Cosa sappiamo del viaggio del capo della CIA a Mosca
A due giorni dalla visita del direttore della CIA nella capitale russa, il vero
obiettivo della missione resta ancora avvolto nel mistero, alimentato dalle
versioni contrastanti filtrate da Washington e Mosca. Secondo i media americani,
John Ratcliffe avrebbe portato un avvertimento a non mettere alla prova la NATO,
in particolare sul fianco baltico. Donald Trump ha invece minimizzato definendo
il viaggio «semi-routine», aggiungendo che «potrebbe venirne fuori qualcosa di
buono», perché gli Stati Uniti stanno «lavorando sodo per porre fine a questa
guerra». Una spiegazione che non chiarisce, tuttavia, perché per consegnare quel
messaggio sia stato mobilitato personalmente il capo della CIA in una delle
missioni più insolite degli ultimi anni.
A rendere ancora più difficile decifrare il viaggio è ciò che emerge dalle
indiscrezioni americane. Secondo il Wall Street Journal, l’intelligence
statunitense avrebbe rivisto al rialzo il rischio che Putin possa tentare di
testare direttamente la capacità di reazione della NATO, soprattutto nell’area
baltica: non necessariamente con un’invasione su larga scala, ma attraverso
incursioni territoriali, cyberattacchi, sabotaggi o altre operazioni ibride
sufficientemente aggressive da costringere l’Alleanza a decidere se e come
reagire. Una valutazione che modifica almeno in parte le precedenti previsioni
americane, secondo cui Mosca avrebbe evitato di provocare direttamente la NATO
finché impegnata nella guerra in Ucraina. Sullo sfondo rimane anche l’ipotesi di
una nuova mobilitazione russa dopo le elezioni. Ma quello della NATO potrebbe
essere stato soltanto uno dei dossier affidati a Ratcliffe. CBS e Politico
riferiscono, infatti, che il direttore della CIA avrebbe esortato la Russia a
ridurre il suo sostegno militare ed economico all’Iran e avrebbe prospettato
nuove sanzioni qualora lo Stretto di Hormuz non venisse riaperto al traffico
marittimo.
Su un punto, intanto, Mosca ha fatto chiarezza. Il portavoce del Cremlino Dmitry
Peskov ha confermato che Ratcliffe ha incontrato funzionari dei servizi di
sicurezza russi, ma non Vladimir Putin, che sarebbe stato comunque
immediatamente informato dell’esito dei colloqui. Giovedì è arrivata anche la
conferma di Sergey Naryshkin, direttore del Servizio di intelligence estera
russo (SVR): «L’incontro ha avuto luogo e non c’è nulla di insolito», ha
dichiarato ai giornalisti. La natura della missione sembra del resto emergere
anche dalle sue modalità. Ratcliffe è arrivato a bordo di un Boeing C-17A
Globemaster III dell’aeronautica statunitense, partito dalla Joint Base Andrews
e transitato da Riga; il volo era rintracciabile attraverso i normali servizi di
monitoraggio e, dopo l’atterraggio a Vnukovo, a Mosca è stato avvistato anche un
corteo di auto diplomatiche americane. Una visita discreta, dunque, ma
tutt’altro che invisibile, e sufficientemente breve da suggerire agli
osservatori una missione destinata soprattutto a consegnare un messaggio, più
che ad aprire un vero negoziato. Il precedente, peraltro, è significativo: nel
novembre 2021 l’allora direttore della CIA William Burns era stato inviato a
Mosca per mettere in guardia la Russia contro un’invasione dell’Ucraina. Che
Washington considerasse la missione particolarmente delicata emerge anche dalle
precauzioni prese prima dell’arrivo di Ratcliffe. Secondo fonti citate dalla
stampa americana e ucraina, Washington aveva informato Kiev dell’arrivo della
delegazione e chiesto di limitare temporaneamente gli attacchi contro Mosca, San
Pietroburgo e altre aree settentrionali della Russia. Il Kyiv Independent
riferisce che Kiev avrebbe accettato di sospendere gli attacchi contro le due
città tra il 24 e il 26 agosto.
A rendere ancora più singolare la giornata moscovita è stata la contemporanea
presenza nella capitale russa di Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per
i Rapporti con gli Stati, che ha incontrato Sergei Lavrov ribadendo la
disponibilità della Santa Sede a offrire i propri «buoni uffici» per favorire
una soluzione della guerra in Ucraina. Due missioni formalmente distinte e senza
collegamenti accertati, ma svoltesi quasi in parallelo: da una parte il capo
della CIA, dall’altra il responsabile della diplomazia vaticana. A infittire
ulteriormente il quadro è poi emersa un’anomalia nella numerazione dei decreti
presidenziali russi. Sul portale ufficiale degli atti giuridici, dopo il decreto
604 del 24 agosto compaiono il 25 agosto i numeri 608, 609 e 610. Il salto nella
numerazione ha portato The Moscow Times e altre testate a sostenere che i numeri
605, 606 e 607 corrispondessero a tre decreti non pubblicati e, dunque,
secretati, ipotesi contestata da fonti russe secondo cui i documenti sarebbero
invece consultabili.
Mentre Washington manda il capo della CIA a Mosca, a Kiev si allarga un nuovo
fronte interno. Dall’inchiesta anticorruzione “Forrest Gump” è riemerso il nome
di Timur Mindich, ex socio di Zelensky nella società televisiva Kvartal 95 e
oggi latitante in Israele. Secondo quanto sostenuto in aula dalla Procura
specializzata anticorruzione (SAPO), Mindich avrebbe fornito parte del denaro
contante destinato all’operazione con cui furono raccolti e riciclati 150
milioni di grivne, circa 2,9 milioni di euro, utilizzati per pagare la cauzione
dell’ex ministro Herman Halushchenko. Gli inquirenti sostengono che i fondi, di
presunta origine illecita, sarebbero stati fatti transitare attraverso
operazioni fittizie e la banca pubblica Sense Bank per trasformarli in denaro
apparentemente lecito. Le accuse sono ancora da provare in giudizio, ma il nome
di Mindich costituisce ormai un filo che attraversa tre grandi inchieste
dell’ultimo anno – “Midas”, “Dynasty” e “Forrest Gump” – arrivando all’ex
vicecapo dell’Ufficio del presidente Iryna Mudra. Un elemento che rende ancora
più fragile il quadro politico ucraino proprio mentre la diplomazia sembra
spostarsi, almeno in parte, fuori da Kiev.
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