Tag - ex ilva

Dall’Ilva a Electrolux: la crisi industriale italiana costa migliaia di licenziamenti
A poche ore di distanza l’una dall’altra, due notizie hanno scosso il panorama industriale italiano. 28 aziende dell’indotto ex Ilva di Taranto hanno inviato un totale di 2500 lettere di licenziamento ai propri lavoratori, parlando di «un atto estremo, doloroso» ma «inevitabile» di fronte alla crisi del sito produttivo. Sullo sfondo restano le complicate trattative per consegnare l’ex Ilva a un nuovo proprietario. Domani è atteso a Palazzo Chigi un tavolo con i sindacati. Questi ultimi sono impegnati anche su un altro fronte, che conduce dritto a Electrolux, la multinazionale svedese degli elettrodomestici che ha confermato per l’Italia il piano di disimpegno. Saranno almeno 1450 i licenziamenti in tutta Italia. Prevista anche la chiusura dello stabilimento marchigiano di Cerreto d’Esi. A poco è servita la due giorni di trattative mediate dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy. C’è un filo che lega Taranto e Cerreto d’Esi, ed è quello della crisi industriale. All’ex Ilva si ripropone con forza il ricatto atavico della sua nascita: inquinamento o lavoro. A luglio la Corte d’appello di Milano ha disposto, entro la fine di ottobre, la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento tarantino, a causa dell’impatto negativo sul territorio, in termini ambientali e dunque sanitari. I giudici milanesi hanno confermato quanto stabilito in primo grado, subordinando la ripresa della produzione ad alcuni adeguamenti dell’impianto, come la rimozione dell’amianto presente e il taglio delle polveri sottili. Si tratta di interventi onerosi, che complicano le già difficili operazioni di vendita del sito. Al momento Acciaierie d’Italia, proprietaria dell’ex Ilva, si trova sotto commissariamento. Il governo italiano cerca un nuovo gestore, a cui scaricare i costi dell’ammodernamento. Ci sono alcune trattative in corso, ma un accordo definitivo pare ancora lontano. È in questo stallo sul futuro, con una produzione industriale di fatto bloccata, che le aziende dell’indotto hanno deciso di avviare le procedure per i licenziamenti collettivi. 28 aziende, riunite nell’Associazione italiana giuristi di impresa (AIGI), hanno fatto partire le lettere di licenziamento per oltre 2500 lavoratori. Nicola Convertino, presidente dell’associazione, ha parlato di atto «estremo e doloroso», ma anche «dovuto e inevitabile» di fronte al crollo della produzione. Convertino punta anche il dito contro l’assenza di una «ragionevole programmazione» che avrebbe potuto rilanciare lo stabilimento, evitando di arrivare a questo punto. Dei licenziamenti e del futuro dell’ex Ilva si parlerà domani a Palazzo Chigi, al tavolo convocato con i sindacati. A poche ore di distanza dalla notizia dei licenziamenti a Taranto, FIM, FIOM e UILM hanno diramato un comunicato congiunto in cui rendevano noto il fallimento del tavolo negoziale con Electrolux. La due giorni mediata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy aveva come obiettivo quello di rimodulare i piani della multinazionale svedese degli elettrodomestici, che per l’Italia aveva annunciato un graduale disimpegno. Dagli iniziali 1.750 licenziamenti previsti si è passati a 1.450, «ma a questi in realtà si devono aggiungere 135 contratti a termine in scadenza che non saranno rinnovati. A fronte di tali pesantissime richieste, Electrolux offre solo modifiche limitate al piano industriale e conferma la chiusura del sito di Cerreto d’Esi», denunciano i sindacati. Dinanzi al fallimento del tavolo negoziale, questi ultimi hanno poi minacciato l’indizione di 8 ore di sciopero, da organizzare nelle prossime settimane. Nel frattempo viene chiesto un intervento politico più serio, a partire dal governo e dalle Regioni interessate dagli impianti produttivi, con l’obiettivo di far cambiare idea alla multinazionale svedese. «Esprimiamo la nostra decisa contrarietà — chiosano i sindacati — verso una posizione aziendale che richiederebbe grandi sacrifici ai lavoratori, enormi sforzi al governo, ma in cambio paradossalmente continuerebbe ad offrire esuberi e dismissioni. Il famigerato piano industriale di Electrolux dunque non solo non è stato ritirato, ma anzi è stato in massima parte confermato». The post Dall’Ilva a Electrolux: la crisi industriale italiana costa migliaia di licenziamenti appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 7, 2026
L'INDIPENDENTE
EX-ILVA: 2.500 LETTERE DI LICENZIAMENTO. L’8 SETTEMBRE INCONTRO A PALAZZO CHIGI, USB: “SOLUZIONI CONCRETE O SALTA L’IMPIANTO DELLE REGOLE”
Sono partite oggi le lettere relative alla procedura di licenziamento collettivo per oltre 2.500 lavoratori dell’indotto dell’ex Ilva di Taranto. Una decisione che aggrava una situazione già fortemente critica e che rischia di avere conseguenze pesanti non solo sul piano occupazionale, ma sull’intero tessuto sociale della città. Il sindacato USB chiede quindi che le procedure vengano fermate e che dall’incontro previsto a Palazzo Chigi l’otto settembre arrivino soluzioni concrete e immediate per garantire reddito e occupazione. Il fattore tempo, infatti, è considerato ormai decisivo: gli impianti potrebbero fermarsi già entro la fine del mese, lasciando migliaia di famiglie senza una prospettiva. “Per noi è importante l’incontro dell’8. Noi a Palazzo Chigi quel quella sera ci aspettiamo soluzioni concrete, dopodiché se non ci saranno è chiaro che salta tutto l’impianto delle regole” ha commentato su Radio Onda d’Urto Francesco Rizzo, dell’Unione Sindacale di Base “Io lo dico in maniera chiara perché non è accettabile che la politica continui oramai da 14 anni a scaricare le responsabilità dei propri fallimenti sulla testa dei lavoratori che sono vittime due volte.”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto l’intervento di Francesco Rizzo, dell’Unione Sindacale di Base. Ascolta o scarica.
September 4, 2026
Radio Onda d`Urto
«Saccheggio» da 7 miliardi: la Procura di Milano indaga sull’ex Ilva
La Procura di Milano ha aperto una nuova inchiesta per bancarotta fraudolenta sulla gestione dell’ex Ilva di Taranto, iscrivendo nel registro degli indagati Lucia Morselli, che ha rivestito il ruolo di presidente e amministratrice delegata di Acciaierie d’Italia tra il 2019 e il 2024. L’indagine, condotta dal procuratore aggiunto Roberto Pellicano e dal pm Luigi Luzi, prende le mosse da una richiesta di risarcimento danni per 7 miliardi di euro avanzata dai commissari straordinari della società nei confronti di ArcelorMittal, multinazionale franco-indiana dell’acciaio che controllava il 62% di ADI. Nell’atto di citazione, presentato lo scorso gennaio, i legali dei commissari hanno parlato di un vero e proprio «saccheggiamento dell’impresa» e di una «strategia predatoria» messa in atto dalla multinazionale per estrarre valore dallo stabilimento siderurgico, conducendolo progressivamente all’insolvenza. Secondo quanto è stato ricostruito dai commissari, le condotte contestate si sarebbero tradotte in «un’azione di governo societario sistematicamente e dolosamente preordinata al perseguimento di interessi estranei a quello della società». L’accusa è che ArcelorMittal, che vinse la gara per l’assegnazione dell’ex Ilva nel 2017, si sia resa protagonista di «un’unica e complessiva strategia, attuata con il necessario concorso» del colosso siderurgico, «preordinata a favorire l’improprio e sistematico trasferimento di valore» dall’ex Ilva alla multinazionale. In sostanza, attraverso contratti infragruppo, sarebbero state esternalizzate a società del gruppo ArcelorMittal tutte le attività a maggior valore aggiunto – come l’approvvigionamento delle materie prime e la distribuzione commerciale – relegando l’Ilva a un mero «centro di produzione». Tra le attività contestate figurano la vendita di prodotti «a parti correlate a prezzi e condizioni sistematicamente deteriori rispetto a quelli di mercato» e «il pagamento di fee e commissioni a beneficio di controparti» del gruppo ArcelorMittal «prive di effettiva giustificazione causale». A gennaio, ArcelorMittal aveva reagito con un duro comunicato in cui rendeva noto di respingere «categoricamente tutte le accuse contenute nella denuncia» e non ravvisare «alcun fondamento fattuale o giuridico per tale affermazione», dicendosi pronta a difendere fermamente la propria posizione «dinanzi a tutte le sedi competenti». La difesa ha integralmente respinto tale impostazione. «Siamo intenzionati a tenere un’interlocuzione attiva con la Procura per una ricostruzione corretta, convinti che emergerà la sua completa innocenza. Era al servizio dell’azienda e ha lavorato per il suo bene», hanno dichiarato Giuseppe Iannaccone e Daniele Ripamonti, legali di Lucia Morselli. Non è la prima volta che quest’ultima finisce nel mirino dei pm: era già stata indagata per lo stesso reato dalla procura di Milano, che aveva poi archiviato il caso. Ora è sotto inchiesta anche a Taranto con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata all’inquinamento, disastro ambientale e truffa ai danni dello Stato. Nel frattempo, nel luglio dello scorso anno ArcelorMittal ha promosso a Washington un arbitrato internazionale contro l’Italia, sostenendo l’illegittimità del commissariamento e del sequestro degli impianti. Il nuovo fronte giudiziario si apre mentre l’esecutivo sta nuovamente tentando di cedere il complesso siderurgico. Tra i soggetti indicati come interessati figurano Jindal Steel, il fondo statunitense Flacks e una cordata italiana guidata da Federacciai, mentre non risulta formalizzata una proposta del gruppo ceco Ce Industries. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha riconosciuto come al momento ci sia «solo Jindal», precisando che le altre offerte sono ancora in preparazione o in attesa di formalizzazione. The post «Saccheggio» da 7 miliardi: la Procura di Milano indaga sull’ex Ilva appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 28, 2026
L'INDIPENDENTE
I Giochi del Mediterraneo a Taranto: la messinscena del riscatto – di Franco Oriolo
Taranto è uno dei luoghi in cui le contraddizioni del cosiddetto sviluppo sono più evidenti. Per decenni questa città ha pagato il ricatto tra lavoro e salute, la devastazione ambientale e la subordinazione del territorio agli interessi della grande industria. Oggi continua a convivere con precarietà, difficoltà reddituali, emigrazione giovanile, crisi demografica, problemi sanitari [...]
August 19, 2026
Effimera
Ex Ilva, l’ennesimo capitolo nella dismissione coatta della fabbrica
Nei giorni scorsi, per la sesta volta consecutiva in 14 anni, la magistratura si è espressa per la chiusura delle aree a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto. La motivazione è sempre la stessa. Quelle aree produttive continuano a essere una bomba ambientale e sanitaria piazzata sotto i piedi […] L'articolo Ex Ilva, l’ennesimo capitolo nella dismissione coatta della fabbrica su Contropiano.
August 2, 2026
Contropiano
L’Ilva è un pericolo per la salute, la Corte d’Appello: bonifica o deve chiudere
La produzione dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto dovrà fermarsi entro tre mesi, a meno che non si provveda alla bonifica dell’amianto ancora presente negli impianti e alla riduzione delle emissioni di polveri sottili entro i livelli ritenuti compatibili con una produzione di sei milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Milano, che ha accolto i ricorsi presentati da due gruppi di cittadini tarantini. Secondo la Corte, come riportato nella sentenza, l’amianto è legato al mesotelioma, presente a Taranto e Statte in misura quattro volte superiore all’atteso. Restano circa 2.000 chili di materiale da smaltire, che l’azienda ritiene eliminabili solo a fine ciclo degli impianti. La Corte ha inoltre evidenziato che l’attuale sistema produttivo non è sostenibile nemmeno dal punto di vista climatico. Nello specifico, il provvedimento concerne il cuore produttivo dello stabilimento, in cui hanno luogo le lavorazioni degli altiforni. La riapertura degli impianti sarà possibile solo dopo la completa rimozione dell’amianto e l’adozione delle misure necessarie per riportare le concentrazioni di PM10 e PM2,5 entro i limiti di sicurezza previsti dalle norme ambientali. «Appare evidente che la domanda dei cittadini, come formulata nella memoria del 30 settembre 2025 e ribadita in sede di reclamo, è stata comunque motivata, prima e dopo l’Aia 2025, dal rischio di pregiudizio del diritto alla salute e del diritto al clima – si legge nella sentenza -. Le domande dei cittadini non possono essere considerate generiche perché sono state puntualmente dedotte le ragioni in base alle quali la gestione dello stabilimento genera il rischio di danno alla salute, con specifico riferimento, tra l’altro, a svariate e individuate sostanze nocive», nonché «l’inadeguatezza, tempo per tempo, degli accorgimenti utilizzati da Ilva per scongiurare il pericolo di malattie legate all’inquinamento» e «le ingiustificate dilazioni nella realizzazione di interventi idonei a scongiurare i rischi, come consentite da disposizioni dell’Aia 2025 in tesi illegittime». I giudici hanno puntualizzato come l’amianto risulti «l’unica causa nota che provoca il tumore maligno alla pleura (mesotelioma da asbesto), che si presenta in misura quattro volte superiore, rispetto all’atteso, nella popolazione di Taranto e Statte». Secondo la Corte, la «omessa prescrizione sulla rimozione dell’amianto nell’Aia 2025 si pone in aperto contrasto, per due profili, con le statuizioni della sentenza Corte di Giustizia Ue pronunciata nel corso del procedimento di primo grado, a seguito del rinvio pregiudiziale operato dal Tribunale». «Deve darsi per scontato che le polveri sottili sono nocive e che presentano rischio per la salute – scrivono ancora i giudici -. Basti considerare che le varie Aia che si sono succedute nel tempo hanno prescritto continui monitoraggi: all’evidenza essi non sarebbero stati necessari se si trattasse di emissioni innocue». Nel provvedimento si legge che le Valutazioni di danno sanitario (Vds) succedutesi nel tempo «hanno dato atto che, nonostante il mancato superamento dei valori limite di cui al dlgs 155/2010, si sono verificate nelle aree a rischio eccessi di mortalità e spedalizzazione in percentuale significativamente maggiore rispetto ad altre zone più lontane dallo stabilimento». La decisione della Corte d’Appello ha spinto il governo Meloni a intervenire con urgenza per limitare le conseguenze sul futuro dell’ex Ilva. Dopo una riunione straordinaria a Palazzo Chigi, il Consiglio dei ministri ha infatti dato l’ok a un nuovo finanziamento da 100 milioni di euro per garantire la continuità operativa del comparto a freddo, confermando il tavolo di confronto con i sindacati. La sentenza, infatti, rischia di compromettere anche il percorso di cessione dell’azienda, avviato nei mesi scorsi nell’ambito dell’amministrazione straordinaria. Negli ultimi mesi l’esecutivo aveva portato avanti una trattativa con potenziali investitori internazionali al fine di individuare un acquirente dell’intero gruppo e rilanciare la produzione. Finora il governo aveva autorizzato altri due prestiti: 149 milioni di euro ad aprile e 100 milioni di euro nelle settimane successive. Le garanzie per migliaia di lavoratori, preoccupati dal rischio di nuovi periodi di cassa integrazione o della perdita del posto di lavoro, saranno al centro del confronto con le organizzazioni sindacali, le quali chiedono che la tutela dell’ambiente e della salute pubblica proceda di pari passo con la salvaguardia dell’occupazione e della capacità produttiva del polo siderurgico. The post L’Ilva è un pericolo per la salute, la Corte d’Appello: bonifica o deve chiudere appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 28, 2026
L'INDIPENDENTE
Il fallimento dello Stato italiano: tre casi sotto gli occhi
I braccianti bruciati vivi; due famiglie sotto i riflettori (e con le istituzioni in tilt); e la vicenda dei morti per inquinamento industriale: Savona, Taranto e la provincia di Alessandria sono le “primatiste”. Riprendiamo due articoli di Umberto Franchi   PRIMO EPISODIO: STRAGE DEI BRACCIANTI. CHI SONO GLI ASSASSINI ?   In galera  ci sono i due caporali esecutori dei
Un Altro Salento. Carta non solo turistica
Siamo abituati al racconto del Salento come luogo idilliaco, alla narrazione romantica fatta di scorci magnifici, sabbie dorate, erbette di campo e ricci di mare, anziani sorridenti e giovani abbronzati. Ma le cose stanno davvero, soltanto, così? C’è una nuova mappa (non solo) turistica del Salento. Non mostra gli attrattori, le cose belle, le chicche di un territorio di grande
WORKING CLASS HEROES: FUORI E DENTRO L’EX ILVA DI TARANTO SI CONTINUA A MORIRE
Benvenuti e benvenute a una nuova puntata di Working class heroes, la trasmissione quindicinale che tratta i temi del lavoro sulle frequenze di Radio Onda d’Urto ogni due lunedì nello spazio Cassetta degli Attrezzi. Nella puntata di lunedì 16 marzo siamo tornati su una vicenda che vede da decenni nella città di Taranto una divisione molto forte e che ruota attorno all’ex acciaieria più grande d’Europa: il conflitto tra la tutela della salute e la tutela del lavoro, tra chi pensa che si possa tutelare la salute mettendo in sicurezza dal punto di vista ambientale l’acciaieria e chi invece ritiene che l’unica soluzione sia chiuderla, convertirla, farci qualcosa d’altro. Prima di partire, qualche numero per capire e ribadire l’importanza di questa città nella città che da tempo il governo vorrebbe vendere. L’ex Ilva oggi si chiama Acciaierie d’Italia ed è in amministrazione straordinaria. La produzione è lontana da quella che renderebbe sostenibile l’azienda, circa 6milioni di tonnellate di acciaio, e che permetterebbe di rimettere al lavoro le circa 8mila persone coinvolte, e altre 1.600 che nel 2018 il gruppo ArcelorMittal, quando era entrato nella proprietà, si era riservato di assumere. Per farlo bisognerebbe arrivare a 8 milioni di tonnellate di acciaio prodotte all’anno. Attualmente circa 4.450 persone sono in cassa integrazione. Gli altoforni sono obsoleti, la manutenzione non è adeguata, e nell’ex Ilva si continua a morire sia dentro che fuori. Sono già due gli omicidi sul lavoro in questo 2026. L’ultimo è stato l’operaio Loris Costantino, aveva 36 anni: due settimane fa lavorando per conto della ditta di pulizie Gea Power è caduto da un’altezza di circa 10 metri perché è crollata la superficie dove stava camminando. Il 12 gennaio era morto Claudio Salamida, operaio di 46 anni, anche lui cadendo. E poi la morte fuori. Una sentenza recentissima del tribunale di Milano chiede che si sospenda la produzione della fabbrica se entro il prossimo 24 agosto non vengono attuate alcune prescrizioni. In sostanza, l’autorizzazione integrata ambientale non è stata giudicata sufficiente. I cittadini di Taranto rischiano ancora lesioni gravi . In questa trasmissione troverete l’opinione del giornalista Gianmario Leone, del Corriere di Taranto; di Massimo Castellana, presidente dell’Associazione genitori tarantini; Francesco Rizzo, operaio ex Ilva e del direttivo nazionale del sindacato USB. Ascolta o scarica
March 17, 2026
Radio Onda d`Urto
TARANTO: SCIOPERO ALL’EX-ILVA DOPO L’ENNESIMA MORTE SUL LAVORO
La mattina di lunedì 2 marzo 2026, all’ex-Ilva di Taranto, è morto sul lavoro un operaio di 36 anni, caduto da un’altezza di 10 metri mentre effettuava operazioni di pulizia all’ex Siderurgico. La pedana sulla quale camminava ha ceduto. Si tratta del secondo infortunio mortale dall’inizio del 2026 allo stabilimento di Taranto. Per questo i sindacati hanno indetto uno sciopero di 24 ore, anche nello stabilimento di Genova. L’astensione dei lavoratori diretti è terminata all’alba di oggi, martedì 3 marzo, mentre i lavoratori dell’indotto hanno deciso di andare avanti con lo sciopero fino alle ore 15. Nei primi due mesi del 2026, 142 lavoratori e lavoratrici sono morti di lavoro in Italia. Su Radio Onda d’Urto è intervenuto Francesco Rizzo, di Usb Taranto. Ascolta o scarica.
March 3, 2026
Radio Onda d`Urto