I clan sfidano Hamas. È l’altra guerra di Gaza
di Alaa Al Nafoura,
Il Manifesto, 12 ottobre 2025.
Crescono d’intensità gli scontri tra le autorità della Striscia e una decina di
gang criminali bene armate, dedite ai saccheggi e ai traffici illegali, a cui
l’esercito israeliano copre le spalle. Un conflitto interno rischia di
incendiarsi in pochi giorni.
Il saccheggio di un camion di aiuti a Rafah. Ap
Nella mattina di venerdì scorso, nella zona costiera di Khan Younis, un violento
scontro si è consumato attorno a Majayda Street, una zona con poche case di
residenti e molte tende di profughi da Khan Younis. La battaglia ha visto
coinvolti membri della famiglia Majayda pesantemente armati e polizia di Hamas
supportata da miliziani delle brigate al Qassam; sono state usate armi pesanti
per ore fino all’intervento dal cielo dei missili israeliani che hanno colpito
le forze di Hamas, con decine di vittime alla fine della giornata.
Questo episodio non è isolato e rivela la difficoltà di Hamas di controllare il
territorio che vede zone franche dove agiscono gang auto-organizzate, pezzi di
clan convertiti al crimine, storici rivali politici, famiglie di contrabbandieri
trasformatisi in paramilitari. Gli scontri si stanno sviluppando con dinamiche
complesse e diverse. Alcune famiglie sono arrivate ad assaltare strutture
pubbliche, addirittura ospedali, per vendicarsi delle uccisioni di alcuni
parenti coinvolti in saccheggi. Alcuni gruppi erano autorizzati dalle autorità,
in cambio di una tassa, a scortare armi in pugno i camion dei commercianti
privati, ma poi, ingolositi dal profitto e dalla forza dimostrata, hanno
rifiutato gli accordi ponendosi in antitesi con chi prima aveva permesso le loro
attività.
I comandi di polizia hanno cercato il dialogo con i clan, chiedendo l’isolamento
dei gruppi coinvolti nei business illegali e poi ribadendo che le uccisioni e
torture erano compiuti contro i singoli in quanto criminali e non come
componenti delle famiglie che invece, avendo centinaia o migliaia di membri,
erano parte rispettata della società o erano parte dell’amministrazione o dei
corpi della resistenza.
Ora lo scontro in campo sta aumentando vistosamente. L’IDF ha bersagliato
dall’inizio della guerra ogni rappresentante del potere a Gaza, anche i
poliziotti che scortavano gli aiuti umanitari che poi diventavano preda delle
bande criminali. Questi gangster da oltre un anno hanno rifugi nelle zone rosse
dove di solito chi si muove viene invece bersagliato dall’aviazione e
dall’artiglieria. Le Nazioni Unite, in un rapporto riservato dell’autunno
scorso, indicavano la collusione fra IDF e queste bande che derubando i camion
di aiuti alimentavano il mercato nero, privavano la popolazione di sostentamento
e gli ospedali dei materiali di prima necessità. Le bande si sono moltiplicate e
le loro operazioni non rientrano solo nell’ambito del crimine lucrativo ma sono
una sfida al controllo del territorio, al monopolio della forza con operazioni
militari contro forze di sicurezza o dell’amministrazione pubblica.
Durante i combattimenti a Gaza City uomini incappucciati hanno derubato convogli
di persone in fuga, hanno esploso colpi contro strutture sanitarie e hanno fatto
video proponendosi come antagonisti alle milizie della resistenza, operando
nelle stesse strade ma con grande libertà di movimento.
Una nuova milizia, di Hossam Al Astal, del grande clan degli Astal di Khan
Younis, sta reclutando adepti mostrando foto di cibo made in Israel, armi e
mezzi occidentali, invitando i rifugiati a trasferirsi nella zona rossa all’est
di Khan Younis dove elettricità e acqua sono abbondanti. Il gruppo si muove a
qualche chilometro dal centro città, minacciando un coprifuoco e l’invasione
dell’ospedale pubblico Nasser in quanto struttura amministrativa. Questo gruppo,
per quanto poco considerato dalla popolazione sta cercando spazio e rivendica
finanziamenti da paesi europei e del Golfo, oltre che l’evidente libertà
concessa dai comandi israeliani. Le aspirazioni di questo gruppo sono quelle di
inserirsi nello spazio che Hamas potrebbe dover cedere durante il post-tregua. E
questa ambizione trova altri gruppi pronti a collaborare.
La milizia più nota sono le Forze Popolari (Alqwat Shaibiya) capeggiate da
Yasser Abu Shabab, contrabbandiere di droga e sigarette. Proveniente da un
grande clan, i Tarabin, del sud della Palestina, quando i confini coloniali
ancora non esistevano a separare i beduini fra Gaza, Egitto, Israele.
Nei decenni parte della tribù ha sfruttato i legami transfrontalieri per
attività clandestine, rimanendo protagonista del ricco business del
contrabbando. Oggi Yasser Abu Shabab vive serenamente nella zona di
combattimento, protetto dagli Israeliani, da dove passano moltissimi convogli
carichi di aiuti e materiali umanitari.
Proprio saccheggiando centinaia di camion umanitari la fortuna di Abu Shabab ha
preso il volo. Quando i convogli lasciavano il valico israeliano di Kerem
Shalom, squadre già pronte entravano in azione nella zona chiamata dai
camionisti looting point o self-service zone, mentre dal cielo i droni
israeliani assistevano alle ruberie sparando a chi scortava i veicoli; i camion
venivano poi dirottati passando davanti alle postazioni dell’IDF, scomparendo
nel sud della Striscia, la no go area.
Le merci riapparivano dopo alcuni giorni nei mercati locali, vendute a prezzi
spropositati alimentando le casse della banda e la tensione fra abitanti della
Striscia.
Ora il gruppo è ben armato, finanziato e protetto, con ramificazioni in altre
zone e luogotenenti del nord come Rami Hales e Ghassan Al Dahini; un’indagine di
Skynews rivela come un reparto dell’IDF abbia stretti contatti con questi
paramilitari; questi stanno portando avanti una campagna di reclutamento
ostentando armi, cibo e soldi, rivelando materiale ancora impacchettato nei
contenitori della Gaza Humanitarian Fundation, fondazione statunitense che
gestisce le gabbie di distribuzione di aiuti dove le vittime sono ormai divenute
centinaia e che Medici Senza Frontiere ha definito “siti di orchestrata
deumanizzazione e uccisione”.
Ma non tutti i nemici di Hamas hanno accettato questa logica. La famiglia Al
Baker e la famiglia Dommush ad esempio, spine nel fianco di Hamas a Gaza City
per i loro business e controllo dei quartieri ovest, avevano rifiutato la
collaborazione che i servizi israeliani avevano proposto, e hanno avuto come
conseguenza le case rase al suolo dai missili dell’IDF nel mese scorso. Una
storia che ancora viene raccontata nei mercati di tutta la Striscia.
In totale le gang sono circa una decina e Israele sa che queste bande vanno
supportate, come ammesso dal premier Benjamin Netanyahu a giugno, fino quando
ritenute utili, per i molti vantaggi che esse portano alla guerra sul campo:
eseguire operazioni sporche all’interno del territorio di Gaza, come rapimenti e
eliminazioni, distrarre le forze delle Brigate Al Qassam e portarle allo
scoperto per essere colpite durante gli scontri, mettere in difficolta le
attività umanitarie senza però far ricadere la responsabilità sulla strategia
israeliana.
Questi paramilitari stanno principalmente cercando di erodere due elementi
fondamentali della amministrazione di Hamas: il controllo del territorio e il
monopolio della violenza.
I prossimi passi dopo il cessate il fuoco e lo scambio dei prigionieri
dovrebbero prevedere il disarmo dei militanti della resistenza palestinese,
privando quindi chi cerca di controllare il terreno del proprio monopolio della
forza.
Ma già venerdì, a poche ore dall’inizio della tregua, il canale social delle
cosiddette Agenzie di Sicurezza di Hamas prometteva con un comunicato muscolare
una campagna repressiva nei confronti di chi “ha compiuto saccheggi, posti di
blocco, furto di aiuti umanitari, contribuendo direttamente o indirettamente ad
aumentare la sofferenza dei cittadini”; agli “elementi criminali o
collaborazionisti” sono state date 48 ore per arrendersi. Nel pomeriggio dello
stesso giorno, la polizia ha gambizzato alcune persone nel centro di Gaza City
ricevendo applausi e commenti positivi sui social.
Posti di blocco e arresti stanno continuando, cercando di dimostrare che la
risposta al desiderio di ordine e pace passerà attraverso le forze dell’ordine e
quindi la legittimità dell’amministrazione pubblica. Ora una lista di ricercati
sta circolando, includendo i capi delle bande del nord e del sud che devono
decidere se rischiare la resa, o fidarsi della protezione israeliana e della
fedeltà dei propri accoliti.
Un conflitto interno rischia di incendiarsi in pochi giorni; se poi il piano di
Trump dovesse realizzarsi in alcuni mesi, la possibilità che si venga a creare
un vuoto politico da riempire con la violenza inquieta molto gli abitanti della
Striscia. Come ha detto pochi giorni fa Mohammed, tassista di Khan Younis: “Alla
fine della guerra, comincerà la guerra”.
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