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Non tutti gli abilitati diventeranno ordinari e per i ricercatori PNRR basta il piano straordinario
Gli associati che hanno ottenuto l’abilitazione non potranno diventare tutti ordinari. Per i ricercatori RTDA PNRR c’è un piano di reclutamento straordinario che basta e avanza. A sostenerlo non è un ordinario qualsiasi, ma Stefano Paleari, nei fatti promosso a “portavoce” o addetto alla comunicazione della commissione Zauli-Mancini per la riforma dell’università. Secondo Paleari l’abilitazione scientifica nazionale ha permesso a tutti di conseguire l’abilitazione (“todos caballeros”) tanto che siamo al massimo storico del numero di ordinari e associati. Il piano straordinario di reclutamento di ricercatori “ottenuto dalla ministra Bernini in legge di Bilancio” è volto ad offrire continuità ai “neo-assunti durante il PNRR”, promuovendo i migliori e “disincentivando il reclutamento di bassa qualità”. ———————– Come avevamo scritto la settimana scorsa è in atto uno scontro tra le due commissioni nominate dalla ministra per la riforma a pezzi dell’università. La prima è quella coordinata da Ernesto Galli della Loggia, la seconda pare sia coordinata da Zauli e Marco Mancini. Niente di questo è ufficiale perché le commissioni lavorano nella più completa opacità. E come ai tempi dell’Unione Sovietica per capire che succede si deve leggere tra le righe di quanto i membri delle commissioni fanno filtrare o scrivono direttamente per i giornali. Da questo punto di vista Stefano Paleari, membro della commissione Zauli-Mancini, deve aver assunto il ruolo di portavoce ufficiale della commissione per la sua capacità di piazzare articoli sui “giornali che contano” in cui loda l’attivismo del governo e l’operato della ministra Bernini. È a lui che la commissione Zauli-Mancini ha affidato il compito di rispondere all’articolo di Galli della Loggia, che abbiamo decrittato la settimana scorsa. Lo ha fatto con una lettera al direttore del Corriere della sera cui ha controreplicato Galli della Loggia. Partiamo proprio da quest’ultimo. Come avevamo spiegato, Galli della Loggia ha scritto il suo articolo perché il lavoro della sua commissione è finito nel cestino della carta straccia del ministero. Adesso lo dice esplicitamente: > “Grazie alla cortesia del ministro Bernini ho presieduto un gruppo di lavoro > consultivo sulla riforma dell’Università. Ma è proprio constatando che fine > esso ha fatto, e proprio dopo aver potuto grazie a esso gettare un’occhiata > all’ambiente, che ho scritto quello che ho scritto.” Quindi la commissione della Loggia è morta e tutto quello che accadrà lo suggerirà la commissione Zauli-Mancini. Diventa così interessante tentare di capire che succede in quest’ultima. La lettera di Paleari al direttore del Corriere non è particolarmente utile perché si limita, in modo anche piuttosto imbarazzante, a cantare le lodi degli interventi del governo: > “Sarebbe lungo l’elenco dei cambiamenti introdotti in questa legislatura; > basti pensare al reclutamento (per renderlo più coerente con gli standard > internazionali), all’implementazione del Pnrr, agli ultimi interventi nella > Legge Finanziaria per quest’anno, come il Fondo per la Programmazione della > Ricerca, salutato anche dai più scettici come una svolta da anni attesa dai > ricercatori”. È invece più interessante un articolo che Paleari ha pubblicato insieme a Michele Meoli nelle pagine del Sole24ore lo scorso 29 dicembre. Vi si cantano anche lì le lodi degli interventi governativi con una retorica degna dei migliori cinegiornali Luce: > “La fine dell’anno è tempo di bilanci, e mai come ora l’attività del ministero > dell’Università è intensa”. Ma se si lascia da parte la retorica, l’articolo racconta definisce la rotta adottata dalla commissione Zauli-Mancini e verosimilmente dalla ministra. Il punto dell’articolo è la numerosità dell’organico delle università, che Paleari (e Meoli) quantificano massaggiando opportunamente i dati sugli organici disponibili sul sito del MUR. Secondo Paleari (e Meoli) il numero di professori ordinari e associati è ai massimi di sempre. Questo rappresenterebbe “la prova empirica” che “il meccanismo dell’abilitazione scientifica nazionale (ASN) ha spinto al “todos caballeros”. Gli abilitati faranno pressione sugli atenei per diventare ordinari “ma è difficile che essa possa avere successo”. La priorità per il sistema universitario non è promuovere gli abilitati, molti dei quali evidentemente immeritevoli. La priorità è “disincentivare il reclutamento di bassa qualità”, “promuovendo l’attrattività dei miglior” [sic!]. E secondo Paleari (e Meoli) va in questa direzione > “il risultato ottenuto dalla ministra Bernini in legge di Bilancio con > l’emendamento che, implementando un piano straordinario di reclutamento di > ricercatori, è volto a offrire continuità anche ai neo-assunti durante il > Pnrr”. Quindi, in modo più esplicito, l’orientamento espresso da Paleari può essere tradotto così: la ASN ha illuso troppi che si sono visti consegnare una medaglietta immeritata, alimentando “aspettative” che non potranno essere soddisfatte. Il Pnrr ha assunto personale a tempo determinato raschiando il fondo del barile. Ci sono già abbastanza professori. I pochi posti disponibili per gli avanzamenti di carriera serviranno a rimpiazzare chi va in pensione; e sono più che sufficienti. Così come è sufficiente il piano straordinario per i ricercatori Pnrr. La scarsa disponibilità di posti permetterà di mettere in atto filtri che selezionino in base alla “qualità”. Il disegno è chiaro ed esplicito. I dati su cui poggia sono invece traballanti, come anticipato. Quali sono questi dati? Li vedete nella illustrazione qua sotto. Il trucco adottato da Paleari (e Meoli) consiste nel sommare insieme i ricercatori a tempo indeterminato, che la legge Gelmini mise ad esaurimento, con i ricercatori a tempo determinato post-Gelmini. Questo crea l’illusione ottica che l’università italiana sia al suo picco di professori grazie anche all’azione del governo in carica. Marcello Chiodi e Antonio Irpino in un articolo successivo hanno svelato il trucco: “Senza soffermarsi sui grafici a corredo dell’articolo, abbiamo dubbi sulla univocità del criterio di aggregazione adottato”. Hanno così prodotto una figura non così efficace, ma che ha però il pregio di aggregare (quasi) correttamente le varie tipologie di contratto. In realtà se si introduce la distinzione tra personale a tempo indeterminato e personale a tempo determinato, il quadro dell’andamento del personale docente e ricercatore cambia radicalmente. Tanto più se vengono considerati come personale a tempo determinato le ricercatrici e i ricercatori titolari di assegno di ricerca. Due dati sono però sufficienti a capire come sono andate le cose. Nel 2008, l’anno di picco gli organici universitari vedevano un totale di 62.768 professori e ricercatori a tempo indeterminato, affiancati da 12.090 assegnisti. Nel 2024 professori e ricercatori a tempo indeterminato ammontano a 50.673, cioè oltre 12.000 in meno. Se a questi sommiamo RTT e RTDB arriviamo comunque a 58.194 unità di personale, circa 4,500 unità di personale in meno. Questi ‘fortunati’ sono affiancati adesso da un esercito di circa 31,000 unità di personale precario (23.958 assegnisti e 7.521 RTDA). Ci piace ricordare che nel 2013 il prof. Paleari, allora presidente della CRUI, indicava tra le “criticità ed emergenze” che investivano il sistema universitario proprio la “Riduzione degli organici”, in particolare la riduzione del personale accademico di ruolo.   Ma Paleari come calcolava il personale di ruolo a quel tempo? Aggregando correttamente ordinari, associati e ricercatori a tempo indeterminato. Secondo Paleari nel 2013, 52.458 unità di personale di ruolo costituivano un’emergenza. Adesso che il personale a tempo indeterminato (comprensivo di RTT e RTDB) è sceso, stando ai suoi dati, a 51.111 unità, l’emergenza del personale è superata. PAROLA D’ORDINE: PRECARIZZARE La figura sotto riporta la serie storica che mostra la vera storia dell’università italiana nel corso degli ultimi 15 anni, con la progressiva sostituzione di personale a tempo indeterminato con personale a tempo determinato. Il personale a tempo determinato, con varietà di contratti crescente, ha svolto   la funzione di carne da laboratorio e da pubblicazioni che, insieme al diffuso doping citazionale, ha generato il miracolo della ricerca italiana celebrato dall’ANVUR nei suoi rapporti. Adesso si scopre che non ci sono abbastanza posti per tutti, e d’altra parte non tutti si meritano un posto: l’università, dice Paleari, ha un problema di qualità. Saranno i più bravi a occupare i posti generosamente elargiti dall’attivismo della ministra che ha strappato al governo il piano straordinario. Gli immeritevoli usciranno meritatamente dal mondo della ricerca, lasciando il posto ad altro personale ricattabile e a basso costo destinato ad alimentare un nuovo ciclo di sfruttamento del lavoro precario di ricerca da parte dei boss dei laboratori e delle pubblicazioni. Esagerazioni? Dove si trova altro personale a basso costo? Provate a leggere cosa proponeva dalle pagine de Il Foglio l’inedito duo Paleari-Andrea Graziosi, entrambi membri della commissione Zauli-Mancini, un anno fa. A fronte della messe di dottori di ricerca sfornati (o in via di sfornamento) con i fondi Pnrr, occorre: > “prevedere da subito borse post doc per i migliori neodottori di ricerca che, > in linea con le migliori prassi internazionali, permettano ai soggetti > interessati di portare avanti un loro progetto personale (i nuovi contratti di > ricerca non lo fanno) in condizioni favorevoli sotto il profilo economico e > normativo, acquisendo altresì esperienza di insegnamento avanzato a livello > post-laurea (cosa che i contratti di ricerca vietano)”. L’inedito duo proponeva cioè di affossare, come è stato puntualmente fatto, la legge 79/2022 sul contratto di ricerca e creare un nuovo esercito di ricercatori di riserva per alimentare a basso costo laboratori e pubblicazioni dei principal investigators. D’altra parte, premetteva il duo, “la nostra opinione è che il confondere il tempo determinato con il precariato, il richiedere che ogni contratto a termine diventi per legge a tempo indeterminato non sia corretto e fruttuoso neanche socialmente, anche perché eliminerebbe la selezione indispensabile a mantenere la qualità dei nostri atenei, una selezione che nel caso degli alti studi è normale avvenga su un periodo più esteso di quello coperto dalla formazione dottorale”. E questa selezione deve > “premiare “i più dotati e i più devoti agli studi”. Si, scrivono proprio così: “i più devoti”, non ce lo siamo inventato.
February 4, 2026
ROARS
Ecco il testo di riforma della governance degli atenei: e non c’è solo il rappresentante del governo nel CdA
Ecco il testo, finora segreto, della riforma della governance delle università partorito dalla commissione presieduta da Galli Della Loggia. Le due novità più rilevanti si conoscono già: la nomina da parte del ministro di un membro del CDA degli atenei e l’estensione ad 8 anni della durata in carica del rettore. Ma di novità ce ne sono altre. La composizione del CdA è blindata. Si prevedono al massimo 11 membri, già pre-definiti: oltre al membro di nomina governativa, ci saranno il rettore, il candidato rettore che ha perso le elezioni, 5 docenti (tre nominati dal senato, due dal rettore), due componenti esterni nominati dal rettore, uno studente eletto. Con questa struttura il Rettore avrà a suo favore 5 voti, e per garantirsi sempre la maggioranza di 6 a 5 dovrà contare sul voto del membro di nomina governativa. Nel testo della riforma si prevede, non a caso, che tutti i voti avvengano a maggioranza semplice. Da notare che vengono espulsi dal CdA i membri del personale tecnico amministrativo, e viene finalmente eliminata ogni possibilità che i membri vengano eletti, come qualche ateneo ad oggi prevede nel proprio statuto. A metà mandato del rettore si prevede una elezione di conferma, in cui il rettore è l’unico candidato. E in quell’occasione si svolgeranno anche le elezioni per il rinnovo dei direttori di dipartimento, votati in concomitanza con la prima elezione del rettore. Il tutto pensato, evidentemente, per favorire la armoniosa collaborazione tra rettore e direttori. Il testo prevede anche che il rettore sia votato da docenti, personale amministrativo e studenti definendo i pesi relativi del voto. Poiché il voto dei docenti non può pesare meno del 75% e quello degli studenti non può pesare meno del 5% se ne deduce che il 20% del PTA potrà essere compresso secondo necessità, a favore di docenti e/o studenti. Il Senato perde la sua dimensione collegale per essere frammentato in comitati che si occuperanno ciascuno delle “aree di sviluppo strategico dell’ateneo definite nel piano triennale”. Last but not least, il rettore deve tenere conto nella redazione del piano strategico di Ateneo di non meglio definite linee generali di indirizzo stabilite dal Ministro. Dalle indiscrezioni emergeva un quadro preoccupate. Il documento che pubblichiamo mostra chiaramente il disegno accentratrice della riforma. Il rettore dovrà allinearsi necessariamente agli indirizzi ministeriali. Per garantirsi la maggioranza in CDA potrà far conto dei fedelissimi da lui nominati in CDA e dovrà guadagnarsi il voto del rappresentante nominato dal governo. La voce di docenti, studenti e personale amministrativo sarà sempre più flebile. Un modello feudale con i rettori (nominati quasi a vita) nelle mani del ministro, e gli atenei nelle mani dei rettori. ipotesi_testo_riforma_art.2_L.240_Galli_della_Loggia    
November 17, 2025
ROARS
Valutare e obbedire. Il Governo vuole il controllo totale di ANVUR
La proposta di riforma dell’ANVUR rende finalmente evidente ciò che da anni era solo implicito: l’Agenzia è lo strumento con cui il governo attua il controllo centralizzato e indirizza le attività di università e ricerca. Con la riforma, nomine e attività di valutazione passano sotto l’iniziativa esclusiva del Ministro, riducendo drasticamente l’indipendenza tecnica di ANVUR. La proposta è già stata duramente bocciata dal Consiglio di Stato, che segnala contraddizioni con la legge istitutiva e mette in dubbio la legittimità di molte novità. Tutto ciò avviene in chiara contraddizione con i principi di libertà di ricerca e insegnamento ancora sanciti dalla Costituzione. Il governo intende varare la riforma del regolamento dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) tramite un decreto del Presidente della Repubblica, attualmente in discussione presso le commissioni parlamentari (qui la documentazione). PREAMBOLO. Malgrado i proclami sulla sua presunta autonomia, ANVUR è già, di fatto, controllata dal Ministero dell’Università e della Ricerca. Il consiglio direttivo composto da 7 membri è definito dal Ministro dell’Università e della Ricerca che li sceglie da una rosa di 15 nominativi che gli viene sottoposta da una commissione di selezione. La commissione di selezione è composta da quattro membri nominati da enti esterni più un quinto membro nominato direttamente dal ministro. Tutti i membri del consiglio direttivo ANVUR restano in carica 4 anni e il presidente viene eletto tra di loro. Apparentemente distante, ma in realtà è il Ministro a assumere un peso determinante nella composizione dell’Agenzia. Tanto è vero che, attualmente, il Consiglio è incompleto: solo quattro membri, compreso il Presidente che siede in ANVUR dal lontano 2019. La ministra Bernini non ha infatti mai ricostituito l’organo, malgrado abbia in mano la rosa dei nominativi scelti dalla commissione di selezione da un anno (la commissione, dei cui lavori sui siti ministeriali non c’è traccia, era stata nominata nel 2023 e aveva pubblicato l’avviso di selezione per i candidati nel febbraio 2024). Voci dal MUR raccontano la rosa fosse sgradita alla ministra. In particolare sembra che la commissione abbia bocciato il prof. Marco Mancini (il presidente ANVUR che la ministra avrebbe desiderato). Il prof. Mancini che la ministra ha da poco nominato Segretario Generale del MUR, e che scrive irritualmente ai rettori chiedendo loro di tenere sotto controllo le proteste degli studenti. Lo stesso Mancini che qualche anno fa il Giornale annoverava tra i baroni rossi, il Mancini, sempre lo stesso, che anima da oltre un quindicennio le riunioni del Partito Democratico su università e ricerca, che è entrato e uscito dal MUR in vari ruoli con ministri di qualsiasi colore. In sintesi: anche l’attuale “leggera autonomia” dell’ANVUR appare troppo pericolosa alla ministra ed al gruppo di lavoro voluto dalla ministra e che ha suggerito la proposta di riforma. LA PROPOSTA DI RIFORMA  Il cuore della riforma è la modifica sostanziale della struttura dell’agenzia e delle modalità di nomina dei membri del direttivo. Oltreché la subordinazione dell’attività dell’agenzia alle direttive del Ministro del MUR. Nell’articolo 7 viene modificato il processo di nomina del Presidente dell’ANVUR destinato a restare in carica 5 anni, che passa a essere di diretta nomina ministeriale, indipendente dal Consiglio direttivo.  Con la nuova procedura, il Ministro istituisce un comitato di selezione che propone una terna di candidati, dalla quale il Ministro effettua la scelta finale, previa consultazione (non vincolante) delle Commissioni parlamentari. La nomina formale avviene poi con Decreto del Presidente della Repubblica. Il Presidente nominato può successivamente designare un vicepresidente all’interno del Consiglio. Questa riforma viene (orwellianamente) presentata come rafforzamento dell’indipendenza di ANVUR. Nell’articolo 8, la procedura di costituzione del Consiglio direttivo, la cui durata è confermata in 4 anni, viene anch’essa sottoposta al controllo diretto del Ministro. Il Consiglio passa da 7 a 5 membri, compreso il Presidente, e la nomina dei componenti è ora gestita dal Ministro. Dopo la raccolta delle candidature tramite bandi pubblici, un comitato di selezione propone terne di candidati, che includono tre rappresentanti di altrettante macroaree CUN (una invenzione estemporanea, che non rispecchia neanche la idiosincratica e unica al mondo divisione del mondo tra settori bibliometrici e non bibliometrici inventata da ANVUR anni fa) e un membro AFAM. Cambia anche la composizione del comitato di selezione: anziché definito da enti esterni anch’esso è scelto direttamente dal Ministro del MUR. E anche questa modifica viene orwellianamente giustificata come una misura a tutela dell’indipendenza dell’Agenzia. Per le attività di valutazione che, da norma primaria, sono di iniziativa dell’agenzia, la riforma prevede che siano assoggettate al volere del Ministro. Come si legge nella relazione illustrativa, ANVUR deve assicurare il: > rispetto dell’indirizzo politico dato dal Ministero dell’università e della > ricerca, quale Ministero vigilante. Questo si riflette, nella proposta legislativa, nella previsione che gran parte delle attività di valutazione avvenga solo “su richiesta del Ministro”. Queste attività sono ampliate, includendo in modo sistematico tutto il mondo AFAM. E sono ampliate anche in profondità prevedendo adesso che ANVUR valuti: > le competenze trasversali e disciplinari acquisite dagli studenti edalle > studentesse e gli sbocchi occupazionali dei laureati. La proposta di riforma toglie dai compiti di ANVUR la definizione – su richiesta del ministro – dei parametri di riferimento per l’allocazione dei finanziamenti statali, che torna nelle salde mani del MUR. La riforma elimina il riferimento alla cadenza quinquennale della VQR: termine considerato troppo rigido e troppo ampio per tenere conto della evoluzione del sistema della ricerca. E, infine, stabilisce (qualsiasi cosa questo significhi) che la valutazione della qualità dei prodotti della ricerca deve essere condotta > utilizzando criteri omogenei rispetto a quelli previsti per l’ammissione ai > concorsi universitari, valutati, ove possibile, tramite procedimenti di > valutazione tra pari. IL CONSIGLIO DI STATO FA A PEZZI LA PROPOSTA DI RIFORMA Cosa potrebbe mai andare storto se un gruppo di lavoro di iper-competenti professori universitari è chiamato dalla Ministra a scrivere un progetto di riforma? Potrebbe accadere che il Consiglio di Stato faccia a pezzi la proposta di riforma, proprio nei suoi punti chiave. Come è puntualmente avvenuto nel parere formulato nell’adunanza del 23 settembre 2025. Il Consiglio di Stato mette in evidenza una contraddizione: la proposta di riforma attribuisce al Ministro, tramite regolamento, il potere esclusivo di avviare alcune delle attività più importanti dell’ANVUR. Tuttavia, la legge (art. 2, comma 138, del decreto-legge 262/2006) assegna queste competenze direttamente all’ANVUR. In altre parole, la riforma toglierebbe all’Agenzia, attribuendoli al ministro, poteri che la norma primaria le riconosce espressamente. Il Consiglio di Stato, seppur con una fraseologia più educata, fa capire che non è disposto a bersi la storiella che questo serve a “riallineare” “il funzionamento [dell’ANVUR] agli standard europei (ESG)” e “a rafforzare il ruolo tecnico-istituzionale dell’Agenzia nell’ordinamento”. La riforma mira a subordinare l’attività dell’ANVUR alla volontà del Ministro, attribuendogli un potere esclusivo di iniziativa sulle funzioni più rilevanti dell’Agenzia. Una scelta che va in aperto contrasto con la legge istitutiva dell’ANVUR, la quale garantisce all’Agenzia autonomia organizzativa, amministrativa e contabile. La riforma, secondo il Consiglio di Stato, va in contrasto con  i principi costituzionali di libertà di ricerca e autonomia universitaria. Il Consiglio di Stato critica duramente la proposta di riforma anche per un altro aspetto: la concentrazione nelle mani del Ministro della nomina dei componenti del comitato di selezione e del Presidente dell’ANVUR. Dietro l’apparente “semplificazione” del procedimento, la riforma finisce per eliminare le garanzie di indipendenza che derivavano dal coinvolgimento di enti e istituzioni diversi dal Ministero, come previsto dalla normativa vigente. La legge istitutiva dell’ANVUR aveva voluto un sistema di nomine plurale e bilanciato, proprio per evitare, secondo il Consiglio di Stato, che l’Agenzia diventasse uno strumento politico. La proposta di riforma, invece, accentrando il potere di scelta nel Ministro, riduce la trasparenza e aumenta il rischio di nomine troppo discrezionali, basate su criteri vaghi come la generica “esperienza pluriennale”. Anche la nuova modalità di nomina del Presidente, non più eletto dal Consiglio direttivo ma designato dal Ministro, rappresenta un chiaro passo indietro rispetto all’autonomia organizzativa garantita dalla legge. In sintesi, sotto il pretesto della semplificazione, la riforma svuota l’indipendenza dell’ANVUR, trasformando un organismo tecnico e autonomo in uno direttamente dipendente dalle scelte del potere politico. Il Consiglio di Stato, con una pazienza quasi pedagogica, ricorda agli estensori della riforma un principio elementare del diritto amministrativo: un regolamento non può modificare una legge. Pare però che chi ha scritto la proposta non ne sia pienamente consapevole, visto che ha pensato bene di allungare da quattro a cinque anni la durata del mandato del Presidente dell’ANVUR, ignorando che la legge istitutiva (art. 2, comma 140, del d.l. 262/2006) stabilisce chiaramente una durata quadriennale per tutti i componenti del Consiglio direttivo, Presidente compreso. Come se non bastasse, l’interpretazione fantasiosa secondo cui il Presidente non farebbe parte del Consiglio direttivo (e quindi non sarebbe soggetto alla stessa durata di mandato) sfiora l’assurdo: significherebbe che il principale organo dell’ANVUR avrebbe un Presidente “fuori organigramma”, nominato e disciplinato dal nulla. In sostanza, il Consiglio di Stato deve ricordare ai riformatori che le norme di rango primario non si cambiano con un colpo di penna in un regolamento. Ma, a quanto pare, qualcuno al Ministero ha bisogno di un rapido ripasso in merito all gerarchia delle fonti del diritto. La perla finale riguarda il Direttore di ANVUR che la proposta di riforma trasforma in organo dell’agenzia e battezza Direttore generale. Il Consiglio di Stato segnala con discreta diplomazia un curioso paradosso: la riforma che proclama di “inasprire” le incompatibilità del Direttore generale in realtà le smantella quasi del tutto. La norma vigente vietava ogni rapporto professionale o pubblico potenzialmente conflittuale; la nuova versione lascia in piedi solo un divieto residuale – non lavorare per chi l’ANVUR valuta. Eppure, nella relazione illustrativa, questo alleggerimento viene descritto come una “disciplina più rigorosa”. Un capolavoro di burocratese orwelliano, dove restringere diventa ampliare e allentare diventa irrigidire. FINALMENTE CHIAREZZA Il Consiglio di Stato assume che l’assetto attuale dell’ANVUR garantisca già un sufficiente equilibrio tra autonomia e vigilanza ministeriale. Noi siamo più scettici. L’esperienza concreta mostra che l’ANVUR da tempo opera come un braccio amministrativo del Ministero, traducendo in “valutazioni” le linee politiche definite altrove. La riforma, più che introdurre una novità, rende esplicito ciò che da anni avviene nei fatti: l’Agenzia agisce su impulso politico, non come organo indipendente. Dietro il linguaggio neutro della “razionalizzazione” e della “trasparenza” la riforma consolida un modello di governo centralizzato, in cui la valutazione è il principale strumento di controllo del sistema universitario e della libertà accademica. Non sorprende che nel gruppo di lavoro che ha redatto la proposta siedano molti protagonisti delle politiche universitarie degli ultimi vent’anni, mentre mancano del tutto voci indipendenti o critiche. La riforma, insomma, non cambia la direzione di marcia: si limita a dichiararla apertamente. È il compimento di un processo che attraversa governi di ogni colore e che ha progressivamente trasformato la “valutazione” in governo politico mascherato da tecnica.  Oggi, con la proposta di riforma, cade ogni ambiguità: l’ANVUR è lo strumento del Ministero per controllare e dirigere il mondo accademico, in aperta tensione con quei principi di autonomia e libertà di ricerca che la Costituzione continua, almeno sulla carta, a garantire. Qua si può leggere l’analisi della proposta di riforma di FLC-CGIL.         
October 20, 2025
ROARS
Custodi dell’autonomia dell’università, non postini del governo
Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera che Tomaso Montanari, rettore dell’università per stranieri di Siena, ha scritto ai suoi colleghi della Crui a proposito delle due lettere che la Presidente CRUI e il segretario generale del MUR hanno inviato ai rettori. Autonomia e propaganda
October 13, 2025
ROARS