Io, medico di Gaza dico: Hamas si è nutrito della nostra sofferenza
di Ezzideen Shehab,
Avvenire, 11 ottobre 2025.
La testimonianza: tornato a casa, ho trovato solo macerie. Il mio popolo è stato
sconfitto, pur non combattendo alcuna guerra.
Tra le rovine di Gaza. REUTERS
“Sono un medico a Gaza. Ogni giorno mi muovo tra le rovine, ricucendo ferite che
il mondo non vedrà mai“. Ezzideen Shehab si era laureato poco prima del 7
ottobre 2023. È palestinese, musulmano, ama Gaza, odia Hamas. E in questa
disperata lettera lo scrive con la rabbia della vittima e la speranza del
sopravvissuto. Da due anni tiene un diario di guerra di tanto in tanto
recapitato all’esterno. Una fonte preziosa per conoscere le mosse dei
fondamentalisti e l’umore di una popolazione stremata. “La sofferenza esige di
essere testimoniata“, dice Ezzideen che un giorno vorrebbe che i suoi due anni
di guerra diventassero un libro. Un atto di accusa contro la crudeltà del
conflitto, soprattutto una denuncia contro Hamas che non ha protetto il popolo
che si era candidata a governare nella Striscia, esponendolo alla spietata
reazione delle forze armate israeliane. Fino a ieri diceva di non voler fuggire
da Gaza, di contribuire a tramandare attraverso la sua voce quella “memoria che
non può essere cancellata”. Gli è rimasto un lavoro, in questi due anni svolto
senza stipendio. Non gli è rimasto l’ospedale e neanche la casa che aveva
lasciato a Nord, ieri mattina trovata completamente polverizzata. Non sa cosà
farà, intanto ci ha scritto. “Due anni fa, in un venerdì che ormai sembra fuori
dal tempo, mio padre preparò un banchetto. Era un modo per celebrare la vita, la
mia laurea, il mio ritorno, la promessa di un futuro. La tavola era imbandita,
non solo di cibo, ma anche di fede: la fede tacita che il domani sarebbe
esistito”. Quello che non sapeva è che quella festa ”sarebbe invece stata
l’Ultima Cena del mio popolo”. Tra complicità e indifferenza. “Ma il mondo
adesso dovrà ricordare e se non lo farà, allora noi, i vivi, saremo come morti
invano, e i morti saranno morti due volte”. Ecco la sua lettera. (Nello Scavo)
***
Fin dalle prime ore del mattino, io e la mia famiglia viviamo in uno stato di
totale collasso psicologico. Oggi abbiamo visto che le nostre case, la nostra
terra e l’intero quartiere, ogni casa appartenuta alla nostra famiglia e ai
nostri vicini, sono state completamente rase al suolo. Rase al suolo. Ridotte a
una distesa arida di polvere gialla. Fin dalle prime luci dell’alba, abbiamo
vissuto appieno il significato della sconfitta. Abbiamo perso più di settanta
membri della nostra famiglia. Abbiamo perso la nostra terra. Ora non abbiamo una
casa in cui tornare, nessun muro a proteggerci, nessun posto da chiamare nostro.
E poi, uno dei leader di Hamas appare in televisione dichiarando che «il popolo
non è stato sconfitto», che «Gaza ha resistito e ha combattuto una guerra
storica».
Che la storia lo registri: io, il dottor Ezzideen Shehab, di Gaza, insieme alla
mia famiglia, ai miei amici e alle loro famiglie, non abbiamo combattuto alcuna
guerra. Siamo stati vittime di un annientamento innescato da Hamas delle nostre
case, solo per vedere l’esercito israeliano piombare su di noi e scatenare tutta
la sua crudeltà sui civili di Gaza, mentre i combattenti di Hamas sparivano nei
loro tunnel. Che la storia registri la verità: siamo stati sconfitti,
completamente, dolorosamente e completamente.
E siamo noi, il popolo di Gaza, ad avere il diritto di dire se siamo stati
sconfitti o meno, non coloro che se ne stanno comodamente seduti in Qatar o in
Turchia. Siamo stati schiacciati, umiliati e distrutti dopo che la nostra città
è stata distrutta, occupata e cancellata dall’esistenza. Siamo stati sfollati,
spogliati di tutto ciò che avevamo costruito, abbandonati a vagare tra le rovine
delle nostre vite. E da qualche parte in mezzo a tutto questo, ho capito
qualcosa di semplice e terribile: le lacrime di mia madre sono più sacre della
patria stessa, e la disperazione di mio padre conta per me più di qualsiasi
bandiera. Perché che senso ha una patria quando divora chi ami, quando glorifica
la morte ma dimentica i vivi? Non siamo stati «saldi». Siamo stati tenuti in
ostaggio nella nostra stessa terra. Non potevamo andarcene. Non potevamo
cambiare coloro che pretendevano di governarci. Siamo stati intrappolati tra un
occupante spietato e governanti che si nutrono della nostra sofferenza. E se c’è
un momento nella mia vita in cui devo dire la verità, senza paura, senza
esitazione, allora è proprio questo. Sia scritto chiaramente: non siamo stati
soldati in guerra. Siamo i corpi sepolti sotto di essa.
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