«Il movimento cresce e tutto il mondo guarda a Gaza, mai stato così»
di Andrea Fabozzi,
Il manifesto, 14 ottobre 2025.
Intervista a Jeremy Corbyn ospite della prima «manifestival»: altro che marce di
odio, sono prove di unità. L’opinione pubblica è cambiata.
Jeremy Corbyn per le strade della Garbatella durante la Manifestival. Sara
Nicomedi
Domenica alla Garbatella, Roma, le vedevamo già le persone radunarsi davanti al
grande schermo, mentre accompagnavamo Jeremy Corbyn per le strade assolate del
quartiere diretti al dibattito con Irene Montero e Manon Aubry che abbiamo
dovuto trasmettere all’esterno per chi non è riuscito a entrare. Il teatro era
pieno.
Grazie di aver accettato l’invito alla prima edizione della «manifestival»,
Jeremy.
Grazie al manifesto per avermi invitato. È un vero piacere essere qui con voi. E
voglio ringraziare tutti quelli che in Italia si battono per la libertà dei
palestinesi e contro il ritorno dell’estrema destra in Europa.
Questo potrebbe essere il primo giorno che Israele non bombarda a Gaza.
Ovviamente siamo tutti felici che le uccisioni siano finite, anche se solo
adesso. Bene. Ma il piano di pace di Trump non è un piano di pace per i
palestinesi. È un piano di pace per Israele. È un piano di pace per gli
imprenditori. È un piano di pace per chi vuole controllare il popolo
palestinese. Nessun palestinese ha partecipato alla stesura di questo piano.
Tu sei reduce da a un enorme corteo per la Palestina a Londra.
Sì, le stime dicono che eravamo tra i 600mila e i 750mila. È stata la
trentaduesima manifestazione nazionale dall’ottobre di due anni fa e io ho
partecipato, e parlato, sempre. E sempre ci sarò, per quanto tempo possa
volerci. Devo dire che non ho mai visto un momento in cui nel Regno Unito ci sia
stato tanto interesse per una questione internazionale. E mi occupo di politica
da tutta la vita. Ci sono stati momenti in cui il disarmo nucleare era una
questione importante, ma questa è più grande. Ci sono stati momenti, alla
vigilia della guerra in Iraq, in cui l’attenzione era enorme. Ma questa volta è
di più. E non ho mai visto un momento in cui la gente esaminasse così da vicino
il comportamento dei parlamentari e le loro votazioni. Tempo fa, era un giovedì
mattina, tornavo a casa a piedi dopo una riunione e la gente mi si avvicinava
per ringraziarmi del mio voto per il cessate il fuoco. Non succede normalmente.
In genere la gente non si preoccupa di sapere cosa fanno i membri del parlamento
o come hanno votato.
Le manifestazioni diventano sempre più grandi, qui in Italia in una settimana
abbiamo avuto due scioperi generali e milioni di persone in piazza. Secondo te
sta nascendo un movimento globale che va oltre il tema della Palestina?
Le manifestazioni sono cresciute anche perché sono state attaccate dai governi.
È successo in Italia come in Gran Bretagna dove sono state attaccate sia
dall’ultimo governo conservatore che dal successivo governo laburista. Le hanno
definite marce dell’odio. Ma partecipano musulmani, ebrei, indù, cristiani,
buddisti, tutti quanti: sono marce di unità. Il governo ha cercato di vietarle,
ma non ci è riuscito perché noi avremmo comunque presentato ricorso alla Corte
Suprema. Si tratta di un movimento sociale più ampio? Sì. Ma penso che dovremmo
essere un po’ cauti nel dare per scontato il risultato solo perché abbiamo
queste grandi manifestazioni sulla Palestina. Ci sono molte persone che
partecipano a queste manifestazioni, anche con un punto di vista politico, per
lo più spinte dall’indignazione morale per ciò che vedono accadere ai bambini di
Gaza. E questo è giusto, certo. Nelle ultime elezioni generali, i candidati che
hanno espresso chiaramente il loro sostegno al cessate il fuoco e ai diritti del
popolo palestinese, come ho fatto io, hanno ottenuto risultati nettamente
migliori rispetto a tutti gli altri. Da allora, in Parlamento, abbiamo
concentrato le nostre attività sulla Palestina e Gaza e continueremo a farlo.
Portiamo alla luce il commercio di armi britannico, la cooperazione in materia
di sicurezza con Israele, che continua ancora oggi, e l’uso delle basi della
Royal Air Force da parte di Israele. E ora anche l’addestramento dei soldati
israeliani in Gran Bretagna. Abbiamo un governo guidato da un avvocato per i
diritti umani che contesta il concetto di genocidio. È un mondo davvero strano.
Tu hai sperimentato con qualche anticipo le accuse di antisemitismo in risposta
alle critiche a Israele, un uso molto spregiudicato e pericoloso di un tema che
però esiste e va affrontato.
Il mio caso è chiaro, sono stato attaccato senza pietà per il mio sostegno alla
Palestina. Sono stato il primo leader del partito Laburista a sostenere
inequivocabilmente la Palestina. È andata così come te la racconto: eravamo al
congresso del Labour del 2018 quando, in un punto particolare del mio discorso
di insediamento, ho detto: «Siamo qui per sostenere il popolo palestinese. Siamo
qui per la loro giustizia. Sono contro l’occupazione». L’intera sala è esplosa
in un mare di bandiere palestinesi. Il giorno dopo, accidenti, i media
mainstream mi hanno attaccato. «Questo è l’antisemitismo di Corbyn in azione».
Da allora in poi l’accusa ha monopolizzato il dibattito su di me. Malgrado io
abbia sempre detto, e voglio farlo anche adesso, che il razzismo, in qualsiasi
forma, è sempre malvagio e vile. L’antisemitismo è una forma vile di razzismo,
così come lo è l’islamofobia. Devi sapere che quando negli anni Trenta i
fascisti cercarono di marciare attraverso i quartieri ebraici di Londra, mia
madre era lì a difendere la comunità ebraica. È da queste cose che vengo io.
Sei contro l’Unione Europea del riarmo, su questo non ci sono dubbi, ma vorrei
capire se immagini che la soluzione dei problemi che ti stanno a cuore, quelli
della classe lavoratrice, dei poveri e delle persone ai margini, essenzialmente,
vada cercata in una dimensione europea o nazionale.
Le mie critiche all’Unione Europea riguardavano la sua strategia economica di
libero mercato, il suo sostegno alle privatizzazioni e il suo tentativo di
impedire l’intervento dello stato nelle imprese. Tuttavia, nel referendum del
2016, ho fatto campagna per rimanere nell’Unione Europea e per la sua riforma.
Mi sono rifiutato di partecipare a piattaforme che includessero la destra. Il
risultato del referendum è stato quello che è stato. La Gran Bretagna rientrerà
nell’UE? No, non credo. Ma quello che trovo allarmante è che Starmer voglia
aderire agli aspetti militari e di sicurezza dell’Unione. Mentre bisognerebbe
lavorare, Gran Bretagna e UE insieme, sul messaggio di pace, sul disarmo, sugli
investimenti nel sociale piuttosto che nell’industria degli armamenti.
E tutto il resto? L’economia e le politiche sociali? Guardi o no all’Europa?
A parte il fatto che il riarmo condizionerà pesantemente qualsiasi scelta
economica, dobbiamo ricordarci che tutti i cittadini si trovano ormai di fronte
alle stesse forze economiche. Le stesse aziende. Uber, Deliveroo, Starbucks,
Amazon operano ovunque. E ovunque danneggiano le strutture e le pratiche
occupazionali. Abbiamo bisogno di una maggiore unità dei sindacati e della
sinistra in tutta Europa ed è per questo che, da quando ho lasciato la guida del
Labour, ho dedicato molto tempo a lavorare con la sinistra in tutta Europa. E
continuerò a farlo. I messaggi fondamentali di Your Party, il partito che ora
abbiamo fondato e che terrà la sua conferenza costitutiva a novembre, sono la
giustizia sociale e politica, la proprietà pubblica dei servizi principali, in
particolare l’acqua, le poste, le ferrovie, la sostenibilità ambientale. E poi
la sfida all’estrema destra contestando la sua ideologia ma anche affrontando le
questioni che essa sfrutta, come la povertà, le cattive condizioni abitative, il
lavoro precario e, naturalmente, sulla scena globale, le questioni della pace
piuttosto che delle armi nucleari e della guerra. Sono molto fiducioso che Your
Party possa diventare una realtà molto importante nel panorama della sinistra
europea e saremo lieti di collaborare con voi.
Quale sarà il nome definitivo di questo partito? Includerà un riferimento al
socialismo?
Beh, è una scelta che faremo democraticamente. Quando discutevamo del nome nel
mio ufficio a un certo punto mi sono appoggiato allo schienale della sedia e ho
detto: «Sentite, non mi interessa come si chiamerà. Voglio solo che si
realizzi». «Ma è il tuo partito, no?», mi hanno risposto. Ci è piaciuto e
abbiamo registrato questo nome ma poi abbiamo invitato i sostenitori a proporne
altri e li stiamo votando. Your Party sta andando piuttosto bene. Ci sono altri
che vogliono chiamarlo Partito di Sinistra o Partito del Popolo. C’è chi ha
proposto Partito Robin Hood e chi Partito Peter Pan. Abbiamo tutti i tipi di
nomi stravaganti. Io cerco qualcosa di breve, inclusivo e che si ricordi. Anzi
se voi del manifesto avete un’idea…
Volentieri Jeremy, ma siamo più bravi con i titoli del giornale.
Andrea Fabozzi è un cronista parlamentare, al manifesto dal 2001, insegnante di
giornalismo a Unisob dal 2010. È direttore del manifesto dal 2023.
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