika Lindbergh, interamente all’attività di pittrice, illustratrice e artista grafica (alcune sue opere arricchiscono questa edizione Alcatraz del romanzo), pubblicando anche un paio di saggi di zoologia – Nous sommes deux dans l’Arche e Quand les singes hurleurs se tairont (tradotto anche in italiano nel 1977 da Longanesi con il titolo di Scimmie come noi)  – e nel 2002, la sua autobiografia Le testament d’une fée, oltre che militare dagli anni ’90 ad oggi come attivista in organizzazioni per la difesa dei diritti animali  – ad esempio il Cercle national pour la défense de la vie, de la nature, et de l’animal (CNDVNA), a quanto si dice, ahimè, vicina, questa, al Front National di Le Pen. Ma veniamo al libro. La collera verde è davvero qualcosa di nuovo e profondamente originale nel campo del fantastico: intanto per il potente erotismo e la sensualità travolgente che permea tutto il testo, un eros non edulcorato e rappresentato in termini assai espliciti ma con una prosa talmente lirica e poetica da risultare refrattario a qualunque deriva pornografica; poi per la vivida visionarietà surrealista delle splendide descrizioni – risulta evidente che la scrittrice fosse in parallelo una pittrice di talento – una dimensione figurativa in cui animato e inanimato, flora e fauna, naturale e artificiale si compenetrano e si confondono in grovigli lisergici (il romanzo precede la diffusione degli allucinogeni, ma c’è da sospettare che Monique qualche esperienza diretta in materia psichedelica ce l’avesse…); per l’impianto filosofico della trama, una sorta di rivalsa del regno vegetale contro quello animale, con evidenti richiami al taoismo e soprattutto all’induismo (uno dei comprimari, si lascia intuire, potrebbe essere un’incarnazione di Shiva stesso…); e infine per un orientalismo finalmente tutt’altro che di maniera, con una rappresentazione del tutto credibile – non tanto in termini realistici quanto poetici – dell’isola indonesiana  di Bali: avendo avuto la fortuna di visitarla negli anni ’90 (con qualche migliaio di turisti in più rispetto a quella descritta) posso testimoniarlo direttamente. Un romanzo – ricco di evidenti omaggi alla narrazione fantastica belga: la parte europea della storia si svolge per esempio a Maupertuis, esplicito rimando a Malpertuis, il capolavoro di Jean Ray – con soli quattro personaggi: due protagonisti e due comprimari, uno dei quali è una scimmietta sudamericana (come Boulimie, da Monique posseduta ai tempi della scrittura, e come quelle che, ormai diventata Alika, avrebbe allevato insieme al secondo marito); il protagonista maschile è palesemente un’idealizzazione fantastica dell’allora compagno reale Bernard Heuvelmans (a cui, insieme alla scimmietta Boulimie, è dedicato il libro); la protagonista femminile – una seducente orfana olandese cresciuta a Bali e allevata come una donna del posto – è lei stessa; poi l’Altro, una figura enigmatica e quasi metafisica – forse umana, forse divina – che sovrintende ai fatti senza poterli modificare. Infine la scimmietta, la figlia surrogata della coppia: una triade, spezzata dagli interventi malefici del soprannaturale, che si riunirà solo nella morte, al di là della morte. Perché Amor omnia vincit. E questo è anche, ma forse soprattutto, un romanzo d’amore. L'articolo Monique Watteau / I desideri delle piante per una donna proviene da Pulp Magazine.