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Neige Sinno / Leggere “La Realidad” dopo “Triste tigre”
La Realidad di Neige Sinno è stato scritto prima di Triste tigre, ma pubblicato dopo, quando Triste tigre aveva già ricevuto un riconoscimento internazionale straordinario, culminato in Francia con premi come il Prix Femina e il Prix Goncourt des lycéens e, in Italia, con il Premio Strega Europeo nel 2024. Questa inversione cronologica non è un dettaglio editoriale: è una chiave di lettura. Penso che i due libri vadano letti insieme, perché insieme si rafforzano e si chiariscono. La Realidad è il libro che prepara; Triste tigre è il libro che dice. La Realidad nasce come cronaca dei viaggi dell’autrice in Messico (Paese che diventerà anche la sua casa per molti anni, fino a farne una cittadina messicana, madre di una figlia nata lì), e si configura fin da subito come testo ibrido e digressivo, capace di intrecciare memoir, riflessione postcoloniale e saggio letterario. Proprio questi caratteri ne fanno un libro sorprendentemente fresco, non irrigidito in una forma definitiva, attraversato da un movimento continuo di ricerca. È anche un primo libro, nel senso più profondo: il luogo in cui l’autrice cerca la propria voce, ne mette alla prova i limiti, accetta l’oscillazione e l’incertezza come parte integrante del processo. Sinno arriva in Messico per la prima volta alla fine degli anni Novanta, poco più che ventenne, durante il periodo di studio negli Stati Uniti: è il viaggio iniziale raccontato in La Realidad, destinato al fallimento ma decisivo nel segnare il resto della sua vita e della sua scrittura. Al centro non c’è lo zapatismo come oggetto politico da spiegare, né la volontà di parlarne dall’esterno, bensì una domanda che attraversa tutto il testo: con quale diritto una persona occidentale è lì? Con quale linguaggio, con quale posizione, con quale pretesa. Tutto prende avvio dall’amicizia tra Netcha e Maga e da un progetto tanto visionario quanto sproporzionato: raggiungere il subcomandante Marcos nel villaggio di La Realidad per consegnargli due volumi di teoria marxista. Il viaggio in Chiapas è carico di aspettative, ma procede per inciampi, deviazioni e arresti improvvisi, fino a interrompersi per una ragione quasi banale: un autobus che non passa, un collegamento che salta. Non c’è un grande evento tragico o politico a fermarle, ma un dettaglio materiale, prosaico, che rende evidente la distanza tra il progetto immaginato e la realtà dei luoghi. È proprio questo fallimento, tanto concreto quanto anticlimatico, a generare il pensiero. Netcha avverte presto l’inadeguatezza dell’impresa, il sospetto che quella non sia “la sua battaglia”, che insistere significhi occupare uno spazio che non le appartiene. Maga, al contrario, incarna l’ostinazione idealista, la convinzione che sia necessario andare avanti, anche senza sapere come. Tra queste due posture si apre una frattura che è insieme politica e affettiva, e che segna la fine del loro viaggio comune. È in questo contesto che avviene l’incontro con Bárbara, un’attrice incontrata a San Cristóbal de las Casas, figura laterale ma decisiva. La sua presenza, lontana da ogni esotismo, inserita in un paesaggio di case in rovina, introduce uno scarto netto nello sguardo delle due viaggiatrici. Il suo “Non capite niente” non è un rimprovero morale, ma una constatazione secca, che obbliga a fermarsi e a riconsiderare tutto. Da qui La Realidad diventa un lungo lavoro di smontaggio dello sguardo occidentale, a partire dal linguaggio. Sinno sceglie consapevolmente di usare il termine “indiani” invece di “indigeni”, non per legittimarlo, ma per esporre l’errore da cui nasce: una parola sbagliata che, nel tempo, si è trasformata in una decisione presa sull’identità, e quindi sulla definizione, di intere popolazioni. L’interrogativo sul nome si innesta anche su un ricordo personale. Da ragazza, in Francia, l’autrice aveva visto arrivare nel proprio villaggio gruppi di nativi americani invitati come portatori di un’alterità mitizzata, osservati, nominati, interpretati dall’esterno. Ora paradossalmente la posizione si rovescia: è lei a trovarsi dall’altra parte dello sguardo. Dare un nome all’altro, sognarne la cultura, proiettarvi un desiderio di autenticità o di salvezza emerge così come un gesto tutt’altro che neutro, e come uno dei nodi centrali del libro. È a partire da questo limite che si definisce il proprio dell’autrice. Sinno riconosce di non capire e, proprio per questo, non invade campi che non le appartengono. Il suo terreno non è l’analisi politica diretta, né la presa di parola militante, ma la scrittura. La comunanza che emerge è con una costellazione di autori che il Messico lo hanno attraversato accettando di non poterlo spiegare fino in fondo: Antonin Artaud, J. M. G. Le Clézio, Roberto Bolaño. Figure diverse, che in modi differenti hanno fatto dell’attrito tra immaginario e realtà un luogo di scrittura. In questo solco si colloca anche Sinno, che assume quello scarto come spazio di verità possibile. Non la Verità, ma – come scrive – una “piccola verità”, nata da un “piccolo cammino”, non generalizzabile né appropriabile. La forma del libro riflette questa scelta: ritorni, deviazioni, ripetizioni. La Realidad resta volutamente aperto, e proprio questa apertura, tipica di un primo testo che cerca la propria misura, ne costituisce una delle qualità più evidenti. I ritorni successivi in Chiapas – l’esperienza della Escuelita zapatista nel 2013 e, più tardi, quella degli Incontri internazionali delle donne che lottano nel 2018 – spostano il rapporto con l’azione politica dalla fascinazione all’ascolto, dalla teoria alla vita quotidiana. È in questi spazi collettivi che Sinno intravede qualcosa del “reale”: uno sforzo concreto per coltivare la vita. Eppure, proprio qui affiora una verità disturbante. Anche nei contesti più consapevoli, anche nei mondi che si vogliono alternativi e giusti, c’è qualcosa che non si dice. In La Realidad questo indicibile resta sullo sfondo, come un vuoto strutturale: la violenza sui bambini il tema di Triste tigre. Non viene tematizzata apertamente, ma la sua assenza pesa. È alla luce di questo silenzio che La Realidad trova retroattivamente il suo senso pieno in Triste tigre. Il primo libro prepara il terreno etico e linguistico che rende possibile il secondo. Dopo aver interrogato a lungo la legittimità della parola, Sinno arriva al momento in cui tacere non è più un’opzione. Triste tigre non smentisce La Realidad: ne è l’esito necessario. Letti insieme, i due libri formano un dittico raro. L'articolo Neige Sinno / Leggere “La Realidad” dopo “Triste tigre” proviene da Pulp Magazine.
Antonio Alatorre / Un romanzo incompiuto e segreto
In questi climi editoriali dalle identità confuse, alcune case editrici coraggiose stanno offrendo ai lettori proposte di qualità certa. Una di queste è la giovane Ventanas, che si era già distinta con un romanzo candidato al Premio Strega 2025; presentare al mercato italiano un romanzo autobiografico, postumo, di uno dei più grandi linguisti e filologi messicani, è una scelta, oltre che audace, originale e consapevole. L’emicrania è un ritrovamento di cento pagine di scrittura a macchina piena di annotazioni di Alatorre; i figli dopo la sua scomparsa scoprono il manoscritto del padre e decidono di portarlo alla luce, il testo è incompleto, il critico non è riuscito a ultimarlo. Dopo essersi consultati tra loro, scelgono, rispettando l’essenza del libro, di dargli una conclusione. Per loro è una sorpresa, Alatorre nella sua vita e carriera ha scritto un numero inquantificabile di articoli per la rivista da lui fondata, “Pan”, e svariati testi di critica letteraria su “Revista Mexicana de Literatura”, ma quello che hanno tra le mani è una scoperta di natura diversa, un romanzo autobiografico in cui l’uso della lingua scorre con una teatrale e poetica musicalità. «… oltre alla stesura di recensioni, a volte con uno pseudonimo, per non dare l’impressione che fossero uscite dalla penna di una sola persona: un lavoro certosino e invisibile, poiché era la rivista a dover brillare non il suo responsabile». Per apprezzare L’emicrania è necessario apprendere l’ecclettica poliedricità e la vasta cultura di questo intellettuale; la prefazione di Martha Lilia Tenorio, ricercatrice universitaria, studentessa di Alatorre, ci permette di entrare in un mondo determinato dalla conoscenza della lingua e del suo uso, ma non solo, con obiettività mostra brevemente la carriera di un uomo che ha basato tutta la sua vita sulla diffusione della letteratura nel suo paese. Il critico letterario è nel giardino di casa, in un grigio pomeriggio afoso, seduto, contempla l’assenza di movimento delle nuvole in un cielo compatto e saturo, la moglie gli offre un gin tonic e un malessere a lui familiare lo assale, l’emicrania sopraggiunge e da questo momento il lettore viene calato in un viaggio sensoriale che ha del metafisico e, allo stesso tempo, ha il sapore della destrutturazione e della derealizzazione dell’essere investito da quel dolore offuscante che è l’emicrania. «L’emicrania è una invasione poderosa è terribile, un morso rilucente, azzurro e giallo. Si muove con un zigzag spigoloso e velocissimo, dall’alto verso il basso e non si esaurisce mai, anzi si riproduce alla stessa velocità, atrocemente silenziosa, oscillando rasente al campo visivo…» Ma il dolore provato dall’anziano professore in giardino appare come un pretesto letterario per unire i tasselli della sua vita nella quale il malessere compariva inaspettatamente; la narrazione ci porta quindi in un altro tipo di viaggio, quello della sua giovinezza, la scoperta dei suoi talenti in campo letterario e musicale, e la rivelazione dello sbocciare del corpo in un contesto come quello del seminario, sua casa di apprendimento culturale negli anni dell’adolescenza. «È bello che esistano i meli e l’aria, e che esista una lezione stilistica per instillarci raffinatezze». Ed è quello che è L’emicrania, un romanzo dalla prosa raffinata ed elegante in cui la cifra stilistica dell’autore ha il marchio della tecnica corretta dell’uso della lingua. Non solo, un’occasione per conoscere una mente brillante e devota alla letteratura. L'articolo Antonio Alatorre / Un romanzo incompiuto e segreto proviene da Pulp Magazine.